Libero e la Censura che NON lo Era

Ci siamo svegliati ieri mattina con “l’allarme” per la chiusura dell’account del quotidiano nominalmente diretto da Pietro Senaldi, con Libero che titolava in prima pagina «Libero come Trump: censurato da Twitter» e letto le ipotesi più fantasiose sulla “censura” nei confronti di Libero da parte di Twitter.

Naturalmente non vi era nessuna chiusura, nessuna sospensione e nessuna chiusura, ma una semplice limitazione dell’account che non impediva di leggere perché l’account in questione era temporaneamente limitato poiché, a detta di Twitter, l’account aveva eseguito delle attività sospette.

Sulla questione ci sono diversi elementi d’interesse che, a nostro avviso, vale la pena di approfondire e chiarire. Proviamo a farlo con ordine, per quanto possibile.

Già dalle prime ore del mattino abbiamo cercato di approfondire la questione e ritenuto ragionevolmente, in base alla nostra analisi, che le “attività sospette” potessero derivare dal fatto che i tweet vengono postati grazie ad un automatismo, ed esserne perciò questa la causa, anche in virtù del fatto che con le restrizioni adottate dopo i fatti di Capitol Hill il sistema di algoritmi e intelligenza artificiale grazie al quale Twitter esercita il controllo, peraltro richiesto a gran voce proprio da governi e media di tutto il mondo, potesse aver rilevato delle anomalie che in precedenza erano passate inosservate.

L’infografica sottostante mostra infatti come quasi la totalità dei tweet sia alimentata grazie ad un feed automatico che ogni volta che viene pubblicato un articolo sul sito del quotidiano in questione ne pubblica un estratto su Twitter. Se a questo aggiungiamo che Libero è uno dei pochi quotidiani del nostro Paese a non essere “utente verificato”, quelli con la spunta blu per intenderci, aggiungiamo un altro elemento che potrebbe aver portato alle restrizioni temporanee dato che se fosse stato  utente verificato quasi certamente oltre ai controlli effettuati in automatico Twitter avrebbe proceduto a controlli manuali, effettuati da un essere umano.

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Nonostante la nostra analisi fosse disponibile e ampiamente rilanciata da diversi soggetti attorno a metà mattinata al grido di #TwitterCensorship le persone continuavano a gridare allo scandalo, alla censura appunto, ci trovavamo costretti a ripeterci. nel tentativo di fare chiarezza sulla questione. Anche questo contenuto veniva ampiamente rilanciato ma il furore per #LiberoQuotidiano non è cessato.

Secondo la nostra analisi complessivamente ieri sono state 7.500 le citazioni per #LiberoQuotidiano e circa 1.300 quelle per #TwitterCensorship. Complessivamente poca cosa che però ha avuto un amplificazione mediatica straordinaria da parte di praticamente tutti i quotidiani online che, con maggiore o minore enfasi, hanno dedicato spazio alla questione.

Infatti, come mostra l’infografica sotto riportata, a fronte di un numero di citazioni, e di persone coinvolte [like + condivisioni + commenti] altrettanto risibile, la portata potenziale, “l’opportunity to be seen”, per #LiberoQuotidiano si è attestata ad oltre 228 milioni di impression, che stimiamo ragionevolmente essere 11.4 milioni di impression, di esposizioni al messaggio al lordo delle duplicazioni.

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Tutto questo nonostante dalle 11:30 del mattino, circa, l’accounti di Libero fosse stato ripristinato, come segnalavano dall’account stesso del quotidiano. Sia il sottoscritto che Alex Orlowski segnalavamo che a Libero avessero preso un abbaglio, senza avere risposta o riscontro alcuno.

Nel frattempo, così come i cittadini comuni, le persone, anche politici e giornalisti continuavano a gridare la loro solidarietà  per l’attacco, a loro avviso, ricevuto da Libero. La tesi prevalente è che i social non devono limitare la libertà di parola. E via tutti in coro a gridare #IoStoconLibero.

A questo si aggiungono altri due elementi. Da un lato il fatto che Libero sostenesse che l’account fosse stato chiuso e riaperto senza delucidazioni da parte di Twitter. Tesi sostenuta sino a tarda notte, Dall’altro lato che vi fosse un intervento mirato per penalizzare in maniera specifica Libero. Tesi ripresa naturalmente anche nella prima pagina di oggi di Libero, dalla quale Senaldi parla di «Il bavaglio social» e «I nemici di Libero».

Il tutto ovviamente alimentato da Libero che ha dedicato ben quattro post sulla propria fanpage alla questione. Due dei quali in rapida sequenza temporale. Post di cui vi raccomandiamo caldamente di leggere i commenti delle persone per rendervi conto dello stato dell’arte. E a nulla serviva l’articolo di Giornalettismo con Alex Orlowski che spiegava che in realtà la limitazione temporanea dell’account Twitter non era la censura di Libero, ma che probabilmente, paradossalmente, aveva agito per proteggere il suo account.

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Cosa ci insegna questa vicenda è presto detto. In sintesi per punti:

  1. Libero, e i giornalisti e i politici, ma anche le persone comuni, hanno strumentalmente acceso la miccia sulla questione e giocato sul vittimismo appositamente;
  2. Non è vero che Twtter non  abbia fornito risposta. L’agenzia che cura le PR per Twitter in Italia ci ha detto che, come avevamo ipotizzato sin dall’inizio, «The account was caught by our automated systems and was temporarily restricted as a precaution. We’ve worked with the account holder and the account has now been reinstated». Cosa che era tutt’altro che un segreto quando Senaldi è andato in TV a sostenere il contrario, visto che anche “Prima Comunicazione”, alle 16:00, aveva scritto che «un portavoce di Twitter spiega: “L’account è stato rilevato dai nostri sistemi automatizzati e temporaneamente limitato per precauzione. Abbiamo collaborato con il titolare dell’account e l’account è stato ripristinato”»;
  3. La bolla siamo noi, le nostre convizioni a prescidere. Non i social, gli algoritmi e le altre fandonie che di volta in volta vengono pretestuosamente raccontate;
  4. La pretesa di libertà d’informazione è ancora una volta chiaramente pretestuosa. Vorremmo vedere se Senaldi, ma anche tanti altri direttori, ci concederebbero spazio illimitato sul loro giornale, o sui loro canali social per dire quello che pare a noi. Se a questo aggiungiamo che, come ben sappiamo, quando si apre un account su una piattaforma social si accettano i termini di servizio della stessa, il cerchio si chiude;
  5. I giornali continuano a considerare i social il nemico e, al tempo stesso, una discarica di link. Prova ne sia il fatto che sia su Facebook che su Twitter Libero non risponde mai a nessuno, sia nel caso specifico che in generale.

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