Imprese Italiane & Information Communication Technology nel 2020

ISTAT, pochi giorni prima di Natale, ha pubblicato i dati su imprese e ICT nel 2020. L’indagine è stata effettuata tra i mesi di giugno e agosto 2020. Emergono ancora una volta tutti i limiti della struttura imprenditoriale del nostro Paese, e del relativo scarso livello di digitalizzazione delle aziende italiane.

Come ogni anno, il comportamento delle imprese è stato valutato rispetto a 12 caratteristiche specifiche che contribuiscono in ciascuna edizione di indagine alla definizione dell’indicatore composito di digitalizzazione denominato “Digital Intensity Index” utilizzato per identificare le aree nelle quali le imprese italiane incontrano maggiori difficoltà.

In generale, circa l’82% delle imprese con almeno 10 addetti si colloca a un livello ‘basso’ o ‘molto basso’ d’adozione dell’ICT, non essendo coinvolte in più di 6 attività tra quelle considerate. Era l’80% l’anno scorso. Il restante 18% svolge invece almeno 7 delle 12 funzioni, posizionandosi su livelli ‘alti’ o ‘molto alti’ di digitalizzazione.

Meno di tre quarti delle imprese con almeno 10 addetti ha un sito web [73.1%]. Ma di queste una fetta consistente continua ad avere un “sito vetrina”. Infatti sono poco più della metà [56.7%] le aziende che nel proprio sito web offrono servizi informativi sui prodotti offerti, tracciamento degli ordini, personalizzazione di contenuti e di prodotti.

Nell’anno della pandemia, dello smart working, rivelatosi ben poco smart, della didattica a distanza e tutto tutto ciò che sappiamo essere avvenuto in questo annus horribilis, scende molto, dal 16.3% all’11.7%, la quota di imprese con almeno 10 addetti che hanno svolto corsi di formazione informatica rivolti a personale senza competenze specialistiche in ICT. Le attività economiche nelle quali si evidenzia maggiore attenzione anche questo tipo di formazione, sono quelle legate al settore delle telecomunicazioni [39.4%], dell’informatica e altri servizi d’informazione [34.2%] e a seguire risultano le attività editoriali [27.4%], le attività professionali, scientifiche [21.9%] e quelle dei servizi delle agenzie di viaggio [19.1%].

Sebbene si sia registrato un incremento di due punti percentuali rispetto all’anno precedente, la percentuale di imprese con almeno 10 addetti che hanno effettuato vendite online continua a essere contenuta [16.3%]. La quota di fatturato da vendite derivanti da ordini ricevuti online sul fatturato totale passa al 12.7% dall’11.5. Sono le imprese con 100 addetti e oltre che fanno da traino [circa il 17%] rispetto a quelle di minore dimensione [5.6%]. Ma complessivamente per poco più di un’azienda su dieci [11.6%] il valore delle vendite online è superiore al 1% dei ricavi totali.

Nel 2020, l’8.6% delle imprese con almeno 10 addetti dichiara di aver analizzato nell’anno precedente grandi quantità di informazioni, i cosidetti big data, ottenute da fonti di dati proprie o da altre fonti attraverso l’uso di tecniche, tecnologie o strumenti software. I big data vengono analizzati dalle imprese soprattutto internamente [7.4%] mentre il 2.8% esternalizza i servizi di analisi. Erano il 7..1% nel 2018. Non esattamente una crescita strabiliante, diciamo, in considerazione che sono anni che si legge che i dati sono il nuovo petrolio.

I dati più analizzati internamente sono generati dai social media [46.5% delle imprese, pari a meno del 4% del totale delle aziende], da informazioni di geolocalizzazione derivanti da dispositivi portatili [45.3%] e da dispositivi intelligenti e sensori digitali [31]1%). L’analisi di grandi quantità di dati ha riguardato circa un quarto delle grandi imprese mentre solo il 6.2% di quelle di minore dimensione [10-49 addetti] ha estratto dai dati informazioni rilevanti.

L’utilizzo di big data varia anche rispetto alla utilità di impiego delle analisi per la particolare attività dell’impresa e alla sua possibilità di produrre dati cui applicare specifiche tecniche di analisi. Infatti, tra le imprese che analizzano i dati internamente, le informazioni di geolocalizzazione sono valorizzate soprattutto da quelle dei settori del trasporto e magazzinaggio [93.7%], dei servizi postali e attività di corriere [76.7%], delle costruzioni [72.5%]. I big data derivanti da dispositivi intelligenti o sensori invece dai settori della fabbricazione di computer [85.3%], metallurgia [69.1%] e tra le imprese delle industrie tessili [69%]. I dati derivanti dai social media vengono analizzati internamente soprattutto dalle imprese di ristorazione [99.2%], commercio di autoveicoli [86.9%] e servizi ricettivi [85%].

Nel momento in cui la network/connective society tende a declinarsi come platform society, l’emergente e dirompente processo di “datificazione” comporta uno spostamento del punto di osservazione del processo di trasformazione digitale: non più e non solo la trama delle relazioni che alimentano la “big conversation” ma la totale osservabilità degli eventi che si producono nel mondo e delle loro reciproche interazioni. Non a caso cresce l’attenzione nei confronti della “e-privacy” da parte del Parlamento Europeo, seppur tra mille problemi ancora irrisolti.

Se durante la pandemia il refrain prevalente era che saremmo diventati tutti più buoni, cosa che purtroppo il rapporto Censis certifica non essere avvenuta, ora il nuovo ritornello è che nulla sarà più come prima, a cominciare dalla digitalizzazione naturalmente. I dati Istat, che si riferiscono, al periodo successivo al lockdown di questa primavera, evidenziano come si sia ben lontani anche da questa verità, che non appare essere tale, avvicinandosi più alla “post-verità, che è tutt’altra cosa, ahinoi.

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