DigitalMente

“DigitalMente”, rubrica settimanale che ogni Venerdì prova a fornire spunti e appunti su digitale e dintorni, per riflettere a tutto campo su innovazione e digitale. Oggi abbiamo scelto di parlare dei termini di servizio delle principali piattaforme social e di alcune tra le più note “big tech”.

Sono passati esattamente dieci anni [e un mese] da quando raccontammo di come le persone avessero venduto l’anima per non leggere il contratto. Caso emblematico di una clausola contrattuale nata come una beffa, ma che è servita al venditore per evidenziare che la grandissima maggioranza dei clienti non legge i contratti di acquisto e le aziende possono permettersi d’inserire i termini e le condizioni di vendita che vogliono.

Poco, o nulla, è cambiato nella sostanza da allora, e la maggior parte delle persone, pur dichiarandosi attente e/o preoccupate per la propria privacy online, continua ad approvare i termini di servizio senza leggerli.

Se dunque la colpa è delle persone, di tutti noi, quanto imprese, enti, organizzazioni, ci agevolano o meno in tal senso? Par dare una risposta alla domanda abbiamo svolto il noioso compito di trovare le condizioni di servizio delle principali piattaforme social e di alcune tra le più note aziende “big tech”, fatto copia-incolla del testo in un file word per contare il numero di parole contenute, e stimato quale sia ragionevolmente il tempo di lettura, basandoci su uno standard di 200 parole al minuto, se prima di dare il proprio consenso si volesse davvero leggere tutto.

Su sedici entità prese in considerazione buona parte di queste, se consideriamo quindici minuti un tempo massimo di lettura ragionevole, sicuramente non hanno comportamenti virtuosi.

La peggiore è Microsoft i cui termini di servizio sono di oltre 15mila parole, per un tempo stimato di lettura superiore ad un’ora. Segue Spotify, che quasi dimezza numero di parole e tempo di lettura, mentre al terzo posto di questa poco virtuosa classfica troviamo TikTok con più di 7mila parole e oltre mezz’ora di tempo di lettura per le sue condizioni di servizio.

Sotto il quarto d’ora per leggere i termini di servizio troviamo soltanto quattro imprese/brand: Google, Amazon, YouTube e, il più virtuoso, Netflix, con meno di 3mila parole e 11 minuti stimati per leggerle.

Al di là del numero di parole, e del relativo tempo di lettura, se ci si prende il tempo, appunto, di leggere le condizioni di servizio spuntano alcune “perle” che non possono non far riflettere. È il caso di Tinder, ad esempio, che al punto 15, relativo ad eventuali arbitrati legali, scrive: «La piattaforma di risoluzione delle controversie online della Commissione europea è disponibile all’indirizzo http://ec.europa.eu/odr . Tinder non prende parte alle procedure di risoluzione delle controversie di fronte a un ente arbitrale dei consumatori per gli utenti residenti nell’UE o nello Spazio economico europeo».

Insomma, se le persone sono superficiali, altrettanto molte imprese hanno un comportamento che non facilita la presa di consapevolezza, e talvolta gioca anche tra le pieghe legislative. Si tratta di un tema che andrebbe affrontato con una legislazione europea che disciplini meglio questi aspetti, tornato di cocente attualità dopo che Trump non più tardi di ieri ha firmato un ordine di servizio per limitare le tutele legali che proteggono le piattaforme social.

termini di servizio ott

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