Regimi di credenza e “formazione delle aspettative” del pubblico: l’uso del lessico economico-finanziario nella comunicazione di alcuni agenti politici e istituzionali

  1. Il lessico economico-finanziario nel vocabolario fondamentale della lingua italiana

Rispetto alla prima ricognizione effettuata nel 1980, molti dei nuovi termini che compaiono tra i 2.750 del vocabolario di alto uso pertengono al dominio della finanza. È quanto ricordava in un articolo de Il Sole 24 Ore del 7 novembre 2016, Stefano Carrer, che riassumeva con il supporto di materiale audiovisivo e di un intervento del protagonista, una serie di conferenze tenute dal prof. De Mauro all’università Waseda e all’Istituto italiano di Cultura di Tokyo.

Rispetto a De Mauro (1980), in cui il vocabolario di base (VdB) compare in appendice, nel nuovo vocabolario di base (NVdB) “sono entrate molte parole astratte o relative alla complessità sociale, alla finanza […] nelle Top 2000 del vocabolario fondamentale e nelle circa 2.750 di alto uso – figurano ad esempio euro, dollaro, gestione, controllo, associazione, diritto, legale, istituzione, tecnologia, esperto e così via.” Il nuovo vocabolario di base è liberamente consultabile qui, assieme a un intervento dello stesso De Mauro.

Il primo VdB, come si diceva, è in coda al volume “Guida all’uso delle parole”. Quel vocabolario conta 6.700 vocaboli, di cui 2.000 vanno a comporre il “vocabolario fondamentale”. Lì si trovano, nelle parole di De Mauro (1980, cap. 16), quei “vocaboli che chi parla una lingua ed è uscito dall’ infanzia conosce, capisce e usa. Sono le parole di massima frequenza nel parlare e nello scrivere e disponibili a chiunque in ogni momento, sempre che beninteso conosca l’italiano.”

Nel VdB non sono indicate le accezioni dei termini; è lo stesso nel NVdB, dove però compare accanto al termine la parte del discorso a esso riferita. Non si può di conseguenza essere certi che alcune delle forme che qui ci interessano facciano effettivo riferimento al dominio economico-finanziario. Solo a titolo di curiosità, è però comunque possibile notare che le forme “mercato”, “banca”, e “debito”, per esempio, compaiono nel vocabolario fondamentale (FO) sia nel VdB che nel NVdB. Nel primo, inoltre, compare come FO anche la forma “europeo”; sempre nel VdB, marcata come forma di alto uso, si nota la presenza della forma “sovrano”.  Entrambe presenti, con le stesse marche, nel NVdB.

Per chi fosse interessato, Marello ha dato conto degli esiti principali dell’attività lessicografica di De Mauro in un recente contributo in Cardinale (2018).

  1. La faccetta “suasoria” del discorso economico-finanziario

Per quel che ci interessa qui, i.e. la comprensione della valenza persuasiva della comunicazione politica lato sensu, dobbiamo passare dall’osservazione delle forme alla comprensione della loro funzione semiologica, nell’ambito più generale di una grammatica del discorso.

Manca poco più di un mese alle elezioni UE, e val forse la pena provare ad approntare, alla buona come si usa qui, un piccolo osservatorio dove monitorare l’uso ordinario del lessico economico-finanziario nel linguaggio di media e agenti politico-istituzionali, e provare, quando è il caso, a comprendere quale funzione quelle “parole-testimoni” svolgono nel, legittimo, processo di persuasione dei pubblici (nel caso specifico elettori) che, ormai da tempo, trova nel gioco elettorale solo una manifestazione intensa di quel fenomeno esteso che gli esperti hanno definito campagna elettorale permanente.

In quest’ottica, un’altra arena privilegiata è data dall’uso, sia tecnico che non-tecnico, del lessico economico-finanziario fatto dagli stessi agenti economici. Quei discorsi, come abbiamo più volte apprezzato nel caso italiano anche in tempi recentissimi, entrano nel dibattito pubblico in varie forme più o meno mediate (avremo modo di dare una scorsa ai sempre più frequenti e impegnati tentativi di disintermediare il rapporto con pubblici più o meno competenti dispiegato, per esempio, dalle banche centrali) e con effetti immediati sull’ambiente informativo e, di conseguenza, sul comportamento comunicativo (e non) degli agenti politici. Alcune recenti ricerche empiriche hanno per esempio rilevato la sovraesposizione mediatica del lemma BCE nei quotidiani a stampa in Italia nel periodo 2007-2017, con un momento di particolare intensità, come ci si poteva attendere, a cavaliere tra la presidenza di Trichet e quella di Draghi, nel momento in cui diviene in qualche modo pubblica la lettera di intenti indirizzata al governo allora in carica.

La rilevanza del monitoraggio della comunicazione economico-finanziaria, e, come precipitato, del monitoraggio dell’uso, tecnico e non, del lessico economico-finanziario, nell’arena delle reti sociali stavolta, è altresì marcata, per dare un altro esempio, anche dalla recente creazione in seno all’ISTAT del Social Mood on Economy Index. Un indice sperimentale descritto come “una misura del sentiment italiano sull’economia basata sui dati di twitter”. Nella nota metodologica si legge: “Il periodo di osservazione attualmente coperto dall’indice è compreso tra il 10 febbraio 2016 ed il 31 dicembre 2018.” […] “La procedura di produzione dell’indice usa la Streaming API di Twitter per raccogliere campioni di tweet che soddisfino un filtro appositamente progettato, costituito da 60 parole chiave (parole o locuzioni). Tali parole chiave sono state prevalentemente derivate dal questionario dell’indagine sulla fiducia dei consumatori (…)”. Salvo errore, nella nota tali parole chiave non sono elencate nel dettaglio.

Per iniziare, daremo in questa occasione una scorsa a due interventi pubblici dell’attuale presidente della BCE. Si tratta del discorso tenuto a Pisa il 15 dicembre 2018, in occasione del conferimento di una Laurea honoris causa in Economia, e del discorso tenuto a Bologna il 22 febbraio 2019, in occasione del conferimento di una laurea honoris causa in Giurisprudenza.

Si continuerà l’osservazione esplorando ambiti diversi, e diversi contesti di occorrenza del lessico economico-finanziario, in modo da valutare le differenti, qualora vi fossero, architetture discorsive e narrative delle varie produzioni testuali.

Infine, la solita avvertenza: gli agenti di cui si parla in questi tratteggi sono intesi in quanto personalità semiotiche, come struttura testuale dunque, effetto degli atti comunicativi (osservati) che li implicano.

  1. La comunicazione degli agenti economici: due esempi

3.1 Forward guidance

De Mauro ebbe modo di redigere la prefazione al volume di Alberto Orioli, Gli oracoli della moneta. L’arte della parola nel linguaggio dei banchieri centrali. In quella occasione, sottolineava tra i pregi del lavoro di Orioli l’aver posto al centro il carattere “operativo” e “suasorio” dei discorsi, in quel caso, dei banchieri centrali, in contesti e situazioni dove, come enunciato da Orioli, “le parole sono l’azione”.

Il lavoro di Orioli dà molte informazioni e molte chiavi interpretative utili a comprendere uno scarto essenziale nella storia del comportamento comunicativo dei banchieri centrali, nel passaggio dalla fase “mistica” all’era del “rendere conto” (accountability). In questa transizione assume nuova forma, e contrae in parte relazione con nuove platee, la prassi che prende il nome di forward guidance e che consiste, per sintetizzare in modo spiccio, nel processo di “formazione delle aspettative”. Questo processo, significante, ha certo a che vedere con gli aspetti informativi della comunicazione ma è, di fatto e per l’appunto, un’azione persuasiva, che ha di conseguenza più a che fare con la costruzione discorsiva di regimi di visibilità e di credenza. Orioli (pp. 56-57) cita una ricerca di Hensen e Mahon “che dà conto dell’impennata dal 2000 in poi della locuzione ‘comunicazione delle Banche centrali’ trovata cercando nelle banche dati della rete relative a tutti i libri in inglese. Prima del 2000 praticamente questo pattern non esisteva. L’analisi dei due economisti prende le mosse dai comunicati della Fed emessi dal 1998 al 2014.” […] “Messo a punto un indice sintetico che misura la capacità di forward guidance, i ricercatori evidenziano come in termini di obbligazioni la curva dei rendimenti a breve reagisca molto poco alle comunicazioni Bce ma come sia molto sensibile alla politica dei tassi. La forward guidance risulta molto significativa nello spiegare la variazione dei prezzi dei bond. La conclusione dei due ricercatori è che i mercati sembrano dare molto più peso a quello che dicono le Banche centrali a proposito delle loro politiche future piuttosto che sulle condizioni dell’economia.”

In questo orizzonte di eventi, Orioli dà il necessario risalto (nel paragrafo “Il Rubicone dell’euro”) a due eventi comunicativi (e non solo, ovviamente). Un piccolo segmento di una nota allocuzione dell’allora, e ancora oggi, presidente della BCE, del 26 luglio 2012: “La Bce, entro i limiti del suo mandato, farà tutto quanto è necessario [ndr: whatever it takes”] per preservare l’euro” […] “E basterà, credetemi”. La lettera, che abbiamo già menzionato, di Trichet e Draghi all’allora governo italiano in carica; un’azione che, a parere di Orioli, marca un carattere puntuale (?) della prassi di forward guidance, che slitta dal solo dominio economico alla “politica tout court” (p. 164).

3.2 I discorsi di Pisa e Bologna

L’intervento del presidente della BCE in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il 15 dicembre 2018 si può leggere qui.

Qui invece il discorso tenuto a Bologna, il 22 febbraio 2019, in occasione della consegna della laurea ad honorem in Giurisprudenza.

La trascrizione della conferenza di Pisa conta 4.479 word tokens, 1.371 forme uniche, e 181 enunciati. La lunghezza media dell’enunciato è pari a 24,6 “parole”. L’enunciato più lungo consta di 71 “parole”.

Di seguito la lista dei primi termini non grammaticali più frequenti:

  • Paesi (52)
  • Mercato (32)
  • Euro (27)

Osserviamo la distribuzione di qualcuno tra questi, aggiungendo qua e là qualche commento sulla loro funzione, diciamo così, comunicativa.

Se si guarda al termine “paesi”, si ottiene “paesi dell’area dell’euro” come prima sequenza pertinente. Quale modalità marca la presenza del pattern? Una comparazione, a più livelli. Gli indici lessicali si danno tra le prime parole grammaticali che compaiono quali termini collocati più frequenti di quello in oggetto: “rispetto a”, “rispetto ai”.

Le demarcazioni alla base della comparazione (o delle comparazioni) sono di tre tipi: (i) tra singoli “paesi dell’area dell’euro”; (ii) tra “paesi dell’area dell’euro” e “paesi non dell’area dell’euro”; (iii) tra “l’Italia” e “i paesi dell’area dell’euro”.

Un esempio:

(1) Dal varo dello SME nel 1979 alla crisi del 1992 la lira venne svalutata 7 volte rispetto al DM, perdendo cumulativamente circa la metà del suo valore rispetto a questa valuta. Eppure, la crescita media annua della produttività[7] in Italia fu inferiore a quella dei futuri paesi dell’area dell’euro a 12 nello stesso periodo, la crescita del PIL fu pressappoco la stessa di quella dei partner europei e il tasso di disoccupazione aumentò di 1,3 punti percentuali.

“Mercato” registra 31 occorrenze. Il primo collocato ‘a destra’ è “unico”. A sinistra alcune parole grammaticali: “il”, “del” e “di”. Anche qui la modalità enunciazionale prevalente è la comparazione, che appare d’altronde come architrave narrativa ogni qual volta si tratta di avanzare una confutazione ad usum Delphini di tesi avverse. L’enunciazione comparativa marca, come spesso accade, un discorso a vocazione scientifica, in cui l’obiettività cancella, di primo acchito, la soggettività del locutore a tutto vantaggio dell’evidenza del dato. Altro elemento di interesse narrativo è proprio la manifesta evidenzialità di simili discorsi, in cui la comparazione presuppone, ma non esplicita, l’esistenza di tassonomie già costituite, e condivise. Eppure, a uno scrutinio più dettagliato le marche di una qualche soggettività riemergono, non in relazione al locutore ma ad attori propriamente discorsivi. Osservato nel contesto di inserzione (2), “mercato” ci offre un campione pertinente: nel nesso “il progetto del mercato interno”, la modificazione (“del mercato”) manifesta, rispetto a “progetto”, una relazione detta soggettiva. Per parafrasare in modo frettoloso: è il mercato che ha un progetto. Questo tipo di composizione, oltretutto, legittima l’elemento “Europa” come Beneficiario della relazione che ha in “mercato” una sorta di agente. L’equilibrio compositivo è comunque fine, e non consente di marcare l’esito come inerente a un dominio ordinario anziché tecnico. In relazione all’uso di “mercato” non si cade insomma nell’arena dell’uso ordinario del lessema, che capita ormai assiduamente invece, e con manifestazioni spesso iperboliche, di osservare nel linguaggio dei media (anche di settore).

Per apprezzare la differenza, prendiamo come riferimento un corpus italiano di testi presi dal web. Lì, il termine “mercato”, se taggato come soggetto dell’enunciato, contrae come primo correlato a destra “si”, e come secondo “non”. Nella stessa posizione, R1, appaiono invece i predicati “offre”, “hanno”, “sta”, “richiede”, “propone”, “sembra”, “va”, “chiede”, “continua”.

Se si restringr il tempo di comparazione al lasso 2014-2018, si osserva che quando “mercato” è taggato come soggetto dell’enunciato, il primo correlato a destra è “non”, seguito da “si”. Nella stessa posizione, R1, appaiono nelle prime venti posizioni i predicati “ha”, “hanno”, “sta”, “sembra”, “continua”, “guardano”, “offre”.

Questo l’esempio a cui si accennava::

(2) Fu proprio il progetto del mercato interno che consentì all’Europa, a differenza di quello che accadeva su scala globale, di imporre i propri valori al processo di integrazione, di costruire cioè un mercato che fosse, per quanto possibile, libero ma giusto.

La serie delle collocazioni più frequenti delle sequenze “mercato unico” e “mercato interno”, quando si seleziona “del” come collocato, sono: architetto; progetto; obiettivo; costruzione; apertura; esistenza.

Osserviamo ora la distribuzione di due termini non tra i più frequenti nel corpus, ma significativi.

Di “sovranità” si contano 5 occorrenze. Una manciata, ma i periodi che li accolgono sono di grande interesse comunicativo. Non li si può elencare qui: ci si accontenta di segnalare che il nesso prevalente è “sovranità monetaria”. Il fuoco narrativo è in questo caso “la moneta unica”: recuperare o perdere (i due predicati che con più frequenza co-occorrono con il termine in oggetto) la “sovranità monetaria” dipende, o è dipeso, dall’adesione alla moneta unica.

“Protezione” di occorrenze ne conta invece sei. “Protezione sociale” (2) e (rete – sistemi – strati)“di protezione” (4) le micro-sequenze più frequenti.

La trascrizione del discorso di Bologna conta 4.596 word tokens, 1.404 forme uniche, e 226 enunciati. La lunghezza media dell’enunciato è pari a 20.7 “parole”. L’enunciato più lungo consta di 51 “parole”.

Anche in questo caso, diamo una scorsa alla distribuzione del termine “paesi”: il primo collocato ‘a destra’ è “europei”. Che funzione svolge “paesi europei”? In alcuni casi si ha una distinzione importante ancora poco sfruttata sia dai commentatori che dai comunicatori politici. La distinzione lessicale, e discorsiva (con le conseguenze del caso, seppur latenti, sulle ricadute in termini di persuasione del “pubblico”) tra UE come totalità integrale e Europa come totalità partitiva. Si veda:

(3) In tal modo, l’Unione europea influenza di fatto o di diritto le regole globali in un’ampia gamma di settori. E ciò permette ai paesi europei di conseguire un risultato unico: fare in modo che la globalizzazione non sia una corsa al ribasso degli standard.

Sono 24 le occorrenze del termine regole. “Le” a sinistra e “in” a destra i collocati più frequenti.

Poco oltre, se si scorre la wordlist, incontriamo anche in questo caso “sovranità”, con 19 occorrenze, e poi, “protezione”, con 15.

Osserviamo prima la distribuzione di “sovranità”, che come si vede conta un numero di occorrenze 4 volte superiore rispetto al discorso di Pisa.

Se si restringe di molto l’ampiezza dello spettro di osservazione dei collocati, si individuano ‘sovranità nazionale’ e ‘la sovranità’ come i due nessi più frequenti. Anche in questo caso, vale quanto detto in occasione del commento sul nesso “sovranità monetaria” che compariva nel discorso di Pisa. Per semplificare in modo drastico: posto un elemento come Eroe della narrazione, e in questo caso si tratta dell’UE, si legano, in senso letterale, alle sue vicende i destini della “sovranità”: non vi è sovranità monetaria senza moneta unica; non vi è sovranità nazionale senza Unione.

“Protezione” conta 17 occorrenze. Anche qui ‘di’ (7 occorrenze, a sinistra) e ‘sociale’ (6 occorrenze, a destra) sono i collocati più frequenti. E anche in questo caso un elemento, qui “protezione” (sociale), diviene il perno narrativo della comparazione per valutare il comportamento di due opponenti: l’Unione e(/) i singoli paesi. Un esempio:

(4) Analogamente, l’integrazione finanziaria globale riduce il potere che i singoli paesi hanno di regolare, tassare, fissare gli standard di protezione sociale. Le imprese multinazionali influenzano la regolamentazione dei singoli paesi con la minaccia di ricollocarsi altrove, scelgono i sistemi fiscali a loro più favorevoli spostando tra le varie giurisdizioni i flussi di reddito e le attività intangibili. Tutto ciò può spingere i governi a usare gli standard di protezione sociale come uno strumento di concorrenza internazionale: la cosiddetta “corsa al ribasso”.

  1. In/dipendenza – Sovranità

La diade tematica in oggetto, che è in relazione di mutua esclusione nei testi di cui si sono rapidamente descritti alcuni caratteri, potrebbe costituire una risorsa narrativa fondamentale per il discorso degli unionisti durante la campagna elettorale per le Europee. La modalità che fa da architrave a una narrazione siffatta è quella del potere. Non quello con la maiuscola, esorbitante, che si suole collocare nel fuori scena, ma quello esile, con la minuscola, parte della dote delle cosiddette modalità deontiche. Tra gli allestimenti narrativi e discorsivi del |poter/non-poter/non-poter-non – fare|, gli interventi citati rappresentano un esemplare ricercato.

Se si tiene in conto solo questa prospettiva, assai ristretta, ci si domanda quale sarà la contro-narrazione di non-unionisti e diversamente-unionisti. Già si intravede, da qualche tempo, in quei settori magari meno esposti mediaticamente ma più attenti a questo tipo di faccende, una possibile linea di condotta: all’opposizione (valoriale e tematica) tra indipendenza e sovranità si risponde, in breve, con l’opposizione tra in/dipendenza e ir/responsabilità. La domanda resta “chi decide?”. Pure il perno dell’architettura modale è lo stesso: il potere. Cambia il soggetto della narrazione, l’eroe, per dir così. Su questo punto, se ben beccata, l’argomentazione degli unionisti rischia di trovare un punto di catastrofe. Per due ragioni, concatenate: il discorso degli unionisti affida spesso il ruolo dell’eroe, lo si è visto pure qui seppur in forme molto fini e attenuate, a entità astratte; queste entità dispiegano spesso, poi, un fare prescrittivo o coercitivo. Rispetto a questo corredo narrativo, ogni discorso in cui la funzione dell’Eroe sia svolta da enti non astratti, con grado variabile di individuazione, e con un’architettura valoriale e modale non prescrittiva, “rischia” di essere percepito “automaticamente”, per dissensione, come un’apologia della libertà.

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Questa e le molte altre analisi prodotte sono, anche, delle “demo” della parte di frame analysis e audience insight che potremmo fare per il vostro brand, la vostra organizzazione. Se d’interesse contattateci attraverso l’apposito modulo. Grazie.

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