Il Subscription Video on Demand in Italia è Affare di Netflix

Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati al mese di Marzo 2018 da comScore, Netflix Italia vanterebbe già 5.4 milioni di utenti connessi alla piattaforma. Non solo, se dal dato quantitativo, ormai poco indicativo della reale attenzione degli utenti nei confronti dei contenuti mostrati, si passa a metriche qualitative, come il tempo speso online, il fenomeno mostra la sua reale magnitudo: nella classifica italiana delle prime dieci properties per tempo speso online, Netflix occupa l’ottavo posto, con 27 milioni di ore totali spese dagli utenti sulla sua piattaforma, mentre  i siti e le app di RAI raccolgono 21 milioni di ore, piazzandosi al decimo posto. Non a caso proprio la RAI, di fronte al crescente predominio nel mercato dello streaming di Netflix ha stretto di recente un’alleanza con altri cinque broadcaster nazionali pubblici in Europa per provare a contrastarne lo strapotere.

Al riguardo, arriva ora il report di Parrot Analytics, “Italy Television Report: SVOD Demand and OTT Trends”, che consente di approfondire il fenomeno. Il rapporto viene pubblicato trimestralmente in base al dataset di Parrot Analytics, che comprende 3.5 miliardi di punti di rilevamento in oltre 60 lingue in oltre 100 Paesi, ed è aggiornato a Marzo 2018.

Secondo il report, solo il 18% delle persone residenti in Italia non è disposto a pagare per abbonarsi a un servizio di streaming video in abbonamento. Negli altri tre mercati esaminati oltre il 40% non è disposto a pagare per un abbonamento SVOD. Oltre il 70% delle persone in Italia è disposto a sottoscrivere uno o due servizi SVOD, molto di più di quanto avvenga negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Brasile. In tutti i gruppi di età, i maschi italiani sono più disposti a pagare per i servizi SVOD. Complessivamente il 44% degli italiani è disposto a pagare per due o più servizi di video on demand.

Ma, al di là delle intenzioni di acquisto, che spesso sono di fatto poco indicative, cosa hanno guardato gli italiani in questo primo squarcio di 2018? Ecco che torna prepotentemente alla ribalta Netflix che piazza ben 4 titoli nella “top5” delle serie digitali più viste nel primo trimestre di quest’anno.

Non solo, infatti, ben 17 titoli di Netflix sono tra le 20 serie più viste, con “The Handmaid’s Tale” di TIMvision in decima posizione, “The Grand Tour” di Amazon Video in undicesima, e “Britannia” di Sky Go/Now TV in dodicesima, come “outsider”, secondo il Demand Expressions: lo standard metrico globale sviluppato da Parrot Analytics che indica la domanda totale del pubblico per un titolo di un prodotto televisivo su un mercato. La domanda del pubblico riflette il desiderio, l’attaccamento e la frequenza di visione del prodotto, classificati per importanza; per questo uno streaming/ un download rappresenta un’espressione più elevata della domanda rispetto ad un like o un commento. Insomma, il video on demand, a pagamento, in Italia è, quasi, solo affare di Netflix.

La domanda è se ci sia ancora lo spazio per un medium abitudinario come la televisione in questo nuovo mercato. Gli annunci di morte si susseguono: per la TV, come del resto per i giornali e per la radio, per il libro e per le forme tradizionali di istruzione. Forse, dovremmo invece parlare di una televisione che è sempre più parte dell’ambiente informativo e di intrattenimento d’insieme, con un rapporto tutt’altro che reciprocamente esclusivo nei confronti del web; e di una televisione che costituisce comunque, in quell’ambiente, una traccia, rassicurante e ordinante come diceva Dewey.

Una cosa è certa, ormai i produttori dei contenuti vanno direttamente dal pubblico per vendere. Le piattaforme [satellite, TV, radio, o siti web] sono indifferenti. Prezzi e offerte non comparabili, ma per tutti la posta in gioco è il portafoglio, e il tempo, delle persone. La “nuova” concorrenza mette sullo stesso piano distributori tradizionali, quali Hbo, Sirius, e Sky, con i nativi digitali [Spotify, Netflix] e chi sperimenta modelli “ibridi”, come NYTimes, Amazon e Moviepass. Il palinsesto è morto, ma la TV è viva?

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