Digital News Report 2017

The Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato l’edizione 2017 del Digital News Report. Il rapporto si basa sulle interviste attraverso un questionario online a 70mila persone in 36 nazioni [in Italia sono stati intervistati 2011 individui] e rispetto alle precedenti edizioni sono stati aggiunti 9 Paesi: Slovakia, Croatia, Romania, Taiwan, Hong Kong, Malaysia, Singapore, Argentina, Cile e Messico.

Oltre ai questionari online sono stati condotti dei focus group di approfondimento su tematiche specifiche quali, una per tutte, il pagamento delle notizie online. Non sono stati presi in considerazione coloro che hanno dichiarato di non aver fruito di informazione nell’ultimo mese. L’indagine è stata condotta tra Gennaio e Febbraio di quest’anno e riflette opinioni e comportamenti di coloro che utilizzano la Rete escludendo dunque per quanto riguarda l’Italia circa il 40% della popolazione [per approfondire i dettagli sulla metodologia].

Trend Globali Emergenti dal Rapporto

I mezzi di comunicazione di Internet e sociali possono avere esacerbato bassa fiducia e “notizie false”, ma troviamo che in molti Paesi le cause della sfiducia hanno molto a che fare con la polarizzazione politica radicata e percepita parzialità dei media mainstream. Ciò è particolarmente vero nei Paesi con alti livelli di polarizzazione politica come gli Stati Uniti, l’Italia e l’Ungheria.

Echo chamber e filter bubble sono senza dubbio veri per alcuni, ma troviamo anche che – in media – gli utenti di social media, aggregatori e motori di ricerca sperimentano di più la diversità rispetto ai non utilizzatori.

La crescita dei social media per le notizie è in appiattimento in alcuni mercati, mentre si tende ad usare di più le applicazioni di messaggistica che sono più private e tendono a non filtrare il contenuto algoritmicamente. L’uso di WhatsApp per le notizie sta cominciando a rivaleggiare con Facebook in una serie di mercati, in particolare in Asia e America Latina. La crescita di messaggistica si presenta come un ulteriore livello sulla parte superiore del social networking, piuttosto che come una sostituzione. La stragrande maggioranza [78%] di coloro che usano un’applicazione di messaggistica per le notizie dichiara di usare anche almeno un social network/media per le notizie.

Gli assistenti digitali ad attivazione vocale, come l’Amazon Echo stanno emergendo come una nuova piattaforma per le notizie e stanno già superando gli smartwatch negli Stati Uniti, Regno Unito, e Germania.

Nonostante l’aumento di aggregatori, social media e ricerca restano i gateway più importanti ai contenuti online, al fianco di traffico diretto verso i siti web e applicazioni. Guardando i modi preferiti  di arrivare a contenuti emerge che i siti web e applicazioni [accesso diretto] di destinazione rimangono leggermente in vantaggio rispetto a ricerca e social. Ma se si aggiunge insieme preferenze per tutte le altre modalità che non siano l’accesso diretto, due terzi degli utenti di Internet [65%] preferiscono usare una “porta laterale” di qualche tipo, salendo a tre quarti [73%] per coloro sotto i 35 anni.

Più della metà delle persone [54%] preferisce percorsi che utilizzano algoritmi per selezionare storie/notizie piuttosto che editori e giornalisti [44%]. Questa dinamica è ancora più evidente per chi usa principalmente gli smartphone [58%] e per gli utenti più giovani [64%].

Nel complesso, emerge che circa i due terzi si ricorda il percorso attraverso il quale ha trovato la notizia [Facebook, Google, etc.], ma meno della metà riusciva a ricordare il nome del newsbrand stesso quando proveniente da search [37%] e social [47%]. Gli intervistati sono stati più propensi a ricordare il marchio nel caso avessero un precedente connessione con esso o venisse utilizzato come fonte principale.

La maggior parte dei video che viene consumato è breve. Su ogni piattaforma, circa la metà degli utenti dichiara di non consumare alcun video di notizie online in una determinata settimana. Solo una minoranza di video è consumata su siti web di notizie e questo è particolarmente vero per i gruppi più giovani e nei Paesi in cui i social media sono una parte più grande del media mix. Come un formato, il video è già molto più distribuito rispetto al testo.

Nel loro insieme, un certo numero di questi fattori stanno rendendo il video più difficile da monetizzare. Il più grande player, Facebook, attualmente non offre alcuna monetizzazione significativa per qualsiasi video di meno di 90 secondi mentre su siti web di notizie le attuali implementazioni di annunci pre-roll sono ampiamente fastidiose per gli utenti, limitandone il consumo.

La stragrande maggioranza delle notizie che le persone consumano proviene ancora dai media mainstream, ma anche la maggior parte dei motivi di diffidenza si riferiscono a questi. In Italia solo il 39% delle persone ha fiducia nei media tradizionali.

Mentre gli abbonamenti sono in ripresa negli Stati Uniti, nei paesi dell’Europa centrale e meridionale come Grecia, Italia e Spagna la maggior parte dei contenuti online rimane libero, gratuito, in quanto non vi è una cultura di sottoscrizione su cui costruire.

Le principali ragioni addotte per il motivo per cui non-contribuenti rimangono riluttanti ad un esborso economico sono l’ampia disponibilità di contenuti gratuiti [54%], e il fatto che il proprio newsbrand preferito attualmente non richiede un contributo economico [29%].

Non vi è stato alcun aumento significativo di ad-blocking nel corso dell’ultimo anno [in Italia ci attestiamo attorno al 20% degli utenti]. Più della metà di coloro che hanno messo in “whitelist” un sito [58%], affermano di averlo fatto perché era l’unico modo per poter vedere il contenuto. Un quarto [26%] ha risposto ai messaggi che spiegano che i siti hanno bisogno di pubblicità per sopravvivere.

Focus Italia

Il rapporto, dopo le prime 50 pagine di scenario generale, sin qui sintetizzato, offre un focus su ciascuna nazione. Naturalmente abbiamo incentrato la nostra attenzione sul lavoro svolto da Alessio Cornia, Research Fellow at the Reuters Institute for the Study of Journalism, University of Oxford, per quanto riguarda l’Italia.

I telegiornali rimangono la principale fonte di informazione per gli italiani, anche se Internet sta crescendo in importanza a causa del ruolo di social media e smartphone per scoprire e consumare le notizie.

La lettura di giornali è sempre stata bassa in Italia e lo scenario della stampa è costituito da giornali di qualità commercialmente deboli rivolgendosi a un pubblico d’elite e politicamente definito. La debolezza della stampa italiana deriva fondamentalmente dalla sua dipendenza da fonti esterne di finanziamento, quali sovvenzioni pubbliche e sponsorizzazioni imprese private, che la hanno reso un abbastanza soggette sia influenza politica che economica. La diffusione dei giornali in Italia è diminuita da oltre 6 milioni di copie al giorno nel 2000 a poco più di 2.5 milioni nel 2016.

Il mercato di notizie online è ancora dominato dai legacy media. I siti web con la più ampia portata onlinesono quelli dei principali quotidiani, le principali emittenti televisive commerciali [in particolare TgCom24], e l’agenzia di stampa principale [ANSA]. L’offerta di notizie della RAI è leggermente aumentata nella sua portata on linea, ma resta ancora molto lontano dalla sua vasta portata via radio e televisione. L’operatore di servizio pubblico ha recentemente lanciato una piattaforma di video-on-demand, RaiPlay, che si concentra principalmente sul divertimento e ha già generato risultati di audience positivi.

I dati relativi agli attributi di marca [forse uno degli aspetti più interessanti del report] mostrano come i diversi tipi di newsbrand italiani soddisfano diverse esigenze del loro pubblico. Testate più politicizzate come Il Fatto Quotidiano.it e, parzialmente, Repubblica.it sono particolarmente apprezzati per le loro opinioni forti; ANSA, un raro esempio di agenzia di stampa che ha attirato notevole portata online, è particolarmente apprezzata per la precisione; infine, Fanpage è apprezzato soprattutto per il suo contenuto divertente.

Nonostante la recente adozione di soluzioni paywall da parte di alcune testate italiane [ad esempio con Il Corriere della Sera], il numero di persone che pagano per news online rimane relativamente bassa con il 5% che ha sottoscritto una qualche forma di abbonamento digitale, incluso i bundle con cartaceo, per arrivare al 12% se si includono gli acquisti anche del singolo articolo, quando possibile. La tendenza a pagare per le news è in calo e su 36 nazioni prese in esame ci collochiamo in 20esima posizione.

L’uso WhatsApp per le notizie è passato dal 20% al 24%. Facebook resta il social più utilizzato per le news, anche se spesso si incontrano “accidentalmente”, mentre si fa altro sul social più popoloso del pianeta, però è in calo di 3 punti percentuali rispetto alla rilevazione del 2016. Stabile YouTube con il 22% degli italiani che usano la Rete ad utilizzarlo per le news. Twitter viene utilizzato per le notizie solamente dal 10% delle persone e, attualmente, resta marginale Messenger, al 6%.

Infine, in decremento di 3 punti la fiducia nei confronti dei legacy media con poco più di un terzo degli italiani che usano la Rete che si fida di questi. Solo il 18% degli intervistati ritiene che i media siano liberi da influenze politiche e il 19% ritiene che siano liberi da influenze commerciali legate alla pubblicità. Insomma, un’immagine completamente da [ri]costruire.

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