Perché i giornali dovrebbero occuparsi di più della “Gen Z”

I giornali (i quotidiani, in particolare) hanno sempre avuto difficoltà a raccontare i giovani, presentati spesso come “problema” o come curiosità (l’immancabile pezzo, negli anni, sul nuovo “gergo” dei ragazzi, spesso al limite del macchiettistico e caricaturale, che periodicamente viene chiesto al più giovane dei redattori). Proprio la scorsa settimana leggendo alcuni dati del rapporto AgCom sulla professione giornalistica in Italia, emergeva chiaramente come da noi la categoria dei giornalisti stesse invecchiando: il peso degli iscritti all’Ordine dei Giornalisti nella fascia di età fino a 30 anni è calato dal 2010 al 2015 dal 17% all’8%, mentre nello stesso periodo la fascia di età da 51 a 60 anni è aumentata dal 15% al 25%.

Una generazione di giornalisti che invecchia senza ricambio generazionale non sembra proprio l’ideale per dare maggiore peso nel racconto giornalistico alle generazioni più giovani. Che poi è lo specchio di una generazione (quella dei lettori dei quotidiani) che appunto invecchia senza un ricambio generazionale. Non certo una buona prospettiva per il futuro, anche economico, dei giornali.

Fa piacere quindi leggere in un pezzo interessante pubblicato dall’Agi (l’occasione è stata l’incontro di alcuni direttori di testata al convegno ““Possiamo oggi fidarci dei giornalisti?”) che tra “I dieci punti per cambiare il giornalismo” ci sia proprio “dai spazio ai giovani” ispirato da un intervento di Enrico Mentana:
«Il nostro Paese è quello che meno ha saputo introdurre le nuove generazioni nelle redazioni dei giornali. La nostra, in particolare, è una generazione che indossa gli occhiali del ‘900 e con quelli osserva la realtà. Per questo abbiamo forti difficoltà a individuare il nuovo. Semplicemente perché non siamo il nuovo».

In questi ultimo periodo i giornali italiani hanno mostrato un qualche interesse nel cercare di raccontare le giovani generazioni: Repubblica ha avviato u progetto “Generazione Z” un blog all’interno della sito web della testata. E anche a livello locale partono dei nuovi progetti come questo di Bergamo News (sperando che tra i “requisiti richiesti” non ci sia quello di dover lavorare gratis).
C’è da dire che da noi, le testate giornalistiche, anche sul web hanno grandi difficoltà ad attirare i più giovani: come emerge chiaramente da questa chart e dalle analisi di Pier Luca. Anche sul web la fascia di età dai 35 anni in su ha un peso intorno al 65/70%.

Piccola nota: probabilmente se guardiamo ad esperienze come Vice Media, che possono vantare un alta percentuali di lettori tra le generazioni più giovani, c’è un elemento importante: non solo raccontare con un linguaggio nuovo le generazioni più giovani, ma saper raccontare il mondo (i conflitti internazionali, la politica, il mondo del lavoro) con un linguaggio che li rappresenti, nel quale possono riconoscersi (che è una cosa un po’ più complicata del mettere una telecamera davanti a un 16enne e dirgli: “raccontati”).

C’è anche una ragione economica ovviamente, tutti i maggiori report ci dicono che gli investimenti pubblicitari sulla stampa diminuiranno nei prossimi anni (a livello globale come in Italia) mentre aumenteranno quelli su internet e in particolare su mobile. Secondo uno studio di marzo 2017 di ZenithOptimedia prevede che la quota parte di investimenti pubblicitari globali sui diversi media passi per quanto riguarda il “mobile internet” dal 15,2% del 2016 al 27% del 2019 superando il “desktop internet” e diminuendo sempre più la forbice con la televisione (il cui peso sugli investimenti scenderà secondo queste previsioni dal 35,5% al 32,6%).

Ovvio che una generazione nata e cresciuta con lo smartphone possa rappresentare una fetta di potenziale pubblico da curare e coccolare se si vuole dimostrare agli investitori pubblicitari di essere competitivi anche sui nuovi device.

Proprio in questi giorni, guarda caso, Google ha pubblicato un report da titolo “Gen Z: A Look Inside Its Mobile-First Mindset” riferito alla realtà degli Usa ma sul quale è molto interessante estrapolare un paio di dati ( e il fatto che Google ponga sempre più interesse a questa generazione dovrebbe essere un indizio sulla sua importanza economica).

Il primo è che la Gen Z (dai 13 ai 17 anni) rappresenta circa un quarto della popolazione Usa e il suo potere di acquisto viene valutato 44 miliardi di dollari all’anno.

Il secondo è che potevamo immaginare lo smartphone è nettamente il media più utilizzato, ma sorprende che la televisione sia solo al terzo posto superata addirittura dal laptop computer. Ma in generale è da notare anche il buon uso di quasi tutti i molti mezzi a disposizione: su otto device sei sono compre si o sopra il 50%.

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