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Una sele­zione ragio­nata delle noti­zie di oggi su media, gior­na­li­smi e comu­ni­ca­zione da non per­dere.

  • La Dura Lezione delle Fashion Blogger – Ha avuto un eco mediatico abbastanza ampio la storia di qualche mese fa delle giornaliste di Vogue America che si sono scagliate contro le fashion blogger di cui abbiamo parlato [qui + qui] all’epoca. Torna sulla questione Beppe Severgini che riflette sul successo delle fashion blogger a cui fa da contraltare il declino di credibilità dei giornalisti. Il neo direttore di Sette, magazine del venerdì allegato al Corriere della Sera, scrive un mea culpa in cui, tra le altre cose, afferma che: «Abbiamo trascurato quello che avremmo dovuto proteggere; e per questo veniamo puniti […] Un giornalista, quando giudica un prodotto o un servizio, dovrebbe essere obiettivo. Se non lo è, il pubblico se ne accorge e si sente imbrogliato».  Una consapevolezza che potrebbe essere un buon punto dal quale ripartire.
  • Snapchat Boom [& Sboom] – Come certamente saprete Snapchat ha chiuso la prima giornata di quotazione al New York Stock Exchange a 24.48 $; il +44% rispetto al valore al quale è stata lanciata l’offerta pubblica di acquisto. Quello che invece probabilmente non sapete è che secondo gli analisti mettono come target price del titolo 10 dollari, ovvero il 58% in meno della quotazione iniziale. Una valutazione che non sorprende visto che a quanto pare “the camera company” sarebbe nel  “money burning business” e che la compagnia stessa nel documento predisposto per l’OPA ha candidamente ammesso che «We have incurred operating losses in the past, expect to incur operating losses in the future, and may never achieve or maintain profitability». Al tempo stesso, dopo il rallentamento nella crescita di nuovi utenti causato da Instagram Stories, ora si inizia addirittura a parlare di “influencer” che abbandonano la piattaforma. Com’è che si diceva? Ah, si, #Ciaone
  • Banner Bannati – Pressoché contestualmente alla pubblicazione in questi spazi  dei risultati di un’indagine internazionale su 3500 marketers dalla quale emerge che oltre la metà dei rispondenti pensa di ridurre gli investimenti in display advertising, in banner, sono stati pubblicati i dati FCP-Assointernet per Gennaio 2017. Anche se si tratta di un mese poco significativo in termini di rilevanza, poichè assieme ad Agosto è il periodo con il minor fatturato, la display web registra un ulteriore calo del -6.3%. Come giustamente suggeriva verso la fine del 2016 Wolfgang Blau le implicazioni sono evidenti: «Publishers, define your up-market power-niche. Think beyond advertising. Think harder». Nient’altro da aggiungere sulla questione, per oggi.
  • Riunioni Aziendali – Sulla inutilità della maggior parte delle riunioni aziendali è già stato detto di tutto e di di più e non a caso Google, in o.46 secondi, in meno di un secondo, restituisce 679mila risultati sulla questione. Nella mia personale esperienza, al di là di ogni altra possibile considerazione, le riunioni sono spesso un esercizio mal condotto di contrattazione delle esigenze dei diversi comparti aziendali, e dei partecipanti che le rappresentano, evidenziando come probabilmente, diciamo, la formazione sulla negoziazione dovrebbe essere estesa anche ad altri reparti aziendali oltre che come avviene normalmente a coloro che si occupano di vendite. Sul tema vale comunque il tempo di lettura l’articolo di Massimiliano Nucci, HR Manager di lungo corso, che elenca sessanta cattive abitudini capitate a chiunque durante una riunione. Non posso che accodarmi all’invito dell’autore a integrare e provare a completare la lista, oltre che naturalmente esortare a risolvere una volta per tutte l’annosa questione. Si può fare, garantisco.
  • Requiem per il Giornale – Ho scritto circa tre anni fa che i giornali sono morti, come si proclama ormai da almeno un lustro, ma la questione non è se siano morti quelli di carta e quante speranze, quante possibilità abbiano quelli digitali/online, è l’idea di giornale come pacchetto monolitico ad essere defunta e con essa i modelli di business che l’hanno caratterizzato negli ultimi 100 anni. Arriva ora la notizia dello sbarco anche in Italia di “Upday for Samsung”. Upday è il servizio europeo di notizie in esclusiva per gli smartphone Samsung, sviluppato e gestito dal gruppo editoriale tedesco Axel Springer. È perfettamente integrato nella user experience di Samsung, grazie allo scorrimento a destra dalla schermata home dei dispositivi. Upday fornisce le notizie all’utente in due sezioni: Top News, curata dal team editoriale, e My News, un feed personalizzato di notizie e storie che attinge globalmente da oltre 2.000 testate. Lanciato nel marzo 2016 in Germania, Francia, Polonia e Regno Unito, Upday è uno dei maggiori servizi europei di notizie, consultato attualmente da oltre 8 milioni di utenti unici al mese. Il mix tra automatizzazione e content curation giornalistica, congiuntamente alla ottima user experience, è sicuramente alla base del successo dell’iniziativa che sono certo non tarderà ad affermarsi anche nel nostro Paese. Il colpo definitivo al giornale così come l’abbiamo conosciuto sin qui.
  • Spotify – Spotify consolida la sua leadership nella musica digitale. Dopo che a settembre erano stati raggiunti i 40 milioni di iscritti a pagamento, è stato annunciato ieri il raggiungimento di 50 milioni di iscritti a pagamento. Nel mercato Apple Music a fine 2016 aveva raggiunto 20 milioni di iscritti a pagamento [pari ad una market share del 20.9%] e in base ai dati disponibili gli altri player hanno quote di mercato di gran lunga inferiori. Un successo che però non è accompagnato da altrettanti ricavi tanto da indurre l’azienda a sospenderne la quotazione in borsa sino al 2018. L’ennesima evidenza che popolarità e profitti non sempre vanno a braccetto.
  • L’Elenco Telefonico dell’Editoria Italiana – L’editoria italiana è una lista di cognomi, una specie di elenco telefonico: Baldini & Castoldi, Bollati & Boringhieri, Bompiani, Cairo, Carocci, Castelvecchi, De Agostini, Donzelli, Garzanti, Giunti, Guanda [che in verità si chiamava Guandalini], Einaudi, Fabbri, Fanucci, Feltrinelli, Hoepli, Laterza, Longanesi, Mondadori, Passigli, Salani, Sellerio, Sonzogno, Rizzoli, Vallecchi, Vallardi, Zingarelli e Zanichelli. Dare il proprio cognome alla propria casa editrice è una scelta di praticità e vanità, che dura nel tempo perché quasi sempre i cognomi rimangono anche quando le case editrici passano di proprietà, come è successo a Mondadori e Rizzoli. E poi, in controtendenza, c’è GeMS. Il Post spiega molto bene le cose da sapere sul secondo editore italiano. Se non avete tempo oggi salvatevi il link per il weekend ma leggete l’articolo. Ne vale assolutamente la pena, credetemi.

L’immagine è stata cambiata un’ora dopo la pubblicazione di questo articolo poiché la precedente è risultata essere un “fake”, ben fatto, ma falso. Mi scuso per l’errore.

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