Come il FT cerca contributi di qualità da parte dei propri lettori

Quando qualche settimana fa abbiamo parlato di quanto sia importante che i giornali puntino ancora sui commenti agli articoli e abbiamo indicato come uno dei punti di forza il fatto che i commenti dei lettori devono essere considerati dai giornali dei contenuti a tutti gli effetti da curare e valorizzare (non da nasconderee lasciati a loro stessi, come polvere sotto il tappeto, nella parte inferiore dei pezzi pubblicati online).

Ma come fare per mettere nelle condizioni migliori i lettori di un giornali affinché possano commentare e farlo con contributi di qualità? Un bell’esempio viene dal Financial Times con il suo “Future of Britain Project” lanciato a fine ottobre e nel quale – a mesi di distanza dal referendum sul Brexit – il FT ha invitato i propri lettori a condividere le loro opinioni su diversi aspetti da affrontare sul futuro del Paese dopo un voto così importante. [Dei dettagli del progetto ne ha parlato la community manager del FT Lilah Raptopoulos al sempre utile sito journalism.co.uk in questo articolo]. Il progetto è molto interessante e ha valore analizzarne qui qualche un paio di aspetti importanti.

Prima cosa essere sempre chiari ed efficaci, analizziamo la lettera aperta con la quale il direttore Lionel Barber lancia il progetto: 2.500 battute nella quali si presenta il progetto e le ragioni per le quali il giornale decide di tornare sull’argomento Brexit. Si presentano le quattro questioni che verranno affrontate – una per settimana (nel dettaglio: what is the best relationship between Britain and the EU?, what is the best model for the UK economy post Brexit?, what is a good model for immigration in the UK?, and what is the future of the European Union?) – si precisa che su ogni ognuna di queste domande saranno pubblicati due articoli, uno da parte di un editorialista del FT l’altro da parte di un esperto che assieme presenteranno due visioni alternative sull’argomento. Infine si danno le indicazioni su quanto i pezzi dovranno essere lunghi (dalle 500 alle 600 parole più o meno 2.500/3.000 battute).

Il FT quindi (uno) lancia un dibattito con i propri lettori su un macrotema come il Brexit (che ha catalizzato l’opinione pubblica e ha fatto crescere i lettori dei giornali britannici ma che ha bisogno oggi di una “seconda fase” di approfondimento) (due) divide il macrotema in quattro questioni, per ognuna presenta come riferimento due opinioni opposte, (tre) circoscrive il progetto nel tempo, lo “cadenza” in periodi di tempo precisi.

Il FT fa una cosa che non sempre, quando si chiede l’opinione dei lettori, viene fatto dai giornali: si dice cosa si vuole, come lo si vuole e quanto tempo durerà il tutto dando così al lettore stesso tutte le coordinate necessarie perché il suo contributo sia di qualità e circostanziato. Può sembrare tutto ovvio e scontato (non dovrebbe essere questo l’abc di qualsiasi progetto di community management?) ma poi pensiamo a quante volte chiedendo l’opinione dei lettori (quando si decide di farlo) su argomenti importanti ci si limita a pubblicare una paginetta, tre righe di spiegazione e un “cosa ne pensate?” o un “mandaci il tuo contributo!”.  E poi sotto un form o, peggio ancora, soltanto un indirizzo email dove mandare i contributi.

A domande generiche risposte generiche, a domande precise (circostanziate da opinioni che indichino i termini della questione) risposte precise. E soprattutto la ricerca di rapporti veri con il lettore non coinvolgendolo solo perché lo si deve fare o lasciando tutto il dibattito ai social perché “tanto sono tutti lì” (e invece quanto sarebb eimportante per i giornali tenerseli in casa propria!).

Alla fine del progetto una selezioni di opinioni sono state selezionate e presentate in questa pagina ogni contributo può essere votato, e alla fine i migliori saranno pubblicati sul giornale e gli autori saranno invitati a un evento organizzato dal FT a gennaio.

«We believe in moderated comment sections and I think they are one of the most direct connections we have with our readers» sostiene Lilah Raptopoulos nell’intervista a Journalism.co.uk aggiungendo «This is where they can discuss the story in a centralised place, where we can hear honest feedback, and where readers can develop a relationship with each other around our journalism».

Il punto è se quello che si cerca sono relazioni e feedback di qualità o solo numeri da presentare agli investitori pubblicitari, e se si crede davvero che la platea di lettori di un giornale possa contribuire veramente a migliorare la sua qualità. Se lo si pensa davvero allora è bene chiedersi sempre: ho messo nelle condizioni migliori il lettore perché possa mandarmi i suoi contributi? Lo informato bene su cosa voglio? Ho costruito un percorso affiché la discussione possa crescere e l’interazione sia davvero proficua per tutti?

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