Public Editor: Intervista ad Anna Masera

La Stampa continua il proprio percorso e si dimostra ancora una volta la testata italiana con la maggior propensione all’innovazione. Dall’inizio di questa settimana Anna Masera è Public Editor del quotidiano piemontese, ruolo nuovo nel panorama del giornalismo italiano che il quotidiano, finalmente, introduce anche nel nostro Paese.

Per questo abbiamo voluto intervistare Anna Masera così da approfondire il senso del ruolo e le motivazioni dietro la scelta.

1) La Stampa, primo giornale in Italia, ha istituito la figura di Public Editor. Quali le motivazioni dietro a questa scelta?

Da anni ormai ho maturato la consapevolezza della necessità di maggiore trasparenza e della ricerca della fiducia del pubblico da parte dei giornali, che sono in crisi non solo “per colpa” di Internet.

Al ritorno dall’esperienza di responsabile Comunicazione per due anni alla Camera, dove ho cercato di lavorare all’insegna dell’apertura al pubblico (#OpenCamera!), ho proposto il ruolo di Public Editor a Mario Calabresi prima e Maurizio Molinari/Massimo Russo poi (c’è stato il cambio di direzione proprio al mio ritorno a La Stampa) e ne sono stati entusiasti. Eravamo assolutamente allineati su questa necessità. Non è solo un’operazione trasparenza: è il riconoscimento della necessità di “ascoltare” il pubblico, i lettori-utenti, con spirito di servizio, per tornare alle basi che hanno reso necessario il ruolo dei giornali nella società. Se riusciamo nell’impresa e siamo credibili recuperiamo la comunità che può garantirci un futuro, altrimenti siamo finiti.

2) Essendo un ruolo professionale poco noto nel nostro Paese, ci spieghi cosa fa esattamente il Public Editor di un quotidiano?

Lo scoprirò solo vivendo 🙂

Ne ho parlato a lungo con Margaret Sullivan che lo fa al New York Times in autonomia dalla redazione, lei riporta direttamente all’editore io no… Ma lo spirito è lo stesso. Si ricevono e ascoltano le lamentele, si indagano le segnalazioni di correzioni da fare e si chiede ai giornalisti nel caso di farle… Soprattutto si ripassa bene la deontologia giornalistica: un ripasso che si fa insieme: il Public Editor è solo il facilitatore di un processo che dovrebbe essere sempre in corso e non dovrebbe interrompersi mai, pena la perdita di fiducia del pubblico.

3) In Spagna El Pais ha il “Defensor del Lector”, figura vicina all’idea che il public editor sia una sorta di garante per il lettore del giornale. Nell’articolo di martedì 12 tu però fai cenno anche alla responsabilità del reader engagement. Sono due ruoli compatibili tra loro?

Vedremo. È una richiesta aggiuntiva che mi ha fatto il direttore, comprensibile vista la mia esperienza precedente di Social Media Editor… Io per come sono fatta amo “ingaggiarmi” con i lettori!

4) La Stampa pare essere l’unico quotidiano italiano a portare avanti un reale processo di innovazione anche attraverso l’istituzione di ruoli nuovi per il panorama italiano quali quello di social media editor, trend e mobile editor ed ora, appunto di public editor. Quanto sono importanti organizzazione del lavoro e “nuove” competenze per innovare davvero?

Un conto sono le etichette, un altro le vere competenze innovative… La Stampa sa che cosa deve fare, e questo è già metà del lavoro. Ma acquisire le competenze deve essere un processo veloce, non c’è tempo per imparare a spese del giornale, si rischia di arrivare tardi, il pubblico mica aspetta… E poi adesso il nostro ex direttore è andato alla concorrenza, quindi i primati de La Stampa dureranno poco! Speriamo di fare sistema per uno scatto di orgoglio che ci faccia brillare agli occhi di tutti 🙂

5) Chiudi gli occhi ed esprimi un desiderio. Da qui ad un anno il public editor de la Stampa sarà riuscita a realizzare….?

No no da sola non realizzo nulla: facciamolo insieme! Vi chiedo di aiutarmi, se abbiamo a cuore le stesse cose.

Ringraziamo Anna Masera per la disponibilità e non possiamo che augurarle buon lavoro, di cuore.

Anna_Masera

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3 thoughts on “Public Editor: Intervista ad Anna Masera

  1. congrats, anna, e thanks pier luigi per l’intervista che chiarisce meglio il senso di questo “nuovo ruolo” , ma non troppo, imho 🙂 ovvero (e non sono provocazioni ma pure domande/riflessioni aperte per avviare la discussione a cielo aperto, appunto, oltre gli addetti ai lavori, e in base anche all’amicizia di lunga data con Anna) visto il quadro italico tradizionalmente poco propenso alla conversazione in se’, online come offline, se non per cose veloci, battutine, chiacchiere da bar (o peggio), ha senso puntare su un ruolo simile, appunto, all’interno di un quotidiano comunque di un certo spessore? conviene investire $$$ ed energie per cercare di copiare il NYT e altre testate Usa in tal senso? come creare una cultura partecipativa, propositiva e globale (al di la’ della tanta fuffa da social media) nell’ambito digital-cultural italiano? non e’ un po’ poco dire “lo scopriro’ solo vivendo” e “facciamolo insieme”, nel senso che va benissimo sperimentare il futuro, pero’ mi sembra che invece il ruolo “imponga” un piano quantomeno abbozzato di quello che si vuole sperimentare, d quello che si pensa sia il senso di un’innovazione (forse) utile ma anche (potenzialmente) da “vuoto a perdere” in mancanza, ripeto, di quel background cultural-propositivo che ancora oggi nel 2016 tiene il panorama dell’informazione italiana assai ristretto a livello di scambio/partecipazione di base e invece “innovativo”, appunto, se visto dal top-down — insomma, questo gap esistera’ ancor aper parecchio e non so quanto una “figura” simile possa contribuire davvero a colmarlo….anyway, good luck! 🙂

  2. sorry, dimenticavo: rispetto all’autonomia (o meno) di un simile ruolo, questo e’ un punto forte dell’esperienza del NYT e massima autonomia dovrebbe esistere sempre e comunque per un simile ruolo, e altri analoghi, incluso il social media editor, un po’ come dicevamo a margine delle ottime riflessioni di Carola (Frediani) proprio su quest’ultimo ruolo (ricoperto a La Stampa nell’ultimo anno, dopo Anna: https://medium.com/italia/5-lezioni-sul-giornalismo-che-ho-imparato-dai-social-media-8d94053e8309#.uc96jshlo); ovvero la realta’ che il mainstream news italico e’ lucchettato (ben piu’ che altrove) su scelte editoriali (e/o della proprieta’ e/o politiche e/o monopolistiche), ben precise, dalle breaking news alla gestione social, con poco o nessuno spazio di manovra per sperimentazioni che siano davvero tali e, soprattutto, di genuino taglio bottom-up; per esempio, si pensa di pubblicare articoli o post o altro proposto e firmato dai “lettori”? si faranno inchieste investigative insieme a qualche “lettore” sul campo? oppure ci si limitera’ a organizzarne meglio la rubrica “lettere al direttore” e simili? quanto peseranno insomma la linea editoriale precisa e le strettoie redazionali su autonomia, sperimentazione e innovazione puntando comunque dare spazio/voce agli ex-lettori?

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