Formazione continua per i giornalisti

Non amo la futurologia, non lo nego: il progresso mi pare una cosa prevedibile solo in parte e attraverso la scienza (e non sono uno scienziato). Faccio il giornalista, mi piace di più cercare di capire qual è il contesto nel quale vivo e in questo post cerco di farlo almeno un po’. Per il giornalismo questo contesto secondo me parla ormai da anni di “formazione continua” come una vera e propria forma mentis e non come necessità di fare ogni tanto un corso di formazione. Probabilmente la ragione del nostro senso di paura nei confronti del futuro (certo, chi la paura ce l’ha) è legata al fatto che ci siamo distratti un attimo.

Dico “Formazione continua” perché mi rendo conto, un po’ in ritardo anch’io ovviamente, che per i giornalisti da anni studiare costantemente è un fattore professionale ineludibile (o “lavorare studiando”), è un po’ come se tutti noi fossimo diventati aspiranti ricercatori, e ogni giorno dovessimo cercare di imparare qualcosa di nuovo, di lasciarci contaminare da altre esperienze in altri contesti. Siamo pur sempre il Paese dove ti dicono “laureati, prenditi un pezzo di carta”, perché tanto fino a qualche anno fa un concorsino per sistemarsi si trovava. Non è facile.

Poi un giorno mi trovo a Ferrara e sento parlare Pietro Greco, giornalista scientifico navigato che non conoscevo e però ha un’ottima accountability, e che dice più o meno così: “Siamo nella società della conoscenza, è ovvio che le competenze scientifiche acquisiscano sempre più peso”. Non mi ero mai soffermato prima sulla definizione di “società della conoscenza” e così cerco su google. Trovo addirittura una tesi dei laurea, scopro che è tra i temi caldi dell’Unione europea, che ci sono programmi finanziati per raggiungere lo scopo. Anche qui, si vede che mi son distratto un attimo.

Sugli Open Data poi il cielo è sempre più blu (liberamente ispirato alla canzone di Rino Gaetano): me ne occupo ormai tutti i giorni (per lavoro e per attivismo) da oltre due anni e pensavo alle diverse tipologie di persone che hanno a che fare con i dati (e che stanno crescendo e aggregandosi molto velocemente in questi anni, anche grazie alla community Spaghetti Open Data). Lo scenario ancora non mi pare delineato, anche perché nel mondo degli Open Data i grandi assenti sono tanti (i grandi gruppi editoriali, innanzitutto). Le tipologie di soggetti che ci sono e che mi vengono in mente (in rigoroso ordine sparso) sono le seguenti:

  • Chi pubblica i dati
  • Chi paga perché i dati non vengano pubblicati
  • Chi interpreta i dati
  • Chi fa giornalismo con i dati
  • Chi promuove la cultura dei dati
  • Chi non ha interesse alla diffusione della cultura dei dati
  • Chi finanzia l’uso dei dati
  • Chi è curioso sui dati
  • Chi si occupa degli aspetti più tecnologici
  • Chi degli aspetti giuridici

In provvisoria conclusione penso tra me e me: tra i giornalisti c’è chi è ottimista e parla di “Alba di un nuovo giornalismo“, e chi lo è meno e chiede di “Smontare gli archetipi culturali” del vecchio giornalismo. Io faccio fatica a “scegliere”, anche perché credo che poi si tratti di modi differenti per raccontare ciò che sta accadendo. E’ tutto molto veloce, l’unico arma con la quale possiamo combattere è la condivisione della conoscenza. E in fondo quindi non siamo molto lontani da quanto si diceva tre secoli fa (e non so davvero se sia un bene, o un male il fatto che “ancora” ci troviamo in questo punto della riflessione).

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