Dove Tira il Vento

Luca De Biase, sprona a parlare in maniera seria del nucleare. E’ un invito che nei termini in cui viene espresso raccolgo con piacere.

Non ho competenze di risk assesment o, tantomeno, di ingegneria nucleare. Ciò premesso, ho raccolto, appunto, alcuni fatti, delle evidenze sul tema, per uscire, dalle opinioni e cercare di razionalizzare al meglio il problema, il rischio, generale e con specifico riferimento all’Italia.

Con specifico riferimento alla situazione a Fukushima, gli ultimi aggiornamenti descrivono una situazione estremamente allarmante. Sia l’Institute for Scienze and International Security che l’Autoritè de Suretè Nuclèaire francese parlano di un livello di pericolo giunto al livello 6, in una scala da 0 a 7. Il livello di radiazioni registrato ha raggiunto i 400 mSv, quando, per confronto, quello rilevato sulle persone evacuate da Chernobyl è stato di 350.

Nel mondo esistono 442 impianti nucleari attivi ed altri 65 sono in via di sviluppo con fasi diverse.

Il paese con il maggior numero d’impianti sono gli Stati Uniti dove ne sono presenti ben 104. Per quanto riguarda l’Europa la nazione con maggior concentrazione di centrali nucleari, sia per valore assoluto che in rapporto alla popolazione, è la Francia, dove ne sono situate ben 58 [Fonte e approfondimenti]

I 442 impianti nucleari attivi sul pianeta forniscono il 14% dell’energia elettrica al mondo. Una parte non trascurabile di questi è allocata in territori caratterizzati da elevato rischio sismico.

La mappa prodotta dal Washington Post sottoriportata ricorda a coloro che se lo fossero dimenticato che l’Italia è una nazione il cui territorio è in larghissima parte ad alto rischio di terremoti.

Una nazione che presenta questo livello di rischio e che, ahimè, non è in grado di gestire i propri rifiuti domestici e nella quale la gestione degli stessi è inquinata [non è solo un gioco di parole] dalla criminalità organizzata non è, a prescindere, luogo per parlare di energia nucleare.

Livello di rischio sismico e collocazione centrali nucleari

Esiste, come spesso avviene quando si parla di energia, un serio problema di informazione. I troppi interessi economici in gioco condizionano politiche di sviluppo degne di questo nome e occultano spesso la verità. Solo ieri l’International Atomic Energy Agency ha riconosciuto i danni avvenuti all’interno dell’impianto di Fukushima, al tempo stesso la TEPCO non aggiorna più il proprio sito su quanto avviene riportando solamente la timetable dei blackout programmati.

Se non esiste correttezza d’informazione è impensabile ritenere che possa esserci, altrettanto, correttezza nel dibattito. Credo sia ineluttabile conseguenza.

Il dizionario etimologico [per ritornare ai temi che normalmente vengono trattati in questo spazio] spiega che informare, oltre che dar notizia, per traslato, significa ragguagliare, istruire, insegnare. Per quanto a me noto, restando alle basi più elementari, solo “El Pais” fornisce un glossario, un vocabolario che spieghi al pubblico la terminologia legata a questo tema. Costituisce le basi minime del dialogo il possedere lo stesso linguaggio, mi pare sia scritto alla prima pagina del bignami della comunicazione.

Nell’era dell’iperinformazione lo tsunami giapponese ha ricevuto la maggior copertura mediatica della storia. Il silenzio, le ammissioni solo parziali sulla situazione e sui rischi a Fukushima sorprendono e, naturalmente, insospettiscono.

A Tokio si seguono con apprensione, anche, le previsioni metereologiche per capire da che parte tira il vento [e con esso le radiazioni], basta un’occhiata alla prima pagina del Shanghai Morning Post di oggi per chiarirsi le idee.

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