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L’avvento dell’era digitale ha provocato un esplosione della comunicazione e dell’informazione. La crescita di internet, la televisione 24/h e la telefonia mobile fanno si che attualmente ciascuno di noi attualmente riceva un numero di informazioni 5 volte superiori rispetto  al 1986.

Lo studio statunitense pubblicato pochi giorni fa su Science Magazine, segnalato dal Telegraph, rende molto bene l’idea del fenomeno utilizzando la metafora proprio dei giornali. Allo stato attuale riceviamo una quantità giornaliera di informazioni pari a 174 quotidiani e ciascuno di noi mediamente produce, in termini di comunicazione ed informazione, l’equivalente di 6 giornali al giorno.

Sono dinamiche ottimamente sintetizzate dal grafico pubblicato dal Washington Post che ne documenta mezzi e dimensioni.

In queste condizioni la vera sfida è su come attrarre a sè, al proprio messaggio, alla propria comunicazione ed al proprio mezzo  l’attenzione dell’utenza, come suggerisce Steve Rubel quando parla di “attentionomics“, riferendosi esattamente alle attenzioni ed alle modalità da utilizzare nell’era del decadimento dell’attenzione.

In un mondo di informazioni infinite il bisogno di soggetti autorevoli che selezionino, rielaborino ed aggreghino contenuti è sempre più pressante. La capacità di farlo concretamente soddisfacendo quest’area di bisogno, ed al tempo stesso l’innato bisogno di socialità dell’uomo e della notizia, è la sfida che si pone per la creazione di valore aggiunto e del relativo riconoscimento/ritorno economico in ambito editoriale.

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