Il Potere della Confindustria

La settimana scorsa la Confindustria ha celebrato i 100 anni, un’occasione importante per rinnovare le richieste al presidente del Consiglio, come al solito presente e partecipe, rinsaldare il consenso degli associati sulla linea d’azione, convocare la grande imprenditoria privata e pubblica, i sindacati, i più importanti rappresentanti delle istituzioni e dei partiti politici. Non è la prima volta che la massima organizzazione imprenditoriale italiana fa esibizioni simili.

E’ rituale ormai che in tali circostanze il governo rassicuri sul suo sostegno o addirittura sull’identità di vedute, che una parte dei sindacalisti si affretti a simpatizzare, che i rappresentanti delle istituzioni tacciano o si distinguano con altre dichiarazioni in sede propria. Le assemblee della Confindustria sono occasioni fatte per ascoltare e la sintonia totale o parziale delle forze di governo è data per scontata, pena il dissenso rumoroso di una platea che conosce il suo peso.

L’influenza della Confindustria e dell’imprenditoria sul governo e i partiti moderati è documentata da Filippo Astone, giornalista del settimanale economico «Il Mondo», nel libro <<Il partito dei padroni>>. Come Confidustria e la casta economica comandano in Italia», Longanesi, Milano, 2010.

L’autore ricorda l’anomalia di un’organizzazione, capace di condizionare il potere politico, ramificata sul territorio con 18 organizzazioni regionali, 21 federazioni di settore, 3 di scopo, 97 strutture di categoria, 258 organizzazioni associate, oltre alla sede centrale di Roma, guidata da un presidente con pieni poteri e da boiardi silenziosi, che riceve contributi per 506 milioni di euro e arriva a un miliardo, sommando i ricavi delle società controllate, che sono il «Sole24Ore», la LUISS di Roma e una galassia di altre aziende, editrici di giornali come l’«Arena», «Il Giornale di Bergamo», «Il Giornale di Vicenza», società di certificazione della qualità, di software, della fotografia, dell’editoria libraria.

Confindustria ha circa 4 mila dipendenti diretti, rappresenta 142 mila imprese, che danno lavoro a poco meno di 5 milioni di persone. Dispone di una ricchezza e un potere, che non ha nessun partito o sindacato in Europa, talchè il suo presidente è una delle figure di massimo rilievo e a livello locale conta più il presidente della Confindustria provinciale che il sindaco.

Astone ritiene che la vocazione ad essere partito la Confindustria ce l’abbia nel DNA. Cita a sostegno la decisione costitutiva, dei fondatori, Louis Bonnefon Craponne e Gino Olivetti, il primo presidente e il primo segretario, che nel 1910, a Torino e poi radunando le federazioni di Piemonte, Liguria, Milano e Monza, vagheggiarono di dar vita a un vero e proprio «partito degli industriali». Ma, nel confronto allargato, trovarono più conveniente dare il contributo di mezzi finanziari, idee e uomini ai partiti conservatori e reazionari per favorirne l’ascesa al governo.

Hanno avuto così appoggio Mussolini, Fanfani, Andreotti, Craxi e Berlusconi.

Come scrisse Ernesto Rossi nel 1955, «invece di fondare un partito nuovo, trovavano un cavallo che si prestava bene a portarli dove desideravano».
La trasformazione di «Confindustria in partito» avviene soprattutto negli anni di Tangentopoli e dello sgretolamento dei partiti tradizionali. Nel biennio 1992-94, l’organizzazione imprenditoriale diventa un soggetto politico, che contratta direttamente con i sindacati e i governi tecnici di Amato, Ciampi e Dini.

Le privatizzazioni di ENI, ENEL, Finmeccanica e Telecom portano allo scioglimento dell’Intersind, la loro organizzazione imprenditoriale e all’ingresso in Confindustria, che in tal modo accresce il suo potere già forte. Si dà vita alla concertazione e la presidenza del tempo, di Luigi Abete, sostiene l’azione di «Mani pulite», dando l’ultima spallata alla prima Repubblica.

Nel 2000 è il turno del piccolo imprenditore campano Antonio D’Amato, che stringe un patto di ferro con Berlusconi per un programma liberista sul modello tatcheriano.

Il fallimento di questa visione e dell’esclusione del maggiore sindacato italiano, complemento indispensabile di una scelta autoritaria, sono fattori di una grave crisi economica, politica e sociale. Contribuiscono a portare alla ribalta della Confindustria il presidente più «innovatore», propenso al confronto con le rappresentanze del mondo del lavoro. Luca Cordero di Montezemolo chiude la parentesi D’Amato e comincia a «giocare di sponda tra centrodestra e centrosinistra, strizzando l’occhio al secondo».

E’ l’uomo che cumula il maggior numero di ruoli imprenditoriali, mai posseduti da altri fino ad allora, un protagonista, ampiamente legittimato a negoziare e a dare indicazioni a nome del capitalismo nostrano. La sua presidenza coincide con una breve legislatura di governo del centrosinistra, caduto per l’aspra opposizione del centrodestra, che non si fa scrupolo di usare nessun mezzo e per l’insoddisfazione delle componenti interne, più orientate a soddisfare le richieste immediate di riequilibrio sociale.

La successione di Emma Marcegaglia è data quasi per scontata. E’ donna, da sempre in Confindustria, quarantenne, dotata di un temperamento, che l’ha fatta soprannominare «Black&Decker». Viene scelta per «rimettere al lavoro l’organizzazione». E’ eletta con il 99,2% dei voti, mentre si svolge la campagna per le elezioni legislative, dopo le dimissioni del governo Prodi. Decide di camminare mano nella mano con Silvio Berlusconi, uscito vincitore dalle urne a capo di una coalizione, che ritorna al governo con una legge elettorale maggioritaria, «una porcata», secondo un esponente della nuova maggioranza.

La nuova presidente è eletta mentre scoppia la più grave crisi economica da sessant’anni, che il nuovo governo trascura, mentre rimanda le costose promesse fatte per avere consenso. Per lo stretto legame governativo, Marcegaglia è accusata d’immobilismo e di sudditanza alle esigenze del presidente del Consiglio.

Il libro di Astone si conclude con un capitolo, intitolato «La casta di lorsignori», che ricorda la meritocrazia made in Italy, le scatole cinesi di controllo delle aziende, i casi più clamorosi del familismo e dell’imprenditoria in un paese, incrocio di caste.

Sappiamo che all’assemblea della settimana scorsa il presidente del Consiglio, in difficoltà con il suo partito, non si è speso più di tanto a sostenere la sua alleata, anzi ha rivelato che la sera prima la presidente Marcegaglia era andata a trovarlo per fargli leggere il discorso preparato. Un gesto che potrebbe significare la fine di un’alleanza e portare a una maggiore attenzione della presidente alle istanze della piccola e media impresa.

Il libro di Astone è ricco di informazioni e di richiami ad avvenimenti e pareri autorevoli. L’abilità giornalistica dell’autore si rivela nel continuo collegamento delle une e degli altri con un percorso avvincente, che fa riflettere il lettore sulla realtà di un ambiente instabile, delle «mille confindustrie», che sopravvive tra guerre e intrighi.

Estratto da: Iriospark

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