the economist

Pubblicato il 10 giugno 2012 by Pier Luca Santoro

Ottimista

Il dia­logo a distanza con Giu­seppe Gra­nieri, che mi defi­ni­sce ami­che­vol­mente “otti­mi­sta”, ha il sapore di altri tempi, di quando i com­menti si face­vano sui blog e le rispo­ste, le inte­gra­zioni, avve­ni­vano pren­den­dosi il tempo per riflet­tere con un post il giorno dopo. E’, anche, per que­sto motivo che voglio ripren­dere allar­gan­dolo, for­nendo ulte­riori ele­menti, il dibattito.

Il pes­si­mi­smo, o meglio il rea­li­smo, di Giu­seppe è con­for­tato da un’articolo che descrive l’attuale stallo nella rac­colta pub­bli­ci­ta­ria online da parte dei quo­ti­diani e da un’analisi accu­rata ed appro­fon­dita sulle dif­fi­coltà eco­no­mi­che del «The Guardian».

Il crollo dei ricavi [50 milioni di £ di per­dite] del quo­ti­diano anglo­sas­sone era uno degli aspetti che avevo avuto modo di evi­den­ziare nella case study dedi­cata, recen­te­mente rea­liz­zata per l’ Euro­pean Jour­na­lism Observatory.

La stasi di rac­colta pub­bli­ci­ta­ria viene spie­gata su Poyn­ter come un feno­meno legato al calo dei prezzi per le aste al ribasso che ven­gono fatte nella ven­dita di spazi pub­bli­ci­tari, moti­va­zione veri­tiera ma non suf­fi­ciente. C’è sicu­ra­mente altret­tanto satu­ra­zione dell’offerta e CPM troppo bassi che evi­den­ziano la neces­sità di andare oltre gli stessi.

Se le moti­va­zioni del mio otti­mi­smo hanno tro­vato con­cre­tezza nell’esempio for­nito ieri, l’articolo, ed i dati con­te­nuti, del «The Eco­no­mist»: “Non-news is good news” sono ulte­riore sup­porto al ragio­na­mento sul tema.

L’articolo si con­cen­tra mag­gior­mente sui maga­zi­nes [set­ti­ma­nali & men­sili] ma for­ni­sce ele­menti di qua­li­fi­ca­zione anche per i quo­ti­diani, evi­den­ziando come le noti­zie di per se stesse siano dive­nute una com­mo­dity al pari di riso o olio, regi­strando come le pos­si­bi­lità di recu­pero dei ricavi siano legate essen­zial­mente o alla capa­cità di gene­rare grandi volumi di traf­fico che atti­rino gli inser­zio­ni­sti o, in alter­na­tiva, di pro­durre con­te­nuti spe­cia­li­stici di ele­vata qua­lità che le per­sone siano dispo­ste a pagare; per il resto non pare esserci spa­zio in prospettiva.

E’ una delle le pos­si­bile con­clu­sioni alle quali lo stu­dio delle 8 testate rea­liz­zato per l’Osservatorio Euro­peo di Gior­na­li­smo negli ultimi due mesi porta nel complesso.

Scri­vevo pro­prio sta­mane nel mio afo­ri­sma quo­ti­diano, citando Paul Elouard, “Il pas­sato è un uovo rotto, il futuro è un uovo da covare”.

Resto otti­mi­sta, almeno per lo sce­na­rio Euro­peo, anche per la ver­sione car­ta­cea dei quo­ti­diani che dovrà essere ride­fi­nita iden­ti­fi­can­done il ruolo in un’ottica mul­ti­piat­ta­forma di con­ver­genza tra le distinte ver­sioni. Digi­tal First Does NOT Mean Print Last, ecco dov’è l’uovo da covare.

Pubblicato il 27 dicembre 2011 by Pier Luca Santoro

L’Impatto di Internet sul Giornalismo & l’Industria dell’Informazione

Durante l’estate «The Eco­no­mist» ha rea­liz­zato uno spe­ciale dell’evoluzione degli ultimi anni sia sotto il pro­filo con­cet­tuale di svi­luppo di nuovi gior­na­li­smi, in ter­mini di mezzi e for­mat, che di ana­lisi delle dina­mi­che eco­no­mi­che offrendo al let­tore un pano­rama dav­vero esau­riente dello stato dell’arte.

Il video sot­to­stante rea­liz­zato dal set­ti­ma­nale bri­tan­nico, oltre ad essere un ottimo esem­pio di sto­ry­tel­ling, riprende le argo­men­ta­zioni di Jay Rosen, favo­re­vole alle evo­lu­zioni in corso, e di Nico­las Carr che invece evi­den­zia i lati nega­tivi sia in ter­mini di impatto eco­no­mico che, a suo dire, di qua­lità dell’informazione.

Sul tema da leg­gere con atten­zione l’articolo pub­bli­cato da Slate sulle evo­lu­zioni del gior­na­li­smo digi­tale, ancora una volta sia in rife­ri­mento alla pro­du­zione di con­te­nuti che economico.

Per­so­nal­mente, in sin­tesi, ritengo che i van­taggi appor­tati nel com­plesso all’ecosistema dell’informazione dalla Rete siano supe­riori agli svan­taggi, che pure esi­stono. Cer­ta­mente il bino­mio ven­dite + pub­bli­cità che ha soste­nuto sin ora l’industria dell’informazione non appare più essere un modello per­se­gui­bile e dovrà, in tempi e moda­lità distinte a seconda delle diverse nazioni e delle carat­te­ri­sti­che di cia­scuna testata [o di quelle che soprav­vi­ve­ranno, almeno], essere sosti­tuito da un approc­cio che fondi il modello di busi­ness su cri­teri tran­sme­dia­tici e multipiattaforma.

Pubblicato il 15 dicembre 2011 by Pier Luca Santoro

Audience: La Massa Intelligente

«The Eco­no­mist» è uno dei rari casi di suc­cesso nel pano­rama edi­to­riale attuale. Ricavi e pro­fitti in cre­scita costan­te­mente negli ultimi cin­que anni con  incre­menti a dop­pia cifra anche in ambito digi­tale sia per quanto riguarda le reve­nues pub­bli­ci­ta­rie che le sot­to­scri­zioni che hanno recen­te­mente rag­giunto quota 100mila abbo­nati. Un suc­cesso che non pre­scinde dall’edizione tra­di­zio­nale car­ta­cea che cre­sce nella prima meta del 2011 del 3% e rag­giunge quasi 1,5 milioni di copie vendute.

La pre­sen­ta­zione “Lean back media: the shock of the old”, pub­bli­cata pochi giorni fa dal set­ti­ma­nale bri­tan­nico è ricca di dati sulla let­tura digi­tale e, soprat­tutto, di spunti di rifles­sione sulle evo­lu­zioni in corso.

Oltre a con­fer­mare abi­tu­dini di let­tura dei pos­ses­sori di tablets, che erano già emerse da inda­gini pre­ce­denti,  si evi­den­zia altret­tanto quella che poi è la tema­tica che for­ni­sce il titolo dello sli­de­show: un ritorno alle ori­gini, alla let­tura in pol­trona nell’era — in pro­spet­tiva — post per­so­nal com­pu­ter. Ele­mento che la pre­sen­ta­zione cico­scrive al bino­mio carta stam­pata — digi­tale ma che in realtà amplia lo sce­na­rio in quella che già da tempo, tra gli altri «The New York Times» defi­ni­sce “the sofa war”, la guerra che è tra­sver­sale a tutti i media. Si tratta di fat­tori che anche il rap­porto “Adspend Fore­cast” di Zenith Opti­me­dia con­ferma ulte­rior­mente spin­gen­domi a par­lare di comu­ni­ca­zione “schermo centrica”.

La pre­sen­ta­zione [sli­des 27 — 35] stra­ti­fica l’audience seg­men­tan­dola in tre grandi com­parti: elite media, mass intel­li­gence e mass media. Si tratta, forse, dell’aspetto più inte­res­sante che sta a sot­tin­ten­dere l’esistenza di un gruppo di per­sone, la massa intel­li­gente, suf­fi­cien­te­mente ampio ed altret­tanto evo­luto che può rap­pre­sen­tare il nucleo cen­trale di rife­ri­mento per con­te­nuti di valore non mas­si­fi­cati. Defi­ni­zione inte­res­sante che stride con il per­du­rare della con­sue­tu­dine nell’utilizzo del ter­mine audience che, al pari di tar­get, andrebbe rivi­sto. Non si tratta solo di un pro­blema seman­tico, ovviamente.

Ven­gono descritte, con buona sin­tesi ed altret­tanta effi­ca­cia, l’impatto delle nuove abi­tu­dini di let­tura sullla pro­du­zione di con­te­nuti e sui modelli di busi­ness soste­ni­bli. Risulta evi­dente come il suc­cesso di «The Eco­no­mist» non sia un gioco a somma zero ma bensì di un caso nel quale il digi­tale si somma alla carta che, comun­que, con­ti­nua a rap­pre­sen­tare la stra­grande mag­gio­ranza delle copie ven­dute in un rap­porto di circa 15 a 1, come si evi­den­zia alla slide 59.

Inte­res­sante, in ter­mini di sin­tesi e spunto di rifles­sione, il nuovo mar­ke­ting mix, le nuove  “5P” del mar­ke­ting pro­po­ste nella dia­po­si­tiva 64.

Una case history dav­vero di grande valore per la capa­cità dimo­strata di rea­liz­zare la tanto auspi­cata con­ver­genza edi­to­riale e ren­derla soste­ni­bile eco­no­mi­ca­mente. Ele­menti che, senza nulla togliere, vanno con­te­stua­liz­zati rispetto alla dif­fu­sione mon­diuale del set­ti­ma­nale in que­stione ed alla qua­lità indi­scussa dei con­te­nuti. Fat­tori distin­tivi non tra­scu­ra­bili che non sono ovvia­mente alla por­tata di tutte le testate editoriali.

Pubblicato il 10 novembre 2011 by Pier Luca Santoro

Storie da Copertina

«The Eco­no­mist», attra­verso le sue coper­tine degli ultimi dieci anni, riper­corre la sto­ria del Pre­si­dente del Con­si­glio, dimis­sio­na­rio in pec­tore, da quella del luglio del 2001 “Why Sil­vio Ber­lu­sconi is unfit to lead Italy” sino al giu­gno 2011 con “The man who screwed an entire country”.

Tra i nume­rosi ricordi di 17 anni di pre­mier­ship, anche il sito d’informazione online «Slate.fr» ha ripub­bli­cato, aggior­nato, l’articolo di Mar­ghe­rita Nasi e Gré­goire Fleu­rot, apparso il 14 aprile scorso, “Les plus bel­les conn­ne­ries de Ber­lu­sconi”, una ras­se­gna delle stu­pi­dag­gini più cla­mo­rose dette dal Pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano, distinte per argo­menti, occa­sioni e quan­tità annua, con­nesse con le pro­nunce uffi­ciali, che il blog “gemello” del «Gior­na­laio»  ha ripreso e tra­dotto in ita­liano per faci­li­tare la lettura.

- Tipi di ber­lu­sco­ne­rie per argo­mento — 44 dichia­ra­zioni in 8 categorie -

Sono sto­rie da coper­tina che, sin­te­tiz­zando per imma­gini men­tali l’operato del [ex?] Pre­mier ita­liano, col­pi­scono la fan­ta­sia, l’immaginario col­let­tivo e, dun­que, fanno audience.

Le coper­tine dell’autorevole set­ti­ma­nale inglese ven­gono riprese da «Repub­blica» che non inse­ri­sce alcun col­le­ga­mento iper­te­stuale, alcun link, alla fonte, così come era avve­nuto non più tardi di ieri con il video rea­liz­zato dalla Sora Cesira “Ber­lu­shka bye bye” remake, come nel suo stile, di “Baboo­shka” di Kate Bush, per cele­brare le dimis­sioni annun­ciate, che addi­rit­tura viene per­so­na­liz­zato, per così dire, con il logo della testata, non è chiaro, let­te­ral­mente, a che titolo.

Ad ini­zio di otto­bre avevo [ri]pubblicato una guida per i gior­na­li­sti per la veri­fica delle imma­gini la cui attua­lità ahimè permane.

Fin­chè le testate ricer­che­ranno esclu­si­va­mente volumi di traf­fico ai loro siti web basan­dosi sull’economia dei bro­ken links anzi­chè su quella del col­le­ga­mento, del coin­vol­gi­mento e della rela­zione, il loro destino è segnato, altret­tanto, dall’essere bro­ken, ter­mine che in inglese, oltre a signi­fi­care rotto, viene uti­liz­zato per fallimento/fallimentare.

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Update: Pare che sia una carat­te­ri­stica, una cat­tiva abi­tu­dine, alla quale non sfug­gono nep­pure alcune delle nuove pro­po­ste edi­to­riali ita­liane, i cosi­detti “super­blog”, come dimo­strano a «Gior­na­let­ti­smo». Pare che lo sti­molo abbia fun­zio­nato come incen­tivo a dare il giu­sto credito.

Pubblicato il 3 agosto 2011 by Pier Luca Santoro

Misurare il Coinvolgimento dell’Audience

Social­Flow, società dedi­cata al moni­to­rag­gio della comu­ni­ca­zione digi­tale nei social media, ha effet­tuato uno stu­dio com­pa­ra­tivo dei fol­lo­wers, dell’audience, su Twit­ter di alcuni dei prin­ci­pali media internazionali.

Sono stati ana­liz­zati i com­por­ta­menti dei fol­lo­wers di  Al-Jazeera English, BBC News, CNN, The Eco­no­mist, Fox News e New York Times,  misu­rando il livello di coin­vol­gi­mento in base a numero di click per cia­scuna noti­zia pro­po­sta ed al numero di ret­weet. Lo stu­dio ha anche misu­rato il livello di sovrap­po­si­zione tra le diverse fonti d’informazione.

Secondo i risul­tati pub­bli­cati, si evi­den­zia la mag­gior sovrap­po­si­zione tra Eco­no­mist e NYT.

Le prin­ci­pali evi­denze rac­colte sono:

  • The Eco­no­mist ha il livello di mag­gior coin­vol­gi­mento sia in base a numero di click per cia­scuna noti­zia pro­po­sta che al numero di retweet.
  • Le diverse audience si dif­fe­ren­ziano per pre­di­spo­si­zione a con­su­mare e con­di­vi­dere informazioni.
  • Ad un mag­gior numero di fol­lo­wers non cor­ri­spon­dono neces­sa­ria­mente un mag­gior numero di inte­ra­zioni. Ele­mento emer­gente che sot­to­li­nea la dif­fe­renza tra coin­vol­gi­mento ed inte­ra­zione, aspetti che ven­gono invece spesso confusi.
  • Timing e dif­fe­ren­zia­zione degli argo­menti sono fon­da­men­tali nel coin­vol­gi­mento dell’audience di rife­ri­mento come sin­te­tizza la mappa sottoriportata.

Mappa [Tag Cloud] degli Argo­menti che hanno Por­tato Mag­gior traf­fico per Cia­scuna Fonte:

Al di là della spe­ci­fi­cità dei det­ta­gli emersi dallo stu­dio, sono due gli aspetti che è oppor­tuno evidenziare.

E’ impor­tante attri­buire a cia­scuna metrica il giu­sto valore e signi­fi­cato,  men­tre il numero di click per cia­scuna noti­zia pro­po­sta for­ni­sce un risul­tato imme­diato in ter­mini di traf­fico al sito web i ret­weet incre­men­tano fidu­cia e noto­rietà di marca.

Rispetto al pas­sato esi­stono oggi stru­menti che con buona appros­si­ma­zione con­sen­tono di moni­to­rare e misu­rare l’interazione ed il coin­vol­gi­mento con il pub­blico di rife­ri­mento in Rete, non cono­scerli è strano, non uti­liz­zarli colpevole.

Pubblicato il 8 luglio 2011 by Pier Luca Santoro

Bollettino dal Futuro dell’Informazione

The Eco­no­mist di que­sta set­ti­mana nella ver­sione car­ta­cea, e per buona parte del mese di luglio nell’edi­zione online, dedica ampio spa­zio al futuro dell’informazione.

Lo spe­ciale riper­corre le tappe dell’evoluzione degli ultimi anni sia sotto il pro­filo con­cet­tuale di svi­luppo di nuovi gior­na­li­smi, in ter­mini di mezzi e for­mat, che di ana­lisi delle dina­mi­che eco­no­mi­che offrendo al let­tore un pano­rama dav­vero esau­riente dello stato dell’arte.

L’infografica sot­to­ri­por­tata rap­pre­senta un’ottima sin­tesi per avere a colpo d’occhio un’idea dello sce­na­rio di rife­ri­mento o, in alter­na­tiva, un rapido rias­sunto per fret­to­losi e distratti che non voles­sero dedi­carsi alla let­tura di tutti gli articoli.

Pubblicato il 17 febbraio 2011 by Pier Luca Santoro

Gerontocrazia & Democrazia

The Eco­no­mist pub­blica un gra­fico di sin­tesi rela­ti­va­mente al diva­rio dì età tra chi governa e l’età media della popo­la­zione in 16 nazioni del mondo Ita­lia compresa.

Uti­liz­zando que­sta varia­bile come ele­mento di ana­lisi emerge che un gap mag­giore è carat­te­ri­stica pre­va­lente dei paesi con regimi auto­ri­tari men­tre le demo­cra­zie sem­brano pre­fe­rire lea­der più giovani.

Ecce­zione alla regola gene­rale è rap­pre­sen­tata pro­prio dal nostro paese.

Cia­scuno tragga la pro­pria conclusione.

A mar­gine si segnala l’infografica inte­rat­tiva, sem­pre a cura del set­ti­ma­nale bri­tan­nico, sui cari­chi pen­denti per il nostro pre­mier e la time­line rea­liz­zata dall’Huff Post sullo stesso tema di fondo.

Pubblicato il 26 gennaio 2011 by Pier Luca Santoro

Il Valore di una Intervista

El Pais, nell’ennesima sin­tesi su quali siano le pie­tose con­di­zioni in cui versa il nostro paese, pub­blica un box che quan­ti­fica il valore di un’intervista a Karima El Mah­roug [aka Ruby Ruba­cuori] secondo le tarif­fa­zioni che il fidanzato-pr mana­ger defi­ni­sce. Secondo quanto ripor­tato, esi­ste, e viene cor­ri­spo­sta, una spe­ci­fica quan­ti­fi­ca­zione del valore delle dichia­ra­zioni della gio­vane di ori­gini maroc­chine che chiede 10mila euro per una pre­senza tele­vi­siva e 5mila per una a mezzo stampa di solo testo; la pre­senza di imma­gini o video per l’edizione online della pub­bli­ca­zione la rende assi­mi­la­bile a quella tele­vi­siva ripor­tan­done la quo­ta­zione ai mede­simi 10mila di quella per il pic­colo schermo.

Con­tem­po­ra­nea­mente The Eco­no­mist ha pub­bli­cato una sin­tesi dello stato dell’informazione  nella Corea del Nord, citando il caso del Rim­jin­gang unica pub­bli­ca­zione indi­pen­dente che sfugge alla cen­sura del regime tota­li­ta­rio di quella nazione.

I repor­ters del Rim­jin­gang sono stati spe­ci­fi­ca­ta­mente adde­strati all’estero  sulle tec­ni­che di “under­co­ver repor­ting” per poter rea­liz­zare il loro lavoro senza essere sco­perti, pena la cer­tezza della con­danna a morte in tal caso.

Gli arti­coli, i repor­tage ven­gono con­trab­ban­dati all’interno di memory stick o tra­smessi gra­zie all’utilizzo di tele­fo­nini cinesi che rice­vono il segnale anche al di là della fron­tiera coreana; ulti­ma­mente ven­gono uti­liz­zati anche dei tele­foni satel­li­tari che sono a minor rischio di inter­cet­ta­zione. Il risul­tato è esem­pli­fi­cato nel video sot­to­ri­por­tato pub­bli­cato a fine 2010 dal Tele­graph.

La dif­fe­renza tra chi si fa una vita rila­sciando inter­vi­ste e chi la rischia per rac­co­glierle ne sta­bi­li­sce indi­scu­ti­bil­mente il valore segnando il con­fine tra gos­sip e informazione.

Pubblicato il 10 maggio 2010 by Pier Luca Santoro

Sputass

A mar­gine del recente arti­colo di Gio­vanni Boc­cia Artieri si è aperto su più fronti un con­fronto piut­to­sto accesso rispetto alla chia­rezza per l’utenza della dif­fe­renza tra Spot Us e SpotUs.it. Etica, one­stà intel­let­tuale sono state le parole usate per richie­ste di una mag­gior chia­rezza effet­tuate da alcuni addetti ai lavori ai refe­renti di Spotus.it. La mia posi­zione al riguardo è stata espressa all’interno del dibat­tito.

Quasi con­tem­po­ra­nea­mente si dava risalto ad una ini­zia­tiva del set­ti­ma­nale diretto da Gio­vanni De Mauro che è asso­lu­ta­mente iden­tica a quella che “The Eco­no­mist” ha rea­liz­zato da tempo.

Sono due esempi, tra i più recenti, della dipen­denza da modelli e idee del mondo anglo­sas­sone tra­sver­sale al mondo dei media e della comu­ni­ca­zione nostrani. Segnali di una povertà di azione, di scarsa [pro]positività, che, su que­ste basi, rende dav­vero dif­fi­cile guar­dare l’orizzonte.

Pubblicato il 19 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Paywalls

Ieri ampio spa­zio è stato dedi­cato alle indi­scre­zioni secondo le quali il New York Times sarebbe in pro­cinto di far pagare i con­te­nuti della pro­pria edi­zione on line. Ne hanno par­lato, tra gli altri, Mas­simo Man­tel­lini, Vit­to­rio Paste­ris, Ste­fano Bonilli e Mas­simo Russo che ha effet­tuato l’analisi di mag­gior pro­fon­dità sull’argomento entrando nei det­ta­gli di pro­ba­bili prezzi e con­te­nuti erogati.

Come rileva The NYT­Pic­ker [la ver­sione sta­tu­ni­tense di Pazzo per Repub­blica dedi­cata al NYT], la noti­zia è tutto fuor­ché uno scoop poi­ché è da que­sta pri­ma­vera che cir­co­lano indi­scre­zioni sul tema rispetto al quale spa­zio è stato dato anche all’interno del Gior­na­laio tempo fa.

Già The Eco­no­mist, in una recente ana­lisi rela­tiva alle pro­spet­tive del mer­cato edi­to­riale, ha defi­nito il 2010 come “The year of the pay­wall” ana­liz­zando le moti­va­zioni degli edi­tori a far pagare i con­te­nuti on line.

Allo stesso tempo ven­gono divul­gati i risul­tati della ricerca svolta da Har­ris Inte­rac­tive per conto di AdWeek che, ancora una volta, come sin­te­tizza la tavola sot­to­stante, mostra come la stra­grande mag­gio­ranza dei let­tori non abbia inten­zione di pagare per i con­te­nuti on line.

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Sep­pure Media­shift abbia pub­bli­cato un inte­res­sante reso­conto su come il Wall Street Jour­nal uti­lizzi i social media al di là dei pay­wall per l’accesso al pro­prio sito, per­so­nal­mente ritengo che, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione sul tema, le bar­riere siano con­ce­pite nell’ipotesi di non avere una cre­scita di audience; è anche que­sta una indi­ca­zione non tra­scu­ra­bile sul futuro dell’informazione.

L’ unico van­tag­gio dell’approccio pro­te­zio­ni­stico even­tual­mente adot­tato da alcuni edi­tori, come enun­ciato nel pre­ci­tato arti­colo di The Eco­no­mist, è che costringe final­mente a pen­sare a cosa i let­tori dav­vero vogliano. Un sot­to­pro­dotto dav­vero inte­res­sante per il quale è stata creata una check list.

Quale che sia, o meno, l’effettiva oppor­tu­nità di far pagare i con­te­nuti on line, cer­ta­mente non riguarda il nostro paese anche per la dimen­sione del mer­cato di riferimento.

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