sopravvivenza editoria

News Italy
Pubblicato il 13 giugno 2014 by Pier Luca Santoro

Digital News Report 2014

Il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism ha rila­sciato i risul­tati  della terza edi­zione del suo stu­dio annuale “Digi­tal News Report”, stu­dio sulle abi­tu­dini di con­sumo dell’informazione online/digitale in Europa, Ita­lia com­presa, Stati Uniti, Bra­sile e Giappone.

Lo stu­dio è stato con­dotto tra gen­naio e feb­braio di quest’anno. Prende in con­si­de­ra­zione sola­mente coloro che con­su­mano infor­ma­zione e che hanno accesso ad inter­net. Per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente il nostro Paese si tratta della nazione con la minor pene­tra­zione della Rete tra le dieci prese in con­si­de­ra­zione come mostra la sezione dedi­cata alla meto­do­lo­gia della ricerca. È esclusa quindi poco meno della metà della popo­la­zione italiana.

All’interno del rap­porto si dedi­cano poche righe di focus al sistema media­tico di cia­scuna nazione. Per quanto riguarda l’Italia, i cui appro­fon­di­menti sono a cura di Nicola Bruno, si legge:

Sil­vio Berlusconi’s Media­set empire ope­ra­tes Italy’s top pri­vate TV sta­tions, and the public broa­d­ca­ster, Rai, has also been sub­ject to poli­ti­cal influence. Tele­vi­sion remains the main source of news for the bulk of the popu­la­tion. The Ita­lian press is highly regio­na­li­sed, reflec­ting the country’s history and cha­rac­ter. Most new­spa­pers are pri­va­tely owned, often lin­ked to a poli­ti­cal party, or run by a large media group. Print new­spa­per rea­der­ship figu­res are low com­pa­red to many Euro­pean countries.

Il rap­porto si com­pone di 96 pagine. Come di abi­tu­dine, se il tema vi inte­ressa, che sia a titolo per­so­nale o pro­fes­sio­nale, con­si­glio cal­da­mente la let­tura inte­grale dello stu­dio al di là della mia per­so­nale sin­tesi ed interpretazione.

Com­ples­si­va­mente emerge come sia pros­sima una seconda ondata di tra­sfor­ma­zione con impli­ca­zioni pro­fonde per i player dell’industria dell’informazione.

Nono­stante una cre­scente frui­zione delle news da smart­phone e tablet [il 39% delle per­sone uti­lizza almeno due device ed il 12% tre o più] l’utilizzo delle app pro­prie­ta­rie delle diverse testate resta asso­lu­ta­mente marginale.

Solo l’11% di coloro che sono inte­res­sati all’informazione — e hanno accesso alla Rete — hanno pagato per news online/digital nel 2013. Teo­ri­ca­mente l’Italia, dopo il Bra­sile, è la nazione con la mag­gior pro­pen­sione al paga­mento delle noti­zie; vedendo le per­cen­tuali, net­ta­mente infe­riori, delle altre nazioni si capi­sce quanto neces­sa­ria sia un abbon­dante tara­tura tra dichia­rato e rea­liz­zato. In caso di dubbi basti vedere l’andamento effet­tivo delle ven­dite di copie digi­tali.

L’Italia, secondo quanto dichia­rato, è tra le nazioni con il mag­gior tasso di coloro che affer­mano di aver pagato per avere infor­ma­zione in for­mato digi­tale [13%]. La stra­grande mag­gio­ranza di que­sti acqui­sta “one shot”. Ulte­riore ele­mento di rifles­sione come sot­to­li­neavo esat­ta­mente un anno fa sul «Cor­riere della Sera».

L’Italia si con­ferma essere la nazione dove il canale pri­vi­le­giato di acqui­sto dei quo­ti­diani sono le edi­cole. Il 51% delle per­sone acqui­sta il gior­nale in un edi­cola nel nostro Paese [negli USA è l’ 11%]

Pagamento Notizie

Le noti­zie sono sem­pre più unbran­ded e la search ed i social diven­gono pre­po­ten­te­mente la porta d’ingresso ai siti web delle testate. In Ita­lia la search è la fonte di accesso alle noti­zie per il 59% dei rispon­denti [ancora con­vinti di voler fare la “guerra santa” a Goo­gle?], i social il 34%.

Per quanto riguarda i social, si con­ferma come il new­swire per eccel­lenza, Twit­ter, in realtà abbia un ruolo deci­sa­mente infe­riore a quello che gli addetti ai lavori ten­dono ad attri­bur­gli. La vera novità è Wha­tsApp, in par­ti­co­lare per l’Italia dove l’utilizzo [anche per otte­nere noti­zie] è del 13% ver­sus il 10% di Twitter.

Social Network for News

Insieme al Bra­sile è l’Italia il Paese nel quale le per­sone hanno una mag­giore pro­pen­sione ad uti­liz­zare i social per la frui­zione d’informazione. I milioni di fan alle pagine delle diverse testate, per come ven­gono gestiti, non ser­vono ad altro che ad ali­men­tare i ricavi di Zuc­ker­berg & Co. Basti vedere, in assenza di altri dati o di uti­lizzo di piat­ta­forme spe­ci­fi­che di moni­to­rag­gio, il rap­porto tra numero di fan, pur con tutte le tara­ture sulla reach effet­tiva, e gli accessi com­ples­sivi al sito web cor­ri­spon­dente della testata o, peg­gio, la ven­dita di copie car­ta­cee, per veri­fi­care quanto labile sia la relazione.

Credo che vada com­ple­ta­mente rivi­sto, ribal­tato l’approccio. È meglio avere cen­ti­naia di migliaia di per­sone delle quali non si sa nulla, che non leg­gono e che com­men­tano a caso e fuori luogo o è meglio ridurre la quan­tità e sta­bi­lire una rela­zione, creare enga­ge­ment con coloro che interessano?

Per­so­nal­mente non credo pos­sano esserci dubbi sul pre­fe­rire la seconda scelta. Per un’ecologia dei social media ini­ziate, ini­ziamo, ad abbat­tere la fan base ed a capire cosa inte­ressa ai nostri let­tori, a misu­rare più il click trough che altri para­me­tri, a rela­zio­narci con loro, come ho già avuto modo di dire.

Social Media for News

Le noti­zie unbran­ded, senza marca distin­tiva, sono la deri­vata di una poli­tica scel­le­rata di gestione della marca con online che ha carat­te­ri­sti­che com­ples­si­va­mente non con­grue con quelle dell’omologa ver­sione car­ta­cea; in par­ti­co­lare in Ita­lia dove sono nette le dif­fe­renze. Per un pugno di click si svende la marca. Senza brand non c’è valore aggiunto, non c’è spe­ranza di soprav­vi­venza. Non è neces­sa­rio rifarsi al mar­ke­ting 3.0 di Kotler per saperlo, sta scritto alla prima pagina del “bigino” di que­sta disci­plina. Fate vobis.

Trovare Notizie

La scheda sull’Italia, a pagina 34 del rap­porto, sin­te­tizza le prin­ci­pali evi­denze per quanto riguarda il nostro Paese.

Top Brands News Italy

Altre sin­tesi del rap­porto ven­gono effet­tuate da Guar­dian [+], Poyn­ter, Nie­man Jour­na­lism Lab e BBC e molti altri ancora [ma leg­ge­tevi il rap­porto per farvi la vostra idea, eh!]

Ad Validator
Pubblicato il 10 giugno 2014 by Pier Luca Santoro

AdValidator

La World Asso­cia­tion of New­spa­pers, durante il wee­kend appena tra­scorso, ha pro­mosso AdHac­ka­ton, due giorni di brain­stor­ming alla ricerca di nuovi modelli per la pub­bli­cità digi­tale, basati sulla per­so­na­liz­za­zione e la loca­liz­za­zione degli annunci, alla quale ho partecipato.

Nell’articolo scritto ieri per «La Stampa» è pos­si­bile leg­gere il reso­conto det­ta­gliato dell’iniziativa.

Dei 4 pro­getti svi­lup­pati dai diversi gruppi di lavoro, quello pro­po­sto dal team di cui sono stato mem­bro è stato giu­di­cato il migliore ed ha vinto.

“AdVa­li­da­tor”, que­sto il nome del pro­getto svi­lup­pato dal sot­to­scritto insieme a Olga Iva­nova, Deputy Publi­sher di Rus­sia Beyond the Head­li­nes, Betto Libe­rati, Pre­si­dente ANSO e CEO Astre­lia e Kim Svend­sen, Mar­ke­ting Mana­ger di CCI New­sgate, è un sistema che, sfrut­tando iBea­con, trac­cia il com­por­ta­mento delle per­sone dall’esposizione ai mes­saggi pub­bli­ci­tari sino all’ingresso in nego­zio così da accre­scere il valore per gli inve­sti­tori e dun­que fron­teg­giare quella che potrebbe essere la seconda apo­ca­lisse dell’industria dei media: La rapida ascesa del mobile.

Sotto ripor­tata la pre­sen­ta­zione che abbiamo rea­liz­zato per illu­strare il progetto.

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Pubblicato il 5 giugno 2014 by Pier Luca Santoro

L’Industria dell’Informazione 2014 — 2018

PwC ha pre­sen­tato l’Entertainment&Media Outlook 2014–2018. Le pre­vi­sioni di Pwc sull”Entertainment & Media, dai quo­ti­diani alla tv e ai video­game, di 54 Paesi, Ita­lia inclusa, meri­tano asso­lu­ta­mente il tempo speso per una attenta let­tura inte­grale del rapporto.

Per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente l’industria dell’informazione, i quo­ti­diani, non pare che com­ples­si­va­mente il digi­tale rie­sca a rad­driz­zarne le sorti. In par­ti­co­lare per quanto riguarda Stati Uniti ed Europa Occi­den­tale le pro­ie­zioni di Pwc da qui al 2018 sono negative.

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Le reve­nues dalle ven­dite entro il pros­simo lustro dovreb­bero pesare media­mente tanto quanto i ricavi pub­bli­ci­tari. Se que­sto neces­sa­ria­mente implica una mag­gior foca­liz­za­zione nel rap­porto con il let­tore non è però ele­mento posi­tivo sotto il pro­filo stret­ta­mente eco­no­mico poi­ché avviene prin­ci­pal­mente più a causa della con­ti­nua discesa dei  pro­venti da adver­ti­sing che dalla cre­scita espo­nen­ziale delle ven­dite di copie.

In par­ti­co­lare il digi­tale peserà sola­mente l’8% del totale dei ricavi dalle ven­dite di copie. Si tratta dell’ennesima con­ferma che l’idea di ven­dere “il gior­nale” nel suo insieme come avviene per il car­ta­ceo NON  funziona.

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Anche per quanto riguarda i ricavi pub­bli­ci­tari il grosso della torta resta, sep­pur in declino costante, al car­ta­ceo men­tre il digi­tale anche nel 2018 rap­pre­sen­terà sola­mente una fetta marginale.

Gli edi­tori devono pen­sare ad altre forme e for­mat per accre­scere i loro ricavi. Da qui al 2018 l’industria dell’informazione deve tro­vare nuove forma di ricavo al di là del bino­mio ven­dite — pubblicità.

Amen!

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Pubblicato il 27 maggio 2014 by Pier Luca Santoro

Corriere.it Oltre il Paywall

Pie­tro Scott Jovane, in un’intervista a Class CNBC, rac­conta che “in tempi dif­fi­cili, gli edi­tori devono pren­dere deci­sioni impor­tanti. Noi lo abbiamo fatto con il pay­wall de «El Mundo» e faremo lo stesso in Ita­lia. Entro la fine dell’anno Corriere.it sarà a paga­mento ma in una logica di club; ovvero chi appar­terrà al club potrà acce­dere a con­te­nuti esclusivi”.

Pro­prio di mem­ber­ship, come ele­mento di un “modello di busi­ness 2.0″, evo­luto, par­lavo a fine 2013 nella pre­sen­ta­zione rea­liz­zata per la mia lec­ture agli stu­denti della SISSA di Trieste. 

E’ in tal senso che si stanno muo­vendo da tempo alcuni dei prin­ci­pali quo­ti­diani dell’America Latina, ma non solo, creando dei club per i pro­pri let­tori. E’ il caso di «La Naciòn» in Argen­tina o di «El Mer­cu­rio» in Cile che offrono, appunto, la pos­si­bi­lità di iscri­versi al club del gior­nale ed otte­nere van­taggi eco­no­mici, offerte esclu­sive — sulle quali evi­den­te­mente otten­gono un ricavo eco­no­mico —  o, in modo diverso, dello spa­gnolo all digi­tal «El Dia­rio». 

Anche al« The Guar­dian» è recente l’ingresso di David Magliano in qua­lità di Mana­ging Direc­tor for mem­ber­ship stra­te­gies. Ruolo che pre­ce­den­te­mente non esi­steva e che con­ferma come la mem­ber­ship sia la strada pre­scelta dal Guar­dian News & Media per mone­tiz­zare. “Mem­ber­ship — if smar­tly exe­cu­ted — could pro­duce even big­ger divi­dends than cur­rent paywalls”.

Pare che, final­mente, se ne sia accorto qual­cuno anche in Italia.

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Members Only
Pubblicato il 22 maggio 2014 by Lelio Simi

Membership e giornali (due idee per discuterne)

Già un bel po’ di tempo fa (era il 2010) uno degli osser­va­tori più attenti ai nuovi modelli di busi­ness nel campo dell’editoria come Ken Doc­tor dedi­cava uno dei primi arti­coli della sua cele­bre rubrica New­so­no­mics sul Nie­man Lab al con­cetto di mem­ber­ship (nell’incipit scri­veva più o meno così: “che cosa ren­derà soste­ni­bile le nuove imprese gior­na­li­sti­che? La rispo­sta è una sola: “mem­ber­ship”). In quel pezzo Doc­tor ricor­dava che que­sta non è affatto un’idea nuova, né tanto meno un “espe­ri­mento” intra­preso dalle testate in epoca digi­tale, ma anzi è una vec­chia pra­tica cono­sciuta da oltre 40 anni che oggi è asso­lu­ta­mente fon­da­men­tale per i gior­nali (online e non) saper rin­no­vare e rilanciare.

Alla fine del 2013 il Guar­dian ha nomi­nato un respon­sa­bile per lo svi­luppo delle stra­te­gie di “mem­ber­ship” creando così un nuovo ruolo all’interno del gior­nale pro­prio per incre­men­tare da que­ste poli­ti­che nuove reve­nue, che non dipen­dono nel caso del Guar­dian — è bene pre­ci­sarlo — da nes­sun tipo di pay­wall o sot­to­scri­zione chie­sta diret­ta­mente ai let­tori (su que­sto tema potete anche leg­gere: La stra­te­gia open del Guar­dian).

Molto più recen­te­mente Jeff Jarvis ha dedi­cato pro­prio al con­cetto di “mem­ber­ship” gli ultimi para­grafi di un post Enga­ge­ment, col­la­bo­ra­tion, and mem­ber­ship che fa parte di lungo sag­gio dedi­cato al nuovo eco­si­stema della noti­zia e strut­tu­rato in cin­que parti pub­bli­cate su Medium (uno dei “luo­ghi” più inte­res­santi da visi­tare nel web in que­sto momento). Pro­prio da quello che scrive Jar­vis sul con­cetto di “mem­ber­ship” — come detto sono solo alcuni para­grafi che in parte ripren­dono alcuni con­cetti che Jar­vis scrive da anni — ho cer­cato di estra­po­lare un paio di con­cetti per­ché mi sem­brano par­ti­co­lar­mente inte­res­santi da segnarsi e appun­tare come spunti per svi­lup­pare una discus­sione e delle rifles­sioni più arti­co­late su un argo­mento che ha valore appro­fon­dire (per que­sto ovvia­mente sono gra­dite con­tri­buti e idee):

1. La “mem­ber­ship” non è sem­pli­ce­mente un’altra forma di sot­to­scri­zione, è un modo per ripen­sare il rap­porto tra let­tore e giornali

“Mem­ber­ship” è un ter­mine che spesso viene con­fuso con il con­cetto di “soste­ni­tore” di una testata (soprat­tutto non pro­fit, che sia un gior­nale o un’emittente radio o tv locale) al quale si chiede, sostan­zial­mente, di sot­to­scri­vere un finan­zia­mento per aiu­tare la testata in que­stione a soprav­vi­vere e/o di man­te­nersi indi­pen­dente dai grandi inve­sti­tori pub­bli­ci­tari. Insomma il “patto” con il lettore/sostenitore e la testata è sostan­zial­mente que­sto: tu ci dai soldi e in cam­bio noi pro­met­tiamo di man­te­nere alta la qua­lità dell’informazione e la nostra sostan­ziale indi­pen­denza. Ma se par­liamo di “mem­ber­ship” è neces­sa­rio farci una domanda: cosa dovreb­bero otte­nere di più i mem­bri oltre all’eterna rico­no­scenza dei redat­tori e qual­che bel gad­get da por­tarsi a casa? Una buona rispo­sta potrebbe essere: essere coin­volti con­cre­ta­mente nel pro­cesso pro­dut­tivo del giornale.

In giro ci sono un bel po’ di buone pra­ti­che (ad esem­pio: la piat­ta­forma Kinja che pra­ti­ca­mente mette sullo stesso livello l’autore dell’articolo il let­tore che com­menta quell’articolo, e in giro nel web esi­stono timidi ten­ta­tivi dove si dà la pos­si­bi­lità ai let­tori di poter cam­biare i titoli degli arti­coli pre­via auto­riz­za­zione dei redat­tori). Bene, ma per la mag­gior parte que­sti espe­ri­menti il coin­vol­gi­mento è ancora, diciamo così, a livello base. Si può (si deve) fare ancora di più? Pro­ba­bil­mente sì. La col­la­bo­ra­zione che si con­cede ai let­tori, nella migliore delle ipo­tesi, non va oltre, scrive ancora Jar­vis, a quanto si con­cede ai ragaz­zini in visita al museo di scienze «qui ecco, bam­bini, c’è un bot­tone che potete pre­mere per far appa­rire qual­cuno che potrà fare qual­cosa, ma non temete!, niente di peri­co­loso, è solo per diver­tirvi un po’».

Certo, le comu­nità pos­sono benis­simo orga­niz­zarsi anche da sole (anche nel web, oggi ne hanno tutti gli stru­menti) ma le reda­zioni pos­sono aggiun­gere valore, ad esem­pio con­di­vi­dendo stru­menti e met­tendo a dispo­si­zione la pro­pria orga­niz­za­zione per inse­gnare come veri­fi­care una noti­zia, con­te­stua­liz­zarla e appro­fon­dirla. Domanda: quali stru­menti e stra­te­gie sono neces­sa­rie per ren­dere i let­tori dav­vero par­te­cipi del pro­cesso pro­dut­tivo del giornale?

2. “Mem­ber­ship” è un con­cetto for­te­mente legato all’idea comu­nità, ma le comu­nità non ven­gono “create” dai gior­nali, esi­stono già e i gior­nali ne sono essi stessi dei membri.

«Non solo i gior­nali, i blog e le tech com­pany sono mem­bri di un eco­si­stema dell’informazione nelle loro comu­nità di rife­ri­mento – scrive Jar­vis – ma sono essi stessi mem­bri di quelle stesse comu­nità. Tutti loro hanno degli inte­ressi nella comu­nità e la neces­sità di essere bene infor­mati su di essa. E se è così, non dovreb­bero i mem­bri della comu­nità essere coin­volti ed avere gli stru­menti ade­guati nel deci­dere come si stanno uti­liz­zando le risorse e poter discu­tere le prio­rità nel gestire il lavoro delle testate gior­na­li­sti­che?» Insomma la comu­nità esi­ste già e il gior­nale (la testata gior­na­li­stica) è solo un altro mem­bro che la com­pone, la sua fina­lità dovrebbe essere quella di con­tri­buire con i pro­pri mezzi a darle valore (e rice­verne a sua volta valore). Domanda: qual è il valore che la comu­nità può dare al gior­nale, solo una forma di finan­zia­mento per sostenerlo?

C’è quindi un modo diverso di guar­dare alla “mem­ber­ship”, ci dice ancora Jar­vis nel quale il gior­nale non neces­sa­ria­mente deve pen­sarsi «ego­cen­tri­ca­mente al cen­tro della comu­nità ma sem­mai ai suoi mar­gini», posi­zione migliore per osser­vare quali discus­sioni sono pre­senti nella comu­nità: chi sono le per­sone che per­sone che la com­pon­gono e di cosa si inte­res­sano, cosa sta gli sta a cuore. Con un obiet­tivo: i gior­nali oggi pos­sono for­nire a quelle per­sone (che stanno discu­tendo di poli­tica, sanità, sport, model­li­smo o giar­di­nag­gio) con­te­nuti, cono­scenze, ma anche stru­menti e piat­ta­forme per con­di­vi­dere meglio quello che cono­scono, per avere più occa­sioni di stare insieme e anche (per­ché no?) per acqui­stare cose e ser­vizi. È in que­sto modo che il gior­nale può essere per­ce­pito come un valore, uno stru­mento utile e con­creto per abi­tare quella comu­nità in modo migliore.

Members Only

comparti-e-commerce
Pubblicato il 21 maggio 2014 by Pier Luca Santoro

Modelli Fallimentari

Già qual­che giorno fa avevo avuto modo di rimar­care come copie ed edi­cole digi­tali NON sal­ve­ranno i conti degli edi­tori italiani.

Arri­vano ora nello stesso giorno i dati dell’Osservatorio eCom­merce B2c Netcomm–Politecnico di Milano e il Rap­porto e-commerce in Ita­lia 2014 di Casa­leg­gio Associati.

Secondo i dati dell’Osservatorio il com­parto dell’editoria nell’ e-commerce B2C pesa sola­mente il 3% del totale. Quota che resta sta­bile dal 2010 ad oggi e per la quale non sono pre­vi­ste varia­zioni per l’anno in corso a testi­mo­nianza dello scarso appeal del segmento.

comparti-e-commerce

Inci­denza che secondo il rap­porto di Casa­leg­gio Asso­ciati scende addi­rit­tura all’1.9%.

Quale che sia il caso, risulta evi­dente come il modello di ven­dere nel digi­tale uti­liz­zando lo stesso approc­cio del car­ta­ceo risulta fal­li­men­tare tanto per i quo­ti­diani quanto per men­sili e set­ti­ma­nali.

Scri­veva Saul Alin­sky, esperto di orga­niz­za­zione, che “Cam­bia­mento signi­fica movi­mento. Movi­mento signi­fica fri­zione. Il movi­mento o il cam­bia­mento senza fri­zioni o con­flitti appar­tiene sola­mente al vuoto rap­pre­sen­tato da un mondo astratto che non esi­ste”. Ecco!

e commerce casaleggio

Audiweb Home Page
Pubblicato il 19 maggio 2014 by Pier Luca Santoro

Home Page delle mie Brame

A seguito della dif­fu­sione del docu­mento interno del «The New York Times» buona parte del dibat­tito si è con­cen­trato sulla morte della home page. Il gra­fico sot­to­stante, con la giu­sta dose di sapiente iro­nia, ne sin­te­tizza i risultati.

dead_homepage

Avevo già effet­tuato un’ela­bo­ra­zione dei dati Audi­web del marzo 2013 per veri­fi­care il valore, il peso, dell’home page dei quo­ti­diani ita­liani, mi è sem­brato dun­que inte­res­sante aggior­narla con i dati ad un anno di distanza, a marzo 2014 [ultimi dati disponibili].

Rispetto ad allora si assi­ste ad un calo gene­ra­liz­zato dell’incidenza dell’home page sul totale degli utenti unici per tutti i prin­ci­pali quo­ti­diani, con Corriere.it che passa dal 64 al 58%, Repubblica.it dal 61 al 54% e Il Fatto dal 71 al 57%; per citarne alcuni.

Tra le prin­ci­pali testate di cui è dispo­ni­bile il dato di det­ta­glio al top Ansa con un peso del 77% e fana­lino di coda, anche per l’effetto del peso dell’aggregazione di altri siti, Il Post con solo i 4%.

Ovvia­mente in ter­mini di pagine viste, quelle che creano red­dito, ricavi, l’incidenza è ancora inferiore.

La prima colonna indica il peso in ter­mini di utenti unici, men­tre la seconda l’incidenza in ter­mini di pagine viste per cia­scuna testata.

Dati Audi­web Marzo 2014 — Ela­bo­ra­zione DataMediaHub

Audiweb Home Page

Il valore dell’home page sta nella fedeltà del let­tore che vi accede, con­tra­ria­mente alla mag­gio­ranza di coloro che invece arri­vano, più o meno casual­mente, da motori di ricerca e social.

Ma, anche, l’elaborazione sopra ripor­tata dimo­stra come siano sem­pre più i sin­goli arti­coli, in fun­zione delle ricer­che e delle con­di­vi­sioni sui social net­work, e non la home page, il primo punto di accesso. L’ approc­cio  di Reu­ters al riguardo è emble­ma­tico in tal senso.

E’ neces­sa­rio ripen­sare l’home page dei quo­ti­diani online e, soprat­tutto, ride­fi­nire i cri­teri di valo­riz­za­zione dei con­te­nuti che dav­vero non pos­sono essere approc­ciati secondo la stessa con­ce­zione del cartaceo.

La con­ce­zione di pro­dotto, che par­tiva cul­tu­ral­mente dalla prima pagina del gior­nale car­ta­ceo, par­rebbe dun­que per­dere sem­pre più valore. Inol­tre, nella mia inter­pre­ta­zione, que­sto aspetto sug­ge­ri­sce come possa essere di gran lunga più inte­res­sante valo­riz­zare, ven­dere, il sin­golo arti­colo invece che il quo­ti­diano nella sua inte­grità basan­dosi ancora una volta sull’esperienza del cartaceo.

Se vole­ste effet­tuare delle spe­ri­men­ta­zioni su que­sto ver­sante con Eta­lia [*] siamo a dispo­si­zione in tal senso.

Etalia Header

[*] Disclai­mer: Il sot­to­scritto opera come con­su­lente per Eta­lia in qua­lità di digi­tal mar­ke­ting manager.

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Pubblicato il 14 maggio 2014 by Pier Luca Santoro

La Notizia è Immobile

E’ cre­scente, come noto, l’utilizzo di inter­net in mobi­lità ed in molti, incluso il sot­to­scritto, atten­dono la “total digi­tal audience” di Audi­web per com­pren­derne l’impatto sui siti web dell’informazione nostrana.

Secondo una ricerca di com­Score, il com­pe­ti­tor più diretto di Audi­web, società uti­liz­zata per la misu­ra­zione nella mag­gio­ra­naza degli altri Paesi, in Ita­lia vi sareb­bero 48 milioni di per­sone che frui­scono della Rete da mobile, il 64.1% dei quali da smartphone.

Negli Stati Uniti entro la fine di quest’anno dovrebbe avve­nire il sor­passo ed il mobile avrebbe una quota di tempo speso online supe­riore a quello da desk­top secondo le pro­ie­zioni di eMar­ke­ter. Non pare però che que­sta sia una buona noti­zia per l’industria dell’informazione.

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Secondo i dati dello stu­dio di com­Score “2014 U.S. Digi­tal Future in Focus” la que­stione riguar­de­rebbe essen­zial­mente i social, e Face­book in par­ti­co­lare as usual, ed il gaming, i digi­tal games. Per quanto riguarda le news, che già di per se stesse rap­pre­sen­tano una quota asso­lu­ta­mente mar­gi­nale del totale del tempo speso online [0.9% del totale], resta il PC il device mag­gior­mente uti­liz­zato men­tre da tablet la quota scende allo 0.4% per arri­vare allo 0.2% per gli smartphones.

Una fru­zione sem­pre più “snac­king”, mordi e fuggi che sicu­ra­mente non è di buon auspi­cio per lo svi­luppo digi­tale dell’industria dell’informazione, almeno come è stato con­ce­pito sin ora.

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Anche dai dati dello stu­dio “Mul­ti­Me­dia Men­tor” di GFK, pub­bli­cati recen­te­mente dall’Internet Adver­ti­sing Bureau sta­tu­ni­tense, emerge come la quota di tempo com­ples­si­va­mente dedi­cata alle news tende ulte­rior­mente ad erodersi.

Come dicevo un paio di giorni fa si tratta dell’evidenza del fatto che se la cre­scita nell’utilizzo della Rete in mobi­lità porta ad un minor numero di pagine risulta evi­dente come que­ste non pos­sano più essere la metrica di rife­ri­mento pena l’ulteriore ridu­zione dei già esi­gui ricavi.

Se dopo i social il gaming è l’attività che assorbe il tempo mag­giore delle per­sone online [e non saranno mica solo 15enni bru­fo­losi, eh!] con­ti­nuare a sot­to­va­lu­tare il pos­si­bile impatto della gami­fi­ca­tion dell’informazione potrebbe essere l’ennesimo errore di valutazione.

Trend Online Minutes USA

Entrepreneurial Mindset
Pubblicato il 13 maggio 2014 by Pier Luca Santoro

Altri Ricavi

Sulla neces­sità e sulle pos­si­bi­lità di otte­nere nuove fonti di ricavo al di là del bino­mio ven­dite — pub­bli­cità sono stati sparsi nel tempo diversi giga­byte  all’interno di que­sti spazi.

Arri­vano ora i risul­tati dei ricavi con­so­li­dati di gruppo per «Il Sole24Ore» nel primo tri­me­stre del 2014.

Nelle note del comu­ni­cato stampa dif­fuso ieri si legge che i ricavi dell’area for­ma­zione cre­scono del 32,5% rispetto al pari periodo dell’anno pre­ce­dente per un importo pari a 1,9 milioni di euro, ed i ricavi dell’area cul­tura cre­scono di 3,3 milioni di euro.

Ovvia­mente cia­scuna testata, ogni gruppo edi­to­riale deve tro­vare il pro­prio per­corso in fun­zione del suo posi­zio­na­mento, del know how pos­se­duto e del pub­blico di rife­ri­mento, ma il caso de «Il Sole24Ore» dimo­stra, in caso di dubbi, che la pos­si­bi­lità effet­ti­va­mente esiste.

Entrepreneurial Mindset

Gazzetta.it
Pubblicato il 12 maggio 2014 by Pier Luca Santoro

I Risultati del Restyling di Gazzetta.it

I dati pub­bli­cati la scorsa set­ti­mana rela­ti­va­mente al resty­ling del sito web de «il Cor­riere della Sera» hanno acceso un dibat­tito inte­res­sante sulla que­stione. Oltre ai nume­ro­sis­simi inter­venti, com­menti sui diversi social si sono espressi al riguardo Mas­simo Man­tel­lini che ha appro­fon­dito la tesi di chi, com­preso il sot­to­scritto, non ha apprez­zato il resty­ling, e Simone Tolo­melli [Aka @sasa­ki­fu­jika] che invece imputa i numeri emer­genti a fat­tori legati ad altri aspetti tec­nici rela­tivi alle meto­do­lo­gie attuali di rile­va­zione di Audiweb.

Ho pen­sato avesse senso appro­fon­dire e sono andato a recu­pe­rare e rie­la­bo­rare i dati Audi­web rela­tivi a Gazzetta.it, sem­pre della fami­glia RCS, per veri­fi­care gli effetti del resty­ling avve­nuto a fine gen­naio di quest’anno.

Come mostra la tabella sot­to­stante, nel mese suc­ces­sivo al resty­ling si assi­ste ad un calo del 22% delle pagine viste [con­tro il - 30% di Corriere.it] e nel mese di marzo, ultimo dato dispo­ni­bile, si regi­stra addi­rit­tura una cre­scita sep­pure i numeri restino comun­que infe­riori rispetto al gen­naio; mese per il quale vale la pena di rile­vare la for­tis­sima cre­scita sia di utenti unici che di pagine viste.

Gazzetta.it

Che si sia ancora in attesa della “total digi­tal audience” annun­ciata a novem­bre 2013 e calen­da­riz­zata per gen­naio 2014 è un dato di fatto. Che la cre­scita della frui­zione di inter­net da mobile porti ad un minor numero di pagine viste è altret­tanto noto.

Vedremo se con i dati di aprile si assi­sterà ad un  recu­pero da parte di Corriere.it. Quel che è certo è che evi­den­te­mente la scelta edi­to­riale non è stata esat­ta­mente cen­trata altri­menti non si assi­ste­rebbe alla attuale retro­mar­cia con il ritorno a bloc­chi di testo invece delle sole immagini.

Al di là delle dif­fi­coltà di Audi­web [e delle rela­tive tur­ba­tive che gene­rano per il mer­cato, eh!] se la cre­scita nell’utilizzo della Rete in mobi­lità porta ad un minor numero di pagine risulta evi­dente come que­ste non pos­sano più essere la metrica di rife­ri­mento pena l’ulteriore ridu­zione dei già esi­gui ricavi.

I para­me­tri di valu­ta­zione devono essere altri e su que­sto agen­zie, cen­tri media e edi­tori devono lavo­rare in tempi stretti. Al Festi­val del Gior­na­li­smo  recen­te­mente con­clu­sosi abbiamo pro­vato a for­nire un ulte­riore con­tri­buto sul tema.  Indu­giare ancora una volta sulla que­stione potrebbe rive­larsi fatale.

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