sopravvivenza editoria

Repubblica Paywall
Posted on 19 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Lelio Simi

Il Metered Paywall de la Repubblica

Il gruppo Espresso — Repub­blica si appre­ste­rebbe ad imple­men­tare il mete­red pay­wall per la coraz­zata digi­tale della media com­pany: Repubblica.it.

Secondo quanto ripor­tato nella pre­sen­ta­zione dei risul­tati e delle stra­te­gie del gruppo, nel 2015 Repubblica.it ren­de­rebbe dispo­ni­bili online il 100% dei con­te­nuti pub­bli­cati nella ver­sione car­ta­cea con­tro l’attuale 10% pro­teg­gendo que­sti con­te­nuti die­tro un “soft mete­red pay­wall” che con­sen­ti­rebbe la let­tura di 20 arti­coli al mese pas­sati i quali scat­te­rebbe il pagamento.

Repubblica Paywall

La ricerca di una moda­lità per valo­riz­zare, per mone­tiz­zare al di là della rac­colta pub­bli­ci­ta­ria, è ovvia­mente una costante per tutti gli edi­tori. Circa l’ipotesi di adot­tare un un “soft mete­red pay­wall” per Repubblica.it tre con­si­de­ra­zioni in estrema sintesi:

  1. Anche testate che adot­tano un “hard pay­wall”, un pay­wall che pro­tegge tutti i con­te­nuti pre­senti online, o un mete­red pay­wall con soglie molto basse, con un numero di arti­coli gra­tuiti estre­ma­mente ridotto, come nel caso del Finan­cial Times, la per­mea­bi­lità è comun­que garan­tita a chi arriva da social e da search per scon­giu­rare un’eccessiva fles­sione degli accessi e dun­que della rac­colta pub­bli­ci­ta­ria. Sap­piamo inol­tre che per gli utenti con un minimo di exper­tise nell’utilizzo della Rete non è dif­fi­cile aggi­rare i mete­red pay­wall, ad esem­pio disa­bi­li­tando i cookies.
  2. Anche Corriere.it, l’altro prin­ci­pale quo­ti­diano online del nostro Paese, da tempo aveva annun­ciato a più riprese che sarebbe andato a paga­mento nel 2015, cosa che sin ora non è avve­nuta. Anche la Stampa, poco più di un anno fa, ha lan­ciato Pre­mium, offerta per fruire online, a paga­mento, dei con­te­nuti inte­grali del gior­nale car­ta­ceo. Dalle infor­ma­zioni dispo­ni­bili non pare che l’iniziativa abbia otte­nuto successo.
  3. A livello inter­na­zio­nale, come emerge dai dati pub­bli­cati in que­sti giorni dalla Inter­na­tio­nal News Media Asso­cia­tion, l’enfasi sui pay­wall sta sce­mando per con­cen­trarsi su altri pos­si­bili fonti di ricavo.

Pro­varci è dove­roso ma le pos­si­bi­lità di suc­cesso sono di fatto estre­ma­mente ridotte come mostra con chia­rezza il gra­fico sot­to­stante che evi­den­zia quanto ridotti siano ancora oggi i ricavi del digitale/online sia per quanto riguarda l’advertising che ancor più, se pos­si­bile, per il paga­mento dei con­te­nuti. Ci sarà un per­ché, immagino…

Repubblica Digital Vs Online

 

Media Companies Priorities
Posted on 19 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Andrea Spinosi Picotti, Lelio Simi

Post-it

Le noti­zie su media e comu­ni­ca­zione che, secondo noi, non potete perdervi.

  • Ham­bur­ger foto­ge­nici — Quale impatto Insta­gram sta avendo nella “vita” e con­se­guen­te­mente nel busi­ness delle aziende
  • Chiu­dere i siti web per la con­di­vi­sione dei file NON serve a com­bat­tere la pira­te­ria — Lo dice uno stu­dio della Com­mis­sione Europea
  • Digi­tal media plan­ner - Area Media­Web, Inter­net Com­pany appar­te­nente al Gruppo Bipielle [ex Banca Popo­lare Ita­liana oggi Gruppo Banco Popo­lare] cerca un digi­tal media planner
  • Con­tro il dogma digi­tale — Aumen­tano le cri­ti­che verso “l’utopismo cibernetico”
  • Data­Har­vest 2015 — Le Monde pub­blica un’interessante ras­se­gna dei pro­getti di data­jour­na­lism pre­sen­tati a Data­Har­vest 2015
  • Life smart­phone - Quanto tempo pas­siamo davanti a uno schermo del tele­fono e come que­sto gesto ha cam­biato le nostre gior­nate. Video.
  • Il Finan­cial Times lan­cia la ven­dita degli ads “a tempo” - È, final­mente, la fine delle impres­sion. Il Finan­cial Times passa dal CPM al CPH [cost per hour].

Altre noti­zie e segna­la­zioni su media e comu­ni­ca­zione nella nostra pagina Face­book e, ovvia­mente, su Twit­ter. Buona lettura.

Media Companies Priorities

 

SWOT Instant Articles
Posted on 18 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Analisi SWOT Instant Articles

Il 12 mag­gio scorso, come noto, Face­book ha dato seguito alle indi­scre­zioni che erano tra­pe­late nell’ultimo mese lan­ciando Instant Arti­cles.

L’iniziativa, sep­pure di per se stessa non rap­pre­senti nulla di straor­di­na­ria­mente inno­va­tivo poi­ché da sem­pre vi è inter­me­dia­zione della distri­bu­zione dei con­te­nuti sia nel mondo edi­to­riale che in altri mercati/segmenti, ha fatto molto rumore con Peta­byte in Rete tra chi si schiera a favore e chi con­tro il soda­li­zio tra Face­book ed alcuni editori.

La ricerca su Goo­gle di Instant Arti­cles infatti resti­tui­sce, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo, ben 305 milioni di risul­tati. Tra tutti segnalo Notes on the Sur­ren­der at Menlo Park e la visione del Media/Marketing Bureau Chief del Wall Street Jour­nal sul tema.

Per pro­vare a valu­tare nella maniera più serena ed ogget­tiva ho fatto la matrice swot, dal punto di vista degli edi­tori, dell’iniziativa.

Tra gli ele­menti interni nell’area dei punti di forza ho indi­vi­duato la capa­cità di gene­rare con­te­nuti di attua­lità rile­vanti che hanno un’ampia dif­fu­sione, come ben sa chiun­que abbia gestito la pagina Face­book di un quo­ti­diano e come, altret­tanto, risa­puto da Zuck & Co che altri­menti non si sareb­bero spinti ad offrire il 100% delle reve­nues pubblicitarie.

Sem­pre a livello di ele­menti interni, le debo­lezze sono l’assenza di un modello di busi­ness e le dif­fi­coltà che que­sto com­porta anche in ter­mini di ricerca di “scor­cia­toie” pur di otte­nere ricavi, una com­ples­siva scarsa capa­cità di inno­vare, un’organizzazione del lavoro set­to­riale, fram­men­tata, a due teste e la neces­sità di nuove pro­fes­sio­na­lità, assenti per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente la realtà italiana.

Le oppor­tu­nità sono rap­pre­sen­tate da un poten­ziale amplia­mento dell’audience, dall’annullamento dei costi di svi­luppo, dal for­nire un’esperienza di let­tura migliore, dalla gene­ra­zione di ricavi sup­ple­men­tari rispetto alla situa­zione attuale e dalla ces­sa­zione, final­mente, del click bai­ting poi­ché si è meno con­cen­trati sulla neces­sità di gene­rare click, traf­fico, al sito.

Le minacce invece sono su pro­prietà e gestione dei dati, nella migliore delle ipo­tesi mediata da Face­book, dal rischio del dele­gare ipso facto tutta l’area del mobile adver­ti­sing, da un poten­ziale appiat­ti­mento, per­dita ulte­riore d’identità del brand, da un potere nego­ziale che è sfa­vo­re­vole agli edi­tori, dalla costru­zione, dal favo­rire una Rete “Face­book– cen­trica” e dall’essere sog­getti agli stan­dard di Facebook.

A que­sti ele­menti si aggiunga che Instant Arti­cles non è una solu­zione che crea enga­ge­ment, che favo­ri­sce la rela­zione tra testate e pub­blico ma solo una ulte­riore forma di distri­bu­zione dei con­te­nuti, che esi­ste la con­creta pos­si­bi­lità, per restare alle testate che hanno ade­rito alla fase pilota, che il meme di Buz­z­feed sia sullo stesso piano dell’articolo del Natio­nal Geo­gra­phic o del NYTi­mes e, non ultimo, che gli inve­sti­tori per com­prare gli ads devono comun­que acqui­stare anche gli ads mobile di Face­book, un ulte­riore vin­colo da non tra­scu­rare in ter­mini di appeal della proposta.

Anche pon­de­rando il peso di cia­scuna varia­bile ed asse­gnando un peso spe­ci­fico mag­giore alle oppor­tu­nità pre­senti, non mi pare che sus­si­stano i pre­sup­po­sti per ade­rire alla pro­po­sta di Face­book, ad Instant Arti­cles. Come con­su­lente scon­si­glie­rei cal­da­mente di farlo.

SWOT Instant Articles

Bonus track i dati su come sono andati gli arti­coli del primo giorno

Ricavi RCS
Posted on 14 maggio 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere su RCS

E’ pas­sata poco più di una set­ti­mana dal discorso di inse­dia­mento del nuovo Diret­tore del Cor­riere della Sera. Discorso nel quale i rife­ri­menti al digi­tale, all’importanza di una “pre­senza orga­niz­zata e non casuale su tutti i social net­work” ed alla neces­sità di una rior­ga­niz­za­zione del lavoro che que­sto com­porta sono accom­pa­gnati da una sana dose di rea­li­smo sulla rile­vanza che con­ti­nua ad avere il gior­nale nella sua ver­sione car­ta­cea come [di]mostra la word cloud che abbiamo rea­liz­zato.

Word Cloud Fontana

Dopo l’inqua­dra­mento gene­rale effet­tuato in occa­sione del Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo, ini­ziamo oggi, par­tendo pro­prio da RCS Media­Group, un appro­fon­di­mento dedi­cato a cia­scuno dei prin­ci­pali player dell’editoria nostrana.

Il primo gra­fico illu­stra lo sto­rico dei ricavi con­so­li­dati dal 2002 al 2014 il cui anda­mento risulta evi­dente la discesa dei fat­tu­rati che hanno però cono­sciuto, nel periodo preso in con­si­de­ra­zione, una cre­scita più o meno costante fino al 2007. Poi una lunga discesa che ha por­tato nel 2009 i ricavi ai livelli di sette anni prima e nel 2012 a scen­dere sotto quota 2 miliardi di euro. Nel com­plesso la fles­sione, dal valore mas­simo rag­giunto dai ricavi nel 2007 alla fine del 2014, è di 1.459 milioni di euro.

Una fles­sione che, come per tutti i gruppi edi­to­riali, è gui­data dall’inarrestabile declino del car­ta­ceo ma che per il momento in RCS non cor­ri­sponde una ade­guata cre­scita del digi­tale [certo, il gruppo in Ita­lia è deci­sa­mente in buona com­pa­gnia su que­sto aspetto]. Sep­pure il con­tri­buto del digi­tale ai ricavi totali del gruppo dal 2010 al 2014 è pra­ti­ca­mente tri­pli­cato – dal 4,6% al 12,6% – la cre­scita del “peso” del digi­tale sui ricavi totali sem­bra oggi in fre­nata: nel 2012 i ricavi digi­tali rap­pre­sen­ta­vano il 9% del totale del fat­tu­rato del gruppo, nel 2013 sono pari all’11% e, come detto, nel 2014 il 12,6%. Una cre­scita sì ma non di quanto pro­ba­bil­mente ci si dovrebbe aspet­tare tenendo conto che la per­cen­tuale è cal­co­lata su ricavi totali che sono, come sap­piamo, in calo. L’obiettivo del 21% dato nel piano di svi­luppo per il 2015 non sem­bra faci­lemtne rag­giun­gi­bile. In asso­luto le reve­nue da digi­tale del 2014 rispetto all’anno pre­ce­dente regi­strano secondo i nostri cal­coli un + 9,7%.

[Nota: il valore dei ricavi da digi­tale è dato come somma delle diverse aree del gruppo non è scor­po­rato dalle altre voci come ad esem­pio ricavi pub­bli­ci­tari e ricavi dif­fu­sio­nali, quindi non è som­ma­bile a que­sti per otte­nere il totale dei ricavi consolidati]

I numeri dei bilanci di Rcs dicono inol­tre che la fles­sione dei ricavi ha soprat­tutto un “col­pe­vole”: il dra­stico calo dei ricavi dif­fu­sio­nali. Negli ultimi cin­que eser­cizi – dal 2010 al 2014 – a pesare per quasi il 60% [il 57% per la pre­ci­sione] sulla fles­sione di 975,9 milioni di euro dei ricavi totali è il –558,6 milioni regi­strato dai ricavi dif­fu­sio­nali. Un peso deci­sa­mente mag­giore di quello rela­tivo alla crisi della pub­bli­cità i cui effetti in Rcs [una fles­sione di 268,4 milioni nel mede­simo periodo] ha pesato sul calo del fat­tu­rato “solo” per il 28%. La pub­bli­cità tra l’altro nel 2014 regi­stra un +3,2% rispetto all’anno pre­ce­dente, ed è la prima volta dopo anni di segno meno.

In Rcs – come in tutti i gruppi edi­to­riali di que­sto mondo – si è anche molto tagliato sui costi. Quanto? Pren­dendo come rife­ri­mento ancora gli ultimi cin­que eser­cizi il costo del lavoro è dimi­nuito di 127,5 milioni di euro, i costi ope­ra­tivi di 674,6 milioni. Rispet­ti­va­mente un taglio del 28,1% e del 43,1%. In un gra­fico ci è sem­brato inte­res­sante met­tere a con­fronto nel periodo 2014–2010 i tagli dei costi e le fles­sioni dei prin­ci­pali voci di ricavo.

Nel piano per lo svi­luppo 2013–2015, un docu­mento par­ti­co­lar­mente impor­tante per il futuro del gruppo, ven­gono fatte delle pre­vi­sioni e posti obiet­tivi per il suo rilan­cio: ci è sem­brato inte­res­sante met­terli a con­fronto con i risul­tati del 2014 per vedere lo “stato di avan­za­mento” su que­gli obiet­tivi stra­te­gici che in Rcs si sono posti per la fine del pros­simo anno.

Se per quanto riguarda l’incidenza dei ricavi dal digi­tale, sti­mata al 15% a fine 2015, la nostra ela­bo­ra­zione [vedi info­gra­fica sot­to­stante] mostra un trend abba­stanza in linea con le aspet­ta­tive in ter­mini di inci­denza sul totale, sono però gli inve­sti­menti fatti che non hanno por­tato il red­dito atteso.

[Nota meto­do­lo­gica: i valori delle sin­gole voci, dove non spe­ci­fi­cato, sono quelli pun­tuali indi­cati anno per anno nei rela­tivi bilanci e non quelli ride­ter­mi­nati su base omo­ge­nea o riclas­si­fi­cati nei bilanci suc­ces­sivi (per essere più chiari: ad esem­pio, la voce ricavi del 2012 è quella indi­cata nel bilan­cio 2012 non quella ride­ter­mi­nata suvc­ces­si­va­mente nel bilan­cio 2013)].

Notizie che non lo erano Sofri
Posted on 13 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Notizie che NON lo Erano

27esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a noti­zie false e vere bufale attra­verso la recen­sione del libro di recen­tis­sima uscita “Noti­zie che non lo erano”.

Il libro, scritto da Luca Sofri, prende il titolo dalla rubrica che ormai da anni il diret­tore de Il Post dedica ad un tema che è per­niante per gior­nali e gior­na­li­smo. In cin­que capi­toli, che par­tono da come e per­ché si gene­rano le noti­zie false per con­clu­dersi con come se ne esce, nel libro  oltre a rive­lare i pic­coli e grandi mec­ca­ni­smi del gior­na­li­smo, il let­tore è invi­tato a riflet­tere sullo stato della nostra infor­ma­zione e a costruirsi una bus­sola per distin­guere il vero dal falso.

Viene affron­tato il tema cru­ciale della rapi­dità ver­sus l’accuratezza con una ric­chezza di esempi sia inter­na­zio­nali che nazio­nali quali il caso del Ceni­spes, Cen­tro Ita­liano di Studi Poli­tici Sociali ed Eco­no­mici, del quale non vi è asso­lu­ta­mente trac­cia in Rete ma che però viene citato da molti dei nostri quo­ti­diani come fonte sulle spese degli ita­liani per San Valen­tino ed in diverse altre sedi­centi ricer­che sui com­por­ta­menti della popolazione.

Notizie che non lo erano Sofri

Illu­mi­nante sullo stato gene­rale dell’editoria la cita­zione di un pas­sag­gio di un arti­colo di Michele Serra su Repub­blica nel set­tem­bre 2012, che all’epoca scri­veva: “Non è la gente che fab­brica le noti­zie, sono i media. Anche il più scal­ci­nato dei ban­ca­rel­lai ha facoltà di deci­dere quali merci esporre. I media sono gli unici com­mer­cianti che danno sem­pre al cliente la colpa della loro merce avariata”.

Inci­pit che offre più di uno spunto di rifles­sione anche sulla annosa que­stione rela­ti­va­mente alla quale da anni si pro­clama che il gior­na­li­smo di qua­lità costa e va pagato.

Ele­mento sul quale si chiude il libro con: “Il plu­ra­li­smo che serve non è quello per cui accanto a mol­tis­sima infor­ma­zione sciatta, irri­le­vante ed ego­cen­trica ci sia anche un’offerta dif­fe­rente, in cui allar­mi­smo, tito­li­smo e ricerca di un posto in clas­si­fica non siano i cri­teri prio­ri­tari con cui rivol­gersi ai lettori”.

Insomma, il libro vale asso­lu­ta­mente sia il tempo della let­tura che l’esborso eco­no­mico. Da leggere.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno ed è ancora pos­si­bile offrire sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account  @pedroelrey / @radiofujiko.

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