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Posted on 12 maggio 2015 by Giacomo Fusina, Pier Luca Santoro

Gli Ultimi 20 anni della Stampa Quotidiana

Gio­vanni è un uomo urbano di 45 anni, lavora, ha una fami­glia, vota alle ele­zioni e va — anche se con­tro­vo­glia — alle riu­nioni con­do­mi­niali. E’ cre­sciuto in una fami­glia in cui si leg­geva ogni giorno il gior­nale “tal­volta anche due e tal­volta l’unico che c’era si divi­deva per­ché i miei potes­sero leg­gerlo insieme dopo cena, mamma la cro­naca e papà la poli­tica”. Gio­vanni ha ini­ziato a leg­gere il gior­nale con con­ti­nuità negli anni dell’università e non ha mai smesso, fin­ché un giorno… un giorno, forse nel 2008…da quel giorno di colpo non l’ha più comprato.

Mica per qual­che ragione par­ti­co­lare” — ci tiene a pre­ci­sare — “è suc­cesso così, quasi senza che me ne accor­gessi”. Gli chiedo se non ne ha sen­tito la man­canza e allora dopo qual­che istante di silen­zio i suoi ricordi riaf­fio­rano gra­dual­mente: “deve essere stato quando ho com­prato l’iPhone, dopo che Ber­lu­sconi ha vinto le ele­zioni nel 2008, lì ho capito che per cin­que anni l’agenda poli­tica sarebbe stata nuo­va­mente quella dei pre­ce­denti dieci, gli amici hanno ini­ziato a bom­bar­darmi di inviti a iscri­vermi a Face­book, dopo cena non guar­davo più la TV ma accen­devo ancora per un’ora il PC…ecco deve stato allora che il quo­ti­diano di carta è uscito dalla mia vita. E, sai, non ne ho sen­tito la man­canza, come un intenso amore ado­le­scen­ziale che si dimen­tica in tre giorni”. “E poi” – con­ti­nua ormai con­sa­pe­vole di aver tro­vato il filo dei ricordi – “i gior­nali –come tutte le cose che acqui­sti — devono ser­vire a qual­cosa, rispon­dere a un biso­gno: io non avevo più biso­gno di leg­gerli. Leg­gevo il Sole per lavoro e gra­zie al Sole ho capito la crisi finan­zia­ria del 2011, poi ho ini­ziato a leg­gere Il Post per­ché mi spie­gava le cose. Ora leggo Fli­p­board”.

Ripen­san­doci, è stato così anche per me. Un giorno ho smesso, non ho più deviato il mio per­corso del mat­tino verso l’edicola e da quel giorno sono andato dritto da casa al lavoro. Prima cer­cavo le noti­zie, da quel giorno sono state loro a tro­vare me: mi inse­guono, mi com­pa­iono die­tro ogni angolo della mia gior­nata e mi ten­gono aggior­nato a mia insa­puta. Alla sera, quando torno a casa, sono stato infor­mato senza saperlo dal “sistema dell’informazione” e i titoli del TG che mi capita di ascol­tare seguono esat­ta­mente la sca­letta di head­li­nes che ho in mente. Lo stesso elenco di noti­zie che ritrovo sul quo­ti­diano il giorno dopo, se mai mi si pre­senta l’occasione di incon­trarne uno.

Lo so, lo so: cono­scere i titoli non è infor­marsi. Ma que­sto è un altro discorso.

Il discorso di que­sta ana­lisi guarda ai fon­da­men­tali del feno­meno: milioni di per­sone in que­sti anni hanno dimen­ti­cato il rito quo­ti­diano dell’acquisto del gior­nale car­ta­ceo [una su tre negli ultimi 8 anni]. La rac­colta pub­bli­ci­ta­ria sui quo­ti­diani nello stesso periodo è calata di quasi il 60%, non solo cau­sata dalla dimi­nu­zione della dif­fu­sione ma anche dal con­te­sto eco­no­mico gene­rale e dal con­se­guente calo degli inve­sti­menti su tutti i mezzi. Negli ultimi 8 anni, la quota degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sui quo­ti­diani è calata di oltre 40%.

Le ragioni sono diverse e, come rac­conta Gio­vanni, sono ori­gi­nate dall’evoluzione socio-culturale degli ultimi anni, legate allo stile di vita, al tempo (finito) a dispo­si­zione delle per­sone, alla per­va­si­vità della comu­ni­ca­zione digi­tale, ai con­te­nuti e allo stile nar­ra­tivo pre­va­lente tra i quo­ti­diani cartacei.

Ognuno ha le pro­prie idee sul feno­meno ma guar­dando i dati si pos­sono for­mu­lare cin­que tesi:

  1. La crisi della dif­fu­sione della stampa quo­ti­diana ini­zia nel 2001 e si aggrava a par­tire dal 2008, con l’avvento del mobile Inter­net. Il calo della dif­fu­sione delle copie car­ta­cee è con­se­guenza della cre­scita degli utenti Inter­net. Que­sto, forse, lo sospet­tavi anche tu: è stata la Rete a distrarre le per­sone dalla carta. La frui­zione dei ser­vizi online è com­pa­ti­bile, anzi siner­gica, con la TV (pensa al second screen), con la Radio (l’informazione online è ten­den­zial­mente silen­ziosa, come la carta), con la comu­ni­ca­zione esterna. Carta e Web sono invece con­cor­renti sullo stesso tipo di atten­zione del let­tore. Per que­sto motivo la quota degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sui quo­ti­diani è pro­gres­si­va­mente calata, dimez­zando il pro­prio peso nel giro di 12 anni e seguendo un trend alli­neato con il calo della diffusione.

I tre gra­fici sot­to­stanti rias­su­mono l’andamento del calo delle dif­fu­sioni delle copie car­ta­cee gior­na­liere dal 1995 ad oggi, con­fron­tano il calo dif­fu­sio­nale con la cre­scita di utenti Inter­net nel nostro Paese e l’andamento di copie dif­fuse ed inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sulla stampa.

Calo dif­fu­sioni
  1. I ricavi pub­bli­ci­tari per copia ven­duta non calano in modo pro­por­zio­nale alla dif­fu­sione. Anzi, nel primo periodo di calo della dif­fu­sione, dal 2001 al 2008, l’industria della stampa quo­ti­diana vende pro­gres­si­va­mente sem­pre meno copie nel giorno medio ma vende ancora bene il mezzo agli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari. La discesa dei ricavi pub­bli­ci­tari per copia ini­zia più tardi, quando l’Italia entra nel 2008 nella fase di crisi finan­zia­ria e reces­sione eco­no­mica: la varia­bile che spiega meglio que­sta dina­mica è il tasso di disoc­cu­pa­zione. Quando cre­sce il males­sere del paese, sia in ter­mini di fidu­cia nel futuro che di capa­cità di spesa in con­sumi, gli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari dimi­nui­scono su tutti i mezzi ma sulla stampa crol­lano. I ricavi pub­bli­ci­tari per copia ven­duta indi­ciz­zati all’inflazione l’anno scorso hanno toc­cato il minimo degli ultimi vent’anni e dal 2008 si sono quasi dimezzati.

I tre gra­fici sotto ripor­tati mostrano i ricavi da pub­bli­cità e quelli da vendite.

  1. I ricavi per copia ven­duta deri­vanti dalla ven­dita delle copie car­ta­cee sono in aumento dal 2001: nel 2002, con l’introduzione dell’euro, bal­zano in un solo anno del 50% per poi cre­scere leg­ger­mente in ter­mini nomi­nali fino al 2014. Con­si­de­rando il tasso d’inflazione, invece, i ricavi per copia ven­duta deri­vanti dalla ven­dita sono calati di 11 punti per­cen­tuali dal 2008 al 2014: si tratta di un calo, non di un crollo, che man­tiene comun­que il valore di que­sti anni a un livello supe­riore a quello medio pre-euro degli anni 90.

I tre gra­fici evi­den­ziano l’andamento i cali dif­fu­sio­nali e la fase di pas­sag­gio lira — euro

  1. Men­tre il numero di copie ven­dute per dipen­dente è in con­ti­nua cre­scita, i ricavi com­ples­sivi [dalla ven­dita e dalla pub­bli­cità] per dipen­dente sono in calo dal 2008 (se si con­si­de­rano i valori ade­guati all’inflazione il calo ini­zia nel 2002). Il sistema nel suo com­plesso gua­da­gna effi­cienza ma – guar­dando ai recenti bilanci dei gruppi edi­to­riali – è evi­dente che ciò non rie­sce a com­pen­sare il calo dei ricavi: le eco­no­mie di scala che si otten­gono con una ven­dita infe­riore ai 4 milioni di copie per giorno non ren­dono soste­ni­bile il busi­ness di un’industria che aveva il suo break even oltre la soglia dei 5 milioni.

I tre gra­fici visua­liz­zano l’andamento dei ricavi per dipendente.

  1. Negli ultimi tre anni la ven­dita di abbo­na­menti digi­tali non è riu­scita a com­pen­sare il calo della dif­fu­sione car­ta­cea. Ciò che sem­brava pos­si­bile al momento dell’introduzione delle digi­tal edi­tion dei mag­giori quo­ti­diani, ovvero che il numero di let­tori potes­sero essere man­te­nuto sta­bile offrendo un’esperienza alter­na­tiva sul digi­tale, è stato smen­tito dai fatti. Non per tutti, però: l’unica testata che ha gio­vato del nuovo para­digma è il Sole. Nel breve tempo di due o tre mesi il Sole 24 Ore diven­terà il primo quo­ti­diano ita­liano per dif­fu­sione com­ples­siva.

I cin­que gra­fici sotto ripor­tati mostrano il trend delle prin­ci­pali testate

Pro­spet­tive per il futuro: l’unico dato inco­rag­giante è il pro­ba­bile calo della disoc­cu­pa­zione che, se signi­fi­ca­tivo e pro­lun­gato, por­terà a un aumento anche deciso degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari. Non c’è tut­ta­via ragione per pen­sare che que­sta inver­sione di ten­denza si tra­duca in un aumento della quota di inve­sti­menti sulla stampa quo­ti­diana. Inol­tre, la dif­fu­sione delle copie digi­tali sem­bra aver esau­rito la sua spinta di cre­scita e si sta­bi­liz­zerà su livelli che non com­pen­sano la per­dita sul fronte del car­ta­ceo. È quindi pro­ba­bile che le curve mostrate in que­sta ana­lisi pro­se­guano nella loro ten­denza nei pros­simi due o tre anni.

Posted on 31 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Alla Fame per la Fama

Come molti ricor­de­ranno, dopo la ces­sione dell’«Huffington Post» ad AOL per la straor­di­na­ria cifra di 315 milioni di dol­lari, una parte dei blog­ger che scri­ve­vano gra­tui­ta­mente per la testata all digi­tal più famosa al mondo inten­ta­rono una class action pre­ten­dendo una parte dei ricavi otte­nuti dalla ces­sione d’azienda soste­nendo che aveva rag­giunto quel valore, anche, gra­zie al loro lavoro mai pagato, e recla­man­done un terzo.

Il «The New York Times» all’epoca aveva pro­dotto un’analisi esau­stiva che quan­ti­fi­cava con­cre­ta­mente il valore eco­no­mico dei blog dell’«Huffington Post». Nell’arti­colo, pro­dotto allora, viene iden­ti­fi­cato spe­ci­fi­ca­ta­mente il peso dei blog, ana­liz­zando il numero di pagine viste sul totale ed i com­menti [e dun­que la par­te­ci­pa­zione dei let­tori] per arri­vare a quello che potrebbe essere il valore in ter­mini di ricavi pub­bli­ci­tari. Ne emerge un rap­porto di 1 a 20 tra gli arti­coli retri­buiti e quelli gra­tuiti di blog­ger che dareb­bero luogo a reve­nues pub­bli­ci­ta­rie nell’ordine di poco più di 6 US $ ogni mille pagine viste. Un  rap­porto deci­sa­mente infe­riore alla quota di reve­nues pre­tesa dalla class action.

A meno di un anno di distanza è arri­vata ieri la sen­tenza, favo­re­vole ad AOL.

Nelle moti­va­zioni il giu­dice afferma che nulla è dovuto poi­chè non è mai stato sti­pu­lato un con­tratto one­roso tra «Huf­fing­ton Post» ed i blog­ger che sin dall’inizio sape­vano che il loro lavoro non sarebbe stato remu­ne­rato ed avendo accet­tato ugual­mente nulla è loro dovuto. Il caso è stato licen­ziato con “pre­ju­dice”, dun­que non potrà essere impu­gnata la sen­tenza o ripro­po­sta la causa in altra forma.

Ovvia­mente posi­tiva la rea­zione della testata sta­tu­ni­tense che esprime sod­di­sfa­zione per la sen­tenza e rin­no­vato impe­gno nella col­la­bo­ra­zione futura con tutti i blogger.

Con lo sbarco in Europa, appog­gian­dosi ai quo­ti­diani nazio­nali, dell’HuffPo, già attiva, con buoni risul­tati, per quanto riguarda la Fran­cia, e attesa immi­nente per le ver­sioni spa­gnole, ini­zial­mente pre­vi­sto a marzo e poi riviato a giu­gno, ed ita­liane, per le quali sono già stati scelti i diret­tori, sarà inte­res­sante veri­fi­care il peso di blog e blog­ger nell’impostazione edi­to­riale. Se infatti, a parità di man­te­ni­mento della mede­sima gab­bia gra­fica in entrambe le ver­sioni euro­pee, nell’edizione bri­tan­nica si nota un largo impiego di blog­ger, men­tre in quella fran­cese pare di gran lunga infe­riore. Una dif­fe­renza pro­ba­bil­mente dovuta sia alla cul­tura, alla men­ta­lità delle per­sone che alle dif­fe­renze nella legi­sla­zione nazionale.

Con la legge sull’equo com­penso per i gior­na­li­sti in dirit­tura d’arrivo nel nostro Paese, la defi­ni­zione di blog­ger, altra “parola sca­to­lone” senza signi­fi­cato che, come noto, non apprezzo a pre­scin­dere dal caso spe­ci­fico,  potrebbe dive­nire sino­nimo di pro­dut­tore di con­te­nuti non pagato. Un bel tema da affron­tare insieme al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo il mese prossimo.

Posted on 26 aprile 2010 by Pier Luca Santoro

I Conti in Tasca al NYT, un’ipotesi

Juan Varela a com­mento dei risul­tati eco­no­mici del NYT dif­fusi la scorsa set­ti­mana,  ha svi­lup­pato una simu­la­zione, un’ ipo­tesi, di quale potrebbe essere ragio­ne­vol­mente l’impatto di una even­tuale deci­sione del quo­ti­diano sta­tu­ni­tense di spe­gnere le rota­tive e pro­porre solo l’edizione on line.

L’analisi mi pare ben pon­de­rata e i conti, per quanto ipo­te­tici, realistici.

In buona sostanza, nell’ipotesi di una pas­sag­gio totale al digi­tale, il gior­nale new­yor­kino dovrebbe ridurre di oltre la metà sia i suoi costi e la strut­tura. Il numero di addetti dagli attuali 3200 dovrebbe ridursi di oltre 1000 unità.

Varela, cor­ret­ta­mente, si chiede se sia pos­si­bile una ristrut­tu­ra­zione di tale por­tata, e, soprat­tutto, se il costo sociale e pro­fes­sio­nale della stessa sia ragionevole.

Dalla mia pro­spet­tiva, una con­ferma di come la sfida per il futuro dell’informazione, sotto il pro­filo eco­no­mico, sia sulla con­ver­genza e non sulla sostituzione.

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