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Pubblicato il 29 giugno 2010 by Pier Luca Santoro

Problemi Quotidiani

Il futuro è digi­tale. Le rota­tive scom­pa­ri­ranno e con esse i gior­nali così come oggi li cono­sciamo. Sono que­ste le con­si­de­ra­zioni che con mag­gior fre­quenza ven­gono espresse. I gior­nali, la carta, sono stati sep­pel­liti molto prima della loro morte effet­tiva e, soprat­tutto, prima che si pen­sasse ad un modello di busi­ness alter­na­tivo all’attuale in grado di soste­nere eco­no­mi­ca­mente il mondo dell’informazione quotidiana.

Secondo quanto riporta AdAge, l’ipotesi di reve­nues digi­tali, almeno in ter­mini di ricavi pub­bli­ci­tari, pare sem­pre più impro­ba­bile anche negli USA, con un calo dal 16,2% del 2005 all’11,4% del 2009 e pro­ie­zioni, secondo PWC, al 7,9% nel 2014.

Vale la pena di evi­den­ziare come il trend, rias­sunto nel gra­fico sot­to­stante, sia com­pren­sivo anche dell’area digi­tale mobile sulla quale tante spe­ranze sono state ripo­ste ultimamente.

In gene­rale, i tassi di cre­scita degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari saranno signi­fi­ca­ti­va­mente più ele­vati per quanto riguarda inter­net e l’area digi­tale nel suo com­plesso. Nono­stante l’ immensa dif­fe­renza tra lo svi­luppo di quest’area e quella “off line” i ricavi saranno ancora pre­va­len­te­mente legati all’area ana­lo­gica almeno per un lustro ancora.

L’area digi­tale è com­ple­men­tare non alter­na­tiva, ancora una volta.

Pubblicato il 18 giugno 2010 by Pier Luca Santoro

Te la do io l’America

Con­fin­du­stria ha reso dispo­ni­bili i dati 4° Rap­porto sul Mer­cato dei Con­te­nuti Digi­tali in Ita­lia, al cui interno sono con­te­nuti anche alcuni gra­fici di sin­tesi dell’andamento della pub­bli­cità on line, con il det­ta­glio delle sin­gole com­po­nenti, voci, di inve­sti­mento. [Via]

Un capi­tolo viene spe­ci­fi­ca­ta­mente dedi­cato alle noti­zie on line, che rap­pre­sen­tano una fra­zione rela­ti­va­mente minima del totale mercato.

Appare evi­dente come le reve­nues pub­bli­ci­ta­rie deri­vanti dall’ on line non saranno nem­meno in pro­spet­tiva in grado di com­pen­sare le per­dite su que­sto fronte che i quo­ti­diani accu­sano nel set­tore tra­di­zio­nale [cartaceo].

Al tempo stesso, com­Score pub­blica gli stessi dati con rife­ri­mento al mer­cato statunitense.

Le cifre ed ancor più l’incidenza delle sin­gole voci, con spe­ci­fico rife­ri­mento alle noti­zie ed ai quo­ti­diani on line, par­lano da sole.

Se nel mondo anglo­sas­sone esi­stano in futuro pos­si­bi­lità di [ri]conversione al digi­tale è un’ipotesi, uno degli aspetti del dibat­tito in corso.

Pare che que­sto sia molto meno vero­si­mile per quanto riguarda la nostra realtà spe­ci­fica. Var­rebbe la pena di tor­nare a con­fron­tarsi, a lavo­rare, su aspetti più concreti.

Pubblicato il 23 marzo 2010 by Pier Luca Santoro

Stay

L’80% delle con­ver­sa­zioni avven­gono altrove rispetto al sito web dove sono state gene­rate, o forse per meglio dire, iniziate.

Un dato, quello ripor­tato dall’ info­gra­fica, che fa parte, anche, della mia espe­rienza quo­ti­diana di par­te­ci­pa­zione a Frien­d­Feed, dove l’ultimo caso, in ordine cro­no­lo­gico, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo regi­strava oltre 400 com­menti con­tro i “miseri” sei all’interno del blog di chi aveva ori­gi­nato la discus­sione.

Que­sta evo­lu­zione trova con­ferma anche in ter­mini di accessi alle edi­zioni on line dei quo­ti­diani e potrebbe avere un ulte­riore impatto nega­tivo in ter­mini di pro­spet­tive sui già miseri ritorni che gli edi­tori com­ples­si­va­mente otten­gono dal web in ter­mini di reve­nues pub­bli­ci­ta­rie.

La rea­zione degli edi­tori a que­sto feno­meno attual­mente par­rebbe essere quella di affi­darsi mag­gior­mente ai blog all’interno delle loro piat­ta­forme, gene­rando un modello di e-journalism dove i gior­nali asso­mi­gliano sem­pre più ai blog e vice­versa, ren­dendo, forse, ancor più com­plessa la situa­zione.

Ad adbun­da­tiam, in que­sto modo, da un lato, si legit­ti­mano le attese di un rico­no­sci­mento eco­no­mico da parte di quelli che sapien­te­mente Roberto Favini ha defi­nito “i giardinieri”e, dall’altro, si rischia di com­pli­care la già spi­nosa que­stione sulla tra­spa­renza di quanto viene pubblicato.

Ai tempi della mia gio­vi­nezza era in voga, tra le tante, una can­zone il cui ritor­nello: “Oh, won’t you stay, just a lit­tle bit lon­ger, please let me hear you say that you will, say you will” sem­bra com­po­sto ad hoc per descri­vere le attuali aspi­ra­zioni fru­strate degli editori.

Tor­ne­remo sicu­ra­mente a par­larne, anche di per­sona.

Pubblicato il 18 marzo 2010 by Pier Luca Santoro

Print Rules

Le reve­nues pub­bli­ci­ta­rie per l’on line con­ti­nuano ad essere asso­lu­ta­mente mar­gi­nali sia rispetto alle attese che complessivamente.

L’idea di far pagare i con­te­nuti on line non ha ancora tro­vato un modello con­vin­cente.

Alcuni edi­tori sta­tu­ni­tensi, preso atto della situa­zione, inve­stono in comu­ni­ca­zione per valo­riz­zare la let­tura “tra­di­zio­nale” delle ver­sioni car­ta­cee delle loro pubblicazioni.

Secondo quanto ripor­tato dal WSJ, dall’ ini­zio di mag­gio vedrà la luce una cam­pa­gna, pia­ni­fi­cata sui mag­giori mezzi di comu­ni­ca­zione del paese, il cui mes­sag­gio mira a far riva­lu­tare al let­tore il pia­cere della let­tura su sup­porto cartaceo.

Cin­que tra i big players del mer­cato edi­to­riale sta­tu­ni­tense, tra i quali Time War­ner, Advance Publi­ca­tion [Conde Nast] e Hearst, hanno scelto come testi­mo­nial il cam­pione di nuoto Michael Phelps per soste­nere che la let­tura sul web è una let­tura distratta, non appro­fon­dita, rispetto a quella su carta.

“We surf the inter­net, we swim in maga­zi­nes” recita l’headline dell’annuncio per il quale sono pre­vi­ste com­ples­si­va­mente 1400 uscite su testate quali Peo­ple e Vogue, con un inve­sti­mento sti­mato intorno ai 90 milioni di dol­lari, che nella body copy pro­se­gue, offrendo diverse argo­men­ta­zioni a sup­porto della stampa a comin­ciare dai tassi di incre­mento della rea­der­ship segnalati.

L’annuncio, sep­pur pia­ni­fi­cato su rivi­ste con­su­mer sem­bra più orien­tato agli addetti ai lavori ed, ovvia­mente, in par­ti­co­lare agli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari.

L’ ini­zia­tiva, a distanza di pochi mesi da quella effet­tuata in Gran Bre­ta­gna, sem­bre­rebbe con­fer­mare una rin­no­vata fidu­cia nella stampa da parte degli editori.