redditività editoria

Pubblicato il 1 marzo 2010 by Pier Luca Santoro

News start-up Checklist

Adam West­brook, gior­na­li­sta free­lance lon­di­nese, pro­pone una check list tanto essen­ziale quanto utile, segna­lando che la lista di cri­teri sug­ge­riti forse non ha biso­gno di essere sod­di­sfatta com­ple­ta­mente ma che cer­ta­mente igno­rarne i punti essen­ziali por­terà con buona pro­ba­bi­lità al fal­li­mento del progetto.

In tempi di spe­ri­men­ta­zioni, di ten­ta­tivi di ride­fi­ni­zione delle moda­lità di ren­dere la pub­bli­ca­zione delle noti­zie nuo­va­mente red­di­ti­zio, mi è sem­brato inte­res­sante ripren­derne i sug­ge­ri­menti, traducendoli.

La check list, pur non avendo con­te­nuti “rivo­lu­zio­nari”, ha il pre­gio di rias­su­mere i punti essen­ziali di quelli che sono buoni cri­teri di valu­ta­zione di un qual­siasi pro­dotto prima del lan­cio ed il valore di andare oltre i soliti cano­nici [scon­tati] dieci punti.

Eccoli:

  1. E’ una nuova idea?
  2. Ha un audience definita?
  3. For­ni­sce con­te­nuti di nicchia?
  4. Sod­di­sfa un biso­gno che non viene coperto attualmente?
  5. Fa qual­cosa in maniera migliore [più rapida, più eco­no­mica, più effi­cace] di quanto già in essere?
  6. Ha un poten­ziale effet­tivo di avere una red­di­ti­vità o si baserà sul finan­zia­mento di capi­tale di rischio?
  7. Uti­lizza il potere del cro­wd­sour­cing e/o delle communities?
  8. Sarà sod­di­sfa­cente per i gior­na­li­sti lavorarvi?
  9. Viene pubblicata/esiste su più di una piattaforma?
  10. Se ha dei con­te­nuti, è pos­si­bile condividerli?
  11. Ha biso­gno di somme ingenti di danaro per il pro­prio funzionamento?
  12. Pos­siede un poten­ziale che si autoalimenta?
  13. E’ sca­la­bile?
  14. For­ni­sce un ser­vi­zio di pub­blica utilità?
  15. E’ legal­mente soste­ni­bile? Rispetta il copyright?
  16. Potrebbe attrarre ven­ture capi­ta­list o angel investors?
  17. E.…ha un bel nome?

Ad inte­gra­zione, infine, si segna­lano, sem­pre sullo stesso argo­mento, le 11 lezioni che Jeff Israely dichiara di aver impa­rato nel primo anno da cor­ri­spon­dente di una [aspi­rante] on line news start up.

Quando la strada è buia e tor­tuosa, dotarsi di stru­menti per illu­mi­narla faci­lita il cammino.

Pubblicato il 15 febbraio 2010 by Pier Luca Santoro

Applicazioni & Notizie

Flurry, impresa sta­tu­ni­tense dedi­cata allo svi­luppo di appli­ca­zioni da uti­liz­zare in mobi­lità, ha rila­sciato i risul­tati di uno stu­dio effet­tuato rela­ti­va­mente all’utilizzo che viene fatto dagli utenti delle appli­ca­zioni scaricate.

Le appli­ca­zioni per la let­tura delle noti­zie sono  al primo posto per fre­quenza e durata di uti­lizzo essendo la cate­go­ria che regi­stra il mag­gior tasso in asso­luto per durata nel tempo e numero di utilizzazioni.

La mappa rea­liz­zata con­sente anche di valu­tare, in pro­spet­tiva, modelli di tarif­fa­zione che ovvia­mente, quando godono di un mag­gior tasso di fide­liz­za­zione e fre­quenza di uti­lizzo come nel caso delle noti­zie, pos­sono spun­tare prezzi maggiori.

Se le appli­ca­zioni rap­pre­sen­tano un mer­cato di ele­vato poten­ziale per l’editoria, anche in fun­zione del fatto che una volta rea­liz­zata viene [ri]venduta con­cet­tual­mente all’infinito, non altret­tanto può dirsi per livello di atten­zione ed appro­fon­di­mento nei con­fronti delle noti­zie che non  potrà che essere un’esperienza di let­tura di gran lunga infe­riore rispetto all’attuale ancora pre­va­len­te­mente su carta.

Pubblicato il 5 febbraio 2010 by Pier Luca Santoro

Business Models

Nie­man Lab ha dif­fuso la sin­tesi dei  con­te­nuti dello stu­dio recen­te­mente con­cluso da Accen­ture rela­ti­va­mente a quelli che par­reb­bero essere i modelli di busi­ness per il futuro dell’editoria.

La tavola di sin­tesi sot­to­stante illu­stra come si ipo­tizzi un “modello ibrido” [sarà un atroce destino ritro­vare con­ti­nue simi­li­tu­dini con il mondo dell’auto] con un  forte orien­ta­mento alla distri­bu­zione mul­ti­me­diale e mul­ti­pro­dotto in fun­zione delle diverse piattaforme.

Oltre a rile­vare che fon­da­men­tal­mente non ci si disco­sta di molto dal rap­porto 60/40 che carat­te­rizza l’attuale busi­ness model gene­rale dei gior­nali tra­di­zio­nali, ad inte­gra­zione dei dati pre­sen­tati, credo possa essere inte­res­sante ripren­dere quel che illu­strava Mick Masnick ana­liz­zando il caso di Trent Rez­nor [Nine Inch Nails].

Nel video della pre­sen­ta­zione Masnick rias­sume, con la sem­pli­cità appa­rente delle buone idee, la for­mula basica per avere suc­cesso e redditività :

Con­nect With Fans (CwF) + Rea­son To Buy (RtB)

=

The Busi­ness Model ($$)

Mi pare una attua­liz­za­zione fun­zio­nale ai nostri tempi della rea­son why che meriti di essere asso­lu­ta­mente presa in considerazione.

Pubblicato il 28 luglio 2009 by Pier Luca Santoro

Ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est

Esclu­dendo alcuni sog­getti asso­lu­ta­mente mar­gi­nali per con­cla­mata incom­pe­tenza, ini­zia ad esserci coe­sione ed accordo su quale sia il modello futu­ri­bile di costru­zione delle notizie.

Anche il sot­to­stante dia­gramma di ishi­kawa sin­te­tizza come alla costru­zione della noti­zia com­par­te­ci­pino ele­menti fino a poco fa con­si­de­rati alieni [o quan­to­meno mar­gi­nali] alla stessa rela­tivi all’area del gior­na­li­smo non professionale.

mediachartprocess

Jeff Jar­vis ieri, dalle pagine [web] del Guar­dian, inte­gra egre­gia­mente que­sta visione par­lando non solo dell’eco­si­stema delle noti­zie ma di quello che con­ti­nua ad essere l’anello debole del dibat­tito attual­mente in corso sul tema, i key pil­lars sui quali possa rea­li­sti­ca­mente basarsi la red­di­ti­vità dell’editoria.

Sono due, a mio avviso, i pas­saggi chiave dell’arti­colo.

L’ecosistema delle noti­zie è cam­biato ed i gior­nali [ed i main­stream media più in gene­rale] non ne sono più né gli attori esclu­sivi né tan­to­meno cen­trali: “[….] the new­spa­per pro­du­ces, owns and con­trols the asset that is the news. If, instead, we define news as the pro­vince of a lar­ger eco­sy­stem of which a new­spa­per — or its suc­ces­sor news orga­ni­sa­tion — is merely a mem­ber, then help no lon­ger looks like cha­rity. It looks like col­la­bo­ra­tion”.

Il modello di busi­ness delle noti­zie non può basarsi sulle sov­ven­zioni o, peg­gio, sulle pre­bende. Le imprese edi­to­riali non pos­sos­sono affi­darsi al volon­ta­riato ed alle offerte cari­ta­te­voli: “[…] Cha­rity is likely to be a con­tri­bu­tor to the future of news. So will volun­teer labour in the form of blog­gers and cro­wd­sour­cing. But we still need a busi­ness model for news. News still needs to be pro­fi­ta­ble to sur­vive. It’s not a church”.

Le imprese edi­to­riali non hanno, sin ora, effet­tuato le dolo­rose, ma neces­sa­rie, rior­ga­niz­za­zioni già avve­nute da tempo in altri set­tori, garan­tite da un modello di busi­ness fon­dato sulla cre­scita all’infinito degli inve­sti­menti promo-pubblicitari e sui ritorni gene­rati per­lo­più dall’osse­quiare ser­vi­zie­vol­mente il potente di turno accu­mu­lando e man­te­nendo costi non sostenibili.

Già in tempi remoti era chiaro, come diceva Seneca, che: igno­ranti quem por­tum petat nul­lus ven­tus suus est [il vento non sof­fia mai dalla parte giu­sta per chi non sa dove andare]. Ormai è ade­gua­ta­mente defi­nito il futuro del gior­na­li­smo e delle noti­zie, è adesso neces­sa­rio lavo­rare sul modello soste­ni­bile di busi­ness delle stesse.

Se cre­dete, pro­vate a chie­dere al vostro gior­na­laio, secondo me ha delle idee in proposito.