Posted on 20 gennaio 2013 by

Avercelo Lungo

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Se siete appro­dati a que­sto arti­colo alla ricerca di righelli e din­torni con­viene che chiu­diate imme­dia­ta­mente la pagina. Non è quello l’argomento, mi spiace.

“Snow Fall”, sto­ria di grande suc­cesso di una ter­ri­bile valanga sulle Cascade Moun­tains rea­liz­zata recen­te­mente dal «The New York Times», ha ria­perto il dibat­tito su le oppor­tu­nità offerte, sia sotto il pro­filo gior­na­li­stico che eco­no­mico, da quello che viene defi­nito long­form jour­na­lism, ter­mine la cui miglior appros­si­ma­zione in ita­liano è gior­na­li­smo narrativo.

Ma quanto viene effet­ti­va­mente adot­tato que­sto for­mat dai gior­nali e quale è la ten­denza di que­sto tipo di pro­po­ste infor­ma­tive? Ed ancora, è sen­sato ricer­care una cor­re­la­zione tra lun­ghezza degli arti­coli e qua­lità dell’informazione?

A que­ste domande ha cer­cato di dare una rispo­sta «Colom­bia Jour­na­lism Review» che ha ana­liz­zato gli arti­coli di lun­ghezza supe­riore alle 2mila parole pub­bli­cate su «The New York Times», «The Wall Street Jour­nal», «The Washing­ton Post» e «The Los Ange­les Times», dal 2003 al 2012.

Come mostra il gra­fico di sin­tesi dei risul­tati il numero di arti­coli con una lun­ghezza mag­giore alle 2mila parole si è ridotto per tutte le testate prese in con­si­de­ra­zione. Calo che com­ples­si­va­mente nell’arco tem­po­rale con­si­de­rato è stato dell’86%.

Articoli + 2mila parole

 Se, come spe­ci­fica sin dall’inizio l’articolo pub­bli­cato su CJR, non vi è una diretta cor­ri­spon­denza tra lun­ghezza del pezzo gior­na­li­stico e qua­lità dello stesso, cer­ta­mente vi sono argo­menti com­plessi, quali la crisi finan­zia­ria o altro, che richie­dono di essere arti­co­lati in maniera ampia per poter essere com­presi dal pubblico.

Tutti i respon­sa­bili delle testate coin­volte nell’indagine hanno dichia­rato che ricer­care una cor­re­la­zione tra qua­lità dell’informazione e lun­ghezza non è cor­retto. Tra que­sti Sara Blask del «The Wall Street Jour­nal»  che afferma:

The num­ber of words in an arti­cle has never been the baro­me­ter by which the qua­lity of a publi­ca­tion or its value to rea­ders should be mea­su­red. Every arti­cle is repor­ted with uni­que facts and anec­do­tes that are nee­ded to best tell the story. We con­si­der those fac­tors, while respec­ting our rea­ders’ busy lives, when deter­mi­ning the length of an arti­cle. Our very strong cir­cu­la­tion num­bers sug­gest that rea­ders think we’re doing a good job.

Uno stu­dio con­dotto dall’ Uni­ver­sity of Bri­stol e dalla School of Jour­na­lism della Car­diff Uni­ver­sity su 498 diverse fonti d’informazione online in lin­gua inglese [USA & Regno Unito] per un arco tem­po­rale di dieci mesi ana­liz­zando 15 prin­ci­pali aree di infor­ma­zione,  argo­menti, i cui risul­tati sono stati pub­bli­cati a dicem­bre 2012, ha evi­den­ziato un defi­cit di leg­gi­bi­lità e chia­rezza pro­prio per i temi di mag­gior spes­sore, di mag­gior valore in ter­mini di con­tri­buto alla for­ma­zione di cono­scenza e con­sa­pe­vo­lezza che un’informazione di qua­lità, un buon gior­na­li­smo, dovrebbe fornire.

Se cer­ta­mente una cor­re­la­zione tra qua­lità dell’informazione e lun­ghezza degli arti­coli andrebbe esa­mi­nata in mag­gior pro­fon­dità, è indub­bio che il declino sia evi­dente per tutti i gior­nali esa­mi­nati ad esclu­sione del «The New York Times» che invece vede cre­scere la quota di arti­coli di tale lun­ghezza sul totale di quanto pubblicato.

La domanda resta aperta, la pre­oc­cu­pa­zione anche.

longformpercent

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