pubblicazioni editoriali

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Posted on 20 agosto 2015 by Pier Luca Santoro

Te Piace ‘o Presepe?

Ormai è chiaro che le edi­cole “pure”, quelle che ven­dono esclu­si­va­mente pub­bli­ca­zioni edi­to­riali, sono sem­pre più desti­nate all’estinzione, nell’indifferenza gene­rale, a favore di negozi “misti”, che trat­tano altre cate­go­rie mer­ceo­lo­gi­che, come avviene già da anni nel Nord Europa.

Non aver mai gestito ade­gua­ta­mente una rete di distri­bu­zione che negli anni prima della crisi con­tava su 36mila punti ven­dita distri­buiti spesso in posi­zioni stra­te­gi­che del ter­ri­to­rio non lascia ben spe­rare sul buon esito di altre forme di distri­bu­zione attuali e futuribili.

Per farsi un’idea di quello che avviene quo­ti­dia­na­mente in un’edicola vi esorto a chie­dere al vostro gior­na­laio di fidu­cia, se ancora ne avete uno natu­ral­mente, di mostrarvi la bolla che riceve quo­ti­dia­na­mente dal distri­bu­tore locale e di farvi spie­gare da lui in breve il fun­zio­na­mento. In alter­na­tiva, a meno di tre euro, leg­ge­tevi il mio e-book sul tema.

Emble­ma­tico in tal senso il lan­cio dal 14 ago­sto scorso di “Il Pre­sepe – La sto­ria del Natale”, rac­colta com­po­sta di 85 [ottan­ta­cin­que!] uscite della quale cer­ta­mente alcuni di voi avranno visto lo spot in tele­vi­sione on air in que­sti giorni.

Sicu­ra­mente molti ricor­dano le scene di Natale in casa Cupiello con Eduardo De Filippo che ripe­tu­ta­mente chiede al figlio svo­gliato “te piace ‘o pre­sepe?” per poi, dopo rei­te­rati ten­ta­tivi ed altret­tanti dinie­ghi, con­clu­dere ” e cam­mina…”. Ecco!

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Posted on 9 luglio 2015 by Lelio Simi

Rcs Libri vs. Mondadori Libri in cinque grafici

Alla fine del mese scorso, come hanno ripor­tato tutti i gior­nali, Mon­da­dori ha pre­sen­tato uffi­cial­mente un’offerta di 135 milioni a Rcs Media­group per l’acquisizione di Rcs Libri. Della tran­sa­zione si è par­lato molto in que­sti ultimi mesi per­ché desti­nata a cam­biare molte cose negli equi­li­bri del mer­cato dei libri in Ita­lia. Abbiamo pen­sato quindi fosse utile met­tere insieme un po’ di dati rica­vati dai bilanci dei due gruppi per dare alcuni ele­menti di rifles­sione sul tema, in pari­co­lare su due aspetti: i ricavi e la quota di mercato.

Ricavi a confronto

rcs libri mondadori libri storico ricavi

Lo sto­rico dei ricavi delle aree libri dei due gruppi edi­to­riali evi­den­zia come i fat­tu­rati nel periodo preso in con­si­de­ra­zione – dodici annua­lità dal 2003 al 2014 – di Rcs Libri dise­gnino una para­bola che subi­sce un’involuzione deci­sa­mente più mar­cata rispetto alla linea dise­gnata da Mon­da­dori Libri. Nel 2003 i ricavi di Rcs Libri sono supe­riori a quelli di Mon­da­dori di ben 290 milioni di euro (e intorno a que­sto valore Rcs man­tiene la sua supre­ma­zia su Mon­da­dori fino al 2007) poi la for­bice tra i due gruppi comin­cia a chiu­dersi sem­pre di più fino al 2011 anno in cui, per la prima volta, è Mon­da­dori Libri a supe­rare i con­cor­renti di 97 milioni, cifra che con­so­lida nel 2014 a quando il suo fat­tu­rato è supe­riore di 114 milioni.

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Cosa è suc­cesso? Il punto di svolta per Rcs Libri è il 2012 quando i ricavi subi­scono un calo rispetto all’anno pre­ce­dente di 240 milioni, una fles­sione del 47% giu­sti­fi­cata prin­ci­pal­mente da impor­tanti ces­sioni come quella di Flam­ma­rion (al gruppo fran­cese Madri­gall che ha ver­sato nelle casse di Rcs 184,2 milioni) che nel 2010 e 2011 con­tri­buiva ancora ai ricavi del gruppo per oltre 200 milioni con un peso spe­ci­fico sui fat­tu­rati della divi­sione libri del 42%. Altra ces­sione di rilievo è stata quella di GE Riz­zoli che ope­rava nel set­tore dei “col­le­zio­na­bili” un set­tore di mer­cato che nel 2010 valeva per Rcs ancora 120 milioni (23% dei ricavi) ma che nel bilan­cio del 2014 è com­ple­ta­mente scomparso.

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Ces­sioni che hanno por­tato sì liqui­dità ma anche una evi­dente fles­sione dei fat­tu­rati. È in que­sto senso signi­fi­ca­tivo vedere come il peso della divi­sione libri di Rcs sui ricavi del gruppo sia in netto declino in que­sti ultimi anni. Nel gra­fico risulta evi­dente come i due set­tori libri pesas­sero sui ricavi dei rispet­tivi gruppi in maniera sostan­zial­mente iden­tica nel 2010, nelle ultime quat­tro annua­lità però la divi­sione libri di Mon­da­dori aumenta il pro­prio peso sem­pre di più men­tre i libri in Rcs pesano sem­pre meno.

Quota di mercato

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La quota di mer­cato a valore si man­tiene costante nelle ultime cin­que annua­lità cosic­ché le varia­zioni, per altro minime, si com­pen­sano tra i due gruppi, è da notare come la loro somma regi­stri nelle ultime cin­que annua­lità uni­ca­mente spo­sta­menti mil­li­me­trici oscil­lando tra il 39% e il 38,3% segno di posi­zioni di mer­cato orami con­so­li­date. Il nuovo gruppo quindi avrebbe la netta mag­gio­ranza della quota di mer­cato ita­liano, come rile­vato da molti, tanto che la seconda forza sarebbe il gruppo Gems al 10,2%, ovvero meno di un terzo della quota poten­ziale del nuovo polo librario.

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Bonus track: tra le cose più inte­res­santi da leg­gere sull’argomento, nostra mode­sta opi­nione, c’è que­sto lungo arti­colo di Ales­san­dro Gazioia (Jum­pin­shark) su Inter­na­zio­nale scritto alcuni mesi fa La fusione tra Mon­da­dori e Rcs riguarda tutti noi

Notizie che non lo erano Sofri
Posted on 13 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Notizie che NON lo Erano

27esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a noti­zie false e vere bufale attra­verso la recen­sione del libro di recen­tis­sima uscita “Noti­zie che non lo erano”.

Il libro, scritto da Luca Sofri, prende il titolo dalla rubrica che ormai da anni il diret­tore de Il Post dedica ad un tema che è per­niante per gior­nali e gior­na­li­smo. In cin­que capi­toli, che par­tono da come e per­ché si gene­rano le noti­zie false per con­clu­dersi con come se ne esce, nel libro  oltre a rive­lare i pic­coli e grandi mec­ca­ni­smi del gior­na­li­smo, il let­tore è invi­tato a riflet­tere sullo stato della nostra infor­ma­zione e a costruirsi una bus­sola per distin­guere il vero dal falso.

Viene affron­tato il tema cru­ciale della rapi­dità ver­sus l’accuratezza con una ric­chezza di esempi sia inter­na­zio­nali che nazio­nali quali il caso del Ceni­spes, Cen­tro Ita­liano di Studi Poli­tici Sociali ed Eco­no­mici, del quale non vi è asso­lu­ta­mente trac­cia in Rete ma che però viene citato da molti dei nostri quo­ti­diani come fonte sulle spese degli ita­liani per San Valen­tino ed in diverse altre sedi­centi ricer­che sui com­por­ta­menti della popolazione.

Notizie che non lo erano Sofri

Illu­mi­nante sullo stato gene­rale dell’editoria la cita­zione di un pas­sag­gio di un arti­colo di Michele Serra su Repub­blica nel set­tem­bre 2012, che all’epoca scri­veva: “Non è la gente che fab­brica le noti­zie, sono i media. Anche il più scal­ci­nato dei ban­ca­rel­lai ha facoltà di deci­dere quali merci esporre. I media sono gli unici com­mer­cianti che danno sem­pre al cliente la colpa della loro merce avariata”.

Inci­pit che offre più di uno spunto di rifles­sione anche sulla annosa que­stione rela­ti­va­mente alla quale da anni si pro­clama che il gior­na­li­smo di qua­lità costa e va pagato.

Ele­mento sul quale si chiude il libro con: “Il plu­ra­li­smo che serve non è quello per cui accanto a mol­tis­sima infor­ma­zione sciatta, irri­le­vante ed ego­cen­trica ci sia anche un’offerta dif­fe­rente, in cui allar­mi­smo, tito­li­smo e ricerca di un posto in clas­si­fica non siano i cri­teri prio­ri­tari con cui rivol­gersi ai lettori”.

Insomma, il libro vale asso­lu­ta­mente sia il tempo della let­tura che l’esborso eco­no­mico. Da leggere.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno ed è ancora pos­si­bile offrire sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account  @pedroelrey / @radiofujiko.

Underwood
Posted on 24 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Slow News

Nell’epoca del nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dic­tio­nary, dedi­carsi allo slow jour­na­lism è un atto di grande corag­gio o, in alter­na­tiva, di scon­si­de­rata avven­ta­tezza. Per que­sto ho voluto appro­fon­dire le moti­va­zioni alla base della nascita di Slow News, ini­zia­tiva edi­to­riale tutta ita­liana, a dispetto del nome, online da poco più di un mese in una breve inter­vi­sta ai fon­da­tori del progetto.

1) Per­ché, in un eco­si­stema dell’informazione che, per dirla come Twit­ter, corre più veloce di un ter­re­moto avete deciso di dedi­carvi alle “slow news”?

Il flusso dell’informazione ha rag­giunto un’intensità e una velo­cità dif­fi­cil­mente soste­ni­bili, per­sino per chi all’interno del mondo dell’informazione vive e lavora. Meglio non pen­sare — oppure, meglio pen­sarci! — a chi è fuori da que­sta bolla: pro­ba­bil­mente trova tutto solo incom­pren­si­bile, diso­rien­tante. Pen­siamo ci sia biso­gno di un lavoro di sot­tra­zione, non di addi­zione: e poi tutti e cin­que, da anni e per motivi pro­fes­sio­nali, viviamo ogni giorno il famoso infor­ma­tion over­load.

Non aman­dolo par­ti­co­lar­mente, abbiamo pen­sato a un modello radi­cal­mente oppo­sto. Ed ecco Slow News.  Che è anche una spe­cie di filo­so­fia di vita e di lavoro alter­na­tivo. Un “pre­si­dio”. Un po’ come Slow Food, alle sue ori­gini, lo fu per il cibo di qua­lità e “local”.

2) Da subito avete deciso di andare a paga­mento. Qual è il modello di busi­ness di Slow News?

Gabriele Fer­ra­resi: Cre­diamo che il lavoro vada pagato, sem­pre. Slow News, per quanto per noi sia pia­ce­vole da rea­liz­zare, è un pic­colo lavoro. Il nostro modello di busi­ness è basato su micro­pa­ga­menti: pagare pochis­simo, in tanti, spe­riamo sem­pre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, val­gono 2 euro, cin­quanta cen­te­simi a set­ti­mana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, nean­che 2 cen­te­simi a numero.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: Il modello di busi­ness di Slow News si basa, poi, su un di rap­porto di fidu­cia tra noi e gli abbo­nati per­ché pen­siamo che il gior­na­li­smo, in tutte le sue decli­na­zioni, sia un ser­vi­zio: se chi lo fa ha un dovere di cor­ret­tezza verso i let­tori que­sti ultimi hanno il dovere di pagare per il ser­vi­zio che rice­vono. Allo stesso modo, il let­tore ha il diritto di non essere sod­di­sfatto. E infatti abbiamo scelto di rim­bor­sare l’ultimo mese pagato a un even­tuale let­tore insod­di­sfatto [chi altri lo fa, in Italia?].

Alberto Pulia­fito: E per ora nes­suno ha chie­sto indie­tro i soldi! L’altra cosa impor­tante è che, essendo per noi un lavoro resi­duale [abbiamo tutti altre col­la­bo­ra­zioni, for­tu­na­ta­mente], la for­mula dei micro­pa­ga­menti ci con­sente di inve­stire piano piano in pic­cole miglio­rie che appor­te­remo. È chiaro che sia un modello desti­nato a una cre­scita lenta, anche per­ché gli dedi­chiamo una pic­cola fetta del nostro tempo libero. Non potrebbe essere altri­menti. Non è pen­sato, oggi, per gene­rare un pro­fitto ma per darci i mezzi per coprire pic­coli inve­sti­menti per miglio­rare. Troppe volte noi stessi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo pen­sato che ci voles­sero troppi soldi e troppo tempo come inve­sti­mento di par­tenza per fare qual­cosa di nostro. Poi un giorno, in un con­ve­gno, ho sen­tito par­lare Robin Good. Ha insi­stito molto sul con­cetto di gior­na­li­sta come impren­di­tore per­so­nale  - come start up, se vogliamo usare un ter­mine alla moda — . Da lì ho comin­ciato a pen­sare a que­sto, ispi­ran­domi anche ad altre realtà esi­stenti [oltreo­ceano, però]. E ad un’attività “resi­duale”, “lenta”, che si con­trap­ponga in maniera radi­cale – non solo come con­te­nuti ma anche come modello di busi­ness – a tutto quel che viene fatto oggi nell’informazione online. Anche a quello che fac­ciamo noi stessi. Detto ciò, sono con­vinto che prima o poi lo slow jour­na­lism sia desti­nato a cre­scere e a rita­gliarsi una sua nic­chia di mer­cato. Meglio ini­ziare per tempo a posizionarsi. 

3) Pen­sando alla con­tent cura­tion in Ita­lia viene subito in mente Good Mor­ning Ita­lia, quali le dif­fe­renze tra il vostro pro­getto ed il loro? 

Gabriele Fer­ra­resi: Quello di Good Mor­ning Ita­lia è un bel­lis­simo pro­getto. È per­fetto come risorsa nel quo­ti­diano: noi però siamo diversi, pro­po­niamo un approc­cio alla let­tura e all’informazione più lento e legato sì all’attualità, ma non bloc­cato sulla stessa.

Il nostro lavoro di cura­tion e sele­zione poi cerca di anche di andare indie­tro nel tempo: e a volte pos­sono bastare pochi mesi. Uno dei pro­blemi dell’infor­ma­tion over­load è pro­prio il tempo di vita dei con­te­nuti, spesso anche di quelli validi: scom­pa­iono. Noi, quando ha una sua logica farlo, cer­chiamo di ripor­tarli alla luce e di farli tor­nare d’attualità.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: A dif­fe­renza da Good­Mor­ning Ita­lia, Slow News è svin­co­lata dall’attualità, anche se la tiene sem­pre sott’occhio. È vero, ci si potrebbe chie­dere per­ché un let­tore dovrebbe essere inte­res­sato a quel che sug­ge­riamo: non vogliamo sem­brare arro­ganti che propongono/impongono al let­tore que­sto o quel con­te­nuto, ma con­di­vi­dere espe­rienze [le nostre e quelle degli autori che pro­po­niamo] che ven­gono messe a dispo­si­zione degli abbo­nati. E, prima di tutto Slow News è un rap­porto umano, un rap­porto tra i let­tori e Slow News: men­tre molti siti all news gene­ra­li­sti disat­ti­vano i com­menti agli arti­coli, noi chie­diamo ai let­tori di farci sapere che ne pen­sano, di darci il più pos­si­bile feed­back, spe­cial­mente nega­tivi. Fino ad oggi è andata bene.

Alberto Pulia­fito: È pro­prio il modo in cui creiamo i numeri della new­slet­ter che è diverso. Si parte da una sug­ge­stione, che può venire dall’attualità o da altro, magari anche solo da un buon pezzo, e si va spesso per libere asso­cia­zioni di idee. Si parla di San­remo e si fini­sce a uno spet­ta­colo di stand up comedy. Si parla del Char­lie Hebdo e si arriva a un libro sul nazio­na­li­smo fran­cese. Si parla di wre­stling, di porno, di mondo del lavoro: qua­lun­que sia l’argomento, i sug­ge­ri­menti che lasciamo ai nostri let­tori riguar­dano solo quello che per noi è “eccel­lenza”. Ci offriamo come cura­tori per­so­nali, ma vogliamo anche par­lare con i nostri abbo­nati. E vogliamo offrire loro il pia­cere della sco­perta di con­te­nuti che altri­menti non avreb­bero tro­vato. La linea edi­to­riale spa­zia dal serio al faceto, dal con­te­nuto recen­tis­simo a quello più datato. L’obiettivo è quello di offrire plu­ra­lità di sguardi su un tema, pezzi o video o fram­menti audio che si abbia dav­vero voglia di leg­gere, vedere, ascol­tare, una volta sco­perti. Con­te­nuti che avrebbe un senso tenere in un’antologia o nei pre­fe­riti. Qual­cosa di cui si possa godere iso­lan­dosi dal flusso infi­nito di ras­se­gne stampa, tito­loni, dichia­ra­zioni, aggior­na­menti, brea­king, click bai­ting, gat­tini, shock e via dicendo. 

4) Per il momento Slow News è una new­slet­ter, quali saranno gli svi­luppi futuri?

Le idee sulle quali stiamo lavo­rando ora come ora sono: una pro­fi­la­zione per inte­ressi degli abbo­nati; un’applicazione iOS e Android; numeri mono­gra­fia dedi­cati a un sin­golo tema; un’evoluzione natu­rale con pro­du­zione di long form jour­na­lism.

Poi c’è un’altra idea, molto slow, che è quella di orga­niz­zare eventi dal vivo con una moda­lità par­ti­co­lare e molto coe­rente con il pro­getto: la lan­ce­remo a breve.

Ovvia­mente siamo aper­tis­simi a col­la­bo­ra­zioni di ogni tipo con chiun­que sposi la filo­so­fia alla base di Slow News

5) Pro­viamo a trac­ciare un qua­drante dell’informazione ita­liana. Slow News si col­loca come alter­na­tivo o com­ple­men­tare rispetto alle testate online?

È diret­ta­mente un altro modo di infor­marsi, un modo per sele­zio­nare solo quello che serve dav­vero. Le testate online sono la nostra fonte. Come i blog, i social net­work, gli archivi di video e audio, tutto ciò che esi­ste sul web. Poi, sic­come siamo dei gio­che­rel­loni e goliardi, diremmo che Slow News è un’alternativa com­ple­men­tare alle testate online [qua­lun­que cosa que­sto voglia dire].

Underwood

Salta Left
Posted on 17 gennaio 2015 by Pier Luca Santoro

Parte il Crowdfunding per Left, Partecipa!

Che nella chiu­sura di Left ci fosse qual­cosa di strano era un sospetto, nep­pure tanto velato, che ho mani­fe­stato all’inizio dell’anno.

Oggi la rivi­sta torna in edi­cola ma non una delle per­sone che hanno scritto e pro­dotto la testata sin qui, che [stru­men­tal­mente?] non paiono essere gra­dite a Edi­to­ria­le­No­vanta, è stata coinvolta.

La vicenda nella sua invo­lu­zione è spie­gata con chia­rezza ed ampiezza di det­ta­gli dall’ex diret­tore della testata nell’inter­vi­sta con­cessa a Radio Radi­cale un paio di giorni fa le cui con­clu­sioni si pos­sono ascol­tare nel pod­cast sottostante

Un “bal­letto” che, come si ipo­tiz­zava, ha il fine ultimo di appro­priarsi della rivi­sta che andrà all’asta il 21 gen­naio pros­simo. Infatti, a sor­presa, diciamo, l’amministratore unico della coo­pe­ra­tiva rinun­cia al como­dato d’uso e ritira l’offerta di acqui­sto della testata [senza infor­mare gli altri soci della coo­pe­ra­tiva] ed al tempo stesso la società Edi­to­riale Novanta di Mat­teo Fago comu­nica che ha otte­nuto il como­dato d’uso per la testata e pre­sen­tato una for­male offerta d’acquisto.

È per que­sto che il gruppo di gior­na­li­sti che hanno rea­liz­zato Left sino a fine 2014 ha deciso, con il mio sup­porto in ter­mini di idea­zione della cam­pa­gna [*], di par­tire con un cro­w­d­fun­ding che con­senta loro di con­tro­bat­tere, rien­trando in pos­sesso di ciò che in realtà è sem­pre stato loro, per poi rilan­ciare la testata man­te­nendo al suo interno la per­sone che da sem­pre l’hanno realizzata.

Salta Left

Abbiamo lan­ciato ieri la rac­colta fondi pen­sando a tre livelli di dona­zione, con un “entry level” dav­vero alla por­tata di chiun­que voglia con­tri­buire. Da qui a mer­co­ledì abbiamo biso­gno di 30mila euro, importo che siamo con­vinti sia pos­si­bile rag­giun­gere nono­stante una sca­denza così ravvicinata.

Chie­diamo il sup­porto di tutte le per­sone di coscienza che abbiano a cuore la plu­ra­lità di voci nell’informazione ed abbiamo pre­vi­sto un sistema di ricom­pense cre­scenti a seconda del livello di dona­zione anche se siamo con­vinti che la spinta debba essere ideale.

Insomma, donate e dif­fon­dete presso i vostri con­tatti l’iniziativa. Pre­sto, per­ché i tempi sono stretti. Grazie!

Left Crowdfunding

[*] Il sup­porto è offerto a titolo non one­roso nono­stante fac­cia parte delle atti­vità che svolgo nor­mal­mente come con­su­lente [a paga­mento], poi­chè credo che in que­sto Paese ci sia abbon­danza, eccesso, di “fur­betti del quar­tie­rino”, sal­tim­banco e pre­sti­gia­tori. È dove­roso far capire che il gioco delle tre tavo­lette non sem­pre frutta. Una lezione di civiltà comun­que la si pensi, qual­si­vo­glia sia il pro­prio orien­ta­mento poli­tico, direi. DONATE!

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