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Notizie che non lo erano Sofri
Posted on 13 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Notizie che NON lo Erano

27esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a noti­zie false e vere bufale attra­verso la recen­sione del libro di recen­tis­sima uscita “Noti­zie che non lo erano”.

Il libro, scritto da Luca Sofri, prende il titolo dalla rubrica che ormai da anni il diret­tore de Il Post dedica ad un tema che è per­niante per gior­nali e gior­na­li­smo. In cin­que capi­toli, che par­tono da come e per­ché si gene­rano le noti­zie false per con­clu­dersi con come se ne esce, nel libro  oltre a rive­lare i pic­coli e grandi mec­ca­ni­smi del gior­na­li­smo, il let­tore è invi­tato a riflet­tere sullo stato della nostra infor­ma­zione e a costruirsi una bus­sola per distin­guere il vero dal falso.

Viene affron­tato il tema cru­ciale della rapi­dità ver­sus l’accuratezza con una ric­chezza di esempi sia inter­na­zio­nali che nazio­nali quali il caso del Ceni­spes, Cen­tro Ita­liano di Studi Poli­tici Sociali ed Eco­no­mici, del quale non vi è asso­lu­ta­mente trac­cia in Rete ma che però viene citato da molti dei nostri quo­ti­diani come fonte sulle spese degli ita­liani per San Valen­tino ed in diverse altre sedi­centi ricer­che sui com­por­ta­menti della popolazione.

Notizie che non lo erano Sofri

Illu­mi­nante sullo stato gene­rale dell’editoria la cita­zione di un pas­sag­gio di un arti­colo di Michele Serra su Repub­blica nel set­tem­bre 2012, che all’epoca scri­veva: “Non è la gente che fab­brica le noti­zie, sono i media. Anche il più scal­ci­nato dei ban­ca­rel­lai ha facoltà di deci­dere quali merci esporre. I media sono gli unici com­mer­cianti che danno sem­pre al cliente la colpa della loro merce avariata”.

Inci­pit che offre più di uno spunto di rifles­sione anche sulla annosa que­stione rela­ti­va­mente alla quale da anni si pro­clama che il gior­na­li­smo di qua­lità costa e va pagato.

Ele­mento sul quale si chiude il libro con: “Il plu­ra­li­smo che serve non è quello per cui accanto a mol­tis­sima infor­ma­zione sciatta, irri­le­vante ed ego­cen­trica ci sia anche un’offerta dif­fe­rente, in cui allar­mi­smo, tito­li­smo e ricerca di un posto in clas­si­fica non siano i cri­teri prio­ri­tari con cui rivol­gersi ai lettori”.

Insomma, il libro vale asso­lu­ta­mente sia il tempo della let­tura che l’esborso eco­no­mico. Da leggere.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno ed è ancora pos­si­bile offrire sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account  @pedroelrey / @radiofujiko.

Fabbrica del Carisma Libro
Posted on 29 aprile 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

La Fabbrica del Carisma

26esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a lea­der, fol­lo­wer e comu­ni­ca­zione attra­verso la recen­sione di un libro [*] in uscita a giorni.

Il libro è arti­co­lato in quat­tro capitoli.

Il primo intro­duce alla teo­ria del potere e della legit­ti­ma­zione, ricor­dando le carat­te­ri­sti­che della situa­zione ita­liana con­tem­po­ra­nea e uti­liz­zando per ana­liz­zarla le chiavi inter­pre­ta­tive di Weber, Arendt, Dahl, Haber­mas e Castells, che con diverse accen­tua­zioni saranno riprese per tutto lo svi­luppo degli argo­menti. Appare evi­dente da que­ste prime pagine che cosa è il «Cari­sma» e quale uti­lità avrebbe il suo pos­sesso da parte di poli­tici e capi di governo, se l’attribuzione nomi­na­li­stica degli organi d’ infor­ma­zione cor­ri­spon­desse al signi­fi­cato pra­tico d’ inda­gine sociale e per­ché vi si è fatto appello in periodi di crisi della rap­pre­sen­tanza poli­tica anche recente. Adom­bra la col­la­bo­ra­zione nei fatti tra lea­der e fol­lo­wer per con­fi­gu­rare la subordinazione.

Il secondo capi­tolo, inti­to­lato «L’ età dell’ elo­quenza e dei ritratti», è un excur­sus sto­rico sulla costru­zione della visi­bi­lità e dell’ imma­gine allo scopo di pro­vo­care l’attrazione dei seguaci da parte di sovrani, capi di Stato e reli­giosi, nel periodo che va dal V secolo a.C. al XVII e mette in risalto la forza dei legami stretti tra domi­nanti e domi­nati nell’ antica Atene, a Roma impe­riale, nel Medioevo e nel corso dell’ asso­lu­ti­smo monar­chico euro­peo. Ne sca­tu­ri­scono rifles­sioni ancora valide sulla comu­ni­ca­zione poli­tica inte­grata, rea­liz­zata con i discorsi pub­blici, le opere d’ arte e la let­te­ra­tura, le con­qui­ste guerriere.

Il terzo capi­tolo è quello della nascita dell’ Occi­dente, s’ inti­tola «L’ età dell’industrializzazione e della gerar­chia» e con­si­dera le stra­te­gie di lea­der­ship sociale attuate dagli impren­di­tori inglesi, fran­cesi, tede­schi, ita­liani, ame­ri­cani. Rap­pre­senta il feno­meno dei «baron rob­ber», della nascita della grande impresa, delle «com­pany town», delle «wor­khouse» e dei nuovi impren­di­tori, con nume­rosi casi per­so­nali emble­ma­tici di nuove forme di rela­zioni interne ed esterne. Docu­menta le situa­zioni eco­no­mi­che, poli­ti­che e sociali dell’ epoca. Illu­stra il per­ché dei suc­cessi e dei fal­li­menti della «socia­lità» pra­ti­cata da governi e aziende.

Il quarto capi­tolo riguarda «L’ età delle reti e degli scambi», i giorni nostri. Sot­to­li­nea gli effetti per­versi legati all’ uso impro­prio delle reti digi­tali, delle infor­ma­zioni a senso unico dei gior­nali online e dei social net­work sites, in par­ti­co­lare, brodo pri­mor­diale per pro­vo­care le nuove dipen­denze e le pre­senze fal­sa­mente attive, spesso limi­tate alla pub­bli­ca­zione di foto­gra­fie, icone stan­dard e com­menti ste­reo­ti­pati, dove si creano iden­tità altre e rap­porti super­fi­ciali, som­mersi dai miliardi di con­tatti e di amici a distanza, la «fine della con­ver­sa­zione», come ha scritto Sherry Turkle.

Fabbrica del Carisma Libro

«La Fab­brica del Cari­sma» mostra attra­verso 25 casi di eser­ci­zio del potere in poli­tica e in eco­no­mia, con­te­stua­liz­zati, ana­liz­zati, valu­tati e siste­ma­tiz­zati, con gli obiet­tivi per­se­guiti e i mezzi usati, altret­tanti per­so­naggi di diverso tipo e qua­lità, soprat­tutto inte­res­sati a con­qui­stare seguaci, aumen­tare l’ auto­rità e il domi­nio, otte­nere un imme­diato e per­so­nale con­senso. Ha allo base lo stu­dio rea­liz­zato per spie­gare e vali­dare i fatti descritti, riflet­tendo sulle loro cause e con­se­guenze, cer­cando di equi­li­brare le sto­rie come somma di azioni eroi­che di alcuni capi «cari­sma­tici» con i con­tri­buti delle forze geo­po­li­ti­che e socioe­co­no­mi­che che li hanno aiutati.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag #imsv14 e/o men­zio­nando i due account  @pedroelrey / @radiofujiko

[*] Disclai­mer: Il libro è scritto da per­sona con legame di paren­tela con uno degli autori dell’articolo.

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Posted on 10 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Il 2015 Sarà l’Anno delle App di Instant Messanging per le News?

Busi­ness Insi­der riprende i dati del Digi­tal News Report 2014 del Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism dai quali emerge come in Ita­lia l’utilizzo di Wha­tsApp per otte­nere noti­zie sia del 13% [rispetto al 10% di Twit­ter, new­swire per eccellenza].

Un pri­mato che fa del nostro Paese una delle nazioni al top, dopo Spa­gna e Bra­sile, con un uti­lizzo più che dop­pio rispetto alla media come mostra il gra­fico sottostante.

Non a caso Repub­blica, il primo dei prin­ci­pali siti di infor­ma­zione ita­liani a spe­ri­men­tare Wha­tsApp come mezzo di dif­fu­sione delle noti­zie dall’inizio del 2015, dopo pochi giorni si è tro­vato costretto a sospen­dere le richie­ste di ade­sione al ser­vi­zio per eccesso di domanda.

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Dopo il suc­cesso di Buz­z­feed, pio­niere anche da que­sto punto di vista, il cui numero di click attra­verso il pul­sante di con­di­vi­sione di Wha­tsApp ha rapi­da­mente supe­rato il numero di click di con­di­vi­sione via bot­tone di Twit­ter, il numero di testate che stanno pro­vando a sfrut­tare anche que­sto medium è rapi­da­mente in cre­scita ed i dati dif­fusi a fine anno sem­bre­reb­bero dare ragione a chi sta facendo spe­ri­men­ta­zione in tal senso.

Tra tutti, proba­bil­mente il caso più inte­res­sante è quello rap­pre­sen­tato da The Extra, digli­tal media latino ame­ri­cano, che uti­lizza Wha­tsApp per for­nire un ser­vi­zio migliore per comu­ni­care con il let­tore usan­dolo come canale per con­di­vi­dere noti­zie e infor­ma­zioni [foto, video, audio e interviste]. 

Non man­cano le dif­fi­coltà tec­ni­che e di inte­gra­zione, sia per la mac­chi­no­sità richie­sta alle per­sone per iscri­versi [e annul­lare] la sot­to­scri­zione al ser­vi­zio che per la neces­sità di cari­care manual­mente ogni sin­golo con­tatto da aggiun­gere alla lista di broa­d­cast, anche se la recente intro­du­zione della ver­sione Web dell’applicazione, una volta a regime, dovrebbe miglio­rare la user experience.

Grandi novità anche da parte di Sna­p­chat, appli­ca­zione nota per il suo uti­lizzo “hot” che invece con il recen­tis­simo lan­cio di Disco­ver, in col­la­bo­ra­zione con testate del cali­bro di Cnn, Cosmo­po­li­tan, ESPN, Natio­nal Geo­gra­phic e Vice, ha deci­sa­mente destato inte­resse in tutto il mondo dell’informazione.

Se com­ples­si­va­mente, con 100 milioni di utenti, i numeri di Sna­p­chat ini­ziano a diven­tare impor­tanti, in rife­ri­mento spe­ci­fico all’Italia, il con­fronto con Wha­tsApp, secondo i dati Audi­web, non regge.

Cer­ta­mente siamo ancora all’inizio dei gio­chi, soprat­tutto nel nostro Paese, ma non vi è dub­bio sul poten­ziale delle app di instant mes­sa­ging, e la recente intro­du­zione di noti­fica di let­tura del mes­sag­gio intro­duce poten­zial­mente nuovi stru­menti di trac­cia­mento del com­por­ta­mento del lettore.

Con i media alla con­ti­nua ricerca di nuovi canali di distri­bu­zione potremmo vedere ten­ta­tivi e spe­ri­men­ta­zioni in tal senso anche alle nostre lati­tu­dini oltre a quello di Repub­blica. Se le app citate saranno usate per spe­ri­men­tare forme di open jour­na­lism e di enga­ge­ment il 2015 potrebbe dav­vero essere il loro anno  ma se invece le moda­lità saranno solo di mera dif­fu­sione dei con­te­nuti si sarà spre­cata l’ennesima occa­sione di dia­logo, di rela­zione, con i lettori.

Audience Mobile Apps

Underwood
Posted on 24 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Slow News

Nell’epoca del nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dic­tio­nary, dedi­carsi allo slow jour­na­lism è un atto di grande corag­gio o, in alter­na­tiva, di scon­si­de­rata avven­ta­tezza. Per que­sto ho voluto appro­fon­dire le moti­va­zioni alla base della nascita di Slow News, ini­zia­tiva edi­to­riale tutta ita­liana, a dispetto del nome, online da poco più di un mese in una breve inter­vi­sta ai fon­da­tori del progetto.

1) Per­ché, in un eco­si­stema dell’informazione che, per dirla come Twit­ter, corre più veloce di un ter­re­moto avete deciso di dedi­carvi alle “slow news”?

Il flusso dell’informazione ha rag­giunto un’intensità e una velo­cità dif­fi­cil­mente soste­ni­bili, per­sino per chi all’interno del mondo dell’informazione vive e lavora. Meglio non pen­sare — oppure, meglio pen­sarci! — a chi è fuori da que­sta bolla: pro­ba­bil­mente trova tutto solo incom­pren­si­bile, diso­rien­tante. Pen­siamo ci sia biso­gno di un lavoro di sot­tra­zione, non di addi­zione: e poi tutti e cin­que, da anni e per motivi pro­fes­sio­nali, viviamo ogni giorno il famoso infor­ma­tion over­load.

Non aman­dolo par­ti­co­lar­mente, abbiamo pen­sato a un modello radi­cal­mente oppo­sto. Ed ecco Slow News.  Che è anche una spe­cie di filo­so­fia di vita e di lavoro alter­na­tivo. Un “pre­si­dio”. Un po’ come Slow Food, alle sue ori­gini, lo fu per il cibo di qua­lità e “local”.

2) Da subito avete deciso di andare a paga­mento. Qual è il modello di busi­ness di Slow News?

Gabriele Fer­ra­resi: Cre­diamo che il lavoro vada pagato, sem­pre. Slow News, per quanto per noi sia pia­ce­vole da rea­liz­zare, è un pic­colo lavoro. Il nostro modello di busi­ness è basato su micro­pa­ga­menti: pagare pochis­simo, in tanti, spe­riamo sem­pre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, val­gono 2 euro, cin­quanta cen­te­simi a set­ti­mana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, nean­che 2 cen­te­simi a numero.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: Il modello di busi­ness di Slow News si basa, poi, su un di rap­porto di fidu­cia tra noi e gli abbo­nati per­ché pen­siamo che il gior­na­li­smo, in tutte le sue decli­na­zioni, sia un ser­vi­zio: se chi lo fa ha un dovere di cor­ret­tezza verso i let­tori que­sti ultimi hanno il dovere di pagare per il ser­vi­zio che rice­vono. Allo stesso modo, il let­tore ha il diritto di non essere sod­di­sfatto. E infatti abbiamo scelto di rim­bor­sare l’ultimo mese pagato a un even­tuale let­tore insod­di­sfatto [chi altri lo fa, in Italia?].

Alberto Pulia­fito: E per ora nes­suno ha chie­sto indie­tro i soldi! L’altra cosa impor­tante è che, essendo per noi un lavoro resi­duale [abbiamo tutti altre col­la­bo­ra­zioni, for­tu­na­ta­mente], la for­mula dei micro­pa­ga­menti ci con­sente di inve­stire piano piano in pic­cole miglio­rie che appor­te­remo. È chiaro che sia un modello desti­nato a una cre­scita lenta, anche per­ché gli dedi­chiamo una pic­cola fetta del nostro tempo libero. Non potrebbe essere altri­menti. Non è pen­sato, oggi, per gene­rare un pro­fitto ma per darci i mezzi per coprire pic­coli inve­sti­menti per miglio­rare. Troppe volte noi stessi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo pen­sato che ci voles­sero troppi soldi e troppo tempo come inve­sti­mento di par­tenza per fare qual­cosa di nostro. Poi un giorno, in un con­ve­gno, ho sen­tito par­lare Robin Good. Ha insi­stito molto sul con­cetto di gior­na­li­sta come impren­di­tore per­so­nale  - come start up, se vogliamo usare un ter­mine alla moda — . Da lì ho comin­ciato a pen­sare a que­sto, ispi­ran­domi anche ad altre realtà esi­stenti [oltreo­ceano, però]. E ad un’attività “resi­duale”, “lenta”, che si con­trap­ponga in maniera radi­cale – non solo come con­te­nuti ma anche come modello di busi­ness – a tutto quel che viene fatto oggi nell’informazione online. Anche a quello che fac­ciamo noi stessi. Detto ciò, sono con­vinto che prima o poi lo slow jour­na­lism sia desti­nato a cre­scere e a rita­gliarsi una sua nic­chia di mer­cato. Meglio ini­ziare per tempo a posizionarsi. 

3) Pen­sando alla con­tent cura­tion in Ita­lia viene subito in mente Good Mor­ning Ita­lia, quali le dif­fe­renze tra il vostro pro­getto ed il loro? 

Gabriele Fer­ra­resi: Quello di Good Mor­ning Ita­lia è un bel­lis­simo pro­getto. È per­fetto come risorsa nel quo­ti­diano: noi però siamo diversi, pro­po­niamo un approc­cio alla let­tura e all’informazione più lento e legato sì all’attualità, ma non bloc­cato sulla stessa.

Il nostro lavoro di cura­tion e sele­zione poi cerca di anche di andare indie­tro nel tempo: e a volte pos­sono bastare pochi mesi. Uno dei pro­blemi dell’infor­ma­tion over­load è pro­prio il tempo di vita dei con­te­nuti, spesso anche di quelli validi: scom­pa­iono. Noi, quando ha una sua logica farlo, cer­chiamo di ripor­tarli alla luce e di farli tor­nare d’attualità.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: A dif­fe­renza da Good­Mor­ning Ita­lia, Slow News è svin­co­lata dall’attualità, anche se la tiene sem­pre sott’occhio. È vero, ci si potrebbe chie­dere per­ché un let­tore dovrebbe essere inte­res­sato a quel che sug­ge­riamo: non vogliamo sem­brare arro­ganti che propongono/impongono al let­tore que­sto o quel con­te­nuto, ma con­di­vi­dere espe­rienze [le nostre e quelle degli autori che pro­po­niamo] che ven­gono messe a dispo­si­zione degli abbo­nati. E, prima di tutto Slow News è un rap­porto umano, un rap­porto tra i let­tori e Slow News: men­tre molti siti all news gene­ra­li­sti disat­ti­vano i com­menti agli arti­coli, noi chie­diamo ai let­tori di farci sapere che ne pen­sano, di darci il più pos­si­bile feed­back, spe­cial­mente nega­tivi. Fino ad oggi è andata bene.

Alberto Pulia­fito: È pro­prio il modo in cui creiamo i numeri della new­slet­ter che è diverso. Si parte da una sug­ge­stione, che può venire dall’attualità o da altro, magari anche solo da un buon pezzo, e si va spesso per libere asso­cia­zioni di idee. Si parla di San­remo e si fini­sce a uno spet­ta­colo di stand up comedy. Si parla del Char­lie Hebdo e si arriva a un libro sul nazio­na­li­smo fran­cese. Si parla di wre­stling, di porno, di mondo del lavoro: qua­lun­que sia l’argomento, i sug­ge­ri­menti che lasciamo ai nostri let­tori riguar­dano solo quello che per noi è “eccel­lenza”. Ci offriamo come cura­tori per­so­nali, ma vogliamo anche par­lare con i nostri abbo­nati. E vogliamo offrire loro il pia­cere della sco­perta di con­te­nuti che altri­menti non avreb­bero tro­vato. La linea edi­to­riale spa­zia dal serio al faceto, dal con­te­nuto recen­tis­simo a quello più datato. L’obiettivo è quello di offrire plu­ra­lità di sguardi su un tema, pezzi o video o fram­menti audio che si abbia dav­vero voglia di leg­gere, vedere, ascol­tare, una volta sco­perti. Con­te­nuti che avrebbe un senso tenere in un’antologia o nei pre­fe­riti. Qual­cosa di cui si possa godere iso­lan­dosi dal flusso infi­nito di ras­se­gne stampa, tito­loni, dichia­ra­zioni, aggior­na­menti, brea­king, click bai­ting, gat­tini, shock e via dicendo. 

4) Per il momento Slow News è una new­slet­ter, quali saranno gli svi­luppi futuri?

Le idee sulle quali stiamo lavo­rando ora come ora sono: una pro­fi­la­zione per inte­ressi degli abbo­nati; un’applicazione iOS e Android; numeri mono­gra­fia dedi­cati a un sin­golo tema; un’evoluzione natu­rale con pro­du­zione di long form jour­na­lism.

Poi c’è un’altra idea, molto slow, che è quella di orga­niz­zare eventi dal vivo con una moda­lità par­ti­co­lare e molto coe­rente con il pro­getto: la lan­ce­remo a breve.

Ovvia­mente siamo aper­tis­simi a col­la­bo­ra­zioni di ogni tipo con chiun­que sposi la filo­so­fia alla base di Slow News

5) Pro­viamo a trac­ciare un qua­drante dell’informazione ita­liana. Slow News si col­loca come alter­na­tivo o com­ple­men­tare rispetto alle testate online?

È diret­ta­mente un altro modo di infor­marsi, un modo per sele­zio­nare solo quello che serve dav­vero. Le testate online sono la nostra fonte. Come i blog, i social net­work, gli archivi di video e audio, tutto ciò che esi­ste sul web. Poi, sic­come siamo dei gio­che­rel­loni e goliardi, diremmo che Slow News è un’alternativa com­ple­men­tare alle testate online [qua­lun­que cosa que­sto voglia dire].

Underwood

Salta Left
Posted on 17 gennaio 2015 by Pier Luca Santoro

Parte il Crowdfunding per Left, Partecipa!

Che nella chiu­sura di Left ci fosse qual­cosa di strano era un sospetto, nep­pure tanto velato, che ho mani­fe­stato all’inizio dell’anno.

Oggi la rivi­sta torna in edi­cola ma non una delle per­sone che hanno scritto e pro­dotto la testata sin qui, che [stru­men­tal­mente?] non paiono essere gra­dite a Edi­to­ria­le­No­vanta, è stata coinvolta.

La vicenda nella sua invo­lu­zione è spie­gata con chia­rezza ed ampiezza di det­ta­gli dall’ex diret­tore della testata nell’inter­vi­sta con­cessa a Radio Radi­cale un paio di giorni fa le cui con­clu­sioni si pos­sono ascol­tare nel pod­cast sottostante

Un “bal­letto” che, come si ipo­tiz­zava, ha il fine ultimo di appro­priarsi della rivi­sta che andrà all’asta il 21 gen­naio pros­simo. Infatti, a sor­presa, diciamo, l’amministratore unico della coo­pe­ra­tiva rinun­cia al como­dato d’uso e ritira l’offerta di acqui­sto della testata [senza infor­mare gli altri soci della coo­pe­ra­tiva] ed al tempo stesso la società Edi­to­riale Novanta di Mat­teo Fago comu­nica che ha otte­nuto il como­dato d’uso per la testata e pre­sen­tato una for­male offerta d’acquisto.

È per que­sto che il gruppo di gior­na­li­sti che hanno rea­liz­zato Left sino a fine 2014 ha deciso, con il mio sup­porto in ter­mini di idea­zione della cam­pa­gna [*], di par­tire con un cro­w­d­fun­ding che con­senta loro di con­tro­bat­tere, rien­trando in pos­sesso di ciò che in realtà è sem­pre stato loro, per poi rilan­ciare la testata man­te­nendo al suo interno la per­sone che da sem­pre l’hanno realizzata.

Salta Left

Abbiamo lan­ciato ieri la rac­colta fondi pen­sando a tre livelli di dona­zione, con un “entry level” dav­vero alla por­tata di chiun­que voglia con­tri­buire. Da qui a mer­co­ledì abbiamo biso­gno di 30mila euro, importo che siamo con­vinti sia pos­si­bile rag­giun­gere nono­stante una sca­denza così ravvicinata.

Chie­diamo il sup­porto di tutte le per­sone di coscienza che abbiano a cuore la plu­ra­lità di voci nell’informazione ed abbiamo pre­vi­sto un sistema di ricom­pense cre­scenti a seconda del livello di dona­zione anche se siamo con­vinti che la spinta debba essere ideale.

Insomma, donate e dif­fon­dete presso i vostri con­tatti l’iniziativa. Pre­sto, per­ché i tempi sono stretti. Grazie!

Left Crowdfunding

[*] Il sup­porto è offerto a titolo non one­roso nono­stante fac­cia parte delle atti­vità che svolgo nor­mal­mente come con­su­lente [a paga­mento], poi­chè credo che in que­sto Paese ci sia abbon­danza, eccesso, di “fur­betti del quar­tie­rino”, sal­tim­banco e pre­sti­gia­tori. È dove­roso far capire che il gioco delle tre tavo­lette non sem­pre frutta. Una lezione di civiltà comun­que la si pensi, qual­si­vo­glia sia il pro­prio orien­ta­mento poli­tico, direi. DONATE!

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