Post-Industrial Journalism

LELIO-INTERAZIONI
Pubblicato il 12 febbraio 2014 by Lelio Simi

Giornalismo=Comunità

«Jour­na­lism as forum» is just impor­tant as «jour­na­lism as fact», il gior­na­li­smo come forum, come luogo di incon­tro e discus­sione è altret­tanto impor­tante del gior­na­li­smo come rac­conto di fatti e di noti­zie: una frase che andrebbe incisa e messa di fronte a ogni reda­zione di gior­nale (qual­siasi tipo di gior­nale). L’autore è David Paul Nord, che inse­gna gior­na­li­smo nell’università dell’Indiana (ma che ho sco­perto in una bella pre­sen­ta­zione di Paul Brad­shaw, Online Jour­na­lism: Com­mu­nity).

Il valore di quel “forum” i gior­nali lo hanno cono­sciuto, i migliori di loro spesso ne hanno fatto il cen­tro motore per anni. Poi qual­cosa si è rotto. E il rap­porto tra let­tori e chi faceva infor­ma­zione si è dete­rio­rato e le testate sono state sem­pre meno inte­res­sate a rap­pre­sen­tare la pro­pria comu­nità. E no, dare tutta la colpa a inter­net, al web e ai social media, non ci porta molto lon­tano, non ci aiuta a capire quello che è suc­cesso: «Sarebbe facile dire che il senso di comu­nità di Face­book e Twit­ter ha rim­piaz­zato quello dei quo­ti­diani, ma l’erosione è comin­ciata molto prima» ha scritto il gior­na­li­sta ame­ri­cano John Robin­son riper­cor­rendo molto bene, in un arti­colo di qual­che tempo fa, le ragioni di quella frat­tura (arti­colo stre­pi­toso che con­si­glio di leggere).

Oggi che per le imprese edi­to­riali la “coperta” di un modello eco­no­mico tutto basato sulla pub­bli­cità e sui grandi inser­zio­ni­sti risulta essere deci­sa­mente troppo corta, è diven­tato ancora più evi­dente quanto si debba recu­pe­rare sul ter­reno nell’interazione con i let­tori. Per­ché, non è così super­fluo ricor­darlo, anche se non porta diret­ta­mente soldi la comu­nità è sem­pre e comun­que un ele­mento chiave del “busi­ness” di qual­siasi gior­nale.

Le poli­ti­che di com­mu­nity enga­ge­ment, di ascolto e inte­ra­zione con i let­tori che uti­liz­zano (anche) gli stru­menti digi­tali pos­sono fare molto su que­sto ter­reno. Ma dopo anni di sostan­ziale regime di mono­po­lio del “pro­dotto” infor­ma­zione nei gior­nali emer­gono ancora molti limiti “cul­tu­rali”. Nel gior­na­li­smo online, ad esem­pio, di que­sti limiti ne è una evi­dente prova la dif­fi­coltà pale­sata tutt’oggi nell’utilizzo di due vec­chi strumenti/simbolo di dia­logo e aper­tura verso l’esterno come i com­menti agli arti­coli e i link esterni visti ancora nelle reda­zioni, dopo oltre un decen­nio, soprat­tutto come dei pro­blemi e non come delle risorse.

Svi­lup­pare comu­nità intorno a sé (e cre­scere con loro)

Non è que­sta solo una que­stione per i gior­nali locali, ovvia­mente, o di mero gior­na­li­smo online, “comu­nità” è una delle parole chiave per chiun­que voglia fare infor­ma­zione oggi, in un periodo di tran­si­zione e di forte tra­sfor­ma­zione sia dei media che delle moda­lità di fare e fruire gior­na­li­smo. Un testo fon­da­men­tale nel capire que­sta tra­sfor­ma­zione come Post Indu­strial Jour­na­lism, non a caso, dedica molti pas­saggi al con­cetto di “com­mu­nity”. Una delle cose che più mi ha col­pito a riguardo la scrive, in poche righe, Meg Pic­kard (all’epoca capo delle stra­te­gie di inte­ra­zione digi­tale del Guar­dian). Sen­tite cose dice:

«Una delle prin­ci­pali qua­lità per un gior­na­li­sta sarà quella di saper svi­lup­pare comu­nità di inte­resse attorno a tema­ti­che spe­ci­fi­che e gene­rare una “micro fama con­te­stuale”. I gior­na­li­sti devono sapere come creare delle comu­nità di cono­scenza e di inte­resse che li aiu­tino a svi­lup­pare una pro­pria specializzazione».

Bene. Quindi, primo: è fon­da­men­tale avere la capa­cità di aggre­gare per­sone attorno ai temi di cui il nostro gior­na­li­smo si occupa. Secondo: se saremo capaci di inte­ra­gire nel modo giu­sto saranno quelle stesse per­sone ad aiu­tare a far cre­scere la nostra cono­scenza di quei temi ed argo­menti. O se pre­fe­rite, in maniera più diretta: se sapremo dia­lo­gare, creare rela­zioni di qua­lità con la comu­nità que­sta ren­derà migliore il nostro gior­na­li­smo.

La comu­nità insomma non è solo e sem­pli­ce­mente un’audience, un mer­cato da con­qui­stare, e la con­se­guente quan­tità di page view o dei numeri di copie ven­dute da esi­bire a un respon­sa­bile mar­ke­ting (che certo restano numeri impor­tanti, ma vogliamo anche par­lare della qua­lità delle rela­zioni gene­rate?). Non è sol­tanto dei “mi piace” o dei “fol­lo­wer” da esi­bire sui pro­pri pro­fili social (magari otte­nuti par­lando alla “pan­cia” del let­tore pun­tando sem­pre sulle con­trap­po­si­zioni per sfrut­tare la com­pe­ti­zione tra diversi schie­ra­menti, senza aggiun­gere un grammo alla com­pren­sione reale dei fatti).

La comu­nità è prima di tutto l’elemento prin­ci­pale attra­verso il quale ele­vare la qua­lità, il valore del tuo lavoro.

Almeno di que­sto siamo con­vinti noi, e il pro­getto Data­Me­dia­Hub con i suoi limiti, le sue ambi­zioni, lo abbiamo fin da subito pen­sato legato a dop­pio filo con la comu­nità di rife­ri­mento, tutti coloro che a vario titolo sono inte­res­sati a discu­tere la tra­sfor­ma­zione dei media e dell’informazione in Ita­lia. Abbiamo sem­pre pen­sato che fun­zio­nasse così: cer­care di dare stru­menti con­creti per appro­fon­dire gli argo­menti, poi discu­tere, con­fron­tarsi, e poi ancora ascol­tare, chie­dere aiuto, cer­care insieme dati e risorse.

Per que­sto nei pros­simi giorni apri­remo anche una sezione “Com­mu­nity” [update 17/07/2014: ci abbiamo messo un po’ di più di qual­che giorno ma final­mente è attiva il link è sulla barra late­rale], abbiamo scelto Bud­dy­Press uno stru­mento par­ti­co­lar­mente adatto a Word­Press, il nostro CMS, ma anche molto ricco di fun­zio­na­lità (forum, wiki, con­di­vi­sione docu­menti, solo per citarne alcune) che abbiamo inten­zione di imple­men­tare un po’ alla volta nel pros­simi mesi (ne par­lerò in un pros­simo arti­colo). Comin­ce­remo lan­ciando alcune discus­sioni e alcuni temi da appro­fon­dire. Ma la com­mu­nity interna al sito è solo un tas­sello (anche se dav­vero molto impor­tante per noi).

L’interazione con i let­tori, con voi avverrà anche attra­verso i media sociali (che vogliamo curare sem­pre meglio) e anche con incon­tri “fac­cia a fac­cia”, visto che una delle cose che abbiamo capito delle migliori stra­te­gie digi­tali è la neces­sità di NON uti­liz­zare solo stru­menti digi­tali. Il resto è un lavoro da fare insieme. Cominciamo?

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Pubblicato il 28 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Giornalismo Post Industriale

E’ stato dif­fuso ieri “Post-Industrial Jour­na­lism: Adap­ting to the Pre­sent”, rap­porto della Colum­bia Jour­na­lism School, redatto da C.W. Ander­son, Emily Bell e Clay Shirky, sullo stato del gior­na­li­smo e dell’editoria.

Il rap­porto si basa su 21 incon­tri svol­tisi ad aprile 2012 e sulle espe­rienze, di altis­simo livello, dei tre autori che infatti, nel primo para­grafo dell’introduzione, spie­gano che si tratta “in parte di inda­gine e in parte di un mani­fe­sto sulle attuali pra­ti­che del gior­na­li­smo”, con­ti­nuando “[il rap­porto] non è sul futuro dell’industria dell’informazione, sia per­chè una gran parte di quel futuro è già qui adesso che per­chè non esi­ste più l’industria dell’informazione”

Il rap­porto, libe­ra­mente sca­ri­ca­bile, si arti­cola in 5 sezioni: intro­du­zione, gior­na­li­sti, orga­niz­za­zioni, eco­si­stema [dell’informazione] e con­clu­sioni per un totale di 122 pagine tutte da leg­gere. Molto dif­fi­cile farne una sin­tesi per il modo con il quale è stato con­ce­pito e scritto. Qui di seguito gli ele­menti, gli aspetti che per­so­nal­mente mi hanno mag­gior­mente colpito.

Intro­du­zione:

Citando Wil­liam Gib­son, con­si­de­rato l’esponente di spicco del filone cyber­punk, gli autori riba­di­scono che “il futuro è già qui, è sola­mente distri­buito in maniera non uni­forme”. Ven­gono espresse forti pre­oc­cu­pa­zioni sulla ridu­zione della qua­lità dell’informazione sta­tu­ni­tense e la con­vin­zione che ten­den­zial­mente le cose peg­gio­re­ranno sotto que­sto pro­filo, auspi­cando che il rap­porto possa essere utile a fre­nare que­sto deca­di­mento evi­den­ziando stru­menti, tec­ni­che e meto­do­lo­gie attual­mente dispo­ni­bili che dieci anni fa non lo erano.

Cin­que i punti chiave:

  • Il gior­na­li­smo è rilevante
  • Il “buon gior­na­li­smo” è sem­pre stato sovvenzionato
  • Inter­net ha rotto la parte di sov­ven­zione, di finan­zia­mento, del gior­na­li­smo che era rap­pre­sen­tato dall’advertising
  • La ristrut­tu­ra­zione è dun­que for­zata, inevitabile
  • Ci sono molte oppor­tu­nità per fare un buon lavoro gior­na­li­stico in nuovo modi

Gior­na­li­sti:

Com­pren­dere la disgre­ga­zione nella pro­du­zione delle noti­zie e del gior­na­li­smo e deci­dere dove le risorse umane, lo sforzo, devono con­cen­trarsi per essere effi­caci è vitale per i gior­na­li­sti. Per com­pren­dere quale possa essere il ruolo più fun­zio­nale, più utile dei gior­na­li­sti nel nuovo eco­si­stema dell’informazione è neces­sa­rio dare rispo­sta a due domande di fondo:

  • Cosa fanno, o pos­sono fare, di meglio i “new comers” rispetto a quanto veniva svolto dai gior­na­li­sti nel vec­chio sistema mediatico
  • Quale ruolo pos­sono i gior­na­li­sti stessi svol­gere, assol­vere, meglio

Con l’avvento dei social media, di Twit­ter come new­swire, del gior­na­li­smo partecipativo…etc, i gior­na­li­sti non sono stati ripiaz­zati ma rial­lo­cati ad un livello supe­riore della catena edi­to­riale, pas­sando [o dovendo pas­sare ine­vi­ta­bil­mente, aggiungo io] dalla pro­du­zione ini­ziale di osser­va­zione della realtà a quella che pone l’accento sulla veri­fica e l’interpretazione, dando un senso al flusso di testi, audio, foto e video pro­dotti dal pubblico.

In tal senso i punti chiave sono:

  • Accoun­ta­bi­lity: Atten­di­bi­lità, respon­sa­bi­lità del gior­na­li­sta, del giornalismo
  • Effi­ciency: Effi­cienza, in anti­tesi alla sem­plice dis­se­mi­na­zione di informazioni
  • Ori­gi­na­lity: Ori­gi­na­lità, a livello di capa­cità di com­pren­sione [e divul­ga­zione] della realtà
  • Cha­ri­sma: Cari­sma. Le per­sone seguono per­sone, essendo “umani” i gior­na­li­sti si rita­gliano un ruolo più potente nel nuovo eco­si­stema informativo.

Il rap­porto, in quest’area, pro­se­gue elen­cando gli “hard skill” neces­sari ai gior­na­li­sti e fonendo nume­ro­sis­simi esempi al riguardo. In par­ti­co­lare si evi­den­zia la neces­sità di spe­cia­liz­za­zione, la capa­cità di leg­gere [e saper aggre­gare e inter­pre­tare] dati e sta­ti­sti­che, com­pren­sione di metri­che e audience, programmazione.

Par­ti­co­lare enfasi viene posta alla neces­sa­rie capa­cità di pro­ject mana­ge­ment da parte dei gior­na­li­sti poi­chè nell’attuale eco­si­stema, ed ancor più in quello che è ragio­ne­vol­mente pre­ve­di­bile, i gior­na­li­sti sono, dovranno essere al cen­tro di un sistema di pro­du­zione dell’informazione che dovranno coor­di­nare, gover­nare. Le dif­fe­renze chiave rispetto al pas­sato sono:

  • Dead­li­nes e for­mati sono senza limitazioni
  • La loca­zione geo­gra­fica perde di impor­tanza nel pro­cesso di crea­zione e con­sumo delle informazioni
  • Lo stream “live”, in tempo reale, di dati e l’attività social delle per­sone for­ni­scono nuovi mate­riali da filtrare
  • Il feed­back in tempo reale influenza le sto­rie e la sua narrazione
  • Gli indi­vi­dui, le per­sone, diven­tano più impor­tanti dei brand

Orga­niz­za­zioni:

Le orga­niz­za­zioni edi­to­riali sono carat­te­riz­zate da tre feno­meni che nella mag­gior parte dei casi acca­dono simul­ta­nea­mente: declino e col­lasso, rina­scita e, soprat­tutto, capa­cità adat­ta­tiva, adat­ta­mento al nuovo sistema.

Le orga­niz­za­zioni pro­du­cono fon­da­men­tal­mente due tipo­lo­gie di infor­ma­zione: gene­rica, rela­ti­va­mente ad eventi di pub­blico domi­nio, e spe­cia­li­stica, rea­liz­zata per avere un impatto su altre orga­niz­za­zioni sociali. La con­fu­sione e la ten­denza gior­na­li­stica a com­bi­nare que­sti due aspetti della pro­du­zione di infor­ma­zione rende dif­fi­cile sta­bi­lire quale delle due sia prio­ri­ta­rio preservare.

Secondo gli esten­sori del rap­porto, quello che è mutato non è la dimen­sione dell’audience [ter­mine che per­so­nal­mente, al pari di tar­get, abro­ghe­rei defi­ni­ti­va­mente] ma il modo di rela­zio­narsi tra le orga­niz­za­zioni e l’audience, tra gior­na­li­smo e la sua imma­gine dell’audience.

Viene elen­cato, ancora una volta con una ric­chezza di esempi con­creti straor­di­na­ria, cos’è e come si com­pone il capi­tale sim­bo­lico delle orga­niz­za­zioni, e stres­sato il cam­bia­mento nell’aspetto repu­ta­zio­nale in declino. Ampio spa­zio è dedi­cato ai cam­bia­menti sia orga­niz­za­tivi che tec­no­lo­gici all’interno delle reda­zioni e per cia­scun aspetto ven­gono for­mu­late delle rac­co­man­da­zioni con­clu­sive, anche in que­sto caso, tutte da leggere.

Si evi­den­ziano i due “dilemmi” di fondo che carat­te­riz­zano il gior­na­li­smo del 21esimo secolo. Da un lato il tanto discusso impatto di Inter­net e la len­tezza di adat­ta­mento da parte delle orga­niz­za­zioni. Dall’altro lato il meno dibat­tuto aspetto delle nuove forme di pro­du­zione delle noti­zie, dai “cura­ted Twit­ter feeds” di Andy Car­vin a tutte le altre forme e for­mati di cura dei con­te­nuti com­ples­si­va­mente tanto sot­tou­ti­liz­zati quanto sot­to­va­lu­tati attualmente.

Come sot­to­li­neavo non più tardi di ieri, si richiama la neces­sità di iden­ti­fi­care una plu­ra­lità di fonti di ricavo che badano oltre il bino­mio attuale.

I pro­dotti edi­to­riali dovranno, devono, essere “hac­ke­ra­bili”, essere riu­ti­liz­za­bili il più pos­si­bile su altre piat­ta­forme, altri device, in nuove sto­rie e per­sino da altre orga­niz­za­zioni edi­to­riali. Ele­mento che, oltre a con­di­vi­dere asso­lu­ta­mente, evi­den­zia quanto ana­cro­ni­stica e di retro­guar­dia sia l’attuale, enne­sima, bat­ta­glia con­tro Google.

Eco­si­stema:

L’effetto prin­ci­pale dei digi­tal media è che non c’è un effetto prin­ci­pale. Il cam­bia­mento appor­tato dalla Rete, dagli smart­pho­nes e dalle appli­ca­zioni costruite è costi vasto e varie­gato da ren­dere impos­si­bile l’identificazione di un solo ele­mento chiave.

L’importanza dell’informazione non sta scom­pa­rendo. La rile­vanza di ope­ra­tore pro­fes­sio­nali che vi si dedi­cano, i gior­na­li­sti, nep­pure va scom­pa­rendo. Quello che sta scom­pa­rendo è la linea­rità di pro­cesso e la pas­si­vità dell’audience.

Par­lare di un nuovo eco­si­stema dell’informazione signi­fica rico­no­scere che attual­mente nes­suna orga­niz­za­zione è padrona del suo destino. Rela­zioni sta­bi­lite altrove nell’ecosistema defi­ni­scono il con­te­sto di ogni orga­niz­za­zione; i cam­bia­menti nell’ecosistema mutano il con­te­sto. Sul tema riporto testual­mente un estratto che mi pare estre­ma­mente effi­cace nel descri­vere la situazione:

The arri­val of the inter­net did not herald a new entrant in the news ecosystem.

It heral­ded a new eco­sy­stem, full stop. Adver­ti­sers could reach con­su­mers directly,without pay­ing a toll, and it tur­ned out many con­su­mers pre­fer­red it that way.

Ama­teurs could be repor­ters, in the most lite­ral sense of the word—stories from the Sze­chuan quake to Sullenberger’s Hud­son River lan­ding to Syrian mas­sa­cres were bro­ken by fir­sthand accounts. The doc­trine of “fair use,” pre­viou­sly an escape valve for orderly reuse of small amounts of con­tent among a small group of publi­shers, sud­denly became the sort of oppor­tu­nity that whole new busi­nes­ses of aggre­ga­tion and re-blogging could be built on top of. And so on.

Ander­son, Bell e Shirky negano l’imprevedibilità, spesso soste­nuta per spie­gare l’attuale crisi, richia­mando pre­vi­sioni sull’effetto di Inter­net per l’industria dell’informazione che par­tono addi­rit­tura dalla fine degli anni ’80.

I ten­ta­tivi di rein­sta­ru­rare il vec­chi sta­tus quo oltre ad essere inu­tili sono per­sino dan­nosi. Ovvia­mente le orga­niz­za­zioni devono fare ciò che pos­sono, che sono capaci, per miglio­rare i loro ricavi ma la linea­rità, l’affidabilità dei ricavi del 20esimo secolo sono andati. Per i gior­na­li­sti e per le orga­niz­za­zioni il con­trollo dei costi, la ristrut­tu­ra­zione verso un mag­gior impatto per ora o dol­laro [anche euro ovvia­mente, eh] inve­stito sono la nuova norma di un’organizzazione edi­to­riale effi­ciente, il per­corso che gli autori defi­ni­scono, da cui il titolo del rap­porto, gior­na­li­smo post industriale.

Gior­na­li­smo post indu­striale che si basa su quanto richia­mato nel capi­tolo rela­tivo alle orga­niz­za­zioni della per­dita di con­trollo sul processo.

L’esplosione di fonti d’informazione e la ridu­zione dei costi di accesso alle stesse costi­tu­sce ele­mento saliente dell’aspetto a rete, “net­wor­ked” delle noti­zie. Viene uti­liz­zata l’evoluzione della tele­vi­sione, sto­ria negli Stati Uniti ed ancora in corso nel nostro Paese, per esem­pli­fi­care e sug­ge­rire la spe­cia­liz­za­zione, il pre­si­dio di nic­chie, di argo­menti che inte­res­sano e coin­vol­gono gruppi rela­ti­va­mente ristretti di per­sone che Inter­net rende possibile.

C’è uno spa­zio per noti­zie veloci, brea­king news, uno per ana­lisi di mode­rata pro­fon­dità ed uno per quelle det­ta­gliate; c’è, anche, uno spa­zio per il long form jour­na­lism lon­tano dalla esa­spe­ra­zione della velo­cità informativa.

Con­clu­sioni:

La sfida prin­ci­pale non è tanto com­pren­dere il futuro quanto avere la capa­cità di adat­tar­visi. Nel 2020 con­ti­nue­ranno ad esi­stere, ad esem­pio, il «Los Ange­les Times» o la CNN, ma que­sta con­ti­nuità sarà accom­pa­gnata dalla ricon­fi­gu­ra­zione di ogni sin­golo bit del con­te­sto media­tico in cui ope­rano, in cui opereranno.

Più per­sone con­su­me­ranno, frui­ranno, mag­gior infor­ma­zione da fonti diverse ma poche di que­ste saranno di “inte­resse gene­rale”, gene­ra­li­ste. Aspetto che, se posso dirlo, evi­den­ziavo nelle con­clu­sioni rela­ti­va­mente alle 8 case stu­dies rea­liz­zate per l’European Jour­na­lism Obser­va­tory qual­che mese fa.

Aumen­terà ulte­rior­mente la varia­bi­lità. Non stiamo pas­sando da grandi orga­niz­za­zioni a pic­cole e nep­pure dal gior­na­li­smo “lento” a quello “veloce”, le dina­mi­che sono con­tem­po­ra­nea­mente su più assi.

Gli autori in que­sto sce­na­rio con­clu­dono con una rac­co­man­da­zione tanto sin­te­tica quanto sfi­dante: survive.

Ovvia­mente non posso che rac­co­man­dare la let­tura inte­grale del rap­porto poi­chè la mia sin­tesi è ine­vi­ta­bil­mente par­ziale. Se non ave­ste tempo o voglia di farlo un’altra sin­tesi è stata effet­tuata da Nie­man Lab in “Post-Industrial Jour­na­lism: A new Colum­bia report exa­mi­nes the disrup­ted news uni­verse”. Certo che se siete dav­vero arri­vati a leg­gere sin qui, magari può anche essere inte­res­sante rile­vare comu­nanze e dif­fe­renze tra le due, e tra quelle che cer­ta­mente verranno.