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in god we trust
Pubblicato il 10 ottobre 2013 by Pier Luca Santoro

In God We Trust; All Others Bring Data

Qual­che giorno fa il diret­tore del Pew Research Cen­ter ha ripreso alcuni dati di un più ampio rap­porto pub­bli­cato dall’autorevole isti­tuto di ricerca da lui diretto. Dai dati [ri]pubblicati emerge un grido di allarme rela­ti­va­mente al fatto che i gio­vani avreb­bero un minor inte­resse le le noti­zie, per i siti d’informazione, e ovvia­mente per la ver­sione car­ta­cea dei quo­ti­diani, ai quali dedi­che­reb­bero un tempo sem­pre minore.

A com­mento dei dati, e delle evi­denze emer­genti, Jeff Jar­vis si domanda se in realtà que­sto non sia invece evi­denza di un con­sumo di infor­ma­zione più effi­ciente e che dun­que richiede meno tempo.

Per­so­nal­mente, dando per scon­tata l’autorevolezza di Jar­vis che non ha nep­pure biso­gno di essere con­fer­mata, non credo che le moti­va­zioni di un calo del tempo dedi­cato ai siti web d’informazione sia da ricer­carsi in una mag­gior efficienza.

Da un lato sono nume­rose le ricer­che che [di]mostrano come una quota sem­pre mag­giore dei gio­vani attinga da social media e social net­work per avere noti­zie. Una dina­mica che non è solo degli sta­tu­ni­tensi ma anche degli euro­pei e degli ita­liani, come pro­vano  i risul­tati della terza edi­zione dell’indagine NEWS-ITALIA.

Dall’altro lato, a pre­scin­dere da “boxini mor­bosi”, ed alle rela­tive pole­mi­che al riguardo mai spente, in gene­rale i siti dei quo­ti­diani non sono fatti per i gio­vani ma pen­sati, come i gior­nali car­ta­cei, per un pub­blico più adulto. Non a caso i risul­tati della ricerca “Gio­vani e Infor­ma­zione”, con­dotta dell’Osservatorio Per­ma­nente Gio­vani – Edi­tori in col­la­bo­ra­zione con GfK Euri­sko. evi­den­ziano una sonora boc­cia­tura da parte dei nativi digi­tali delle edi­zioni online dei quotidiani.

Se dun­que le opi­nioni sono per defi­ni­zione rispet­ta­bili, in que­sto caso quelle espresse dal pro­fes­sore e diret­tore del  Tow-Knight Cen­ter for Entre­pre­neu­rial Jour­na­lism della City Uni­ver­sity of New York’s non paiono sup­por­tate da dati. Le cause della disat­ten­zione sem­brano dav­vero essere altre.

in god we trust

Inol­tre, più in gene­rale, come sot­to­li­neavo ad ini­zio mese, i per­so­nal media sug­ge­ri­scono che dovremmo ricon­si­de­rare ogni nozione circa la tra­di­zio­nale idea di pia­ni­fi­ca­zione e di misu­ra­zione dei media. Le basi di por­tata e la fre­quenza devono essere com­ple­ta­mente riva­lu­tate. La misu­ra­zione dei media deve anche essere revi­sio­nata ed i con­cetti di valu­ta­zione delle pre­sta­zioni ricon­si­de­rati. Si tratta del pas­sag­gio, dell’evoluzione dall’economia dell’attenzione a quella dell’intenzione. Ele­mento che con­ferma l’inversione del pro­cesso tra­di­zio­nale  dello spin­gere [“to push”] i con­te­nuti verso i let­tori a quello di atti­rare [“to pull”] i let­tori verso di sè, come giu­sta­mente com­men­tava Andrea Ian­nuzzi in rife­ri­mento pro­prio al pre­ci­tato arti­colo di Jarvis.

Con­cetti che ormai dovreb­bero essere suf­fi­cien­te­mente noti e che nor­mal­mente si rac­chiu­dono nella nozione di “inbound mar­ke­ting” che pro­pone un’inversione di pen­siero abban­do­nando moda­lità, mezzi e toni for­te­mente pro­mo­zio­nali per lasciare spa­zio alla con­di­vi­sione di con­te­nuti e la costru­zione di rela­zioni con la pro­pria com­mu­nity: non più un tar­get da aggre­dire ma pub­blici diversi, per­sone da con­qui­stare coin­vol­gen­dole; evo­lu­zione del mar­ke­ting rela­zio­nale e dell’idea di Seth Godin del “per­mis­sion mar­ke­ting”, che nel suo insieme l’industria dell’informazione non pare ancora aver colto, com­preso ed adottato.

Tor­ne­remo a par­larne molto pre­sto, pro­messo! Per il momento mi pre­meva chia­rire su quali fatti, dati si basi la disaf­fe­zione dei gio­vani verso le fonti tra­di­zio­nali d’informazione e riba­dire, ricor­dare quali siano i “fun­da­men­tals”, i prin­cipi ispi­ra­tori sui quali fon­dare stra­te­gia ed azioni.

Buon lavoro.

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Update 08:30: Sul tema della disattenzione/disaffezione dei gio­vani verso le fonti tra­di­zio­nali d’informazione, da leg­gere “Buz­z­Feed pre­si­dent: ‘We feel stron­gly that tra­di­tio­nal media have given up on young peo­ple’” pub­bli­cato ieri sul «The Guar­dian» che ho visto solo dopo la pub­bli­ca­zione di que­sto articolo.

Pubblicato il 27 novembre 2011 by Pier Luca Santoro

Passione

Hegel ritiene la pas­sione come una deci­sione per l’azione, una scelta par­ziale e uni­la­te­rale della volontà ope­rata in base a un’unica incli­na­zione. Secondo tale visione dun­que la pas­sione è l’elemento sca­te­nante che con­duce a com­piere volon­ta­ria­mente una scelta.

Si tratta di uno dei con­cetti por­tanti di «Love­marks», testo rea­liz­zato dal CEO di Saat­chi & Saat­chi dive­nuto uno dei con­cept di mar­ke­ting di mag­gior rile­vanza dell’ultima decade, che nell’area dell’intimacy, della rela­zione intima, pro­fonda, tra aziende/prodotti e per­sone vede pro­prio nella pas­sione uno degli ele­menti car­dine di una nuova con­ce­zione del rap­porto tra imprese e pub­blico di riferimento.

Con­cetto legato al mar­ke­ting rela­zio­nale e all’idea di Seth Godin del “per­mis­sion mar­ke­ting”, ripreso ed ampliato da David Scott Meer­man che sug­ge­riva ai mar­ke­ters di “earn their way in”, di gua­da­gnarsi la rela­zione con le persone.

La foto sot­to­ri­por­tata è, a mio avviso, la sin­tesi per­fetta dei con­cetti di rela­zione e pas­sione. Come si può vedere, l’uomo si sporge dall’oblò trat­te­nuto da un suo com­pa­gno men­tre la donna viene sor­retta da un gruppo di altri uomini che l’aiutano a rag­giun­gere l’obiettivo di baciarsi.

Forse, come pro­me­mo­ria, più di tanti manuali  può bastare que­sto scatto appeso nel vostro uffi­cio, nel vostro luogo di lavoro, a ricor­dare che  la pas­sione e l’azione con­di­visa di gruppo sono i fat­tori deter­mi­nanti nel rag­giun­gi­mento del successo.

Appli­ca­tene la filo­so­fia di fondo sia all’ambiente di lavoro ed alla sua orga­niz­za­zione che, suc­ces­si­va­mente, alle per­sone all’esterno alle quali chie­dete di sta­bi­lire una rela­zione con voi, con il vostro brand e l’azienda nel suo insieme. Sco­pri­rete che funziona.

Pubblicato il 10 agosto 2011 by Pier Luca Santoro

Il Momento Zero della Verità

L’incremento delle fonti d’informazione com­ples­si­va­mente a dispo­si­zione delle per­sone, social media e social net­work, il pas­sa­pa­rola digi­tale, hanno tra­sfor­mato defi­ni­ti­va­mente modelli di rela­zione e mec­ca­ni­smi d’influenza tra imprese e individui.

Se, in ter­mini di sti­molo nel pro­cesso d’acquisto, la comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria con­ti­nua ad eser­ci­tare un ruolo pri­ma­rio,  il pro­cesso cano­nico, tra­di­zio­nal­mente codi­fi­cato in tre pas­saggi [sti­molo, acqui­sto, espe­rienza d’uso del prodotto/servizio] è cam­biato. Siamo oggi di fronte al momento zero della verità.

Come evi­den­ziano gli esempi sopra ripor­tati, il momento zero della verità è un pas­sag­gio aggiun­tivo che pre­cede la deci­sione nel quale le per­sone, gra­zie alla Rete, hanno di fatto acqui­sito un nuovo modello men­tale che li porta a ricer­care infor­ma­zioni rispetto agli sti­moli rice­vuti. Si tratta di un feno­meno che è, in gene­rale, in forte aumento e che diviene sem­pre più deter­mi­nante poi­chè si avvi­cina sem­pre più al momento d’acquisto gra­zie all’utilizzo di Inter­net in mobilità.

Sono que­sti, in sin­tesi, i risul­tati salienti emer­genti della ricerca com­mis­sio­nata da Goo­gle: “Zero Moment of Truth” che l’e-Book, sca­ri­ca­bile gra­tui­ta­mente, rea­liz­zato da Jim Lecin­ski, Mana­ging Direc­tor of US Sales & Ser­vice di Goo­gle, propone.

La con­ferma della neces­sità di rove­sciare i para­digmi da parte delle imprese che vogliano reg­gere il momento zero della verità che l’esperienza d’uso del prodotto/servizio fatta da altre per­sone influenza in maniera deter­mi­nante, come mostra il gra­fico di sin­tesi del pro­cesso con­te­nuto nell’ e-Book.

Pubblicato il 24 maggio 2011 by Pier Luca Santoro

Utilizzare il Papillon nella Comunicazione

Come pro­ba­bil­mente molti sanno il ter­mine adver­ti­sing, comu­ne­mente adot­tato anche in Ita­lia in sosti­tu­zione di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, deriva dal latino adver­tere: vol­gere verso.

In tal senso la pub­bli­cità tra­di­zio­nal­mente mira a vol­gere la mente del com­pra­tore o del con­su­ma­tore verso l’acquisto attra­verso quat­tro pas­saggi fondamentali:

  • Cono­scenza della marca/prodotto
  • Atteg­gia­mento verso la marca
  • Inten­zione d’acquisto
  • Faci­li­ta­zione d’acquisto

Un pro­cesso con­ce­pito e rap­pre­sen­tato in maniera lineare che pro­pone un modello par­ziale ed ina­de­guato rispetto alla realtà attuale, la cui com­ples­sità viene ben illu­strata nella revi­sione effet­tuata da Forrester.

Jaffe Juice, inter­vi­stato recen­te­mente nel corso di  The Asso­cia­tion of Natio­nal Adver­ti­sers Brand Con­fe­rence tenu­tasi a New York in aprile, ha ripreso ed illu­strato i con­cetti espressi nel suo libro che l’immagine sot­to­stante esem­pli­fica in sintesi.

Il pro­cesso tra­di­zio­nale è solo parte ini­ziale del per­corso che si svi­luppa attra­verso il trat­te­ni­mento, la fide­liz­za­zione, che a sua volta, gra­zie alla con­ver­sa­zione favo­rita dai social media,  porta all’attivazione di nuovi con­tatti con per­sone nuove.

Il modello a papil­lon del nuovo fun­nel enfa­tizza la tra­sfor­ma­zione del mar­ke­ting da ospite non invi­tato in uno ben­ve­nuto e di grande valore.

E’ un per­corso che deve essere svi­lup­pato, anche, in ambito edi­to­riale dove si rischia la frat­tura tra la rea­liz­za­zione di nuove forme e for­mati di por­tare l’informazione alle per­sone e l’arretratezza dei com­parti mar­ke­ting azien­dali delle imprese edi­to­riali del nostro paese per i quali que­sta disci­plina con­ti­nua a com­ba­ciare esclu­si­va­mente con ope­ra­zioni di cut price, abbi­na­mento pro­dotti [ban­ded] e “col­la­te­rali” di ogni genere e sorta.