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Tech Info Online
Posted on 2 gennaio 2015 by Giacomo Fusina

Problemi e Soluzioni

Qual­che tempo fa in que­sti spazi è stato pub­bli­cato un pezzo dal titolo “Essere Online Vs Essere Parte della Rete” in rispo­sta a un arti­colo di Sever­gnini cri­tico nei con­fronti dei com­menti agli arti­coli sul Cor­riere online.

[Se hai perso la cro­no­lo­gia della vicenda puoi par­tire dall’arti­colo di Masha­ble, ripreso da un pezzo di Sever­gnini al quale hanno fatto seguito le rispo­ste dia­let­ti­che e inter­lo­cu­to­rie di Man­tel­lini su IlPost e Data­me­dia­hub].

Ho letto que­sti inter­venti tenendo sullo sfondo una recente rifles­sione di Fede­rico Bada­loni sul tema dell’interazione tra cul­tura e tec­no­lo­gia. Secondo Bada­loni la tec­no­lo­gia è “la rispo­sta a biso­gni iden­ti­fi­cati da una cul­tura e si occupa di tro­vare le solu­zioni”. L’applicazione di que­sta regola al caso sol­le­vato da Sever­gnini si tra­duce affer­mando che la tec­no­lo­gia ha reso pos­si­bile un nuovo for­mat edi­to­riale: l’articolo com­men­tato e par­te­ci­pato, tra­sfor­mato in piat­ta­forma di con­ver­sa­zione tra let­tore e gior­na­li­sta.
Ma qual è il biso­gno che dovrebbe aver atti­vato que­sta tec­no­lo­gia? E’ un biso­gno del gior­na­li­sta? Del let­tore? Della testata? E’ un biso­gno pre­sente nella nostra cultura?

Sono d’accordo con Sever­gnini: i com­menti agli arti­coli sono rara­mente utili e spesso dan­nosi. Dal punto di vista edi­to­riale la fun­zio­na­lità dei com­menti è un flop. Non fun­ziona, costa e non rende. Tutte le cose che non fun­zio­nano per­ché non rispon­dono a un biso­gno, prima o poi spa­ri­scono. Soprat­tutto se costano più di quanto rendono.

Non parlo, ovvia­mente, della pos­si­bi­lità di espri­mere un’opinione o un com­mento sulla Rete. Ci sono ambienti nei quali l’espressione di un feed­back più o meno strut­tu­rato è la risorsa fon­da­men­tale per la costru­zione di un ser­vi­zio e dà ori­gine a solu­zioni favo­lose: tutti i sistemi di review e rating di pro­dotti e ser­vizi, le com­mu­nity tema­ti­che, gli ambienti di col­la­bo­ra­zione dif­fusa, l’intrattenimento e le rela­zioni sui social. Qui la tec­no­lo­gia risolve dei biso­gni pre­cisi e, infatti, ha tra­sfor­mato la nostra cultura.

Parlo invece dei com­menti agli arti­coli sulle testate d’informazione e offro il mio ragio­na­mento su tre diret­trici: la quan­tità, la qua­lità dei com­menti e la man­cata pro­messa della partecipazione.

La quan­tità dei com­menti
La regola empi­rica parla di un gene­ra­tore di con­te­nuto online ogni 100 frui­tori. Nel caso dei com­menti agli arti­coli, una mia stima indica la media di un com­mento al giorno ogni die­ci­mila let­tori. Si deve con­clu­dere che un com­mento è letto da un let­tore ogni 100. Dal punto di vista del mar­ke­ting del pro­dotto edi­to­riale, che senso ha man­te­nere in piedi un sistema che sod­di­sfa (forse) l’1 per cento degli utenti? Non vor­rai mica con­vin­cermi che gra­zie ai com­menti aumen­tano i let­tori, il tempo speso sulla pagina, le con­di­vi­sioni sui social. Io non ho mai cono­sciuto un let­tore che va a leg­gere un arti­colo online per leg­gerne i commenti.

Quindi, i com­menti non rispon­dono ai biso­gni della testata.

La qua­lità edi­to­riale (i com­menti si scri­vono, le opi­nioni si leg­gono)
I com­menti non rispon­dono al biso­gno dei let­tori di espri­mere un’opinione.
Da che il Web è social non si è mai visto un com­mento diven­tare opi­nione. Chi ha un’opinione non scrive un com­mento, scrive un arti­colo. Come fac­cio io ora. E chi ha tanta pas­sione e tante opi­nioni non scrive com­menti qua e là ma apre un blog o fini­sce per fare il gior­na­li­sta su qual­che testata. Cioè, costrui­sce il pro­prio stile edi­to­riale e offre una visione del mondo a chi la cerca. Legge i fatti nella cul­tura del pro­prio tempo, o in una delle tante, e trova i let­tori che cer­cano pro­prio que­sto tipo di media­zione e di spie­ga­zione della realtà.

Il biso­gno di espri­mere una valu­ta­zione sin­te­tica può essere sod­di­sfatto in modi diversi, più sin­te­tici e imme­diati e, in que­sto modo, più aperti al con­tri­buto di tutti. E’ ciò che si è veri­fi­cato con la prassi della con­di­vi­sione dell’articolo sui social, spesso non asso­ciata ad alcun com­mento, e con la pos­si­bi­lità di espri­mere un rating di valu­ta­zione dell’articolo in una sem­plice scala in cin­que step.

La pro­messa man­cata
I com­menti potreb­bero allora rispon­dere ai biso­gni dell’autore dell’articolo. Avere un ambiente di discus­sione è un’opportunità per gli autori per­ché con­sente di man­te­nere il con­tatto coi let­tori e la loro sen­si­bi­lità sui temi trat­tati. In linea di prin­ci­pio que­sto è molto utile e nobile ma nella pra­tica di que­sti anni non si è rea­liz­zato. Almeno non nelle testate gene­ra­li­ste e popolari.

Lo dico con ama­rezza: è un pec­cato per­ché sarebbe stato bello. Pensa, una Rete in cui le per­sone leg­gono, appro­fon­di­scono, discu­tono per aiu­tarsi a capire; una Rete in cui i gior­na­li­sti diven­tano le voci della coscienza civica rac­co­glien­done le istanze e le rifles­sioni nel rispetto delle opi­nioni diverse. Una Rete, insomma, in cui matura la sen­si­bi­lità demo­cra­tica.
Nel caso dei com­menti non è andata così. La fun­zio­na­lità del com­mento è come la carta moschi­cida, attrae solo una certa spe­cie di let­tori, e favo­ri­sce alcune com­po­nenti della dina­mica di par­te­ci­pa­zione, gene­ral­mente non edu­cata e non costrut­tiva. Spiace dirlo ma va detto in modo bru­tale, come scrive Sever­gnini: i gior­na­li­sti non pos­sono essere i guar­diani dello zoo dell’online ed è meglio per loro spen­dere tempo per stu­diare, veri­fi­care e impa­rare, che per dia­lo­gare con per­sone che non rap­pre­sen­tano i let­tori e hanno più tempo che argo­menti da spen­dere quando scri­vono i loro commenti.

Credo che soste­nere la tesi della neces­sità di un gior­nale comu­nità o di una testata in cui i let­tori par­te­ci­pano alla linea edi­to­riale sia una for­za­tura. Ci sono luo­ghi dell’online che nascono con una forte com­po­nente di par­te­ci­pa­zione asso­ciata all’informazione ma non pos­siamo con­si­de­rarli l’evoluzione dei gior­nali di carta. Una cosa sono i dibat­titi e le assem­blee a cui si par­te­cipa, altra cosa è una con­fe­renza a cui si va per ascol­tare e imparare.

La Rete ha tra­sfor­mato le dina­mi­che d’interazione ma non l’identità dei sog­getti che la com­pon­gono. Io do cre­dito a una testata che mi informa e mi fa riflet­tere. Voglio leg­gere i suoi arti­coli sapendo che li leg­gono altre migliaia di indi­vi­dui (per que­sto non mi piac­ciono gli algo­ritmi di per­so­na­liz­za­zione). Se non sono d’accordo con le opi­nioni di una testata trovo molte altre occa­sioni per veri­fi­care e appro­fon­dire. Non è la fun­zio­na­lità dei com­menti a farmi sen­tire parte di una comu­nità o di un seg­mento socio-culturale: sono i valori, gli ideali e lo stile di ana­lisi che trovo nella testata e nei suoi giornalisti.

Un elenco di tecnologie che hanno arricchito l’informazione online negli ultimi anni e che hanno dato risposta alcuni bisogni dei lettori, dei giornalisti o delle stesse testate editoriali.

Un elenco di tec­no­lo­gie che hanno arric­chito l’informazione online negli ultimi anni e che hanno dato rispo­sta ad alcuni biso­gni dei let­tori, dei gior­na­li­sti o delle stesse testate editoriali.

 

Posted on 27 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Data Journalism & Trasparenza dei Partiti

I dati sono un bene pub­blico, sia, come spiega Enrico Graz­zini, nell’ inter­pre­ta­zione che ne danno gli eco­no­mi­sti di “com­mon”, di una risorsa con­di­visa che dovrebbe essere gestita dalla comu­nità di rife­ri­mento,  che nella ver­sione for­nita dai giu­ri­sti [soprat­tutto in Ita­lia] per i quali il bene comune è invece un diritto universale.

Da entrambe le pro­spet­tive dun­que, il data jour­na­lism rap­pre­senta ele­mento di grande rile­vanza per la società e pro­cesso di nar­ra­zione gior­na­li­stica della realtà, meto­do­lo­gia di lavoro che guarda alla cul­tura open e ai valori sui quali que­sta si pog­gia – tra­spa­renza, col­la­bo­ra­zione e par­te­ci­pa­zione – per ricon­qui­stare cre­di­bi­lità e fidu­cia da parte dei lettori.

Dopo i recenti scan­dali che hanno coin­volto Luigi Lusi e Fran­ce­sco Bel­sito con il Par­la­mento che obtorto collo discute sui rim­borsi elet­to­rali, la segna­la­zione di Mauro Munafò mi ha par­ti­co­lar­mente interessato.

[tweet https://twitter.com/mauromunafo/status/206002947384025089 align=‘center’ lang=‘it’]

Il gior­na­li­sta ha rea­liz­zato per «l’Espresso» l’inchiesta “Par­titi Tra­spa­renti”, for­nendo sia i docu­menti ori­gi­nali della gestione dei prin­ci­pali movi­menti, docu­menti che nella mag­gior parte dei casi non è pos­si­bile leg­gere nep­pure nei por­tali dei par­titi stessi, che rie­la­bo­rando i dati prin­ci­pali di entrate, spese e dona­zioni per rea­liz­zare tabelle e info­gra­fi­che attra­verso le quali con­fron­tare i conti delle for­ma­zioni poli­ti­che prin­ci­pali, ren­dendo dispo­ni­bili tutti gli ele­menti fati­co­sa­mente rac­colti in open data.

Un lavoro dav­vero di grande attua­lità ed inte­resse che mi ha spinto ad appro­fon­dire ulte­rior­mente con una inter­vi­sta a Mauro Munafò su moti­va­zioni e det­ta­gli di quanto svolto. Qui di seguito il testo.

D: Per prima cosa, oltre a quello che è scritto nel sito, mi pia­ce­rebbe capire come è stato fatto il lavoro.

R: Il come è piut­to­sto sem­plice: ho preso i pdf dei bilanci dei par­titi pub­bli­cati dal sup­ple­mento di otto­bre della Gaz­zetta Uffi­ciale. Pdf che non sono più dispo­ni­bili gra­tui­ta­mente per­ché la con­sul­ta­zione gra­tuita della GU online dura solo 60 giorni. Una volta tro­vati i pdf, manual­mente ho ricom­pi­lato dei file Excel dei conti eco­no­mici dei prin­ci­pali 7 par­titi. Da que­sti ho poi gene­rato i gra­fici uti­liz­zando Tableau Soft­ware e Goo­gle Chart. E su Goo­gle doc ho rila­sciato gli open data dei conti eco­no­mici dei par­titi, men­tre sul sito si pos­sono sca­ri­care anche i pdf ori­gi­nali [dove ci sono i ren­di­conti e le note, molto impor­tanti da leg­gere e che in parte sono state incluse nelle pagine]

D: Quali le moti­va­zioni, per­chè hai deciso di fare que­sta indagine.

R: Il per­ché è sem­plice: si parla tanto di tra­spa­renza dei par­titi e nella mag­gior parte dei casi non ci sono nep­pure i bilanci sui siti. Ho voluto costruire un sistema che per­met­tesse almeno una prima con­sul­ta­zione di dati tanto impor­tanti. Per sca­vare più a fondo ser­vi­ranno delle nuove leggi che sono al momento in discus­sione. Diciamo che que­sto è un primo passo che vuole anche mostrare ai par­titi che i pdf da soli non ser­vono a molto.

In pas­sato ho creato altri pro­getti [puoi vederli su  http://www.lamacchinadelfungo.com/], e mi inte­resso molto al tema del data­jour­na­lism. Al momento lavoro per «L’Espresso» e sono riu­scito a coniu­gare in que­sta cir­co­stanza la mia pas­sione per l’opendata e l’interesse infor­ma­tivo della testata per cui lavoro.

D: Quanto tempo ti ha richie­sto por­tare a com­pi­mento il pro­getto? L’hai fatto tu da solo o in col­la­bo­ra­zione con qual­cun altro?

R: Circa una set­ti­mana di lavoro in soli­ta­ria. Fatta sia di ricom­pi­la­zioni, sia di ricerca dei docu­menti, sia di rea­liz­za­zione delle info­gra­fi­che varie e dei testi. Il Visual Desk del gruppo L’Espresso invece è stato fon­da­men­tale nella rea­liz­za­zione di un mini­sito ad hoc per il progetto.

D: Quanto sono affidabili/veritieri i bilanci pub­bli­cati secondo te?

R: Bella domanda e rispo­sta dif­fi­ci­lis­sima. I pro­blemi sono di vario tipo. Innan­zi­tutto anche se i bilanci fos­sero cor­retti, le note a cor­redo for­ni­scono spesso un det­ta­glio non suf­fi­ciente delle voci di spesa: dire che si spen­dono 10 milioni in “oneri vari” che cosa vuol dire? Ser­vi­reb­bero dei reso­conti più det­ta­gliati e spesso i bilanci non lo for­ni­scono o lo for­ni­scono in modi differenti.

Altro pro­blema: ogni par­tito com­pila il bilan­cio a modo suo e ti fac­cio un esem­pio. I famosi rim­borsi elet­to­rali pre­ve­dono una rata che ogni anno viene ver­sata ai par­titi. Il pro­blema è che alcuni par­titi met­tono tutta la quota [fatta di 5 rate] nel conto annuale, men­tre altri met­tono solo una sin­gola rata. Potrei elen­carti decine di casi di man­cata tra­spa­renza, legati spesso al pro­blema che i par­titi ita­liani hanno vita bre­vis­sima: Pdl e Pd non esi­ste­vano nep­pure qual­che anno fa e quindi i loro bilanci a volte pre­sen­tano man­canze o debiti col­le­gati ai par­titi fon­da­tori. Il pdl nel 2010 ad esem­pio pagava pochis­simo di sti­pendi per­ché pro­ba­bil­mente il per­so­nale era ancora con­trat­tua­liz­zato da Forza Italia.

Sulla cor­ret­tezza “legale” dei bilanci credo che la magi­stra­tura abbia detto molto. Il pro­blema è che que­sti bilanci pos­sono essere com­pi­lati in maniera tal­mente gene­rica che tro­vare delle maga­gne leg­gen­doli è molto complicato.

Detto ciò, anche que­sti bilanci pre­sen­tano ton­nel­late di dati che nes­suno cono­sce e che quindi è già un signi­fi­ca­tivo passo avanti con­di­vi­dere con i lettori.

Al di là dei det­ta­gli, con­sul­ta­bili sul mini­sito rea­liz­zato ad hoc, emer­gono fon­da­men­tal­mente due aspetti.

La tra­spa­renza dei par­titi dovrebbe essere IL tema domi­nante del dibat­tito in corso sulle ipo­tesi di revi­sione dei finan­zia­menti e non argo­mento acces­so­rio poi­chè, come dimo­stra l’indagine e gli appro­fon­di­menti for­niti dall’intervista, ad oggi, al di là delle dichia­ra­zioni di cir­co­stanza, ben poco, o nulla, viene fatto su que­sto fronte.

Il futuro, anche nel gior­na­li­smo, è di chi non ha paura di spor­carsi le mani. Gra­zie a Mauro Munafò per averlo fatto.

Posted on 30 settembre 2011 by Pier Luca Santoro

Preparazione al Social Business

Il rap­porto di Jere­miah Owyang, Web stra­te­gist di Alti­me­ter Group e dei col­le­ghi, Andrew Jones, Chri­stine Tran e Andrew Nguyen, «Social busi­ness rea­di­ness: how advan­ced com­pa­nies pre­pare inter­nally», è stato recen­te­mente dif­fuso su Internet.

In poco più di 40 pagine di testo sostiene che i media sociali sono andati in crisi di cre­scita per­ché molte aziende li hanno usati male, acqui­sendo l’ultima tec­no­lo­gia senza pre­pa­rare le per­sone, né rica­li­brare costan­te­mente le logi­che d’azione, i pro­cessi e le ope­ra­zioni. Da soli non fanno il social business.

Se le aziende non hanno sta­bile gover­nance, pro­cessi con­tem­po­ra­nei, cul­tura di appren­di­mento, orga­niz­za­zione modu­lare e non svi­lup­pano insieme team e pro­cessi, incre­men­tando il coor­di­na­mento e ridu­cendo le dupli­ca­zioni, non può aumen­tare la reat­ti­vità e la crescita.

Il rap­porto di Owyang e part­ner deriva da una ricerca, che ha veri­fi­cato la vali­dità dell’ipotesi di un’efficace pre­pa­ra­zione interna per le aziende inten­zio­nate a pra­ti­care il social busi­ness e dei van­taggi a lungo ter­mine con­nessi a una simile condotta.

La meto­do­lo­gia è con­si­stita in una parte d’indagine a tavo­lino su 144 pro­grammi di social busi­ness, ela­bo­rati da aziende chiave con oltre 1.000 dipen­denti, in 63 incon­tri di con­trollo sul campo e nell’analisi di più di 50 crisi di media sociali, a par­tire dal 2001 a oggi.

Il rap­porto di ricerca rac­co­glie anche risul­tati di inter­vi­ste con lea­der di mer­cato e ven­di­tori di solu­zioni tecnologiche.

I ricer­ca­tori met­tono in evi­denza che i media sociali sono tutt’al più piat­ta­forme d’ascolto dal basso e di atten­zione dall’alto delle infor­ma­zioni vei­co­late, se non ven­gono create le con­di­zioni favo­re­voli agli scambi interno-esterno e al miglio­ra­mento dei pro­cessi. Scar­seg­gia per­fino la comu­ni­ca­zione lin­gui­stica e i pro­cessi di socia­liz­za­zione e accul­tu­ra­zione non hanno luogo.

In que­sto pas­sag­gio di infor­ma­zioni il mana­ge­ment può rea­gire anti­ci­pa­ta­mente e i lavo­ra­tori pos­sono cali­brare le rispo­ste alle attese dall’alto. Non c’è inte­gra­zione attiva e si hanno solo effetti a breve.

Nelle piat­ta­forme, base di CRM, FAQ e mes­saggi uni­di­re­zio­nali, i ten­ta­tivi di comu­nità vir­tuali, calate dall’alto, urtano con­tro le neces­sità d’iperattenzione degli ope­ra­tori nel mul­ti­ta­sking. Que­sti ten­dono a difen­dersi con una «deep atten­tion», corol­la­rio dell’integrazione passiva.

Come dimo­stra Howard Rhein­gold, la par­te­ci­pa­zione può essere appresa nella pra­tica e soste­nuta da una for­ma­zione con­ti­nua nel lavoro. Si può rea­liz­zare inte­gra­zione attiva.

Requi­siti del suc­cesso nello svi­luppo del social busi­ness sono:

1 – Porre le basi di soste­gno della gover­nance e raf­for­zare la com­pe­tenza dei dipen­denti a par­te­ci­pare con sicu­rezza e pro­fes­sio­na­lità, mediante una mag­giore pre­senza dei media sociali aziendali;

2 – Atti­vare pro­cessi azien­dali per pro­vo­care il coin­vol­gi­mento e aumen­tare la velo­cità dei flussi lavo­ra­tivi con i media sociali;

3 – Rea­liz­zare pro­grammi di for­ma­zione e buone pra­ti­che per miglio­rare con­ti­nua­mente le com­pe­tenze attra­verso l’uso dei media sociali;

4 – Dedi­care un punto di rife­ri­mento cen­trale per la cre­scita e l’esercizio della leadership.

Il focus di un simile pro­gramma di svi­luppo sta in un cen­tro d’eccellenza, che sostenga l’utilizzo dei media sociali per una cul­tura sociale diffusa.

Un team azien­dale per il busi­ness sociale deve gestire le atti­vità digi­tali e inter­fac­ciare i part­ner esterni. Pro­cessi di busi­ness pia­ni­fi­cati devono favo­rire la reat­ti­vità nei mercati.

L’azienda impara ed evolve, diventa sociale, se mette al cen­tro le per­sone, aumenta la velo­cità e la tra­spa­renza dei pro­cessi, dà la mas­sima atten­zione ai segnali pro­ve­nienti dall’interno e dall’esterno, scala la gerar­chia dei biso­gni.

[Via]

Posted on 9 maggio 2010 by Pier Luca Santoro

Passaggi & Paesaggi [11]

La TAZ è « uto­pica » nel senso che pre­vede un’intensificazione della vita quo­ti­diana, o come avreb­bero potuto dire i sur­rea­li­sti, la pene­tra­zione della vita da parte del mera­vi­glioso. Ma non può essere uto­pica nel senso nor­male del ter­mine, da nes­suna parte, o Posto­Nes­sun­Po­sto. La TAZ è da qual­che parte. Giace nell’intersezione di molte forze, come un qual­che luogo-di-potere pagano all’incrocio di miste­riose ley-lines[*], visi­bili all’adepto in parti di ter­reno, pae­sag­gio, cor­renti d’aria, acqua, ani­mali appa­ren­te­mente sle­gati tra loro.

Ma ora le linee non sono tutte incise nel tempo e nello spa­zio. Alcune di esse esi­stono solo “all’interno” della tela, anche se si inter­se­cano anche con tempi e luo­ghi reali. Forse alcune delle linee sono “ non-ordinarie”, nel senso che non esi­ste alcuna con­ven­zione per quan­ti­fi­carle. Que­ste linee potreb­bero venire stu­diate meglio alla luce della scienza del caos, invece che della socio­lo­gia, sta­ti­stica eco­no­mia ecc. I Modelli di forze che por­tano la TAZ in esi­stenza hanno qual­cosa in comune con quei cao­tici “strani attrat­tori” che esi­stono, per così dire, tra dimensioni.

Hakim Bey – T.A.Z. Zone tem­po­ra­nea­mente auto­nome -

[*]Ley-lines: Linee geoi­man­ti­che di forza che pos­sono essere trac­ciate attra­verso paesaggi.Un popo­lare pas­sa­tempo tra gli occul­ti­sti inglesi.

Pas­saggi & Pae­saggi 1

Pas­saggi & Pae­saggi 2

Pas­saggi & Pae­saggi 3

Pas­saggi & Pae­saggi 4

Pas­saggi & Pae­saggi 5

Pas­saggi & Pae­saggi 6

Pas­saggi & Pae­saggi 7

Pas­saggi & Pae­saggi 8

Pas­saggi & Pae­saggi 9

Pas­saggi & Pae­saggi 10

Posted on 23 marzo 2010 by Pier Luca Santoro

Stay

L’80% delle con­ver­sa­zioni avven­gono altrove rispetto al sito web dove sono state gene­rate, o forse per meglio dire, iniziate.

Un dato, quello ripor­tato dall’ info­gra­fica, che fa parte, anche, della mia espe­rienza quo­ti­diana di par­te­ci­pa­zione a Frien­d­Feed, dove l’ultimo caso, in ordine cro­no­lo­gico, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo regi­strava oltre 400 com­menti con­tro i “miseri” sei all’interno del blog di chi aveva ori­gi­nato la discus­sione.

Que­sta evo­lu­zione trova con­ferma anche in ter­mini di accessi alle edi­zioni on line dei quo­ti­diani e potrebbe avere un ulte­riore impatto nega­tivo in ter­mini di pro­spet­tive sui già miseri ritorni che gli edi­tori com­ples­si­va­mente otten­gono dal web in ter­mini di reve­nues pub­bli­ci­ta­rie.

La rea­zione degli edi­tori a que­sto feno­meno attual­mente par­rebbe essere quella di affi­darsi mag­gior­mente ai blog all’interno delle loro piat­ta­forme, gene­rando un modello di e-journalism dove i gior­nali asso­mi­gliano sem­pre più ai blog e vice­versa, ren­dendo, forse, ancor più com­plessa la situa­zione.

Ad adbun­da­tiam, in que­sto modo, da un lato, si legit­ti­mano le attese di un rico­no­sci­mento eco­no­mico da parte di quelli che sapien­te­mente Roberto Favini ha defi­nito “i giardinieri”e, dall’altro, si rischia di com­pli­care la già spi­nosa que­stione sulla tra­spa­renza di quanto viene pubblicato.

Ai tempi della mia gio­vi­nezza era in voga, tra le tante, una can­zone il cui ritor­nello: “Oh, won’t you stay, just a lit­tle bit lon­ger, please let me hear you say that you will, say you will” sem­bra com­po­sto ad hoc per descri­vere le attuali aspi­ra­zioni fru­strate degli editori.

Tor­ne­remo sicu­ra­mente a par­larne, anche di per­sona.

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