pagamento notizie on line

Pubblicato il 6 settembre 2010 by Pier Luca Santoro

Murati Vivi

Che il Times avesse perso una ampis­sima fetta di utenti in seguito al pas­sag­gio ai con­te­nuti a paga­mento della pro­pria edi­zione on line è noto.

Ora, oltre ad avere, dopo circa tre mesi, una ten­denza con­so­li­data che regi­stra un calo di visi­ta­tori del 42%, ven­gono rila­sciate le stime eco­no­mi­che dell’impatto di que­sta scelta.

In buona sostanza, risulta che pur rad­dop­piando le cifre attuali di sot­to­scri­zione all’edizione on line, il valore degli abbo­na­menti on line non supe­re­rebbe il 25% di quello che è il ritorno eco­no­mico dall’edizione cartacea.

Sono gli effetti col­la­te­rali di pro­fe­zie che dimen­ti­cano il signi­fi­cato di per­ce­zione del valore da parte dell’utente, nei quali molti edi­tori rischiano di restare intrap­po­lati, murati vivi.

Pubblicato il 27 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Play Paywall!, The new web game sweeping the newspaper industry

Nie­man Jour­na­lism Lab ha creato uno stru­mento, un simu­la­tore, che con­sente di cal­co­lare l’impatto eco­no­mico gene­rato dalle bar­riere all’accesso even­tual­mente erette dal New York Times, e dai quo­ti­diani più in gene­rale, per far pagare l’accesso ai con­te­nuti on line delle loro ver­sioni digitali.

Il simu­la­tore è set­tato sui dati rac­colti da Nei­man Lab con spe­ci­fico rife­ri­mento al quo­ti­diano new­yor­kino ma è pos­si­bile variare i dati ed effet­tuare una ela­bo­ra­zione a pro­prio pia­ci­mento, variando i cpm per view [set­tati per default sui livelli alti del mer­cato], la per­cen­tuale di ade­sioni scom­po­nen­dola in 5 sot­to­gruppi di utenti e nume­rosi altri ele­menti che impat­te­ranno sul risul­tato finale.

Lo stru­mento è fun­zio­nale e fun­zio­nante per lo scopo per il quale è stato creato, ma in realtà rap­pre­senta una moda­lità geniale di illu­strare l’enigma che molti edi­tori, per­lo­più senza arri­vare ad una deci­sione, stanno affron­tando attualmente.

L’autore, non a caso iro­nizza, a par­tire dal titolo dell’articolo, sul dilemma che divide l’industria edi­to­riale per la dif­fi­coltà delle prese deci­sio­nali che, se favo­re­voli alla crea­zione di pay­walls, fino a que­sto momento hanno deci­sa­mente por­tato più insuc­cessi che altro.

Pra­ti­ca­mente tutte le ricer­che, in qual­siasi nazione del mondo, hanno con­fer­mato che l’utenza non è attual­mente dispo­ni­bile a pagare i con­te­nuti dei quo­ti­diani on line. Tal­volta, è pro­prio il caso di dirlo, si vuole sbat­tere la testa con­tro il muro a tutti i costi.

How do you play? First, hit “Turn Paywall On!” From there, “Views before paywall” is the most fun slider, and the number that many paywall discussions focus on. This sets the number of free pageviews (not the same as stories) that are allowed for each reader before requiring them to subscribe. As the number of free views decreases, the net revenue jumps as each audience segment hits the paywall, then falls from lost ad impressions. Somewhere, there’s a sweet spot.  The key to paywall revenue projections is to understand how different portions of the audience are affected differently. The model used in this calculator breaks the audience into five distinct segments. These can be given names such as “Fly-By” and “Daily,” but for accounting purposes each segment is completely described the number of unique visitors (readers), the number of pageviews per month, and the fraction of readers who will subscribe when they hit the paywall. (Of course, in the real world, people aren’t so neatly divisible into segments.)  The main graph shows these five segments as five bars. The height of each bar is the number of pageviews per month for that segment, and the width is the number of readers. Each pixel on this graph corresponds to a fixed number of pageviews times users, and therefore the same amount of advertising revenue. Ads shown to unsubscribed readers are in blue, ads shown to paid subscribers are in red, and ad sales lost due to non-subscribers stopping at the paywall are in gray.  The scroll bar at bottom of the graph zooms the display for better viewing. The calculator starts zoomed in for clarity, but by zooming all the way out you can see that only a very small fraction of readers will be affected by most paywalls. The crux of the paywall issue is that these are also the most valuable readers, the ones that a publisher can least afford to turn away. In terms of ad revenue, one Loyal may be worth a hundred Fly-Bys.  Ad revenue is captured in the “CPM per view” slider, measured in dollars per 1000 pageviews; it can be thought of as the per-ad CPM times the number of ads on each page. Some pages have higher CPM than others, so this value is an average across all pages actually served.  When a reader hits the paywall, several different things can happen. They may subscribe; they may come back next month when they have free views again; or they may never come back. The “Subscribed” and “Never came back” sliders model this.  “Subscribed” is the fraction of the most loyal readers who subscribe when they hit the paywall — that’s the width of those red “paid” bars on the graph. This figure is necessarily a guess, and the real world subscription rate will also vary by segment, with loyal readers far more likely to subscribe. That’s why there are segment-specific subscription rates in the boxes at bottom. The slider up top sets the maximum possible subscription rate, the rate for a segment with a relative subscription rate of 100 percent. Paywall revenue is very sensitive to subscription rate, because every non-subscriber also represents lost advertising impressions.  “Never came back” represents the fraction of the audience that simply disappears when the paywall goes up. Some regular readers will hit the paywall and switch to a source of free news — but even readers who wouldn’t hit the paywall may be lost, because the existence of a paywall can discourage linking. In the Times’ case, they’ve said that articles arrived at via links from other sites won’t count towards paywall metering — but that might just encourage people to browse Times content through an aggregator instead of the front page, which still amounts to a loss of casual readers. In any case, this slider subtracts readers from all segments in the same proportion.  Below the graph are the audience segment definitions. Each of five segments is described by the number of unique readers in that segment, the number of monthly pageviews of each of those readers, and the subscription conversion rate relative to the most loyal readers. The subscription rate slider and the relative subscription rate are multiplied to get the final subscription rate for each segment. A bit tricky, I know, but I wanted to make it possible to visualize global changes in subscription rate with one slider.  The number of pageviews for each segment is also calculated; note that the Loyal and Fly-By readers both represent a large fraction of pageviews. Again, this is the difficulty with a paywall.

Pubblicato il 22 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

The opposite of open is theirs

Il New York Times risponde ai dubbi, alle domande, dei suoi let­tori rela­ti­va­mente alla deci­sione [che dalla pri­ma­vera 2010 viene spo­stata al 2011] di far pagare i con­te­nuti dell’edizione on line del quotidiano.

Visti i risul­tati di chi ha effet­ti­va­mente intra­preso la strada del paga­mento, non limi­tan­dosi alle dichia­ra­zioni d’intenti, non ci sarebbe da stu­pirsi se nella realtà dei fatti l’idea di far pagare i con­te­nuti non venisse realizzata.

Per­so­nal­mente ritengo che, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione sul tema, le bar­riere siano con­ce­pite nell’ipotesi di non avere una cre­scita di audience.  Le bar­riere per defi­ni­zione costi­tui­scono un limite, un freno.

Sotto que­sto pro­filo è di una luci­dità straor­di­na­ria la sin­tesi effet­tuata da David Wein­ber­ger che afferma:  « the oppo­site of “open” is “theirs.” ». Non credo sia pos­si­bile miglior rispo­sta all’idea dei quo­ti­diani di far pagare i con­te­nuti on line.

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Pubblicato il 19 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Paywalls

Ieri ampio spa­zio è stato dedi­cato alle indi­scre­zioni secondo le quali il New York Times sarebbe in pro­cinto di far pagare i con­te­nuti della pro­pria edi­zione on line. Ne hanno par­lato, tra gli altri, Mas­simo Man­tel­lini, Vit­to­rio Paste­ris, Ste­fano Bonilli e Mas­simo Russo che ha effet­tuato l’analisi di mag­gior pro­fon­dità sull’argomento entrando nei det­ta­gli di pro­ba­bili prezzi e con­te­nuti erogati.

Come rileva The NYT­Pic­ker [la ver­sione sta­tu­ni­tense di Pazzo per Repub­blica dedi­cata al NYT], la noti­zia è tutto fuor­ché uno scoop poi­ché è da que­sta pri­ma­vera che cir­co­lano indi­scre­zioni sul tema rispetto al quale spa­zio è stato dato anche all’interno del Gior­na­laio tempo fa.

Già The Eco­no­mist, in una recente ana­lisi rela­tiva alle pro­spet­tive del mer­cato edi­to­riale, ha defi­nito il 2010 come “The year of the pay­wall” ana­liz­zando le moti­va­zioni degli edi­tori a far pagare i con­te­nuti on line.

Allo stesso tempo ven­gono divul­gati i risul­tati della ricerca svolta da Har­ris Inte­rac­tive per conto di AdWeek che, ancora una volta, come sin­te­tizza la tavola sot­to­stante, mostra come la stra­grande mag­gio­ranza dei let­tori non abbia inten­zione di pagare per i con­te­nuti on line.

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Sep­pure Media­shift abbia pub­bli­cato un inte­res­sante reso­conto su come il Wall Street Jour­nal uti­lizzi i social media al di là dei pay­wall per l’accesso al pro­prio sito, per­so­nal­mente ritengo che, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione sul tema, le bar­riere siano con­ce­pite nell’ipotesi di non avere una cre­scita di audience; è anche que­sta una indi­ca­zione non tra­scu­ra­bile sul futuro dell’informazione.

L’ unico van­tag­gio dell’approccio pro­te­zio­ni­stico even­tual­mente adot­tato da alcuni edi­tori, come enun­ciato nel pre­ci­tato arti­colo di The Eco­no­mist, è che costringe final­mente a pen­sare a cosa i let­tori dav­vero vogliano. Un sot­to­pro­dotto dav­vero inte­res­sante per il quale è stata creata una check list.

Quale che sia, o meno, l’effettiva oppor­tu­nità di far pagare i con­te­nuti on line, cer­ta­mente non riguarda il nostro paese anche per la dimen­sione del mer­cato di riferimento.

Pubblicato il 18 dicembre 2009 by Pier Luca Santoro

Unwilling to pay

Nell’autunno 2009 GfK Custom Research ha effet­tuato una ricerca sull’utilizzo di inter­net e, per l’ennesima volta, sulla dispo­ni­bi­lità degli utenti a pagare i con­te­nuti dei quo­ti­diani on line. Lo stu­dio è stato effet­tuato per conto del Wall Street Jour­nal di Mur­doch ed ha coin­volto 16.800 indi­vi­dui di 17 nazioni diverse, Ita­lia compresa.

Nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi viene con­fer­mato l’orientamento a non pagare, gli inter­vi­stati sono dispo­ni­bili ad accet­tare la pub­bli­cità a con­di­zione di non dover effet­tuare alcun esborso per avere accesso alle noti­zie on line.

Nel nostro paese, come emerge dalla tavola di sin­tesi dei risul­tati sot­to­stante, solo il 13% degli inter­vi­stati si dichiara dispo­ni­bile a pagare i con­te­nuti a con­di­zione di non avere alcuna pubblicità.

Risul­tati in linea com­ples­si­va­mente con le pre­ce­denti inchie­ste sul tema già pro­po­ste anche all’interno del Gior­na­laio. Una con­ferma indi­retta di quanto appros­si­ma­tivo o pour cause fosse lo stu­dio effet­tuato da BCG; ele­mento quest’ultimo che potrebbe essere fonte di qual­che fuor­viante inter­pre­ta­zione al cda di RCS Media­group.

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