pagamento notizie on line

Pubblicato il 6 settembre 2010 by Pier Luca Santoro

Murati Vivi

Che il Times avesse perso una ampis­sima fetta di utenti in seguito al pas­sag­gio ai con­te­nuti a paga­mento della pro­pria edi­zione on line è noto.

Ora, oltre ad avere, dopo circa tre mesi, una ten­denza con­so­li­data che regi­stra un calo di visi­ta­tori del 42%, ven­gono rila­sciate le stime eco­no­mi­che dell’impatto di que­sta scelta.

In buona sostanza, risulta che pur rad­dop­piando le cifre attuali di sot­to­scri­zione all’edizione on line, il valore degli abbo­na­menti on line non supe­re­rebbe il 25% di quello che è il ritorno eco­no­mico dall’edizione cartacea.

Sono gli effetti col­la­te­rali di pro­fe­zie che dimen­ti­cano il signi­fi­cato di per­ce­zione del valore da parte dell’utente, nei quali molti edi­tori rischiano di restare intrap­po­lati, murati vivi.

Pubblicato il 27 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Play Paywall!, The new web game sweeping the newspaper industry

Nie­man Jour­na­lism Lab ha creato uno stru­mento, un simu­la­tore, che con­sente di cal­co­lare l’impatto eco­no­mico gene­rato dalle bar­riere all’accesso even­tual­mente erette dal New York Times, e dai quo­ti­diani più in gene­rale, per far pagare l’accesso ai con­te­nuti on line delle loro ver­sioni digitali.

Il simu­la­tore è set­tato sui dati rac­colti da Nei­man Lab con spe­ci­fico rife­ri­mento al quo­ti­diano new­yor­kino ma è pos­si­bile variare i dati ed effet­tuare una ela­bo­ra­zione a pro­prio pia­ci­mento, variando i cpm per view [set­tati per default sui livelli alti del mer­cato], la per­cen­tuale di ade­sioni scom­po­nen­dola in 5 sot­to­gruppi di utenti e nume­rosi altri ele­menti che impat­te­ranno sul risul­tato finale.

Lo stru­mento è fun­zio­nale e fun­zio­nante per lo scopo per il quale è stato creato, ma in realtà rap­pre­senta una moda­lità geniale di illu­strare l’enigma che molti edi­tori, per­lo­più senza arri­vare ad una deci­sione, stanno affron­tando attualmente.

L’autore, non a caso iro­nizza, a par­tire dal titolo dell’articolo, sul dilemma che divide l’industria edi­to­riale per la dif­fi­coltà delle prese deci­sio­nali che, se favo­re­voli alla crea­zione di pay­walls, fino a que­sto momento hanno deci­sa­mente por­tato più insuc­cessi che altro.

Pra­ti­ca­mente tutte le ricer­che, in qual­siasi nazione del mondo, hanno con­fer­mato che l’utenza non è attual­mente dispo­ni­bile a pagare i con­te­nuti dei quo­ti­diani on line. Tal­volta, è pro­prio il caso di dirlo, si vuole sbat­tere la testa con­tro il muro a tutti i costi.

How do you play? First, hit “Turn Paywall On!” From there, “Views before paywall” is the most fun slider, and the number that many paywall discussions focus on. This sets the number of free pageviews (not the same as stories) that are allowed for each reader before requiring them to subscribe. As the number of free views decreases, the net revenue jumps as each audience segment hits the paywall, then falls from lost ad impressions. Somewhere, there’s a sweet spot.  The key to paywall revenue projections is to understand how different portions of the audience are affected differently. The model used in this calculator breaks the audience into five distinct segments. These can be given names such as “Fly-By” and “Daily,” but for accounting purposes each segment is completely described the number of unique visitors (readers), the number of pageviews per month, and the fraction of readers who will subscribe when they hit the paywall. (Of course, in the real world, people aren’t so neatly divisible into segments.)  The main graph shows these five segments as five bars. The height of each bar is the number of pageviews per month for that segment, and the width is the number of readers. Each pixel on this graph corresponds to a fixed number of pageviews times users, and therefore the same amount of advertising revenue. Ads shown to unsubscribed readers are in blue, ads shown to paid subscribers are in red, and ad sales lost due to non-subscribers stopping at the paywall are in gray.  The scroll bar at bottom of the graph zooms the display for better viewing. The calculator starts zoomed in for clarity, but by zooming all the way out you can see that only a very small fraction of readers will be affected by most paywalls. The crux of the paywall issue is that these are also the most valuable readers, the ones that a publisher can least afford to turn away. In terms of ad revenue, one Loyal may be worth a hundred Fly-Bys.  Ad revenue is captured in the “CPM per view” slider, measured in dollars per 1000 pageviews; it can be thought of as the per-ad CPM times the number of ads on each page. Some pages have higher CPM than others, so this value is an average across all pages actually served.  When a reader hits the paywall, several different things can happen. They may subscribe; they may come back next month when they have free views again; or they may never come back. The “Subscribed” and “Never came back” sliders model this.  “Subscribed” is the fraction of the most loyal readers who subscribe when they hit the paywall — that’s the width of those red “paid” bars on the graph. This figure is necessarily a guess, and the real world subscription rate will also vary by segment, with loyal readers far more likely to subscribe. That’s why there are segment-specific subscription rates in the boxes at bottom. The slider up top sets the maximum possible subscription rate, the rate for a segment with a relative subscription rate of 100 percent. Paywall revenue is very sensitive to subscription rate, because every non-subscriber also represents lost advertising impressions.  “Never came back” represents the fraction of the audience that simply disappears when the paywall goes up. Some regular readers will hit the paywall and switch to a source of free news — but even readers who wouldn’t hit the paywall may be lost, because the existence of a paywall can discourage linking. In the Times’ case, they’ve said that articles arrived at via links from other sites won’t count towards paywall metering — but that might just encourage people to browse Times content through an aggregator instead of the front page, which still amounts to a loss of casual readers. In any case, this slider subtracts readers from all segments in the same proportion.  Below the graph are the audience segment definitions. Each of five segments is described by the number of unique readers in that segment, the number of monthly pageviews of each of those readers, and the subscription conversion rate relative to the most loyal readers. The subscription rate slider and the relative subscription rate are multiplied to get the final subscription rate for each segment. A bit tricky, I know, but I wanted to make it possible to visualize global changes in subscription rate with one slider.  The number of pageviews for each segment is also calculated; note that the Loyal and Fly-By readers both represent a large fraction of pageviews. Again, this is the difficulty with a paywall.

Pubblicato il 22 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

The opposite of open is theirs

Il New York Times risponde ai dubbi, alle domande, dei suoi let­tori rela­ti­va­mente alla deci­sione [che dalla pri­ma­vera 2010 viene spo­stata al 2011] di far pagare i con­te­nuti dell’edizione on line del quotidiano.

Visti i risul­tati di chi ha effet­ti­va­mente intra­preso la strada del paga­mento, non limi­tan­dosi alle dichia­ra­zioni d’intenti, non ci sarebbe da stu­pirsi se nella realtà dei fatti l’idea di far pagare i con­te­nuti non venisse realizzata.

Per­so­nal­mente ritengo che, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione sul tema, le bar­riere siano con­ce­pite nell’ipotesi di non avere una cre­scita di audience.  Le bar­riere per defi­ni­zione costi­tui­scono un limite, un freno.

Sotto que­sto pro­filo è di una luci­dità straor­di­na­ria la sin­tesi effet­tuata da David Wein­ber­ger che afferma:  « the oppo­site of “open” is “theirs.” ». Non credo sia pos­si­bile miglior rispo­sta all’idea dei quo­ti­diani di far pagare i con­te­nuti on line.

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Pubblicato il 19 gennaio 2010 by Pier Luca Santoro

Paywalls

Ieri ampio spa­zio è stato dedi­cato alle indi­scre­zioni secondo le quali il New York Times sarebbe in pro­cinto di far pagare i con­te­nuti della pro­pria edi­zione on line. Ne hanno par­lato, tra gli altri, Mas­simo Man­tel­lini, Vit­to­rio Paste­ris, Ste­fano Bonilli e Mas­simo Russo che ha effet­tuato l’analisi di mag­gior pro­fon­dità sull’argomento entrando nei det­ta­gli di pro­ba­bili prezzi e con­te­nuti erogati.

Come rileva The NYT­Pic­ker [la ver­sione sta­tu­ni­tense di Pazzo per Repub­blica dedi­cata al NYT], la noti­zia è tutto fuor­ché uno scoop poi­ché è da que­sta pri­ma­vera che cir­co­lano indi­scre­zioni sul tema rispetto al quale spa­zio è stato dato anche all’interno del Gior­na­laio tempo fa.

Già The Eco­no­mist, in una recente ana­lisi rela­tiva alle pro­spet­tive del mer­cato edi­to­riale, ha defi­nito il 2010 come “The year of the pay­wall” ana­liz­zando le moti­va­zioni degli edi­tori a far pagare i con­te­nuti on line.

Allo stesso tempo ven­gono divul­gati i risul­tati della ricerca svolta da Har­ris Inte­rac­tive per conto di AdWeek che, ancora una volta, come sin­te­tizza la tavola sot­to­stante, mostra come la stra­grande mag­gio­ranza dei let­tori non abbia inten­zione di pagare per i con­te­nuti on line.

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Sep­pure Media­shift abbia pub­bli­cato un inte­res­sante reso­conto su come il Wall Street Jour­nal uti­lizzi i social media al di là dei pay­wall per l’accesso al pro­prio sito, per­so­nal­mente ritengo che, al di là di ogni altra pos­si­bile con­si­de­ra­zione sul tema, le bar­riere siano con­ce­pite nell’ipotesi di non avere una cre­scita di audience; è anche que­sta una indi­ca­zione non tra­scu­ra­bile sul futuro dell’informazione.

L’ unico van­tag­gio dell’approccio pro­te­zio­ni­stico even­tual­mente adot­tato da alcuni edi­tori, come enun­ciato nel pre­ci­tato arti­colo di The Eco­no­mist, è che costringe final­mente a pen­sare a cosa i let­tori dav­vero vogliano. Un sot­to­pro­dotto dav­vero inte­res­sante per il quale è stata creata una check list.

Quale che sia, o meno, l’effettiva oppor­tu­nità di far pagare i con­te­nuti on line, cer­ta­mente non riguarda il nostro paese anche per la dimen­sione del mer­cato di riferimento.

Pubblicato il 18 dicembre 2009 by Pier Luca Santoro

Unwilling to pay

Nell’autunno 2009 GfK Custom Research ha effet­tuato una ricerca sull’utilizzo di inter­net e, per l’ennesima volta, sulla dispo­ni­bi­lità degli utenti a pagare i con­te­nuti dei quo­ti­diani on line. Lo stu­dio è stato effet­tuato per conto del Wall Street Jour­nal di Mur­doch ed ha coin­volto 16.800 indi­vi­dui di 17 nazioni diverse, Ita­lia compresa.

Nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi viene con­fer­mato l’orientamento a non pagare, gli inter­vi­stati sono dispo­ni­bili ad accet­tare la pub­bli­cità a con­di­zione di non dover effet­tuare alcun esborso per avere accesso alle noti­zie on line.

Nel nostro paese, come emerge dalla tavola di sin­tesi dei risul­tati sot­to­stante, solo il 13% degli inter­vi­stati si dichiara dispo­ni­bile a pagare i con­te­nuti a con­di­zione di non avere alcuna pubblicità.

Risul­tati in linea com­ples­si­va­mente con le pre­ce­denti inchie­ste sul tema già pro­po­ste anche all’interno del Gior­na­laio. Una con­ferma indi­retta di quanto appros­si­ma­tivo o pour cause fosse lo stu­dio effet­tuato da BCG; ele­mento quest’ultimo che potrebbe essere fonte di qual­che fuor­viante inter­pre­ta­zione al cda di RCS Media­group.

Pubblicato il 30 novembre 2009 by Pier Luca Santoro

Murdoch, Battuto Sul Tempo — Filtr

Alcuni quo­ti­diani locali inglesi ini­ziano a testare il “paywall”.

Clic­cando sull’immagine è pos­si­bile, se d’interesse, pro­se­guire la lettura.

Pubblicato il 26 novembre 2009 by Pier Luca Santoro

iTunes model per gli editori

Gli edi­tori sta­tu­ni­tensi Time inc, Conde Nast e Hearst, secondo le indi­scre­zioni rac­colte dal New York Times, si sareb­bero con­sor­ziati, for­mando una società ad hoc con quote pari­ta­rie, per lan­ciare una edi­cola virtuale.

Il quo­ti­diano d’oltreoceano, citando fonti “bene infor­mate sui fatti”, riporta che il con­sor­zio di edi­tori dovrebbe rea­liz­zare un sistema, un soft­ware, per la visione degli arti­coli delle rivi­ste sui diversi sup­porti digi­tali quali smart­pho­nes ed e– reader.

L’edicola vir­tuale è stata ribat­tez­zata l’iTunes dell’informazione, si trat­te­rebbe di un mar­ket­place per i sin­goli con­te­nuti sul quale gli edi­tori dovreb­bero avere piena gestione e con­trollo dei con­te­nuti come il ser­vi­zio per sca­ri­care le can­zoni. L’Observer riporta che con que­sto sistema sarebbe pos­si­bile acqui­stare anche le edi­zioni cartacee.

Che la mobi­lità possa essere il vei­colo per riu­scire ad otte­nere il paga­mento delle noti­zie digi­tali è l’ ipo­tesi che attual­mente par­rebbe più plau­si­bile. Un primo ten­ta­tivo è stato effet­tuato all’inizio di que­sto mese pro­prio da una delle case edi­trici che par­te­ci­pe­rebbe alla joint ven­ture che ha reso dispo­ni­bile per iPhone l’edizione inte­grale di GQ a 2,99 dol­lari. E’ evi­dente come il con­sor­zio nascente rap­pre­senti, sotto que­sto pro­filo, l’evidenza del timore degli edi­tori di un per­corso indi­vi­duale a rischio di fallimento.

Credo che que­sto, come altri, siano ten­ta­tivi, espe­ri­menti, dove­rosi che con­sen­ti­ranno di com­pren­dere meglio le effet­tive dispo­ni­bi­lità e rea­zioni dei let­tori, ma non penso che siano ini­zia­tive di svi­luppo e riqua­li­fi­ca­zione effettiva.

Sono molto scet­tico sulle effet­tive pos­si­bi­lità di suc­cesso di que­sta ini­zia­tiva essendo asso­lu­ta­mente con­corde con quanto afferma l’ottimo Marco Bardazzi.

Pubblicato il 6 ottobre 2009 by Pier Luca Santoro

Come vendere le notizie on line: Una checklist

Alan Mut­ter, gior­na­li­sta di lungo corso e pro­fes­sore a Ber­kley di gior­na­li­smo, cura un blog [Reflec­tions of a New­so­saur] che non può man­care nella lista dei pre­fe­riti di chi è inte­res­sato e coin­volto nell’argomento.

Ieri ha reso dispo­ni­bile una chec­klist di 8 punti rela­ti­va­mente a quelli che a suo avviso sono gli aspetti salienti da veri­fi­care prima di ten­tare di far pagare le noti­zie on line.

Mut­ter nella pre­messa afferma che:

  • Non è pos­si­bile far pagare per alcuni con­te­nuti che di fatto sono “com­mo­di­ties” quali le noti­zie sul mondo, nazio­nali, affari, sport ed intrattenimento

  • Potrebbe essere pos­si­bile richie­dere il paga­mento per noti­zie locali se fos­sero infor­ma­zioni tal­mente esclu­sive ed esau­stive da ren­derle inte­res­santi per i resi­denti di una spe­ci­fica comunità

  • In ambito business-to-business, è molto pro­ba­bile riu­scire a far pagare noti­zie che aiu­tano a far soldi, a non per­derne o, ideal­mente, entrambe le cose al tempo stesso

  • E’ pro­ba­bile riu­scire a far pagare i con­te­nuti ai con­su­ma­tori per due aspetti: (a) intrat­te­ni­mento esclu­sivo (b) infor­ma­zioni che con­sen­tano di rispar­miare e/o di valo­riz­zare i pro­pri soldi.

Mut­ter sug­ge­ri­sce di usare – clas­si­ca­mente – una scala di valori da 1 a 5 per l’utilizzo della chec­klist che pro­pone per riu­scire a quan­ti­fi­care le pro­ba­bi­lità di successo.

Gli attri­buti, gli 8 punti chiave della chec­klist, che il pro­fes­sore cali­for­niano iden­ti­fica sono:

Uni­que­ness – Quante pos­si­bi­lità esi­stono che lo stesso con­te­nuto venga tro­vato altrove? Mag­gior­mente esclu­sivo sarà il con­te­nuto mag­giore il pun­teg­gio da attri­buire a quest’area.

Rou­ti­ne­ness – I con­te­nuti sono di una tipo­lo­gia spe­ci­fica o ordi­na­ria quali il tempo, pun­teggi spor­tivi, quo­ta­zioni borsistiche.…etc. Con­te­nuti spe­ciali otten­gono un pun­teg­gio ele­vato quelli ordi­nati no.

Time sen­si­ti­vity – Il valore dell’informazione si dete­riora nel tempo? Più l’informazione ha un valore legato allo scor­rere del tempo mag­giore il pun­teg­gio. Ad esem­pio cono­scere infor­ma­zioni che influen­zano il risul­tato bor­si­stico di un titolo.

Busi­ness urgency – Si tratta di una infor­ma­zione che aiu­terà qual­cuno a far soldi o ad evi­tare di per­derli? Mag­giore la cri­ti­cità dell’informazione mag­giore il punteggio.

Tar­ge­ta­bi­lity — Quanto stret­ta­mente indi­riz­zata agli inte­ressi del con­su­ma­tore è l’informazione? Più è per­so­na­liz­zata l’informazione mag­giore il punteggio.

Enter­tain­ment value – Con­te­nuti esclu­sivi, quali la pos­si­bi­lità, ad esem­pio, di ascol­tare in ante­prima un can­tante famoso, otten­gono un pun­teg­gio extra.

Local­ness – Più vicino a casa sarà quel deter­mi­nato con­te­nuto mag­giore il valore; par­ti­co­lar­mente se esclusivo.

Home eco­no­mics – Se aiu­tano il con­su­ma­tore a rispar­miare – come ad esem­pio le classi di con­sumo ener­ge­tico [banal­mente] per i fri­go­ri­feri — i con­te­nuti otten­gono un pun­teg­gio superiore.

Dopo aver ana­liz­zato gli 8 punti sug­ge­riti ren­de­teli in forma gra­fica come nell’immagine di esem­pio sottostante.

Come è pos­si­bile notare il b2b è in blu men­tre i con­te­nuti orien­tati al con­su­ma­tore che hanno mag­giori pos­si­bi­lità di essere pagati sono in arancio.

L’opportunità effet­tiva di far pagare delle noti­zie, dei con­te­nuti, sem­bra mag­giore in ambito b2b che b2c; i respon­sa­bili dei siti web del Wall Street Jour­nal e del Fina­na­cial Times pro­ba­bil­mente già lo sapevano.

pay content on the web

Si noti come attual­mente la mag­gior parte delle infor­ma­zioni che gli edi­tori vor­reb­bero far pagare non rien­trano nelle cate­go­rie sopra­ri­por­tate ed otter­reb­bero pun­teggi dav­vero stri­min­ziti. Que­sto sug­ge­ri­sce la neces­sità da parte degli edi­tori di creare prima dei pro­dotti ven­di­bili e suc­ces­si­va­mente di ten­tare di farli pagare.

Sono aspetti che in ordine di prio­rità nel nostro paese, lasce­rei tran­quil­la­mente nelle ultime posi­zioni stante la situa­zione attuale e le abi­tu­dini con­so­li­date di alcuni rap­pre­sen­tanti dell’editoria nostrana.

Com­messo il primo errore stra­te­gico, com­met­terne un secondo nel ten­ta­tivo, vano, di rime­diare al primo sarebbe forse fatale. Spero che l’aver reso dispo­ni­bile la chec­klist nel nostro idioma serva, anche, ad evi­tare questo.

There is far more good work to do than there is time. Chose care­fully”.

Pubblicato il 25 settembre 2009 by Pier Luca Santoro

Negroponte e la convergenza editoriale

Nicho­las Negro­ponte, il docente al Mit poi dive­nuto famoso come uno dei mas­simi guru della New Eco­nomy, ela­borò quel prin­ci­pio che dal suo nome è stato poi defi­nito del Negro­ponte switch: il “Com­mu­ta­tore di Negro­ponte”. Era la prima delle due “leggi” for­mu­late nel volume Essere digi­tali, e pre­ve­deva: “Ciò che si distri­bui­sce oggi per via aerea si farà in futuro per filo, e vice­versa”. Andava assieme a una Seconda Legge: “La società andrà sem­pre più abban­do­nando il sostrato mate­riale su cui si basa l’economia, e gli atomi saranno sosti­tuiti dai bit”. Con­se­guenza della Prima Legge: il tele­fo­nino al posto del tele­fono; la tv via cavo al posto di quella via etere. Con­se­guenza della Seconda Legge: i bit imma­te­riali su cui tra­smet­tere un gior­nale in rete, piut­to­sto che gli atomi pesanti su cui è stam­pata la carta del gior­nale tradizionale.

Anche in campo auto­mo­bi­li­stico, il supe­ra­mento della crisi va nel pas­sag­gio dal motore tra­di­zio­nale a quello ibrido: solu­zione per favo­rire la quale Obama ha favo­rito l’avvicinamento tra lo know-how di Fiat e Chry­sler. Men­tre nel gior­na­li­smo, la rispo­sta ai pro­blemi del modello tra­di­zio­nale di sola carta stam­pata non è tanto nel pas­sare al solo Inter­net, ma nella sem­pre mag­gior arti­co­la­zione dei con­te­nuti e dei media. Un gior­nale non più uno ma bino, trino e, se pos­si­bile, quat­trino; e che fac­cia quattrini.

L’estratto soprar­ri­fe­rito dei pas­saggi, a mio parere, salienti di un arti­colo redatto rela­ti­va­mente di recente da Mau­ri­zio Ste­fa­nini, sin­te­tizza otti­ma­mente, da un lato, quanto soste­nevo e, dall’altro, le indi­ca­zioni che emer­gono dalla dif­fu­sione [sta quasi diven­tando “una saga”] di un’altra parte della ricerca di cui, tra gli altri, stiamo par­lando ormai da tre giorni in que­sti spazi.

Secondo quanto reso noto oggi, infatti, abbi­nando il paga­mento delle noti­zie on line all’abbonamento della ver­sione car­ta­cea di un quo­ti­diano la per­cen­tuale che si dichia­rano inte­res­sati, e dun­que dispo­ni­bili a pagare, sale dal 5% al 48% come illu­strato dal gra­fico di sin­tesi sotto riportato.

Convergenza editoriale

Evi­denze e segnali sul pro­cesso di con­ver­genza edi­to­riale erano già stati rac­colti con rife­ri­mento al caso del Seat­tle Post Intel­li­gen­cer che sem­brava dimo­strare come web e carta non fos­sero alter­na­tivi bensì com­ple­men­tari. Ipo­tesi che l’indagine pub­bli­cata dal Guar­dian avvalla e conferma.

La con­ver­genza tra media è un pro­cesso dif­fi­cile ma neces­sa­rio che com­porta, come tutti i pro­cessi inno­va­tivi, rischi ed errori ma sem­bra dav­vero l’unica per­se­gui­bile allo stato attuale. Rimosse le illu­sioni di bari­sti e mura­tori diviene neces­sa­rio, evi­den­te­mente, dare seguito ed ope­ra­ti­vità al processo.

Pubblicato il 25 settembre 2009 by Pier Luca Santoro

The maximum amount [and the most probable conclusion?]

Il Guar­dian con­ti­nua, giorno dopo giorno, a dif­fon­dere i risul­tati della ricerca, svolta da Har­ris Inte­rac­tive & Paid Con­tent, sull’ atteg­gia­mento e la pro­pen­sione alla spesa da parte degli utenti, dei let­tori, rela­ti­va­mente alle noti­zie on line.

Sta­bi­lito che circa il 5% dei let­tori sono dispo­ni­bili con­cet­tual­mente al paga­mento delle noti­zie on line e che i micro­pa­ga­menti sono un’opzione asso­lu­ta­mente tra­scu­ra­bile, le evi­denze dif­fuse ieri riguar­dano un a que­stione altret­tanto cru­ciale: quanto sareb­bero dispo­sti a pagare — even­tual­mente – gli utenti all’anno per l’abbonamento alle noti­zie on line di un quotidiano?

La rispo­sta ten­den­ziale è, anche in que­sto caso, inequivocabile:

  • Per l’abbonamento annuale 10 Uk Pounds [circa 11 €] sono la cifra orien­ta­tiva indicata

  • 25 penny [circa 0,30 €] è la dispo­ni­bi­lità gior­na­liera indicata

  • Da un minimo di 1 penny ad un mas­simo di 2 é, infine, quando indi­cato dal cam­pione inter­vi­stato per il sin­golo articolo.

Il valore rico­no­sciuto si aggira dun­que intorno al 6% di quanto paga/pagherebbe in un anno il nor­male let­tore dell’edizione car­ta­cea. Ricor­dan­dosi che, comun­que, gli stessi hanno affer­mato con chia­rezza che fon­da­men­tal­mente non vogliono pagare.

annual subscrition fee news on line

I dati grezzi dai quali sono state estratte le ela­bo­ra­zioni ripor­tate sono dispo­ni­bili, se d’interesse, QUI.

Anche in que­sto caso, sem­bra che abbia avuto – per­lo­meno – for­tuna con la cifra indi­cata quale dispo­ni­bi­lità gior­na­liera nella simu­la­zione effet­tuata, a titolo esem­pli­fi­ca­tivo, tempo fa rispetto ad un quo­ti­diano italiano.

Incro­ciando i dati emer­genti dalla ricerca con le spe­ci­fi­che carat­te­ri­sti­che del mer­cato ita­liano, sia in ter­mini di pene­tra­zione di inter­net che di ana­lisi delle dina­mi­che più recenti, par­rebbe pos­si­bile con­clu­dere dun­que che il ruolo dell’on line sia deci­sa­mente mar­gi­nale in ter­mini di red­di­ti­vità oltre che attuale anche potenziale.

Ad oggi il ruolo di inter­net nel nostro paese appare estre­ma­mente rile­vante in ter­mini di aggre­ga­zione e dif­fu­sione di con­te­nuti e di asso­luta impor­tanza per la costru­zione di rela­zioni che però tro­vano una loro dimen­sione eco­no­mica quasi esclu­si­va­mente off line. Que­sto è evi­den­te­mente ancor più vero per gruppi di utenti, indi­vi­dui, “evo­luti” quali sono senza dub­bio anche i let­tori di quo­ti­diani nel suo insieme.

Il futuro dei gior­nali, sotto il pro­filo com­mer­ciale, passa e con­ti­nuerà a pas­sare ine­qui­vo­ca­bil­mente per l’attuale rete di distri­bu­zione [le edi­cole] è un dato di fatto.