open journalism

guardianlabs_3030
Pubblicato il 19 marzo 2014 by Lelio Simi

Guardian Labs: cosa succede se il giornalismo aperto sposa la comunicazione corporate?

Il Guar­dian è il gior­nale delle scelte corag­giose. Almeno lo è per i molti che, guar­dando a que­sto periodo di tran­si­zione del gior­na­li­smo, vedono nel quo­ti­diano e nelle sue poli­ti­che sul web aperto il sim­bolo di chi sta inno­vando senza troppi ten­ten­na­menti e con coe­renza sulle scelte fatte. È il digi­tal first che fa volare le reve­nue da digi­tale in pochi anni a oltre 80 milioni di euro, è il no deciso a qual­siasi tipo di pay­wall è la tra­spa­renza e l’interazione con il let­tore assunta ad asse por­tante delle pro­prie poli­ti­che editoriali.

Del “modello Guar­dian” si parla giu­sta­mente molto ormai da anni, soprat­tutto della sua reale soste­ni­bi­lità (nono­stante la signi­fi­ca­tiva cre­scita degli utili da digi­tale il bilan­cio com­ples­sivo del gruppo è ancora in rosso). Su que­sto tema tra le cose pub­bli­cate più di recente con­si­glio di leg­gere The new­so­no­mics of The Guardian’s new “Known” stra­tegy e The Guardian’s digi­tal boom. A que­sto pro­po­sito è inte­res­sante far notare come a ini­zio feb­braio Guar­dian News and Media abbia annun­ciato il varo defi­ni­tivo di Guar­dian Labs il dipar­ti­mento appo­si­ta­mente creato per curare la comu­ni­ca­zione cor­po­rate dei clienti e allac­ciare nuove e inno­va­tive part­ner­ship con grandi “brand”.

Comu­ni­ca­zione cor­po­rate che sarà carat­te­riz­zata, dicono i respon­sa­bili del nuovo pro­getto, da ele­menti che sono il tratto distin­tivo del lavoro del Guar­dian in que­sti anni: forte enga­ge­ment con i let­tori, con­te­nuti cross-mediali, stra­te­gie digi­tal first. Primo cliente annun­ciato: la mul­ti­na­zio­nale Uni­le­ver, con la quale saranno rea­liz­zata una cam­pa­gna di con­tent mar­ke­ting attorno ad un’unica tema­tica: la sostenibilità.

Una stra­te­gia che ha lasciato per­plessi alcuni osser­va­tori. C’è infatti, chi di fronte alla noti­zia ha avuto subito dei mal di pan­cia ad esem­pio il blog­ger Andrew Sul­li­van che sul suo The Dish è andato già duro ed ha così com­men­tato il comu­ni­cato uffi­ciale (che pre­sen­tava l’iniziativa sot­to­li­nean­done l’elemento inno­va­tivo e la coe­renza con tutto il pro­getto sull’open web): «Que­ste si chia­mano pub­bli­che rela­zioni, ragazzi. Non c’è nulla di nuovo o inno­va­tivo. Quello che c’è di nuovo è il deli­be­rato ten­ta­tivo di fon­dere que­sto set­tore con il gior­na­li­smo stesso al fine di masche­rarne la dif­fe­renza dalle stronzate».

Gior­na­li­smo o pub­bli­che relazioni?

Dun­que una sorta di tra­di­mento dop­pio per chi vede nei con­te­nuti spon­so­riz­zati il male asso­luto e niente altro che una ripro­po­si­zione aggior­nata (e magari ancora più scal­tra e fur­betta) dei vec­chi reda­zio­nali. Il tutto, per di più, rea­liz­zato da uno dei ves­sil­li­feri dell’”open jour­na­lism”! Di native adver­ti­sing e in gene­rale delle nuove forme di col­la­bo­ra­zione tra testate e aziende si sta par­lando molto e, giu­sta­mente, se ne par­lerà ancora per­ché que­ste col­la­bo­ra­zioni – non c’è biso­gno di essere grandi esperti per capirlo – saranno sem­pre più impor­tanti nelle stra­te­gie dei gruppi edi­to­riali alla dispe­rata ricerca di solu­zioni alter­na­tive alla ven­dita di pub­bli­cità tabel­lare. E infatti l’obiettivo dichia­rato di Guar­dian Labs è pro­prio quello di «lavo­rare con le aziende per creare cam­pa­gne di mar­ke­ting che vadano oltre l’acquisto di spazi pub­bli­ci­tari online o sul gior­nale». Chiaro no?

Ma l’accordo stretto Guar­dian con uno dei colossi dell’industria ali­men­tare (e non solo) è da seguire con atten­zione e sin­ce­ra­mente non lo liqui­de­rei sem­pli­ce­mente con qual­che bat­tuta sar­ca­stica, comun­que la si pensi. Primo per­ché stiamo par­lando di un accordo eco­no­mi­ca­mente rile­vante (nelle inter­vi­ste la diret­trice di Guar­dian Labs Anna Wat­kins molto abbot­to­nata sull’esatta entità eco­no­mica ha par­lato di un con­tratto a sette cifre, un inve­sti­mento supe­riore al milione di ster­line quindi). Secondo per­ché il signi­fi­ca­tivo dispie­ga­mento di forze impe­gnato in “GLabs”, 133 pro­fes­sio­ni­sti tra desi­gner, pro­dut­tori video, edi­tor ed esperti di stra­te­gie fa pre­sa­gire che sarà uno stru­menti più impor­tanti per aumen­tare gli utili del gruppo e ren­dere quindi più soste­ni­bile un modello di gior­na­li­smo che potrebbe, anche per quanto riguarda que­ste par­ti­co­lari scelte edi­to­riali, fare scuola nell’immediato futuro. Che ci piac­cia o meno.

Una scelta obbligata?

Una stra­te­gia a ben pen­sarci neces­sa­ria in par­ti­co­lare per un gior­nale come il Guar­dian che ha rinun­ciato, pro­prio in nome delle sue poli­ti­che open web, alle reve­nue pro­ve­nienti diret­ta­mente dai let­tori tra­mite pay­wall (full-access, mete­red o reverse che siano) e con­te­nuti pre­mium. A que­sto pro­po­sito ha valore ricor­dare che il New York Times sta aumen­tando sem­pre più il “peso” eco­no­mico dei let­tori: 150 milioni di dol­lari ogni anno che si pre­vede nel 2015 rag­giun­ge­ranno i 200 milioni (e la per­cen­tuale sul fat­tu­rato del “Times” è già oggi pari al 56% supe­riore quindi alla quota parte deri­vante dai grandi investitori).

Il Guar­dian dal canto suo sta aumen­tando le pro­prie entrate da digi­tale al ritmo del 25% ogni anno, se con­ti­nuasse così dice l’analista Ryan Chit­tum nel 2015 potrebbe addi­rit­tura effet­tuare in que­sto campo uno sto­rico sor­passo ai danni dello stesso New York Times. Far cre­scere le entrate dalle atti­vità sul digi­tale del 25% ogni anno però è molto com­pli­cato anche se ti chiami Guardian.

guardian-v-nyt2

la cre­scita (in per­cen­tuale) delle reve­nue da digi­tale a con­fronto tra New York Times e Guar­dian (via Colum­bia Jour­na­lism Review)

Le stra­te­gie edi­to­riali “digi­tal first” con i decisi tagli alle edi­zioni su carta alleg­ge­ri­scono i bilanci di molti costi, ma dall’altra pos­sono limi­tare l’arrivo di grandi inve­sti­tori “dif­fi­cil­mente il Guar­dian in que­ste con­di­zioni tro­verà chi sarà dispo­sto a inve­stire cifre supe­riori al milione di ster­line” hanno sen­ten­ziato alcuni ana­li­sti, e altri sosten­gono con deci­sione che il Guar­dian in un modo o nell’altro “dovrà inven­tarsi qual­cosa per fare ricavi diret­ta­mente dai pro­pri let­tori”. Ma pro­porre nuovi (e remu­ne­ra­tive) col­la­bo­ra­zioni a lungo ter­mine alle aziende potrebbe essere una buona solu­zione alter­na­tiva. Insomma se non “mone­tizzi” diret­ta­mente dai let­tori devi farlo sem­pre più con i grandi investitori.

Ai piani alti di Guar­dian Media certo non deve essere sfug­gito che la divi­sione che si occupa delle “brand spon­sor­ship” in que­sti anni sia stata quella con la cre­scita mag­giore in ter­mini di reve­nue gene­rate: 10 milioni di ster­line nel 2013 e 15 milioni nel 2014 (fonte: Guar­dian Labs looks beyond ads to enga­ging con­tent). La scelta quindi è stata quella di fare un ulte­riore passo avanti in que­sta dire­zione rior­ga­niz­zando le unità che se ne occu­pa­vano creando una vera e pro­pria agen­zia interna dedi­cata al brand jour­na­lism per rispon­dere a nuove esi­genze delle aziende.

Tra­spa­renza, fidu­cia e sostenibilità

Un tra­di­mento dei loro prin­cipi? Può anche essere (ma que­sto potremmo giu­di­carlo dalla effet­tiva qua­lità con la quale saranno rea­liz­zati que­sti nuovi pro­getti e sulla reale indi­pen­denza della reda­zione gior­na­li­stica), dif­fi­cile però vedere molte altre alter­na­tive per ten­tare di man­te­nere que­sti ritmi di cre­scita nel digi­tale e ren­dere quindi più soste­ni­bile tutto il pro­getto editoriale.

Un altro aspetto che ha valore sot­to­li­neare è che l’accordo pre­vede in par­ti­co­lare l’uso di con­te­nuti mul­ti­me­diali ad alto con­te­nuto inno­va­tivo. Il Guar­dian da alcuni anni è il punto di rife­ri­mento per molti nuovi gior­na­li­smi – dal data journ­laism (il suo Data­Blog ne è uno degli esempi più ammi­rati) al repor­tage mul­ti­me­diale (con lavori come NSA:File Deco­ded già diven­tato una pie­tra miliare). Una delle domande che cir­co­lano su que­sta ope­ra­zione è se anche que­sti tipo di for­mati (che tra l’altro hanno il pre­gio di avere tempi di per­ma­nenza e livelli di enga­ge­ment molto alti) saranno uti­liz­zati per creare con­te­nuti “branded”.

Se così fosse l’aver pun­tato su for­mati nar­ra­tivi inno­va­tivi sulle pro­prie testate potrebbe rive­larsi non certo un mero eser­ci­zio di stile (come paven­tato da qual­cuno) ma una scelta lun­gi­mi­rante anche in que­sta dire­zione per dare valore aggiunto alle aziende che cer­cano di diver­si­fi­care i pro­pri contenuti.

Credo che su que­sti temi fare le ver­gi­nelle pour cause non serva a molto, ma nem­meno pen­sare che in nome del prag­ma­ti­smo i gior­nali pos­sano essere terra di con­qui­sta da parte di chiun­que. Vale pro­ba­bil­mente su tutto una frase di Wein­ber­ger (uno degli autori del Clue­train mani­fe­sto) “la tra­spa­renza è la nuova obiet­ti­vità”: su que­sti prin­cipi si gio­cherà molto del rap­porto di fidu­cia tra let­tori e gior­nali e la loro con­se­guente brand aware­ness (sulla quale il Guar­dian sta costruen­dosi un pub­blico a livello glo­bale). Soprat­tutto da que­sto dipen­derà la reale soste­ni­bi­lità dei gior­nali. Com­preso quelli che stanno facendo le scelte più coraggiose.

Guardian Witness
Pubblicato il 17 aprile 2013 by Pier Luca Santoro

Il Giornalismo è una Conversazione a Due Vie

La filo­so­fia del «The Guar­dian»: digi­tal e open, è stata oggetto di una delle 8 case history ana­liz­zate nella mia rubrica per l’European Jour­na­lism Observatory.

Il gior­nale diretto da Alan Rusbrid­ger dopo aver rea­liz­zato, a luglio 2012, l’ennesimo passo verso l’apertura ai con­tri­buti dei let­tori con #smart­ta­kes, stru­mento di aggre­ga­zione, di cura­tion dei con­te­nuti, per rac­co­gliere ana­lisi e com­menti dei let­tori in un unico spa­zio via Twit­ter, pro­se­gue senza esi­ta­zioni sulla strada del gior­na­li­smo partecipativo.

E’ di ieri infatti l’annuncio del lan­cio di una piat­ta­forma per i con­te­nuti gene­rati dagli utenti. I let­tori saranno in grado di inviare foto­gra­fie, video e testi diret­ta­mente ai gior­na­li­sti del quo­ti­diano anglo­sas­sone attra­verso il sito web dedi­cato o  gra­zie ad appli­ca­zioni gra­tuite per smart­phone sia Apple iPhone che Goo­gle Android.

Guardian Witness

Guar­dia­n­Wit­ness, que­sto il nome della piat­ta­forma, è inte­grato diret­ta­mente nel sistema di gestione dei con­te­nuti del «The Guar­dian», il che signi­fica che i gior­na­li­sti pos­sono visua­liz­zare e sele­zio­nare in tempo reale al momento del cari­ca­mento i con­tri­buti degli utenti per i loro arti­coli. Gli utenti sono inco­rag­giati a pre­sen­tare con­tri­buti per le “brea­king news” e altri temi — come quello di que­sta set­ti­mana sui grat­ta­cieli — sug­ge­riti ogni set­ti­mana dall’editor della reda­zione. Tutti i con­te­nuti pre­sen­tati ven­gono veri­fi­cati dai coor­di­na­tori della comu­nità prima di essere pubblicati.

Joanna Geary, social and com­mu­ni­ties edi­tor del gior­nale, ha dichia­rato che:

Guar­dia­n­Wit­ness raf­for­zerà ulte­rior­mente il nostro rico­no­sci­mento che il gior­na­li­smo è ormai una con­ver­sa­zione a due vie e aprirà il nostro sito come non abbiamo mai fatto prima. Non solo que­sto ren­derà ancora più facile per i nostri let­tori essere coin­volti nel nostro gior­na­li­smo e for­mare comu­nità sia locali che glo­bali di inte­resse comune, ma for­nirà anche ai nostri gior­na­li­sti un nuovo fan­ta­stico stru­mento, for­nendo loro spunti e punti di vista ai quali forse ancora non hanno ancora accesso.

Il gior­na­li­smo è una con­ver­sa­zione a due vie. I con­te­nuti sono la base, la repu­ta­zione e la comu­nità, le chiavi del successo.

Pubblicato il 24 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Aperture Responsabili

Sem­pre meno diamo per scon­tato che le infor­ma­zioni che ci arri­vano dalle “fonti uffi­ciali” siano cor­rette sia sotto il pro­filo dell’imparzialità che ancor­più della veri­di­cità. L’era del “l’ha detto la tele­vi­sione”, come sino­mimo di fat­tua­lità ogget­tiva è sem­pre meno valida per una quota cre­scente degli italiani.

Se ven­gono dun­que a man­care i gate­kee­pers chi sta­bi­li­sce cosa sia “la verità”? Secondo molti que­sto obiet­tivo può essere rag­giunto con una mag­giore aper­tura, in ter­mini di coin­vol­gi­mento e con­tri­bu­zione delle per­sone, di quelli che ci si ostina a chia­mare audience, da parte di gior­na­li­sti e giornali.

E’ pro­prio quello che hanno deciso di fare al «Cor­riere della Sera» che da ieri ha annun­ciato di voler aprirsi ai con­tri­buti dei let­tori, dei cit­ta­dini, per la veri­fica dei fatti. Scelta di corag­gio ed, appunto, di grande aper­tura quella della ver­sione online del quo­ti­diano mila­nese che ha scelto di uti­liz­zare la piat­ta­forma di fact chec­king rea­liz­zata dalla Fon­da­zione Ahref ed attiva da mag­gio di quest’anno dopo la pre­sen­ta­zione al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Perugia.

Ini­zia­tiva che, come spiega, Ales­san­dro Sala, gior­na­li­sta del Cor­sera, non sosti­tui­sce il dovere dei gior­na­li­sti di veri­fi­care fonti e fatti prima della pub­bli­ca­zione [ele­mento che by the way non mi pare sia entrato nel dibattito-scontro in corso sul DDL dif­fa­ma­zione] ma arri­chi­sce, inte­gra l’informazione ren­den­dola più veri­tiera anche solo, banal­mente, gra­zie all’inserimento di fonti che pro­pon­gano la noti­zia da una pro­spet­tiva diversa ed ovvia­mente mediante con­trolli incro­ciati di docu­menti e fonti non citate originariamente.

[tweet https://twitter.com/lex_sala/status/260754381266366466 align=‘center’ lang=‘it’]

Online nel mondo ci sono alcuni esempi di piat­ta­forme di fact chec­king ma tutte, o quasi, con una reda­zione alle spalle. Civic links invece  è la prima che prova a far col­la­bo­rare la comu­nità per veri­fi­care un fatto. Alla base di tutto stanno i media civici di Ahref, luo­ghi che stanno emer­gendo dopo i social net­work e che pro­vano a aiu­tare e abi­li­tare i cit­ta­dini a fare civi­smo attra­verso la pro­du­zione di con­te­nuti fatti con responsabilità.

Attra­verso Fact chec­king, dopo averne giu­sta­mente con­di­viso i prin­cipi di lega­lità, accu­ra­tezza, indi­pen­denza e l’imparzialità, che ven­gono spie­gati al momento dell’iscrizione della regi­stra­zione alla piat­ta­forma, ogni utente può veri­fi­care un fatto con­te­nuto in un arti­colo, in un video, in una tra­smis­sione tv. Può veri­fi­carne l’attendibilità por­tando delle fonti che aumen­tino l’attendibilità della sua verifica.

Die­tro a tutto que­sto sta il mec­ca­ni­smo della repu­ta­zione. Ogni iscritto ha un pro­filo e un livello di repu­ta­zione, gestita da pro­fondi algo­ritmi, che aumenta con la pro­du­zione di con­te­nuti, di com­menti, di veri­fica, di fact checking.

Per avere ulte­riori chia­ri­menti sulla col­la­bo­ra­zione tra «Cor­riere della Sera» e Fact chec­king ho con­tat­tato Michele Kett­ma­ier, Diret­tore Gene­rale della Fon­da­zione Ahref.

Il primo dub­bio, che ho visto cir­co­lare anche su Twit­ter, è che potesse essere almeno in parte un’operazione che masche­rasse col­la­bo­ra­zioni senza che vi fosse il giu­sto rico­no­sci­mento eco­no­mico. Per­ples­sità alla quale Kett­ma­ier mi risponde “qui alla base non c’è busi­ness nè per RCS e tan­to­meno per Ahref che è no profit”

Rimossi dun­que pos­si­bili pre­giu­dizi il Diret­tore Gene­rale della Fon­da­zione Ahref mi spiega che la piat­ta­forma non ha un accordo di esclu­siva con il quo­ti­diano di Via Sol­fe­rino e che “la piat­ta­forma è a dispo­si­zione e per­so­na­liz­za­bile a tutti quelli che desi­de­rano usarla” aggiun­gendo che “ti dico che un altro paio di quo­ti­diani nazio­nali oggi ci hanno chia­mato per chie­derci se pote­vano averla anche loro, quindi è aperta e dispo­ni­bile per tutti, nes­suna esclu­siva per il Corsera”.

Un ulte­riore aspetto che mi inte­res­sava appro­fon­dire era rela­tivo alla pos­si­bi­lità di incen­ti­vare, di moti­vare la par­te­ci­pa­zione all’iniziativa. Al riguardo mi si risponde che “per ora non è pre­vi­sto nes­sun incen­tivo ma stiamo lavo­rando per poter offrire pic­coli modelli di star­tup per gio­vani che ci vogliono pro­vare” come ad esem­pio “un ragazzo che vuole met­ter in piedi una pic­cola reda­zione di fact chec­king può usu­fruire della piat­ta­forma, per­so­na­liz­zarla con il suo mar­chio e ven­dere i fact chek che fa”, pro­se­guendo “tutto da stu­diare, pic­coli modelli di soste­ni­bi­lità da pro­vare e incen­ti­vare, non per diven­tare ric­chi ma soste­ni­bili un po alla volta; io credo di si, che sia giu­sto almeno pro­varci”. Se posso dirlo asso­lu­ta­mente anche io.

Al momento della reda­zione di que­sto arti­colo sono due i temi lan­ciati da Corriere.it ai quali è pos­si­bile for­nire il pro­prio con­tri­buto di que­sta impor­tante ini­zia­tiva nella quale il gior­nale pare dav­vero cre­dere, al punto da met­terci la fac­cia del suo Vice­di­ret­tore. Al momento però, pur­troppo, i con­tri­buti rice­vuti sulle pro­po­ste sono scarsi, anzi nulli, e sarebbe dav­vero un pec­cato se il corag­gio e la bontà dell’iniziativa doves­sero essere fru­strati sul nascere.

A mio avviso è neces­sa­rio lavo­rare sulla moti­va­zione [non in ter­mini eco­no­mici] delle per­sone incen­ti­van­dole, spin­gen­dole a dare il pro­prio con­tri­buto. A monte, da quello che si ascolta dalle inter­vi­ste fatte in occa­sione del Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Peru­gia su come veri­fi­cano l’informazione e le noti­zie che leg­gono, è evi­dente che c’è un dif­fuso pro­blema culturale.

Enne­sima evi­denza di come la mag­gior quan­tità di infor­ma­zioni dispo­ni­bili non cor­ri­sponda neces­sa­ria­mente una popo­la­zione mag­gior­mente infor­mata, al quale si aggiunge il fatto che se la Rete disin­ter­me­dia al tempo stesso spinge su un senso di respon­sa­bi­lità che in prima bat­tuta pochi sono dispo­sti ad accet­tare.  Fat­tori dei quali è neces­sa­rio tenere conto da più di un punto di vista per inter­ve­nire ade­gua­ta­mente al rispetto.

Guardian Revenues
Pubblicato il 19 luglio 2012 by Pier Luca Santoro

Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica

La filo­so­fia del «The Guar­dian»: digi­tal e open, è stata oggetto di una delle 8 case history ana­liz­zate nella mia rubrica per l’European Jour­na­lism Obser­va­tory a mag­gio di quest’anno.  Già allora emer­geva la bontà con­cet­tuale dell’approccio del quo­ti­diano anglo­sas­sone a cui face­vano da con­tral­tare le dif­fi­coltà a ren­dere soste­ni­bile eco­no­mi­ca­mente il percorso.

Il gior­nale diretto da Alan Rusbrid­ger ha annun­ciato, da ieri, l’ennesimo passo verso l’apertura ai con­tri­buti dei let­tori con #smart­ta­kes, stru­mento di aggre­ga­zione, di cura­tion dei con­te­nuti per rac­co­gliere ana­lisi e com­menti dei let­tori in un unico spa­zio via Twit­ter.  Ini­zia­tiva che con­ferma la deter­mi­na­zione nel per­se­guire l’obiettivo intra­preso e che mostra, inse­gna per meglio dire, al resto del mondo edi­to­riale come sia pos­si­bile coin­vol­gere effi­ca­ce­mente il pubblico.

E’ sem­pre lo stesso Rusbrid­ger ad annun­ciare, quasi con­tem­po­ra­nea­mente, per­dite per 44, 2mlioni di £ per il 2011 [56,4 milioni €] in ulte­riore peg­gio­ra­mento rispetto ai £31.1 milioni del 2010. «The Guar­dian» ha regi­strato un calo del 17,7% delle dif­fu­sione della ver­sione car­ta­cea nell’ultimo anno, crollo al quale la cre­scita dell’audience online non è riu­scita a sop­pe­rire nep­pure in que­sto caso.

La cre­scita dei ricavi dal digi­tale [+16,3%], che ora pesano circa un quarto del totale, ancora una volta non com­pensa il calo della ver­sione tra­di­zio­nale car­ta­cea. Il per­chè è pre­sto detto, nep­pure una testata di tale leva­tura, ed audience [60,8 milioni di utenti unici nel mondo], rie­sce a spun­tare dei CPM che diano un con­tri­buto eco­no­mico che renda soste­ni­bile il gior­nale nella sua evo­lu­zione. Una situa­zione che se esa­mi­nata dalla lente dell’ARPU peg­giora ulte­rior­mente con soli 0,60€ per utente online.

Che «The Guar­dian» abbia in corso una ristrut­tu­ra­zione sia dell’area mar­ke­ting che ven­dite del quo­ti­diano è un’indicazione pre­ziosa per non rischiare di mischiare “capre e cavoli” rischiando di arri­vare alla fret­to­losa con­clu­sione che sia il modello open a non essere pra­ti­ca­bile, quel che è certo è che sia neces­sa­rio costruire modelli di comu­ni­ca­zione, e metri­che, che con­sen­tano di andare oltre i CPM.

Pubblicato il 25 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Il Kit del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Il «The Guar­dian» pro­se­gue senza esi­ta­zioni sulla strada del gior­na­li­smo partecipativo.

Dopo aver creato ad otto­bre dell’anno scorso «n0tice», open com­mu­nity per la con­di­vi­sione di noti­zie locali e non solo, poi aperta a tutti dal marzo di quest’anno, ora mette a dispo­si­zione “the open jour­na­lism tool­kit”, un set di stru­menti per il gior­na­li­smo partecipativo.

L’iniziativa, secondo quanto dichia­rato, si rivolge sia alle per­sone che ad altre orga­niz­za­zioni edi­to­riali e per­sino alle imprese che voles­sero uti­liz­zare que­sti stru­menti per rea­liz­zare cam­pa­gne di coin­vol­gi­mento del pub­blico di rife­ri­mento a livello locale.

Il set di stru­menti com­prende un tool per la rea­liz­za­zione di mappe co create, uno per creare bache­che vir­tuali di aggre­ga­zione e con­di­vi­sione di con­te­nuti e mette a dispo­si­zione dei pro­gram­ma­tori le API [l’interfaccia di pro­gram­ma­zione] per ulte­riori svi­luppi e appli­ca­zioni della piat­ta­forma e per la con­di­vi­sione dei con­te­nuti sugli altri social net­work. A breve sarà resa dispo­ni­bile anche l’applicazione per smartphones.

Che la solu­zione, anche per le imprese del com­parto edi­to­riale, sia nel recu­pero, miglio­ra­mento della rela­zione con i let­tori, con le per­sone, e loro coin­vol­gi­mento, anche, attra­verso la crea­zione di com­mu­ni­ties pro­prie­ta­rie è una delle tesi che sostengo da tempo. A que­sto punto del per­corso ritengo però neces­sa­rio entrare mag­gior­mente nel merito di alcuni aspetti che carat­te­riz­zano que­ste ini­zia­tive, incluse quelle pre­ge­voli del quo­ti­diano anglosassone.

C’é un aspetto di metodo. La co crea­zione, quella genuina, vera, si rea­lizza a par­tire dall’inizio del pro­cesso coin­vol­gendo le per­sone, il pub­blico di rife­ri­mento sin dallo stato embrio­nale del pro­getto chie­dendo loro ed inter­fac­cian­dosi su quello che vor­reb­bero veder rea­liz­zato e dun­que sono dispo­ni­bili a par­te­ci­pare atti­va­mente a rea­liz­zare. Que­sto sin ora, in ambito edi­to­riale, non mi pare sia mai stato real­mente effettuato.

Se le moda­lità descritte non ven­gono por­tate avanti in que­sto modo, in realtà il pro­cesso resta top down e dun­que, a mio modo di vedere, non real­mente aperto e partecipativo.

C’é, anche, un aspetto di merito. Il saving eco­no­mico otte­nuto gra­zie alla col­la­bo­ra­zione gra­tuita, non remu­ne­rata, del “reporter-lettore e le reve­nues aggiun­tive che que­ste ini­zia­tive appor­tano, come sot­to­li­neavo al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo,  devono final­mente inclu­dere cri­teri di reve­nues sha­ring, di con­di­vi­sione anche dei ricavi che si gene­rano e non solo “ric­chi premi e cotillons”.

«The Guar­dian», ha pen­sato anche a que­sto, sin ora, in attesa del lan­cio di Eta­lia, mi pare l’unico ad averlo fatto.

Attra­verso la comu­ni­ca­zione, il tra­sfe­ri­mento mutuo di con­te­nuti, la rela­zione, si diviene lea­der del con­te­sto eco­no­mico e sociale, si tra­smet­tono dei valori di rife­ri­mento che con­sen­tono di influen­zare il rap­porto con le per­sone, con i pub­blici di rife­ri­mento. Non è neces­sa­rio rifarsi alle più avan­zate teo­rie di social media mar­ke­ting, basta andarsi a leg­gere la sto­ria di Adriano Oli­vetti e dell’impresa che por­tava il suo nome per capirlo.

Le “rivo­lu­zioni”, qual’è quella che sta tra­sfor­mando l’ecosistema dell’informazione, si fanno con le per­sone non a spese loro.

A mar­gine, come com­ple­mento infor­ma­tivo, si con­si­glia la let­tura di: Guardian’s open jour­na­lism is a fai­led busi­ness model.

Pubblicato il 24 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, ammi­ni­stra­tore dele­gato di Digi­tal First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fat­tu­rato di 1.400 milioni di dol­lari e 57 milioni di clienti svi­lup­pato con 800 pro­dotti edi­to­riali tra carta e online, inter­vi­stato dal «El Pais» spiega i suc­cessi del modello di busi­ness adot­tato dall’azienda da lui diretta.

Un approc­cio che, come dice già il nome, si fonda sulla prio­rità data al digi­tale rea­liz­zato sulla revi­sione com­pleta, ini­ziata tre anni fa, demo­lendo com­ple­ta­mente il pre­e­si­stente per rico­struire tutto di nuovo par­tendo da zero.

Rac­conta Paton che più un con­te­nuto è con­di­viso in Rete mag­giore è il valore che genera, creando mag­gior traf­fico, mag­giori visite e con­sen­tendo così di mone­tiz­zare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivo­lu­zione che passa ine­vi­ta­bil­mente per l’organizzazione e per le com­pe­tenze delle per­sone inpie­gate, che coe­ren­te­mente con la stra­te­gia defi­nita sono tutte con espe­rienza in ambito digi­tale, e che si tra­sforma in valore, in ricavi, con lo svi­luppo di una pro­pria piat­ta­forma per la ven­dita della pub­bli­cità che dopo aver gene­rato il primo anno sola­mente 800mila dol­lari rea­lizza ora 1,5 milioni di dol­lari ogni tre set­ti­mane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digi­tal First media con­clude con elogi ad Alan Rusbrid­ger e al «The Guar­dian» per la voca­zione all’open jour­na­lism e la man­canza di timore nello spe­ri­men­tare.

Spe­ri­men­ta­zioni e crea­zione di comu­nità del quo­ti­diano anglo­sas­sone che sono parte inte­grante, a mio avviso essen­ziale, anche di Digi­tal First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testi­mo­nia la rea­liz­za­zione dei new­sroom cafè.

L’evoluzione è quella dai new­spa­per ai new­sbrand come testi­mo­niato dall’inglese New­spa­per Mar­ke­ting Agency, ora rino­mi­nata in New­sworks, asso­cia­zione che mira a valo­riz­zare i gior­nali presso agen­zie pub­bli­ci­ta­rie ed inve­sti­tori pub­bli­ci­tari, che prende atto del cam­bia­mento, del pas­sag­gio ad un ambiente mul­ti­piat­ta­forma e, appunto, intro­duce il con­cetto di new­sbrand, di imprese, di mar­chi edi­to­riali che offrono infor­ma­zione, e solu­zioni di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di sup­porti infor­ma­tivi disponibili.

Un pas­sag­gio tanto inne­ga­bile quanto non tra­scu­ra­bile che dovrebbe essere visto in un’ottica di inte­gra­zione, di con­ver­genza anzi­chè di con­trap­po­si­zione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Diret­tore Com­mer­ciale, del «The Lon­don Eve­ning Stan­dard» che effet­tua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rile­vanza, per il pub­blico e per gli inve­sti­tori, la chiave dell’era digi­tale. La qua­lità del discorso defi­ni­sce ine­vi­ta­bil­mente la qua­lità della con­ver­sa­zione, ripor­tando così l’industria dell’informazione al cen­tro degli inte­ressi delle persone.

Pubblicato il 28 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Il Decalogo del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Come scri­vevo lunedì, «The Guar­dian», sulla fal­sa­riga di quanto già adot­tato da «El Pais», da un lato, pro­se­gue con coe­renza straor­di­na­ria, senza esi­ta­zioni, il pro­prio per­corso di aper­tura e tra­spa­renza nei con­fronti dei let­tori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quo­ti­diano la cen­tra­lità di “luogo” che favo­ri­sce il con­tatto e la rela­zione  con e tra le per­sone sulla base dei loro distinti inte­ressi, dimo­strando con­cre­ta­mente la fon­da­men­tale dif­fe­renza tra essere online ed essere parte della Rete.

I gior­nali devono tor­nare ad essere  perno cen­trale degli inte­ressi delle per­sone, delle loro con­ver­sa­zioni e dei diversi gruppi, delle distinte comu­nità, sia in Rete che fisi­ca­mente come il caso dif­fuso dei cafè come punto d’incontro con le reda­zioni esem­pli­fica e come l’open wee­kend rea­liz­zato pro­prio dal «The Guar­dian», che ha visto la par­te­ci­pa­zione di ben 5mila per­sone, con­cre­tizza ulte­rior­mente e magnifica.

Wee­kend a porte aperte, come direb­bero i ladri di cavalli, i con­ces­sio­nari d’auto, al quale è stato imme­dia­ta­mente dato seguito in ambiente digi­tale con Alan Rusbrid­ger, editor-in-chief del quo­ti­diano anglo­sas­sone, che, ancora una volta, sul sito del gior­nale e su Twit­ter, dia­lo­gava con i let­tori, con le per­sone inte­res­sate a con­fron­tarsi rela­ti­va­mente al gior­na­li­smo partecipativo.

Tra le diverse rispo­ste for­nite, tutte da leg­gere con atten­zione,  Rusbrid­ger ha dif­fuso il deca­logo del gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo così come defi­nito, dice, un anno fa dallo staff, dal gruppo di lavoro del gior­nale.  Deca­logo, che poi ha ulte­rior­mente dif­fuso su Twit­ter nella gior­nata di ieri, che per faci­li­tare la let­tura ho tradotto:

  1. Sti­mola la par­te­ci­pa­zione. Invita a for­nire e/o per­mette una rispo­sta [#]
  2. Non è una forma inerte di pub­bli­ca­zione da noi a loro [#]
  3. Sti­mola gli altri alla par­te­ci­pa­zione al dibat­tito. Pos­siamo essere fol­lo­wers o lea­ders. Coin­volge l’altro nella pre-pubblicazione [#]
  4. Aiuta a costruire comu­nità d’interesse su temi comuni, istante o per­sone [#]
  5. E’ aperto al Web. Linka e col­la­bora con altri mate­riali e fonti in Rete [#]
  6. Aggrega e/o edita [“cura”] il lavoro di altri [#]
  7. Rico­no­sce che i gior­na­li­sti non sono l’unica voce auto­re­vole, esperta e rile­vante [#]
  8. Aspira ad otte­nere ed a riflet­tere la diver­sità, così come a pro­muo­vere valori con­di­visi [#]
  9. Rico­no­sce che la pub­bli­ca­zione può essere l’inizio e non la fine del pro­cesso giornalistico/informativo [#]
  10. E’ tra­spa­rente e aperto alle sfide. Include la cor­re­zione, il chia­ri­mento e l’integrazione, l’aggiunta [#]

C’è un undi­ce­simo punto che Rusbrid­ger omette e che invece deve entrare a far parte del dibat­tito: per­mette un saving eco­no­mico gra­zie alla col­la­bo­ra­zione gra­tuita, non remu­ne­rata, del “reporter-lettore”.

Se non prima, ne par­le­remo sicu­ra­mente al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo il mese prossimo.

Pubblicato il 15 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Crowdfunding & Crowdsourcing per Migliorare l’Informazione

In que­sti giorni si è par­lato parec­chio di «Mat­ter», pro­getto di due gior­na­li­sti sta­tu­ni­tensi che abbi­nano long form jour­na­lism a gior­na­li­smo di qualità.

Una teo­ria che, per come è stata spie­gata, per­so­nal­mente mi con­vince poco per la carenza di det­ta­gli signi­fi­canti e l’automatismo del bino­mio che non mi pare così vin­co­lante in linea di prin­ci­pio. Dubbi non solo miei quanto non com­ples­si­va­mente con­di­visi visto che il cro­w­d­fun­ding per la rea­liz­za­zione di Mat­ter ha rac­colto la somma minima neces­sa­ria in sole 38 ore ed adesso, dopo nove giorni dal lan­cio, ha rag­giunto la non tra­scu­ra­bile somma di $121mila. Oltre il dop­pio della cifra ori­gi­na­ria­mente rite­nuta neces­sa­ria all’implementazione dell’idea forse anche gra­zie al mec­ca­ni­smo incen­ti­vante creato per rea­liz­zare la rac­colta di fondi con livelli diversi [9 in totale] e distint rico­no­sci­menti e gra­ti­fi­ca­zioni a seconda dell’importo versato.

Ricom­pense adot­tate altret­tanto da «Fix­me­dia», tool, stru­mento che nasce sull’onda delle nume­rose bufale dif­fuse dai media e che, appunto, si pro­pone come poten­ziale rime­dio alle stesse.

Non è solo la fina­lità del pro­getto ma anche, se non soprat­tutto, la con­ce­zione a ren­derlo, a mio avviso, estre­ma­mente inte­res­sante. Si tratta infatti di una con­ce­zione che vede la noti­zia come un pro­cesso aperto, al quale lo stru­mento si pone come sup­porto con­creto per la rea­liz­za­zione della reda­zione liquida. Aspetti che l’idea di creare una comu­nità di per­sone inte­res­sate a miglio­rare con­cre­ta­mente l’informazione che viene pro­dotta e con­su­mata e l’utilizzo libero e gra­tuito dello stru­mento sot­to­li­neano e confermano.

Gra­zie a Fix­me­dia qua­lun­que per­sona in soli due click potrà segna­lare errori ed omis­sioni in un luogo comune dove gli appar­te­neti alla comu­nità potranno sta­bi­lire valore e signi­fi­cato dell’errore e delle cor­re­zioni, even­tual­mente, da appor­tare, ren­den­dolo non  solo sociale ma anche fat­tuale invece che, come potrebbe essere, ideo­lo­gico, for­nendo poten­zial­mente un grande con­tri­buto all’ecologia dell’informazione e alla par­te­ci­pa­zione attiva delle per­sone nel pro­cesso di pro­du­zione delle notizie.

Io ho deciso di dare il mio con­tri­buto all’iniziativa spe­ran­zoso che la sua effet­tiva rea­liz­za­zione sia, come pro­mette a par­tire dal nome scelto, di ausi­lio a gua­rire uno dei mali attuali più gravi del gior­na­li­smo. Forse è dav­vero finita l’era delle let­tere al direttore.

Pubblicato il 3 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Il Quadro Completo

La cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria con la rivi­si­ta­zione della sto­ria dei tre por­cel­lini lan­ciata dal «The Guar­dian» a soste­gno della pro­pria con­ce­zione di open jor­na­lism ha cen­trato nel segno rac­co­gliendo inte­resse e con­sensi pres­so­chè una­nimi sia sulla qua­lità della rea­liz­za­zione che ancor più sui con­cetti alla base del posi­zio­na­mento stra­te­gico del quo­ti­diano inglese.

Un idea di siner­gia, di com­ple­men­ta­rietà e con­ver­genza che si esprime nell’idea di lavo­rare in maniera uni­voca sul brand del quo­ti­diano ren­dendo con­cet­tual­mente indif­fe­rente se la fru­zione avvenga in for­mato digi­tale o car­ta­ceo, come si evince dalla con­clu­sione, dal pay off che recita “web | print | tablet | mobile”.

Alla cam­pa­gna online e tele­vi­siva dell’ormai cele­bre video si affianca anche una cam­pa­gna stampa che ovvia­mente è imper­niata sullo stesso concept.

“The whole pic­ture” [il qua­dro com­pleto], rea­liz­zata in 4 sog­getti diversi, rias­sume con una gra­fica tanto essen­ziale e pulita quanto chiara e d’impatto, l’idea di par­te­ci­pa­zione e di rela­zione a due vie che  «The Guar­dian» ritiene essere capo­saldo del per­corso evo­lu­tivo del quotidiano.

Come ricorda Anto­nio Ros­sano dagli spazi di LSDI, l’informazione, ancor prima che un dato “fat­tuale” o un valore cul­tu­rale, è un pro­cesso “sociale”, la verità non è più un pro­iet­tile main­stream spa­rato nella testa della gente, ma il risul­tato di un pro­cesso tran­sa­zio­nale di confronto/verifica e suscet­ti­bile di modi­fica o di con­ferma, otte­nuto attra­verso la par­te­ci­pa­zione della gente, ì social net­work,  le sur­vey e tutti gli stru­menti pos­si­bili dell’intelligenza col­let­tiva condivisa.

Una strada ormai senza ritorno, in senso posi­tivo, alla quale, sulla base di infor­ma­zioni otte­nute dal sot­to­scritto, pare che final­mente anche in Ita­lia pos­sano essere date delle rispo­ste degne di que­sto nome a breve.

Pubblicato il 1 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Open Journalism & Redazione Liquida

«The Guar­dian», pro­se­gue con coe­renza straor­di­na­ria, senza esi­ta­zioni, il pro­prio per­corso di aper­tura e tra­spa­renza nei con­fronti dei lettori.

Il video promo-pubblicitario rea­liz­zato dal quo­ti­diano anglo­sas­sone mostra come nell’attualità la sto­ria dei tre pro­cel­lini potrebbe essere coperta dal gior­nale. In due minuti sono rias­sunti tutti gli ele­menti che con­tri­bui­scono alla noti­zia evi­den­ziando i pro­cessi carat­te­ri­stici dell’open jour­na­lism di una reda­zione liquida.

La rivi­si­ta­zione della sto­ria dei tre por­cel­lini, il cui obiet­tivo di fondo è spie­gare alle per­sone per­chè dovreb­bero spen­dere più tempo con il gior­nale sia su carta, on line o negli altri for­mati dispo­ni­bili, gra­zie ad un girato coin­vol­gente mostra molti degli ele­menti che nell’attualità con­cor­rono alla costru­zione di una notizia.

Un deciso ripo­si­zio­na­mento rispetto al pas­sato da parte del «The Guar­dian» spie­gato con chia­rezza da Alan Rusbrid­ger, Editor-in-chief del quo­ti­diano, che illu­stra con­ce­zione e decli­na­zione di open jour­na­lism nell’interpretazione del gior­nale inglese.

Un ulte­riore pas­sag­gio che, con­giun­ta­mente con la recente revi­sione com­piuta da «El Pais», indica con chia­rezza la dire­zione presa da alcuni dei prin­ci­pali e più auto­re­voli quo­ti­diani [inter]nazionali d’Europa. Ele­menti ed aspetti che allo stato attuale sem­brano essere estre­ma­mente distanti dal pano­rama gene­rale che pre­senta l’industria dell’informazione nel nostro Paese.