open journalism

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Posted on 12 dicembre 2014 by Pier Luca Santoro

Il Giornalismo Partecipativo e le Sfide del Web

Oggi terrò un workshop su il giornalismo partecipativo e le sfide del web per l’Ordine dei Giornalisti del Veneto.

L’evento, con un numero massimo di 200 partecipanti, è sold out. Se vi siete iscritti per tempo ci vediamo lì.

Sotto riportate le slide che ho preparato per guidare il lavoro in aula.

 

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Posted on 19 marzo 2014 by Lelio Simi

Guardian Labs: cosa succede se il giornalismo aperto sposa la comunicazione corporate?

Il Guardian è il giornale delle scelte coraggiose. Almeno lo è per i molti che, guardando a questo periodo di transizione del giornalismo, vedono nel quotidiano e nelle sue politiche sul web aperto il simbolo di chi sta innovando senza troppi tentennamenti e con coerenza sulle scelte fatte. È il digital first che fa volare le revenue da digitale in pochi anni a oltre 80 milioni di euro, è il no deciso a qualsiasi tipo di paywall è la trasparenza e l’interazione con il lettore assunta ad asse portante delle proprie politiche editoriali.

Del “modello Guardian” si parla giustamente molto ormai da anni, soprattutto della sua reale sostenibilità (nonostante la significativa crescita degli utili da digitale il bilancio complessivo del gruppo è ancora in rosso). Su questo tema tra le cose pubblicate più di recente consiglio di leggere The newsonomics of The Guardian’s new “Known” strategy e The Guardian’s digital boom. A questo proposito è interessante far notare come a inizio febbraio Guardian News and Media abbia annunciato il varo definitivo di Guardian Labs il dipartimento appositamente creato per curare la comunicazione corporate dei clienti e allacciare nuove e innovative partnership con grandi “brand”.

Comunicazione corporate che sarà caratterizzata, dicono i responsabili del nuovo progetto, da elementi che sono il tratto distintivo del lavoro del Guardian in questi anni: forte engagement con i lettori, contenuti cross-mediali, strategie digital first. Primo cliente annunciato: la multinazionale Unilever, con la quale saranno realizzata una campagna di content marketing attorno ad un’unica tematica: la sostenibilità.

Una strategia che ha lasciato perplessi alcuni osservatori. C’è infatti, chi di fronte alla notizia ha avuto subito dei mal di pancia ad esempio il blogger Andrew Sullivan che sul suo The Dish è andato già duro ed ha così commentato il comunicato ufficiale (che presentava l’iniziativa sottolineandone l’elemento innovativo e la coerenza con tutto il progetto sull’open web): «Queste si chiamano pubbliche relazioni, ragazzi. Non c’è nulla di nuovo o innovativo. Quello che c’è di nuovo è il deliberato tentativo di fondere questo settore con il giornalismo stesso al fine di mascherarne la differenza dalle stronzate».

Giornalismo o pubbliche relazioni?

Dunque una sorta di tradimento doppio per chi vede nei contenuti sponsorizzati il male assoluto e niente altro che una riproposizione aggiornata (e magari ancora più scaltra e furbetta) dei vecchi redazionali. Il tutto, per di più, realizzato da uno dei vessilliferi dell’”open journalism”! Di native advertising e in generale delle nuove forme di collaborazione tra testate e aziende si sta parlando molto e, giustamente, se ne parlerà ancora perché queste collaborazioni – non c’è bisogno di essere grandi esperti per capirlo – saranno sempre più importanti nelle strategie dei gruppi editoriali alla disperata ricerca di soluzioni alternative alla vendita di pubblicità tabellare. E infatti l’obiettivo dichiarato di Guardian Labs è proprio quello di «lavorare con le aziende per creare campagne di marketing che vadano oltre l’acquisto di spazi pubblicitari online o sul giornale». Chiaro no?

Ma l’accordo stretto Guardian con uno dei colossi dell’industria alimentare (e non solo) è da seguire con attenzione e sinceramente non lo liquiderei semplicemente con qualche battuta sarcastica, comunque la si pensi. Primo perché stiamo parlando di un accordo economicamente rilevante (nelle interviste la direttrice di Guardian Labs Anna Watkins molto abbottonata sull’esatta entità economica ha parlato di un contratto a sette cifre, un investimento superiore al milione di sterline quindi). Secondo perché il significativo dispiegamento di forze impegnato in “GLabs”, 133 professionisti tra designer, produttori video, editor ed esperti di strategie fa presagire che sarà uno strumenti più importanti per aumentare gli utili del gruppo e rendere quindi più sostenibile un modello di giornalismo che potrebbe, anche per quanto riguarda queste particolari scelte editoriali, fare scuola nell’immediato futuro. Che ci piaccia o meno.

Una scelta obbligata?

Una strategia a ben pensarci necessaria in particolare per un giornale come il Guardian che ha rinunciato, proprio in nome delle sue politiche open web, alle revenue provenienti direttamente dai lettori tramite paywall (full-access, metered o reverse che siano) e contenuti premium. A questo proposito ha valore ricordare che il New York Times sta aumentando sempre più il “peso” economico dei lettori: 150 milioni di dollari ogni anno che si prevede nel 2015 raggiungeranno i 200 milioni (e la percentuale sul fatturato del “Times” è già oggi pari al 56% superiore quindi alla quota parte derivante dai grandi investitori).

Il Guardian dal canto suo sta aumentando le proprie entrate da digitale al ritmo del 25% ogni anno, se continuasse così dice l’analista Ryan Chittum nel 2015 potrebbe addirittura effettuare in questo campo uno storico sorpasso ai danni dello stesso New York Times. Far crescere le entrate dalle attività sul digitale del 25% ogni anno però è molto complicato anche se ti chiami Guardian.

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la crescita (in percentuale) delle revenue da digitale a confronto tra New York Times e Guardian (via Columbia Journalism Review)


Le strategie editoriali “digital first” con i decisi tagli alle edizioni su carta
alleggeriscono i bilanci di molti costi, ma dall’altra possono limitare l’arrivo di grandi investitori “difficilmente il Guardian in queste condizioni troverà chi sarà disposto a investire cifre superiori al milione di sterline” hanno sentenziato alcuni analisti, e altri sostengono con decisione che il Guardian in un modo o nell’altro “dovrà inventarsi qualcosa per fare ricavi direttamente dai propri lettori”. Ma proporre nuovi (e remunerative) collaborazioni a lungo termine alle aziende potrebbe essere una buona soluzione alternativa. Insomma se non “monetizzi” direttamente dai lettori devi farlo sempre più con i grandi investitori.

Ai piani alti di Guardian Media certo non deve essere sfuggito che la divisione che si occupa delle “brand sponsorship” in questi anni sia stata quella con la crescita maggiore in termini di revenue generate: 10 milioni di sterline nel 2013 e 15 milioni nel 2014 (fonte: Guardian Labs looks beyond ads to engaging content). La scelta quindi è stata quella di fare un ulteriore passo avanti in questa direzione riorganizzando le unità che se ne occupavano creando una vera e propria agenzia interna dedicata al brand journalism per rispondere a nuove esigenze delle aziende.

Trasparenza, fiducia e sostenibilità

Un tradimento dei loro principi? Può anche essere (ma questo potremmo giudicarlo dalla effettiva qualità con la quale saranno realizzati questi nuovi progetti e sulla reale indipendenza della redazione giornalistica), difficile però vedere molte altre alternative per tentare di mantenere questi ritmi di crescita nel digitale e rendere quindi più sostenibile tutto il progetto editoriale.

Un altro aspetto che ha valore sottolineare è che l’accordo prevede in particolare l’uso di contenuti multimediali ad alto contenuto innovativo. Il Guardian da alcuni anni è il punto di riferimento per molti nuovi giornalismi – dal data journlaism (il suo DataBlog ne è uno degli esempi più ammirati) al reportage multimediale (con lavori come NSA:File Decoded già diventato una pietra miliare). Una delle domande che circolano su questa operazione è se anche questi tipo di formati (che tra l’altro hanno il pregio di avere tempi di permanenza e livelli di engagement molto alti) saranno utilizzati per creare contenuti “branded”.

Se così fosse l’aver puntato su formati narrativi innovativi sulle proprie testate potrebbe rivelarsi non certo un mero esercizio di stile (come paventato da qualcuno) ma una scelta lungimirante anche in questa direzione per dare valore aggiunto alle aziende che cercano di diversificare i propri contenuti.

Credo che su questi temi fare le verginelle pour cause non serva a molto, ma nemmeno pensare che in nome del pragmatismo i giornali possano essere terra di conquista da parte di chiunque. Vale probabilmente su tutto una frase di Weinberger (uno degli autori del Cluetrain manifesto) “la trasparenza è la nuova obiettività”: su questi principi si giocherà molto del rapporto di fiducia tra lettori e giornali e la loro conseguente brand awareness (sulla quale il Guardian sta costruendosi un pubblico a livello globale). Soprattutto da questo dipenderà la reale sostenibilità dei giornali. Compresi quelli che stanno facendo le scelte più coraggiose.

Guardian Witness
Posted on 17 aprile 2013 by Pier Luca Santoro

Il Giornalismo è una Conversazione a Due Vie

La filosofia del «The Guardian»: digital e open, è stata oggetto di una delle 8 case history analizzate nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory.

Il giornale diretto da Alan Rusbridger dopo aver realizzato, a luglio 2012, l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori con #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti, per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio via Twitter, prosegue senza esitazioni sulla strada del giornalismo partecipativo.

E’ di ieri infatti l’annuncio del lancio di una piattaforma per i contenuti generati dagli utenti. I lettori saranno in grado di inviare fotografie, video e testi direttamente ai giornalisti del quotidiano anglosassone attraverso il sito web dedicato o  grazie ad applicazioni gratuite per smartphone sia Apple iPhone che Google Android.

Guardian Witness

GuardianWitness, questo il nome della piattaforma, è integrato direttamente nel sistema di gestione dei contenuti del «The Guardian», il che significa che i giornalisti possono visualizzare e selezionare in tempo reale al momento del caricamento i contributi degli utenti per i loro articoli. Gli utenti sono incoraggiati a presentare contributi per le “breaking news” e altri temi – come quello di questa settimana sui grattacieli – suggeriti ogni settimana dall’editor della redazione. Tutti i contenuti presentati vengono verificati dai coordinatori della comunità prima di essere pubblicati.

Joanna Geary, social and communities editor del giornale, ha dichiarato che:

GuardianWitness rafforzerà ulteriormente il nostro riconoscimento che il giornalismo è ormai una conversazione a due vie e aprirà il nostro sito come non abbiamo mai fatto prima. Non solo questo renderà ancora più facile per i nostri lettori essere coinvolti nel nostro giornalismo e formare comunità sia locali che globali di interesse comune, ma fornirà anche ai nostri giornalisti un nuovo fantastico strumento, fornendo loro spunti e punti di vista ai quali forse ancora non hanno ancora accesso.

Il giornalismo è una conversazione a due vie. I contenuti sono la base, la reputazione e la comunità, le chiavi del successo.

Posted on 24 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Aperture Responsabili

Sempre meno diamo per scontato che le informazioni che ci arrivano dalle “fonti ufficiali” siano corrette sia sotto il profilo dell’imparzialità che ancorpiù della veridicità. L’era del “l’ha detto la televisione”, come sinomimo di fattualità oggettiva è sempre meno valida per una quota crescente degli italiani.

Se vengono dunque a mancare i gatekeepers chi stabilisce cosa sia “la verità“? Secondo molti questo obiettivo può essere raggiunto con una maggiore apertura, in termini di coinvolgimento e contribuzione delle persone, di quelli che ci si ostina a chiamare audience, da parte di giornalisti e giornali.

E’ proprio quello che hanno deciso di fare al «Corriere della Sera» che da ieri ha annunciato di voler aprirsi ai contributi dei lettori, dei cittadini, per la verifica dei fatti. Scelta di coraggio ed, appunto, di grande apertura quella della versione online del quotidiano milanese che ha scelto di utilizzare la piattaforma di fact checking realizzata dalla Fondazione Ahref ed attiva da maggio di quest’anno dopo la presentazione al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Iniziativa che, come spiega, Alessandro Sala, giornalista del Corsera, non sostituisce il dovere dei giornalisti di verificare fonti e fatti prima della pubblicazione [elemento che by the way non mi pare sia entrato nel dibattito-scontro in corso sul DDL diffamazione] ma arrichisce, integra l’informazione rendendola più veritiera anche solo, banalmente, grazie all’inserimento di fonti che propongano la notizia da una prospettiva diversa ed ovviamente mediante controlli incrociati di documenti e fonti non citate originariamente.

[tweet https://twitter.com/lex_sala/status/260754381266366466 align=’center’ lang=’it’]

Online nel mondo ci sono alcuni esempi di piattaforme di fact checking ma tutte, o quasi, con una redazione alle spalle. Civic links invece  è la prima che prova a far collaborare la comunità per verificare un fatto. Alla base di tutto stanno i media civici di Ahref, luoghi che stanno emergendo dopo i social network e che provano a aiutare e abilitare i cittadini a fare civismo attraverso la produzione di contenuti fatti con responsabilità.

Attraverso Fact checking, dopo averne giustamente condiviso i principi di legalità, accuratezza, indipendenza e l’imparzialità, che vengono spiegati al momento dell’iscrizione della registrazione alla piattaforma, ogni utente può verificare un fatto contenuto in un articolo, in un video, in una trasmissione tv. Può verificarne l’attendibilità portando delle fonti che aumentino l’attendibilità della sua verifica.

Dietro a tutto questo sta il meccanismo della reputazione. Ogni iscritto ha un profilo e un livello di reputazione, gestita da profondi algoritmi, che aumenta con la produzione di contenuti, di commenti, di verifica, di fact checking.

Per avere ulteriori chiarimenti sulla collaborazione tra «Corriere della Sera» e Fact checking ho contattato Michele Kettmaier, Direttore Generale della Fondazione Ahref.

Il primo dubbio, che ho visto circolare anche su Twitter, è che potesse essere almeno in parte un’operazione che mascherasse collaborazioni senza che vi fosse il giusto riconoscimento economico. Perplessità alla quale Kettmaier mi risponde “qui alla base non c’è business nè per RCS e tantomeno per Ahref che è no profit”

Rimossi dunque possibili pregiudizi il Direttore Generale della Fondazione Ahref mi spiega che la piattaforma non ha un accordo di esclusiva con il quotidiano di Via Solferino e che “la piattaforma è a disposizione e personalizzabile a tutti quelli che desiderano usarla” aggiungendo che “ti dico che un altro paio di quotidiani nazionali oggi ci hanno chiamato per chiederci se potevano averla anche loro, quindi è aperta e disponibile per tutti, nessuna esclusiva per il Corsera”.

Un ulteriore aspetto che mi interessava approfondire era relativo alla possibilità di incentivare, di motivare la partecipazione all’iniziativa. Al riguardo mi si risponde che “per ora non è previsto nessun incentivo ma stiamo lavorando per poter offrire piccoli modelli di startup per giovani che ci vogliono provare” come ad esempio “un ragazzo che vuole metter in piedi una piccola redazione di fact checking può usufruire della piattaforma, personalizzarla con il suo marchio e vendere i fact chek che fa”, proseguendo “tutto da studiare, piccoli modelli di sostenibilità da provare e incentivare, non per diventare ricchi ma sostenibili un po alla volta; io credo di si, che sia giusto almeno provarci”. Se posso dirlo assolutamente anche io.

Al momento della redazione di questo articolo sono due i temi lanciati da Corriere.it ai quali è possibile fornire il proprio contributo di questa importante iniziativa nella quale il giornale pare davvero credere, al punto da metterci la faccia del suo Vicedirettore. Al momento però, purtroppo, i contributi ricevuti sulle proposte sono scarsi, anzi nulli, e sarebbe davvero un peccato se il coraggio e la bontà dell’iniziativa dovessero essere frustrati sul nascere.

A mio avviso è necessario lavorare sulla motivazione [non in termini economici] delle persone incentivandole, spingendole a dare il proprio contributo. A monte, da quello che si ascolta dalle interviste fatte in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia su come verificano l’informazione e le notizie che leggono, è evidente che c’è un diffuso problema culturale.

Ennesima evidenza di come la maggior quantità di informazioni disponibili non corrisponda necessariamente una popolazione maggiormente informata, al quale si aggiunge il fatto che se la Rete disintermedia al tempo stesso spinge su un senso di responsabilità che in prima battuta pochi sono disposti ad accettare.  Fattori dei quali è necessario tenere conto da più di un punto di vista per intervenire adeguatamente al rispetto.

Guardian Revenues
Posted on 19 luglio 2012 by Pier Luca Santoro

Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica

La filosofia del «The Guardian»: digital e open, è stata oggetto di una delle 8 case history analizzate nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory a maggio di quest’anno.  Già allora emergeva la bontà concettuale dell’approccio del quotidiano anglosassone a cui facevano da contraltare le difficoltà a rendere sostenibile economicamente il percorso.

Il giornale diretto da Alan Rusbridger ha annunciato, da ieri, l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori con #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio via Twitter.  Iniziativa che conferma la determinazione nel perseguire l’obiettivo intrapreso e che mostra, insegna per meglio dire, al resto del mondo editoriale come sia possibile coinvolgere efficacemente il pubblico.

E’ sempre lo stesso Rusbridger ad annunciare, quasi contemporaneamente, perdite per 44, 2mlioni di £ per il 2011 [56,4 milioni €] in ulteriore peggioramento rispetto ai £31.1 milioni del 2010. «The Guardian» ha registrato un calo del 17,7% delle diffusione della versione cartacea nell’ultimo anno, crollo al quale la crescita dell’audience online non è riuscita a sopperire neppure in questo caso.

La crescita dei ricavi dal digitale [+16,3%], che ora pesano circa un quarto del totale, ancora una volta non compensa il calo della versione tradizionale cartacea. Il perchè è presto detto, neppure una testata di tale levatura, ed audience [60,8 milioni di utenti unici nel mondo], riesce a spuntare dei CPM che diano un contributo economico che renda sostenibile il giornale nella sua evoluzione. Una situazione che se esaminata dalla lente dell’ARPU peggiora ulteriormente con soli 0,60€ per utente online.

Che «The Guardian» abbia in corso una ristrutturazione sia dell’area marketing che vendite del quotidiano è un’indicazione preziosa per non rischiare di mischiare “capre e cavoli” rischiando di arrivare alla frettolosa conclusione che sia il modello open a non essere praticabile, quel che è certo è che sia necessario costruire modelli di comunicazione, e metriche, che consentano di andare oltre i CPM.

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