NYTimes

Giornali al Vento
Pubblicato il 30 marzo 2013 by Pier Luca Santoro

Il Paywall Aumenta le Vendite del Cartaceo

Sono pas­sati due anni da quando il «The New York Times» decise di innal­zare un muro, un “mete­red pay­wall”, ini­zial­mente con 20 arti­coli gra­tuiti ora scesi a 10, tra pole­mi­che e perplessità.

Ora sap­piamo che si è trat­tato di una scelta vin­cente con oltre 675mila abbo­nati all’edizione online.

Per l’occasione Journalism.co.uk ha inter­vi­stato Paul Smurl, Vice Pre­si­dente di NYTimes.com Paid Pro­ducts al New York Times Media Group, per fare il punto della situa­zione sul modello dei mete­red paywall.

Smurl, tra le altre cose, nell’intervista afferma:

We didn’t design this model to sup­port print but in fact what we’ve seen is an increase in home deli­very sub­scrip­tions, in par­ti­cu­lar on Sun­days, for the last seve­ral ABC periods since we laun­ched and an impro­ve­ment in trend in terms of print can­cel­la­tions and reten­tion and that has been a sur­prise to us.

Il pay­wall aumenta le ven­dite del cartaceo.

Giornali al Vento

Sul tema da leg­gere le con­si­de­ra­zioni e le pre­vi­sioni di Felix Salomon.

Icon Times
Pubblicato il 13 marzo 2013 by Pier Luca Santoro

Informazione Iconica

Siamo, da tempo, nella società della cono­scenza, dell’informazione e della comu­ni­ca­zione iconica.

Deve essere da que­sta con­sta­ta­zione che è par­tito il desi­gner pari­gino Syl­vain Boyer per creare «Icon Times» aggre­ga­tore di noti­zie che sele­ziona arti­coli da The New York Times, The Guar­dian, Reu­ters, CNN ed altri e le tratta in forma gra­fica for­nendo una rap­pre­sen­ta­zione ico­no­gra­fica del tema sul quale è cen­trata la notizia.

La home page si pre­senta come un insieme di icone con solo il titolo della noti­zia. Per ogni arti­colo viene pub­bli­cato un estratto della noti­zia e for­nito il link alla fonte ori­gi­nale per la let­tura completa.

Icon Times

Ogni icona è ori­gi­nale ed è dise­gnata par­tendo dalla pre­messa di con­tri­buire alla com­pren­sione della noti­zia in modo semplice.

Secondo quanto dichia­rato da Boyer “i prin­ci­pali siti di noti­zie offrono infor­ma­zioni di dif­fi­cile let­tura. Ci sono troppe infor­ma­zioni, troppi titoli … un over­dose di infor­ma­zioni che con­fonde i let­tori.  […] I segni for­ni­scono un’informazione chiara, sem­plice e uni­ver­sale”. E que­sto è pro­prio quello che ci siamo pro­po­sti di fare: “Icon Times è un sito che tra­sforma le noti­zie in infor­ma­zione gra­fi­che sotto forma di segnale.”

Alcune icone sono dav­vero ben rea­liz­zate, effi­caci. Inte­res­sante evo­lu­zione di quanto l’amico Mas­simo Gen­tile, “col­lega” di Boyer, rea­lizza da tempo per quanto riguarda l’attualità italiana.

Sanità

Sem­pre in tema di design dell’informazione, il «The New York Times» ha pub­bli­cato ieri il pro­to­tipo del nuovo sito che sarà com­ple­ta­mente ridi­se­gnato rispetto all’attuale.

Dalle infor­ma­zioni dispo­ni­bili il visual com­ples­si­va­mente è molto simile a quello di un’applicazione per tablet, offre un accesso più diretto alle sezioni del gior­nale di pro­prio inte­resse e pro­mette una nuova espe­rienza di let­tura con una mag­gior inte­gra­zione di imma­gini, video ed altri ele­menti mul­ti­me­diali inte­rat­tivi. Anche l’impatto visivo della pub­bli­cità dovrebbe otte­nere un bene­fi­cio dal re design.

Dopo il recente lan­cio dell’app rea­liz­zata in html5, stante l’elevato numero di abbo­nati all’edizione online/digitale del quo­ti­diano, il nuovo sito potrebbe rap­pre­sen­tare un’ulteriore mossa verso la scelta di bypas­sare l’Apple Store, e le sue esose com­mis­sioni, come già il caso del «The Finan­cial Times».

All’iniziativa, che verrà svi­lup­pata in base al feed­back otte­nuto da un sele­zio­nato gruppo di let­tori, è stato dedi­cato un blog.

NYTimes 1st Look

Pubblicato il 22 dicembre 2012 by Pier Luca Santoro

Il Paywall del NYTimes Genera il 12% dei Ricavi da Vendite

Il tema dell’introduzione dei pay­wall è argo­mento caldo anche in Ita­lia dove si fanno sem­pre più insi­stenti e con­crete le voci di una sua ado­zione anche da parte delle prin­ci­pali testate nazio­nali del nostro Paese.

Biso­gna rico­no­scere che lo scet­ti­ci­smo che era stato espresso da molti, incluso il sot­to­scritto, al tempo dell’introduzione del mete­red pay­wal del NYTi­mes circa 18 mesi fa è smen­tito dai fatti. Ora per il quo­ti­diano le ven­dite del gior­nale pesano più della pub­bli­cità e la ver­sione digi­tale nel suo insieme [ver­sione per pc, tablet, smart­phone] rap­pre­senta circa il 30% delle ven­dite in quantità.

Secondo quanto riporta Bloom­berg, che cita i dati di un’analista finan­zia­rio spe­cia­liz­zato pro­prio nella area dei media, il pay­wall pesa il 12% del totale dei ricavi delle ven­dite del gior­nale, che quest’anno dovreb­bero rag­giun­gere com­ples­si­va­mente 768,3 milioni di dol­lari, pari a circa 92,2 milioni di $.

Se cer­ta­mente si tratta di ricavi impor­tanti biso­gna ricor­darsi che il sito del gior­nale sta­tu­ni­tense è il secondo al mondo, dopo il «Mail Online», per numero di utenti unici che vi acce­dono , con 48,7 milioni di utenti unici nel mese di otto­bre di quest’anno secondo le rile­va­zioni dif­fuse recen­te­mente da comScore.

Come sot­to­li­nea anche pai­d­Con­ten com­men­tando la noti­zia, non sono ricavi che da soli potranno con­sen­tire al «The New York Times» una soste­ni­bi­lità eco­no­mica che dovrà soste­nersi ine­vi­ta­bil­mente uti­liz­zando altre leve, arric­chendo il mix, anche per­chè ovvia­mente il trend di grande cre­scita delle ven­dite della ver­sione digi­tale nel tempo si sta­bi­liz­zerà ces­sando di gene­rare ricavi supplementari.

E’ oppor­tuno infine ricor­darsi, per avere un qua­dro il più com­pleto pos­si­bile, che le ven­dite della ver­sione digi­tale sono effet­tuate a caro prezzo, soste­nute da una for­tis­sima pro­mo­zio­na­lità, ed infatti i ricavi anche in quest’area con­ti­nuano ad essere calanti nel com­plesso come evi­den­zia un altro ana­li­sta finan­zia­rio che ha pub­bli­cato recen­te­mente i dati sto­rici e le pro­ie­zioni sino al 2016 al riguardo in base alle quale con­si­glia di ven­dere il titolo azio­na­rio del quotidiano.

Scrive Marco Pra­tel­lesi che “in un con­te­sto di grandi cam­bia­menti, aspet­tare che qual­cuno trovi un nuovo modello di busi­ness che sosti­tui­sca il pre­ce­dente per poi seguirne la strada potrebbe rive­larsi letale”. Che sia quello che sta suc­ce­dendo con le aspi­ra­zioni di eri­gere dei muri dei quo­ti­diani gene­ra­li­sti nazionali?

NYTImes Ricavi

Bonus track

NYTimes Risultati Economici Primi 9 Mesi 2012
Pubblicato il 26 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Leggere [Bene] i Numeri del NYTimes

I dati dif­fusi ieri dal «The New York Times» sui suoi risul­tati eco­no­mici nei primi nove mesi del 2012 con­fer­mano quello che, uti­liz­zando una meta­fora, ho da tempo deciso di defi­nire il dilemma del pri­gio­niero, pie­tra miliare della teo­ria dei gio­chi che illu­stra egre­gia­mente il falso para­dosso della pro­ba­bi­lità con­tro la logica. Un modello che pare per­fet­ta­mente cal­zante all’attuale dif­fi­coltà di defi­nire se e come sia pos­si­bile rim­piaz­zare i ricavi della carta con quelli del digitale.

Rispetto allo stesso periodo del 2011 i ricavi pub­bli­ci­tari regi­strano una fles­sione del 7,1%, con un calo del 10,9% per la ver­sione car­ta­cea accom­pa­gnato, altret­tanto dal calo per la ver­sione online/digitale del 2,2%.

Nello stesso arco tem­po­rale gli intrioti dalle ven­dite del quo­ti­diano cre­scono dell’8,5%. Vi sono attual­mente 566,000 abbo­na­menti a NYTimes.com men­tre le copie del car­ta­ceo si aggi­rano intorno alle 780mila nei giorni feriali e rag­giun­gono 1,27 milioni di copie la domenica.

Ten­denza che si era già evi­den­ziata, sep­pur in maniera meno accen­tuata, nel tri­me­stre precedente.

Que­sti numeri, per­so­nal­mente, mi dicono alcune cose che vor­rei con­di­vi­dere e sulle quali, spero, di aprire un con­fronto leale e costrut­tivo. Come si suol dire, i miei 2 cents.

Se calano anche i ricavi dall’advertising online signi­fica che con­ti­nuano ad esserci ten­sioni sui listini anche per un grande quo­ti­diano. Guerra dei prezzi, per usare un ter­mine forte, deter­mi­nata essen­zial­mente dalla per­ce­zione, sia da parte delle per­sone che degli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari di uno scarso, ridotto valore rispetto ad altri media come era già emerso con chia­rezza anche dal report della Niel­sen sul tema.

Dall’altro lato, anche se putroppo il NYTi­mes non for­ni­sce lo spac­cato dei ricavi dalla ver­sione car­ta­cea e da quella online/digitale, pare che il numero delle per­sone dispo­ni­bili ad atti­vare un abbo­na­mento alla ver­sione online si stia pla­fo­nando nono­stante la forte pro­mo­zio­na­lità effet­tuata dal quo­ti­diano sta­tu­ni­tense. Inol­tre, gli abbo­na­menti all’edizione digi­tale del «The New York Times»  rap­pre­sen­tano comun­que “solo” il 30% degli abbo­na­menti dell’edizione car­ta­cea il cui prezzo ad ini­zio marzo è stata aumen­tato di altri 50 cen­te­simi arri­vando a 2,50$ a copia [5$ la dome­nica]. Visti i rap­porti di copie e di prezzo è molto pro­ba­bile che in realtà la cre­scita dei ricavi dalle copie ven­dute sia per la mag­gior parte gene­rata dalla ver­sione cartacea.

Siamo in un periodo sto­rico in cui si parla molto di dati, e di open data. Impa­riamo a leg­gere bene i numeri.

Pubblicato il 30 luglio 2010 by Pier Luca Santoro

Specificazioni Bilanciate

Il dibat­tito sul futuro dell’editoria, sui modelli di busi­ness per­se­gui­bili, è legato a dop­pio filo agli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari, ele­mento [par­rebbe] inscin­di­bile per poter soste­nere le eco­no­mie delle imprese editoriali.

Basan­dosi su que­sta logica si sono mosse, incau­ta­mente, da un lato, le aspet­ta­tive delle ver­sioni gra­tuite dei quo­ti­diani on line e, dall’altro, le ipo­tesi di recu­pero con­tri­bu­tivo che rara­mente pren­dono in con­si­de­ra­zione inte­ressi ed aspet­ta­tive del let­tore, dei seg­menti di utenza, con­cen­tran­dosi pre­va­len­te­mente su quelle degli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari.

In que­sto sce­na­rio gene­rale i soste­ni­tori di un futuro tutto digi­tale della let­tura citano [pour cause?] i dati pro­ve­nienti da oltreo­ceano dove le reve­nues pub­bli­ci­ta­rie arri­vano a rap­pre­sen­tare sino all’87% dei ricavi di quo­ti­diani quali il New York Times.

La realtà ita­liana è ben distinta e attual­mente vi è un per­fetto equi­li­brio tra ricavi dalle ven­dite delle pub­bli­ca­zioni e quelli deri­vanti dalla pub­bli­cità. Dimen­ti­carlo signi­fica fal­sare realtà e rela­tive prospettive.

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E’, altret­tanto, oppor­tuno rile­vare come esi­stano realtà emer­genti che allo stato attuale sono estra­nee a que­ste dina­mi­che con quo­ti­diani di carta che basano pra­ti­ca­mente esclu­si­va­mente la pro­pria esi­stenza e sus­si­stenza sulle ven­dite, tra tutte “Il Fatto”, ed altre che invece si fon­dano sola­mente sugli attesi ricavi pub­bli­ci­tari, com’è il caso dell’ottimo [ho dav­vero pia­cere di poterlo dire, dopo averlo seguito sin dalle ante­prime ] neo nato quo­ti­diano gui­dato da Sofri.

Non biso­gna, infine, a titolo esem­pli­fi­ca­tivo, dimen­ti­care una realtà sto­rica ed impor­tante, almeno sotto il pro­filo qua­li­ta­tivo, nel pano­rama dei quo­ti­diani del nostro paese quale “Il Mani­fe­sto” che, come mostra il bilan­cio 2009, ottiene circa l’85% dei pro­pri ricavi gra­zie alle ven­dite, gra­zie a pro­pri lettori.

Ana­liz­zare uno sce­na­rio è la pre­messa neces­sa­ria alla spe­ci­fica disa­nima della sin­gola realtà da pren­dere in con­si­de­ra­zione, per la quale è oppor­tuno effet­tuare spe­ci­fi­ca­zioni bilan­ciate che gui­dino ad altret­tanti inter­venti mirati.

Chi si rife­ri­sce esclu­si­va­mente al gene­rale o è con­fuso o, in alter­na­tiva, vuole con­fon­dere, in ogni caso meglio diffidare.

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Con­si­de­ra­telo, se vi pare, un resumè del “cam­pio­nato” 2009/2010 dell’editoria nostrana e dintorni.

PS: Il bilan­cio del Mani­fe­sto è stato pub­bli­cato il 18 luglio scorso, rin­gra­zio ancora una volta gli amici che lavo­rano nel quo­ti­diano per aver­melo inviato in forma da poterlo ripub­bli­care in que­sti spazi.

Pubblicato il 17 febbraio 2010 by Pier Luca Santoro

In Blog we Trust

I blog sem­brano essere diven­tati l’ultima scia­luppa di sal­va­tag­gio delle ver­sioni on line dei prin­ci­pali quo­ti­diani on line.

Il feno­meno, come sem­pre più fre­quen­te­mente avviene, pare essere di carat­tere internazionale.

Dopo le ini­zia­tive del NYTi­mes e del Guar­dian, tra i media di fama inter­na­zio­nale, si aggiunge El Pais che, secondo quanto segna­lato da Perio­di­stas 21 dell’ottimo Juan Varela, scom­mette sui blog per rilan­ciare il pro­cesso di con­ver­genza edi­to­riale del « perio­dico glo­bal en español  » di Madrid.

Negli ultimi giorni, infatti, El Pais ha inau­gu­rato tre nuovi blog, tra i quali va segna­lato, per chi si occupa a vario titolo di edi­to­ria e media, l’interessantissimo Estra­te­gia Digi­tal.

La ten­denza non pare essere appan­nag­gio solo dei quo­ti­diani esteri ed anche in Ita­lia vi è una fer­vente atti­vità al riguardo. Tra tutti il gior­nale tori­nese pare essere il più attivo con la recen­tis­sima inau­gu­ra­zione di una sezione dedi­cata al meglio della blo­go­sfera inter­na­zio­nale gra­zie alla col­la­bo­ra­zione con Glo­bal Voi­ces.

Il feno­meno ha già creato l’ennesimo neo­lo­gi­smo ed i Jour­nog­gers, que­sto il ter­mine coniato per defi­nire i gior­na­li­sti – blog­ger, sono ormai un feno­meno rela­ti­va­mente dif­fuso anche nel nostro paese.

Si tratta di ini­zia­tive ancora in una fase spe­ri­men­tale di dif­fi­cile com­pren­sione a trom­boni ed indos­sa­trici di pail­le­tes.

Per­so­nal­mente non posso che augu­rarmi che non si tratti di una moda pas­seg­gera, di un ten­ta­tivo, ma che si possa final­mente con­tare su una schiera di gior­na­li­sti d’avanguardia in grado di com­pren­dere e dia­lo­gare con le fasce più evo­lute dell’utenza on line.

Per com­ple­tezza di visione, vale la pena di segna­lare quanto affer­mato di recente da Biz Stone, uno dei fon­da­tori di Twit­ter, che, giu­sta­mente, pare ricordi come “ I media sociali sono para­go­na­bili a quelli tra­di­zio­nali: la cre­di­bi­lità è la chiave”.

Dimen­ti­car­sene spo­ste­rebbe l’asse del ragio­na­mento da “in blog we trust” a “in blog we hope”, le con­se­guenze per le ver­sioni on line dei quo­ti­diani potreb­bero essere dav­vero cata­stro­fi­che in tal caso.