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Pubblicato il 12 giugno 2014 by Lelio Simi

La “Reader experience” e quel muro (da abbattere) in redazione

Della neces­sità di ripen­sare l’organizzazione delle reda­zioni inte­gran­dole sem­pre più con nuove pro­fes­sio­na­lità e con gli altri set­tori che fanno parte dell’organizzazione stessa del gior­nale — il lato busi­ness, ma non solo — si è par­lato abba­stanza spesso in que­sti anni (ed è pro­ba­bile che molti, anche da noi in Ita­lia, siano con­vinti che que­sta inte­gra­zione in realtà stia già avve­nendo). Il tema però suscita sem­pre qual­che “fri­zione”, qual­che mese fa (feb­braio 2014) ad esem­pio, una netta presa di posi­zione della reda­zione di Libé­ra­tion con­tro il nuovo piano indu­striale del gior­nale ha gene­rato una que­relle sin­te­tiz­zata bene in que­sto arti­colo di Lsdi: Se i gior­na­li­sti disprez­zano l’impresa.

Ancora più di recente dell’argomento si è occu­pato l’ormai famoso rap­porto interno del New York Times dedi­cato all’innovazione (qui link per sca­ri­care il docu­mento com­pleto in for­mato pdf) che alla que­stione dedica molto spa­zio. Ed è evi­dente che, nono­stante tutto, la crea­zione nelle orga­niz­za­zioni edi­to­riali di team real­mente inter­di­sci­pli­nari rap­pre­senti ancora un tema “caldo” se anche in realtà estre­ma­mente evo­lute come il New York Times lo si ponga come uno degli obiet­tivi più impor­tanti da rag­giun­gere nell’immediato futuro.

Il report ne parla in par­ti­co­lare nella seconda parte: «Streng­the­ning Our New­sroom» (pag.56). Alcune delle pagine più inte­res­santi, a nostro giu­di­zio, sono in que­sto senso nel capi­tolo «Rea­der expe­rience» (pag. 61) dove il “pro­blema” è ripro­po­sto e svi­lup­pato come pas­sag­gio fon­da­men­tale per lo svi­luppo e il raf­for­za­mento del lavoro della reda­zione. Del report, come detto, si è par­lato e scritto molto, ma ci tor­niamo su anche noi per­ché ci sono un paio di rifles­sioni che ha valore sot­to­li­neare e che provo a sin­te­tiz­zare così:

#1 Il let­tore ha sem­pre più peso sui bilanci (e i grandi inser­zio­ni­sti sem­pre meno): per que­sto abbiamo biso­gno di cam­biare un po’ di cose.

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chart real­tiva alla com­po­si­zione del fat­tu­rato del NYT

Al New York Times il “peso” dei let­tori nel fat­tu­rato è in cre­scente aumento: nel 2012 ha supe­rato quello della pub­bli­cità e nel 2013 ha var­cato la quota sto­rica del 50% (certo, il tutto è con­se­guenza anche della gene­rale fles­sione degli inve­sti­menti nell’advertising che affligge tutte le testate del mondo). La ten­denza però sem­bra chiara, il sem­pre mag­gior con­tri­buto nel fat­tu­rato gene­rato diret­ta­mente dai let­tori impone un nuovo modo di pen­sare il “pro­dotto” gior­nale. Pro­dotto che in realtà oggi è sem­pre meno un unico “oggetto” e sem­pre più una serie diversa e diver­si­fi­cata di pro­dotti e for­mati edi­to­riali (le app NYT Now e NYT Opi­nion lan­ciate in que­ste set­ti­mane e tutte le altre varie forme di sot­to­scri­zione, ad esempio).

La neces­sità quindi sarà sem­pre più quella di tenere conto delle esi­genze dei let­tori e della loro espe­rienza di let­tura, di cucire addosso a loro alle loro esi­genze nuovi pro­dotti. Soprat­tutto quelli digi­tali, visto che al Times la mag­gior parte del fat­tu­rato pro­viene ancora dalla carta (come avviene del resto in tutte le altre testate main­stream) nono­stante il poten­ziale pub­blico dei let­tori su digi­tale sia enor­me­mente supe­riore (e que­sto è un altro pas­sag­gio fon­da­men­tale che viene affron­tato dal rap­porto nel capi­tolo «Digi­tal First»). [ bonus track: sull’argomento carta/digitale al Times sol­le­vato dal «rap­porto inno­va­zione» con­si­glio di leg­gere l’eccellente ana­lisi di Ryan Chit­tum The New York Times can’t aban­don print—yet ]

È un cam­bia­mento stra­te­gico al quale serve anche un cam­bia­mento cul­tu­rale all’interno della reda­zione. Un bel ribal­ta­mento di pro­spet­tiva su cui riflet­tere per­ché in gene­rale la figura del let­tore per chi lavo­rava nei gior­nali spesso era stata rele­gata a figura di fondo a favore di altri soggetti.

#2 C’è un “muro” tra la reda­zione e il resto dell’organizzazione: oltre quel muro non ci sono solo per­sone inte­res­sate a fare pres­sione per accon­ten­tare un cliente impor­tante, ma soprat­tutto pro­fes­sio­na­lità che lavo­rano per ren­dere migliore il gior­nale e il modo di fare gior­na­li­smo della redazione.

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Se i gior­na­li­sti doves­sero dise­gnare l’organigramma della società – leg­giamo nel report – sarebbe pres­sa­poco così: la reda­zione e le fun­zioni “busi­ness side” divisi net­ta­mente da un muro: una da una parte, tutti gli altri dall’altra. E per­fino alcuni gruppi che tec­ni­ca­mente fanno parte della reda­zione, come il Digi­tal Design, spesso ven­gono comun­que per­ce­piti nel lato business.

In alcune realtà come alcune star­tup gior­na­li­sti­che come Buz­z­Feed o Quartz quel muro lo hanno abbat­tuto fin da subito facendo con­vi­vere gior­na­li­sti con pro­gram­ma­tori e ana­li­sti (anzi spesso i gior­na­li­sti in que­sti casi sono anche pro­gram­ma­tori o ana­li­sti). Ma certo, inno­vare in realtà rela­ti­va­mente pic­cole è una cosa, farlo in colossi come il New York Times è ogget­ti­va­mente un’altra.

Quindi, difen­dere l’indipendenza della reda­zione e i sin­goli redat­tori da qual­siasi pos­si­bi­lità di pres­sioni eco­no­mi­che è più che giu­sto, ma la sto­rica dif­fi­denza verso gli altri set­tori dell ciclo pro­dut­tivo, deve ormai essere supe­rata. Anche per­ché – ricor­dano ancora gli autori del rap­porto – in realtà molte per­sone che lavo­rano in dipar­ti­menti diversi dalla reda­zione «svol­gono fun­zioni vitali che non hanno nulla a che fare con gli inser­zio­ni­sti. Sono prin­ci­pal­mente con­cen­trati nel miglio­rare la “rea­der expe­rience”, l’esperienza di let­tura e la sod­di­sfa­zione del nostro pub­blico. Que­sti gruppi stanno costruendo nuovi pro­dotti e l’infrastruttura per sup­por­tare il nostro giornalismo».

Molte di que­ste pro­fes­sio­na­lità ese­guono ana­lisi, con­du­cono son­daggi e focus group. Que­sti team pas­sano ogni giorno a riflet­tere e a par­lare ai let­tori. Ma, segnala ancora il rap­porto,  sono con­cen­trati quasi esclu­si­va­mente su que­stioni come il modo migliore per aumen­tare gli abbo­na­menti, que­sto soprat­tutto per­ché la reda­zione rara­mente ha chie­sto loro aiuto. Eppure ci sono molti modi nei quali que­ste unità potreb­bero essere utili ai redat­tori per capire dove poter miglio­rare le cose che stanno facendo. Capa­cità di inter­pre­tare i dati delle abi­tu­dini di let­tura dei let­tori attra­verso le new­slet­ter, per fare solo un esempio.

È una sot­to­li­nea­tura impor­tante. Per­ché il “lato busi­ness” non è sem­pli­ce­mente “lato mar­chette” e per­ché molte “skill” pro­fes­sio­nali è sem­pre più urgente che anche i gior­na­li­sti sap­piano acqui­sirle, se non altro per poter creare una base comune di com­pe­tenze per ren­dere pos­si­bile in modo ade­guato il dia­logo con nuove pro­fes­sio­na­lità (insomma è neces­sa­rio “spor­carsi le mani di grasso” come ha scritto qualcuno).

2012 Ipsos Media Report
Pubblicato il 27 settembre 2012 by Pier Luca Santoro

Informazione e Reti Sociali

Il «Finan­cial Times» ha pub­bli­cato due info­gra­fi­che che sin­te­tiz­zano l’utilizzo delle reti sociali da parte del cele­bre quo­ti­diano economico-finanziario, risul­tato di un’indagine con­dotta tra giu­gno e luglio di quest’anno.

Emerge come il 20% del traf­fico all’edizione online del gior­nale, nono­stante il robu­sto pay­wall, pro­venga dai social net­work ed un 91% dei suoi let­tori uti­lizzi uno o più di questi.

Ben il 76% del pub­blico del FT segue le noti­zie pub­bli­cate dal gior­nale su una rete sociale; spe­ci­fi­ca­ta­mente è Twit­ter ad avere il mag­gior peso con il 39% del pub­blico [2,2 milioni di fol­lo­wers] che uti­lizza la piat­ta­forma di micro­blog­ging per avere le infor­ma­zioni dif­fuse, segue Face­book con il 35% e Lin­ke­din al 22%. A sor­presa, nono­stante sia per­lo­più rite­nuta una “ghost town”, una città [vir­tuale] fan­ta­sma, sono ben 1,3 milioni gli utenti che seguono il quo­ti­diano lon­di­nese su Goo­gle Plus.

Come per il resto della stampa, il traf­fico pro­ve­niente dalle reti sociali è in forte aumento e un 68% degli utenti legge il FT attra­verso la distri­bu­zione dei con­te­nuti fatta dai pro­pri con­tatti sui social net­work. Quasi la metà dell’audience [il 44%] con­di­vide i con­te­nuti nel pro­prio profilo.

I dati del «Finan­cial Times» con­fer­mano il potere del flusso sociale nella defi­ni­zione dell’agenda infor­ma­tiva del pub­blico ed anche come l’audience si vada sepa­rando nelle diverse reti sociali con Face­book che assume il ruolo di dif­fu­sione di massa e Twit­ter sem­pre più con­cen­trato sull’informazione.

Una realtà che viene ulte­rior­mente con­fer­mata dall’indagine annuale di Ipsos Media: “2012 Ipsos Media Report”, che ana­lizza il con­sumo media­tico della busi­ness elite nel mondo, che evi­den­zia come sia Twit­ter ad essere con­sul­tato più fre­quen­te­mente dai top mana­ger rispetto a testate quali «The Eco­no­mist», il «The New York Times», il «The Wall Str­ret Jour­nal» e lo stesso FT, come rias­sume la tabella sottostante.

Ele­mento che, guar­dando l’analisi sul livello di inte­ra­zione su Twit­ter di «La Repub­blica», «Il Cor­riere della Sera» e «La Stampa» con­dotta da tweetpolitico.it, pare non essere ancora chiaro ai quo­ti­diani del nostro Paese che sono pres­so­ché com­ple­ta­mente assenti dall’ascolto e dalla con­ver­sa­zione con i pro­pri fol­lo­wers con­ti­nuando ad uti­liz­zare la piat­ta­forma di micro­blog­ging come main­stream media, come canale ad una via di comu­ni­ca­zione. Un’occasione, sin ora, sprecata.

Pubblicato il 3 giugno 2012 by Pier Luca Santoro

SperimentAzioni & InterAzioni

Il «The New York Times», da ago­sto 2011, ha reso acces­si­bile ai visi­ta­tori dell’edizione online [anche ai non paganti] il pro­prio sito di beta testing pub­blico dove gli utenti, i let­tori pos­sono spe­ri­men­tare nuove appli­ca­zioni e carat­te­ri­sti­che che potreb­bero essere poi rese defi­ni­ti­va­mente dispo­ni­bili agli internauti.

Beta620, que­sto il nome leg­ger­mente crip­tico dato all’iniziativa. Par­tito ori­gi­na­ria­mente con sette distinte aree pro­get­tuali alcune delle quali, come Times Istant, ispi­rato anche nel nome a Goo­gle Istant, sono dive­nute parte inte­grante dell’edizione online del quo­ti­diano, ora lan­cia due nuove proposte.

Una prima: Acces­si­ble, tende a spe­ri­men­tare la pos­si­bi­lità di ade­guare i con­te­nuti del sito agli stan­dard W3C con par­ti­co­lare rife­ri­mento a coloro che hanno pro­blemi di vista, e dun­que di let­tura del testo, amplian­done le dime­sioni e leg­gendo il testo con un’applicazione appo­si­ta­mente dedi­cata, uno “screen reader”.

La seconda, che, mi pare ancor­più d’interesse, Late Edi­tion, si con­cen­tra sul design del sito pro­po­nendo una ver­sione che pri­vi­le­gia lo scrol­ling rispetto all’attuale den­sità. Si tratta di aspetti di user expe­rience che sin ora sono stati tra­scu­rati dalla grande mag­gio­ranza delle testate online che in que­sto modo per­dono sicu­ra­mente valore ed attenzione.

Espe­ri­mento dove­roso, ulte­riore evo­lu­zione dell’ecosistema dell’informazione, dal citi­zen jour­na­lism al citi­zen tester. Da seguire con atten­zione per moni­to­rarne svi­luppi e risultati.

Pubblicato il 30 gennaio 2012 by Pier Luca Santoro

Sorpassi & [In]Successi

In que­sti giorni si è par­lato molto del sor­passo del «Mail Online» ai danni del «The New­Tork Times» che avrebbe fatto così dell’edizione online del tabloid inglese il quo­ti­diano online con il mag­gior numero di utenti unici nel mese al mondo.

Per la mia colonna set­ti­ma­nale all’interno degli spazi dell’European Jour­na­lism Obser­va­tory ho appro­fon­dito cause e con­cause del suc­cesso di visite e, soprat­tutto, ana­liz­zato se ad un volume di visite così ele­vato cor­ri­spon­dono ricavi altret­tanto entusiasmanti.

Curiosi di saperlo? Non vi resta che clic­care QUI e leg­gere il pezzo.

Pubblicato il 24 ottobre 2011 by Pier Luca Santoro

Occupare le Redazioni

David Carr, dalle sue cele­bri colonne dedi­cate al mondo dei media del «New York Times», trat­teg­gia gli effetti della crisi del mondo edi­to­riale per i gior­na­li­sti d’oltreoceano, dipin­gendo una situa­zione che pare molto simile a quella della finanza e delle banche.

Per­dita di posti di lavoro e, per chi resta, con­di­zioni sem­pre più dif­fi­cili di pre­ca­rietà basata su ritmi lavo­ra­tivi cre­scenti e com­pensi calanti sono la norma alla quale fanno invece da con­tral­tare bonus stel­lari per i mana­ger che hanno, sostiene Carr, gene­rato que­sta situazione.

Dal paral­lello ne nasce la pro­vo­ca­to­ria pro­po­sta di adot­tare le stesse moda­lità del movi­mento par­tito da Occupy Wall Street occu­pando le reda­zioni per essere ascoltati.

E’ la misura estrema della dram­ma­ti­cità del dilemma del prigioniero.

Pubblicato il 27 agosto 2011 by Pier Luca Santoro

Twitter è più Veloce di un Terremoto

The New York Times ha creato un nuovo feed, un nuovo account su Twit­ter spe­ci­fi­ca­ta­mente dedi­cato a for­nire infor­ma­zione in tempo reale su eventi di par­ti­co­lare rile­vanza.  Le moti­va­zioni die­tro alla crea­zione di un ulte­riore canale oltre a quello già esi­stente sono ben spie­gate dal Nie­man Jour­na­lism Lab.

Si tratta della con­sa­cra­zione defi­ni­tiva di Twit­ter come canale d’informazione.

Con­tem­po­ra­nea­mente, Twit­ter stesso ha pro­dotto un breve video pro­mo­zio­nale nel quale punta deci­sa­mente sul pro­prio plus di essere mezzo d’informazione rapido. Il girato, gio­cando con sapiente iro­nia, mostra una per­sona che avvi­sata via Twit­ter del ter­re­moto pone rime­dio, per così dire, alla situazione.

Come ho già avuto modo di segna­lare, pun­tare tutto sulla velo­cità d’informazione rischia di creare un feno­meno defi­nito “ham­ste­ri­za­tion” che, para­fra­sando la corsa all’interno della ruota del cri­ceto, con­ferma in tutta la sua nega­ti­vità i rischi  dell’effetto audi­tel sull’informazione online.

La tem­pe­sti­vità dell’informazione non è sem­pre neces­sa­ria­mente un valore, ancor meno se fini­sce per essere ele­mento di disturbo alla sele­zione qua­li­fi­cata ed all’affidabilità.

Pubblicato il 22 agosto 2011 by Pier Luca Santoro

Nowism: Social Media & Informazione

James Suro­wieck, gior­na­li­sta sta­tu­ni­tense di rico­no­sciuta auto­re­vo­lezza, fa risa­lire il momento in cui i social media sono dive­nuti una parte rile­vante dell’ecosistema dell’informazione allo tsu­nami del 2005. Nella sua con­fe­renza sul tema spiega che:

In the world of blogs, there’s going to be before the tsu­nami and after the tsu­nami, because one of the things that hap­pe­ned in the wake of the tsu­nami was that, although ini­tially — that is, in that first day — there was actually a kind of dearth of live repor­ting, there was a dearth of live video — and some peo­ple com­plai­ned about this. They said, sort of, you know, the blog­sters let us down. What became very clear was that within a few days the out­pou­ring of infor­ma­tion was immense, and we got a com­plete and power­ful pic­ture of what had hap­pe­ned in a way that we never had been able to get before. And what you had was a group of essen­tially unor­ga­ni­zed, uncon­nec­ted wri­ters, video blog­gers, et cetera, who were able to come up with a col­lec­tive por­trait of a disa­ster that gave us a much bet­ter sense of what it was like to actually be there than the main­stream media could give us.

Si tratta di una ten­denza sem­pre più mar­cata che, sem­pre per iden­ti­fi­care ten­ta­ti­va­mente dei momenti topici di rife­ri­mento, dalla rivolta ira­niana del giu­gno 2009 vede in Twit­ter il “news stream”, la fonte dalla quale attin­gere le noti­zie più aggior­nate, per eccellenza.

Se indub­bia­mente rap­pre­senta un arric­chi­mento di fonti e punti di vista sugli avve­ni­menti di por­tata mon­diale, Twit­ter [o forse sarebbe meglio dire l’utenza di Twit­ter?] sem­bra afflitto dalla sin­drome di voler capeg­giare a tutti i costi rispetto agli altri media nell’essere la prima fonte in ordine tem­po­rale a dif­fon­dere noti­zie rilevanti.

E’ un feno­meno dif­fuso che non appar­tiene escl­si­va­mente ai social media ma è ormai carat­te­ri­stica inte­grante di una ten­denza gene­rale più ampia clas­si­fi­cata come nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dictionary.

Ho veri­fi­cato per­so­nal­mente tra ieri e l’altroieri gli effetti deva­stanti che può avere sull’informazione con rife­ri­mento alle som­mosse popo­lari che stanno por­tando alla caduta dell’attuale regime in Libia.

Lo strea­ming con­ti­nuo di noti­zie dalla Libia su Twit­ter è carat­te­riz­zato da momenti di picco in seguito alla dif­fu­sione di infor­ma­zioni par­ti­co­lar­mente rile­vanti che ecci­tano gli animi e la dif­fu­sione.  Ecla­tante e signi­fi­ca­tiva a tale pro­po­sito la dina­mica rela­tiva alla pre­sunta fuga all’estero di Ghed­dafi con una prima indi­scre­zione che ottiene ben 2452 [a que­sto momento] ret­weet diven­tando di fatto noti­zia e gene­rando, oltre alla mia iro­nia,  una ridda di indi­scre­zioni, di bufale, nate su Twit­ter e riprese dai main­stream media frutto della ricon­corsa al pri­mato nella notizia.

Il nowism rischia di ucci­dere l’informazione con un rumore di fondo costante  di voci ed illa­zioni che si ricor­rono annul­lando di fatto  la posi­ti­vità di un flusso infor­ma­tivo con­di­viso e dif­fuso. Si tratta di una situa­zione che viene ben sin­te­tiz­zata da Carlo Dante nel suo «Minime Per­ve­nute»: “In prin­ci­pio fu il verbo, poi il discorso, poi l’affermazione, poi l’informazione, infine un chiasso infernale”.

Dif­fi­cile dire se si tratti di un appen­dice dell’effetto audi­tel per l’informazione online, di pro­pa­ganda, o, più sem­pli­ce­mente, di un ine­vi­ta­bile pas­sag­gio verso la matu­rità, verso una mag­giore con­sa­pe­vo­lezza, del ruolo dei social media nell’ambito più stret­ta­mente infor­ma­tivo in chiave gior­na­li­stica.  Cer­ta­mente rap­pre­senta una deriva poten­zial­mente dan­nosa da tenere in con­si­de­ra­zione alla quale attual­mente non resta che porre rime­dio affi­dan­dosi a fonti sul campo e di rico­no­sciuta affi­da­bi­lità.

- Ante­prima della Prima Pagina del NYT del 22.02.2011 -

Pubblicato il 8 agosto 2011 by Pier Luca Santoro

Ricerca & Sviluppo Editoriale in Crowdsourcing

Il New York Times, dopo averlo annun­ciato da tempo, ha final­mente reso acces­si­bile ai visi­ta­tori dell’edizione online [anche ai non paganti] il pro­prio sito di beta testing pub­blico dove gli utenti pos­sono spe­ri­men­tare nuove appli­ca­zioni e carat­te­ri­sti­che che potreb­bero essere poi rese defi­ni­ti­va­mente dispo­ni­bili agli internauti.

Beta620, que­sto il nome leg­ger­mente crip­tico dato all’iniziativa, è online da ieri e attual­mente pre­senta sette distinte aree progettuali:

  • Time­sIn­stant: Come dichia­rato dagli stessi svi­lup­pa­tori, for­te­mente ispi­rato a Goo­gle Instant Search, migliora e velo­cizza l’esperienza di ricerca di temi ed infor­ma­zioni all’interno del sito del quo­ti­diano statunitense
  • Com­mu­nity Hub: E’ l’unica appli­ca­zione che richiede obbli­ga­to­ria­mente di essere utenti regi­strati per poterla usare. Crea una sorta di pan­nello di con­trollo dal quale visua­liz­zare le inte­ra­zioni, i com­menti, agli arti­coli pub­bli­cati. Secondo quanto dichia­rato, a breve dovrebbe essere pos­si­bile visua­liz­zare in maniera spe­ci­fica i com­menti dei prpri con­tatti su Face­book e la rap­pre­sen­ta­zione gra­fica della sto­ria, della time­line, dei commenti.
  • Cros­swords Web app: Le parole cro­ciate del NYT in html5 da fare anche senza neces­sità di essere connessi.
  • Lon­gi­tude: Mappa inte­rat­tiva con la geo­lo­ca­liz­za­zione delle noti­zie e la pos­si­bi­lità di appro­fon­dire le infor­ma­zioni [vd. imma­gine sottostante]
  • The Buzz: I dati di quanta atten­zione ha otte­nuto un deter­mi­nato arti­colo in ter­mini di con­di­vi­sione all’interno dei diversi social net­work. Attual­mente visua­lizza solo infor­ma­zioni rela­tive a Face­book e Twitter.
  • Smart Search Bar: Appli­ca­zione che con­sente la ricerca seman­tica di quanto d’interesse e visua­lizza i risul­tati senza mai uscire dalla home page.
  • Times Com­pa­nion: Infor­ma­zione con­te­stuale e pre­view delle stesse.

Dif­fi­cile giu­di­care dopo solo un giorno le poten­zia­lità di cia­scuna pro­po­sta, anche se di primo acchito, per quello che mostrano ad ora, Lon­gi­tude e Times Istant mi sem­brano le  più promettenti.

Inte­res­sante ed apprez­za­bile la filo­so­fia di fondo del pro­getto, simile con­cet­tual­mente al recen­te­mente sep­pel­lito Goo­gle Labs, di fare ricerca e svi­luppo in crowdsourcing.

Ulte­riore evo­lu­zione dell’ecosistema dell’informazione, dal citi­zen jour­na­lism al citi­zen tester. Da seguire con atten­zione per moni­to­rarne svi­luppi e risultati.

Pubblicato il 4 agosto 2011 by Pier Luca Santoro

Ghostwriters & Gratificazioni

In uno dei pas­saggi chiave del discorso che il Pre­si­dente del Con­si­glio ha effet­tuato ieri alla Camera si dice che: ”Abbiamo fon­da­men­tali eco­no­mici solidi, le nostre ban­che sono liquide, sol­vi­bili e hanno supe­rato age­vol­mente gli stress test”.

Discorso in realtà redatto da Ombretta Colli che, inca­ri­cata come gho­st­w­ri­ter per­so­nal­mente da Sil­vio Ber­lu­sconi, si è libe­ra­mente ispi­rata ad una delle sue opere più cele­bri come il taglio com­ples­sivo del ragio­na­mento fatto evidenzia.

Al ter­mine di una let­tura tanto impe­gna­tiva for­tu­na­ta­mente non sono man­cate le gra­ti­fi­ca­zioni, gra­zie all’impegno dell’On Michaela Bian­co­fiore, avvo­ca­tessa di Bol­zano eletta nella cir­co­scri­zione Campania2, che si è pre­mu­rata di soste­nere per­so­nal­mente il Pre­mier che ha potuto così final­mente rilas­sarsi come mostra l’immagine.

Da leg­gere al riguardo i com­menti del New York Times e del Wall Street Jour­nal, senza dimen­ti­care lo spe­ciale di 14 pagine recen­te­mente pub­bli­cato dall’ Eco­no­mist sem­pre in tema.

Pubblicato il 3 agosto 2011 by Pier Luca Santoro

Misurare il Coinvolgimento dell’Audience

Social­Flow, società dedi­cata al moni­to­rag­gio della comu­ni­ca­zione digi­tale nei social media, ha effet­tuato uno stu­dio com­pa­ra­tivo dei fol­lo­wers, dell’audience, su Twit­ter di alcuni dei prin­ci­pali media internazionali.

Sono stati ana­liz­zati i com­por­ta­menti dei fol­lo­wers di  Al-Jazeera English, BBC News, CNN, The Eco­no­mist, Fox News e New York Times,  misu­rando il livello di coin­vol­gi­mento in base a numero di click per cia­scuna noti­zia pro­po­sta ed al numero di ret­weet. Lo stu­dio ha anche misu­rato il livello di sovrap­po­si­zione tra le diverse fonti d’informazione.

Secondo i risul­tati pub­bli­cati, si evi­den­zia la mag­gior sovrap­po­si­zione tra Eco­no­mist e NYT.

Le prin­ci­pali evi­denze rac­colte sono:

  • The Eco­no­mist ha il livello di mag­gior coin­vol­gi­mento sia in base a numero di click per cia­scuna noti­zia pro­po­sta che al numero di retweet.
  • Le diverse audience si dif­fe­ren­ziano per pre­di­spo­si­zione a con­su­mare e con­di­vi­dere informazioni.
  • Ad un mag­gior numero di fol­lo­wers non cor­ri­spon­dono neces­sa­ria­mente un mag­gior numero di inte­ra­zioni. Ele­mento emer­gente che sot­to­li­nea la dif­fe­renza tra coin­vol­gi­mento ed inte­ra­zione, aspetti che ven­gono invece spesso confusi.
  • Timing e dif­fe­ren­zia­zione degli argo­menti sono fon­da­men­tali nel coin­vol­gi­mento dell’audience di rife­ri­mento come sin­te­tizza la mappa sottoriportata.

Mappa [Tag Cloud] degli Argo­menti che hanno Por­tato Mag­gior traf­fico per Cia­scuna Fonte:

Al di là della spe­ci­fi­cità dei det­ta­gli emersi dallo stu­dio, sono due gli aspetti che è oppor­tuno evidenziare.

E’ impor­tante attri­buire a cia­scuna metrica il giu­sto valore e signi­fi­cato,  men­tre il numero di click per cia­scuna noti­zia pro­po­sta for­ni­sce un risul­tato imme­diato in ter­mini di traf­fico al sito web i ret­weet incre­men­tano fidu­cia e noto­rietà di marca.

Rispetto al pas­sato esi­stono oggi stru­menti che con buona appros­si­ma­zione con­sen­tono di moni­to­rare e misu­rare l’interazione ed il coin­vol­gi­mento con il pub­blico di rife­ri­mento in Rete, non cono­scerli è strano, non uti­liz­zarli colpevole.

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