media

Fatturato Editoria
Pubblicato il 27 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

I Media in Italia in 4 Grafici

Si è tenuto ieri “Senza let­tura non c’è cre­scita. Quo­ti­diani, perio­dici e libri come leva per lo svi­luppo del Paese”, appun­ta­mento annuale per fare il punto sulla filiera della carta pro­mosso dalle otto asso­cia­zioni che la costi­tui­scono: Aci­mga, Aie, Anes, Argi, Asig, Asso­carta, Asso­gra­fici e Fieg.

Gli inter­venti del Prof. Ales­san­dro Nova dell’Università Boc­coni e di Giu­seppe Roma del Cen­sis fanno un’analisi macro dell’intera filiera e con­ten­gono alcuni dati spe­ci­fi­ca­ta­mente rife­riti all’industria dell’informazione che vale la pena di ripren­dere poi­ché a colpo d’occhio con­sen­tono di foto­gra­fare il pano­rama attuale.

1) Il Fat­tu­rato dell’Editoria 2004–2014

2) Con­sumi in libri e gior­nali / con­sumi totali delle famiglie

Consumi in libri e giornali

3) Le distanze tra gio­vani e anziani nel con­sumo mediatico

Le distanze tra giovani e anziani

4) L’evoluzione del con­sumo dei media

L’evoluzione del consumo dei media

Come solu­zione arriva la pro­po­sta del “bonus let­tura”, un buono spesa che con­sen­ti­rebbe ai gio­vani di età com­presa tra i 18 e 25 anni di acqui­stare libri e abbo­na­menti a quo­ti­diani e perio­dici, pagando solo il 25% del prezzo [il restante 75% ver­rebbe pagato con il bonus fino ad un mas­simo del con­tri­buto pub­blico di 100 € a per­sona] per incen­ti­vare i gio­vani alla let­tura e al con­sumo di pro­dotti cul­tu­rali, ovvia­mente esclu­si­va­mente car­ta­cei. Siamo al deli­rio, non credo pos­sano esi­stere altri ter­mini per defi­nire l’ipotesi di lavoro.

Com­ment is free…

desi chart
Pubblicato il 26 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Digital Economy & Society Index

Dopo la recente pub­bli­ca­zione da parte dell’Istat della set­tima edi­zione di “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo”, che trac­cia un qua­dro impie­toso dello stato del “bel­paese” rela­ti­va­mente a media, inno­va­zione e for­ma­zione, la Com­mis­sione euro­pea ha rila­sciato un nuovo indice: DESI — Digi­tal Eco­nomy and Society Index — che clas­si­fica tutti i 28 Stati mem­bri dell’UE in base al loro ren­di­mento digitale.

DESI com­bina più di 30 indi­ca­tori e uti­lizza un sistema di pon­de­ra­zione per clas­si­fi­care cia­scun paese in base al suo ren­di­mento digi­tale. Per cal­co­lare il pun­teg­gio com­ples­sivo di uno Stato mem­bro ad ogni insieme e sot­toin­sieme di indi­ca­tori è stato dato un coef­fi­ciente di cor­re­zione spe­ci­fico da parte degli esperti della Com­mis­sione euro­pea. Con­net­ti­vità e com­pe­tenze digi­tali con­tri­bui­scono al 25% per il pun­teg­gio totale. L’integrazione della tec­no­lo­gia digi­tale rap­pre­senta il 20%, men­tre le atti­vità online [l’uso di Inter­net] e dei ser­vizi pub­blici digi­tali con­tri­bui­scono rispet­ti­va­mente per il 15%.

I dati sono per lo più a par­tire dal 2013 e il 2014, dun­que asso­lu­ta­mente attuali. Il gra­fico di sin­tesi sotto ripor­tato mostra la situa­zione per cia­scuna nazione. La posi­zione dell’Italia rispetto alla media della UE28 e rela­ti­va­mente agli altri Paesi.

desi chart

L’analfabetismo digi­tale del nostro Paese è, ahimè, evi­dente su tutti i fronti. Se, come scrive Luca De Biase, l’analfabetismo digi­tale va affron­tato più in nome della cul­tura che della tec­no­lo­gia, i dati [di]mostrano come l’ampiezza del pro­blema sia su tutti i fronti, dalla con­net­ti­vità, in ter­mini di dispo­ni­bi­lità e qua­lità della tec­no­lo­gia neces­sa­ria, al capi­tale umano, a livello di skill basici e avan­zati, pas­sando per i ser­vizi pub­blici digi­ta­liz­zati a livello di  eGo­vern­ment  ed  eHealth.

Su que­sto fronte anche l’utilizzo di Inter­net non può essere con­fi­nato alla sola frui­zione ma è neces­sa­rio affron­tarne tutti gli aspetti di comu­ni­ca­zione, intesa come uso di video chia­mate e social network/media, di tran­sa­zioni, dall’ eban­king all’ ecom­merce, senza dimen­ti­care il valore dei con­te­nuti sia di intrat­te­ni­mento, quali musica, video e gio­chi, che di news e con­te­nuti on demand. Area sulla quale la posi­zione del nostro Paese peg­giora ulte­rior­mente con sola­mente la Roma­nia ad essere in una con­di­zione peg­giore rispetto a quella dell’Italia.

Uso di Internet chart

I tre gra­fici sot­to­stanti evi­den­ziano il det­ta­glio per quanto riguarda le news, l’utilizzo dei social net­work da parte delle per­sone e l’uso dei social media da parte delle imprese. L’intero data­set è libe­ra­mente sca­ri­ca­bile per ulte­riori ela­bo­ra­zioni ed approfondimenti.

Indi­vi­duals who used the Inter­net to read online news sites, new­spa­pers or news magazines

News chart

Indi­vi­duals used the Inter­net to par­ti­ci­pate in social net­works [create user pro­file, post mes­sa­ges or other con­tri­bu­tions to face­book, twit­ter, etc.]

Social Network chart

Enter­pri­ses that use two or more types of social media

Social Media chart

Underwood
Pubblicato il 24 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Slow News

Nell’epoca del nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dic­tio­nary, dedi­carsi allo slow jour­na­lism è un atto di grande corag­gio o, in alter­na­tiva, di scon­si­de­rata avven­ta­tezza. Per que­sto ho voluto appro­fon­dire le moti­va­zioni alla base della nascita di Slow News, ini­zia­tiva edi­to­riale tutta ita­liana, a dispetto del nome, online da poco più di un mese in una breve inter­vi­sta ai fon­da­tori del progetto.

1) Per­ché, in un eco­si­stema dell’informazione che, per dirla come Twit­ter, corre più veloce di un ter­re­moto avete deciso di dedi­carvi alle “slow news”?

Il flusso dell’informazione ha rag­giunto un’intensità e una velo­cità dif­fi­cil­mente soste­ni­bili, per­sino per chi all’interno del mondo dell’informazione vive e lavora. Meglio non pen­sare — oppure, meglio pen­sarci! — a chi è fuori da que­sta bolla: pro­ba­bil­mente trova tutto solo incom­pren­si­bile, diso­rien­tante. Pen­siamo ci sia biso­gno di un lavoro di sot­tra­zione, non di addi­zione: e poi tutti e cin­que, da anni e per motivi pro­fes­sio­nali, viviamo ogni giorno il famoso infor­ma­tion over­load.

Non aman­dolo par­ti­co­lar­mente, abbiamo pen­sato a un modello radi­cal­mente oppo­sto. Ed ecco Slow News.  Che è anche una spe­cie di filo­so­fia di vita e di lavoro alter­na­tivo. Un “pre­si­dio”. Un po’ come Slow Food, alle sue ori­gini, lo fu per il cibo di qua­lità e “local”.

2) Da subito avete deciso di andare a paga­mento. Qual è il modello di busi­ness di Slow News?

Gabriele Fer­ra­resi: Cre­diamo che il lavoro vada pagato, sem­pre. Slow News, per quanto per noi sia pia­ce­vole da rea­liz­zare, è un pic­colo lavoro. Il nostro modello di busi­ness è basato su micro­pa­ga­menti: pagare pochis­simo, in tanti, spe­riamo sem­pre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, val­gono 2 euro, cin­quanta cen­te­simi a set­ti­mana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, nean­che 2 cen­te­simi a numero.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: Il modello di busi­ness di Slow News si basa, poi, su un di rap­porto di fidu­cia tra noi e gli abbo­nati per­ché pen­siamo che il gior­na­li­smo, in tutte le sue decli­na­zioni, sia un ser­vi­zio: se chi lo fa ha un dovere di cor­ret­tezza verso i let­tori que­sti ultimi hanno il dovere di pagare per il ser­vi­zio che rice­vono. Allo stesso modo, il let­tore ha il diritto di non essere sod­di­sfatto. E infatti abbiamo scelto di rim­bor­sare l’ultimo mese pagato a un even­tuale let­tore insod­di­sfatto [chi altri lo fa, in Italia?].

Alberto Pulia­fito: E per ora nes­suno ha chie­sto indie­tro i soldi! L’altra cosa impor­tante è che, essendo per noi un lavoro resi­duale [abbiamo tutti altre col­la­bo­ra­zioni, for­tu­na­ta­mente], la for­mula dei micro­pa­ga­menti ci con­sente di inve­stire piano piano in pic­cole miglio­rie che appor­te­remo. È chiaro che sia un modello desti­nato a una cre­scita lenta, anche per­ché gli dedi­chiamo una pic­cola fetta del nostro tempo libero. Non potrebbe essere altri­menti. Non è pen­sato, oggi, per gene­rare un pro­fitto ma per darci i mezzi per coprire pic­coli inve­sti­menti per miglio­rare. Troppe volte noi stessi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo pen­sato che ci voles­sero troppi soldi e troppo tempo come inve­sti­mento di par­tenza per fare qual­cosa di nostro. Poi un giorno, in un con­ve­gno, ho sen­tito par­lare Robin Good. Ha insi­stito molto sul con­cetto di gior­na­li­sta come impren­di­tore per­so­nale  - come start up, se vogliamo usare un ter­mine alla moda — . Da lì ho comin­ciato a pen­sare a que­sto, ispi­ran­domi anche ad altre realtà esi­stenti [oltreo­ceano, però]. E ad un’attività “resi­duale”, “lenta”, che si con­trap­ponga in maniera radi­cale – non solo come con­te­nuti ma anche come modello di busi­ness – a tutto quel che viene fatto oggi nell’informazione online. Anche a quello che fac­ciamo noi stessi. Detto ciò, sono con­vinto che prima o poi lo slow jour­na­lism sia desti­nato a cre­scere e a rita­gliarsi una sua nic­chia di mer­cato. Meglio ini­ziare per tempo a posizionarsi. 

3) Pen­sando alla con­tent cura­tion in Ita­lia viene subito in mente Good Mor­ning Ita­lia, quali le dif­fe­renze tra il vostro pro­getto ed il loro? 

Gabriele Fer­ra­resi: Quello di Good Mor­ning Ita­lia è un bel­lis­simo pro­getto. È per­fetto come risorsa nel quo­ti­diano: noi però siamo diversi, pro­po­niamo un approc­cio alla let­tura e all’informazione più lento e legato sì all’attualità, ma non bloc­cato sulla stessa.

Il nostro lavoro di cura­tion e sele­zione poi cerca di anche di andare indie­tro nel tempo: e a volte pos­sono bastare pochi mesi. Uno dei pro­blemi dell’infor­ma­tion over­load è pro­prio il tempo di vita dei con­te­nuti, spesso anche di quelli validi: scom­pa­iono. Noi, quando ha una sua logica farlo, cer­chiamo di ripor­tarli alla luce e di farli tor­nare d’attualità.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: A dif­fe­renza da Good­Mor­ning Ita­lia, Slow News è svin­co­lata dall’attualità, anche se la tiene sem­pre sott’occhio. È vero, ci si potrebbe chie­dere per­ché un let­tore dovrebbe essere inte­res­sato a quel che sug­ge­riamo: non vogliamo sem­brare arro­ganti che propongono/impongono al let­tore que­sto o quel con­te­nuto, ma con­di­vi­dere espe­rienze [le nostre e quelle degli autori che pro­po­niamo] che ven­gono messe a dispo­si­zione degli abbo­nati. E, prima di tutto Slow News è un rap­porto umano, un rap­porto tra i let­tori e Slow News: men­tre molti siti all news gene­ra­li­sti disat­ti­vano i com­menti agli arti­coli, noi chie­diamo ai let­tori di farci sapere che ne pen­sano, di darci il più pos­si­bile feed­back, spe­cial­mente nega­tivi. Fino ad oggi è andata bene.

Alberto Pulia­fito: È pro­prio il modo in cui creiamo i numeri della new­slet­ter che è diverso. Si parte da una sug­ge­stione, che può venire dall’attualità o da altro, magari anche solo da un buon pezzo, e si va spesso per libere asso­cia­zioni di idee. Si parla di San­remo e si fini­sce a uno spet­ta­colo di stand up comedy. Si parla del Char­lie Hebdo e si arriva a un libro sul nazio­na­li­smo fran­cese. Si parla di wre­stling, di porno, di mondo del lavoro: qua­lun­que sia l’argomento, i sug­ge­ri­menti che lasciamo ai nostri let­tori riguar­dano solo quello che per noi è “eccel­lenza”. Ci offriamo come cura­tori per­so­nali, ma vogliamo anche par­lare con i nostri abbo­nati. E vogliamo offrire loro il pia­cere della sco­perta di con­te­nuti che altri­menti non avreb­bero tro­vato. La linea edi­to­riale spa­zia dal serio al faceto, dal con­te­nuto recen­tis­simo a quello più datato. L’obiettivo è quello di offrire plu­ra­lità di sguardi su un tema, pezzi o video o fram­menti audio che si abbia dav­vero voglia di leg­gere, vedere, ascol­tare, una volta sco­perti. Con­te­nuti che avrebbe un senso tenere in un’antologia o nei pre­fe­riti. Qual­cosa di cui si possa godere iso­lan­dosi dal flusso infi­nito di ras­se­gne stampa, tito­loni, dichia­ra­zioni, aggior­na­menti, brea­king, click bai­ting, gat­tini, shock e via dicendo. 

4) Per il momento Slow News è una new­slet­ter, quali saranno gli svi­luppi futuri?

Le idee sulle quali stiamo lavo­rando ora come ora sono: una pro­fi­la­zione per inte­ressi degli abbo­nati; un’applicazione iOS e Android; numeri mono­gra­fia dedi­cati a un sin­golo tema; un’evoluzione natu­rale con pro­du­zione di long form jour­na­lism.

Poi c’è un’altra idea, molto slow, che è quella di orga­niz­zare eventi dal vivo con una moda­lità par­ti­co­lare e molto coe­rente con il pro­getto: la lan­ce­remo a breve.

Ovvia­mente siamo aper­tis­simi a col­la­bo­ra­zioni di ogni tipo con chiun­que sposi la filo­so­fia alla base di Slow News

5) Pro­viamo a trac­ciare un qua­drante dell’informazione ita­liana. Slow News si col­loca come alter­na­tivo o com­ple­men­tare rispetto alle testate online?

È diret­ta­mente un altro modo di infor­marsi, un modo per sele­zio­nare solo quello che serve dav­vero. Le testate online sono la nostra fonte. Come i blog, i social net­work, gli archivi di video e audio, tutto ciò che esi­ste sul web. Poi, sic­come siamo dei gio­che­rel­loni e goliardi, diremmo che Slow News è un’alternativa com­ple­men­tare alle testate online [qua­lun­que cosa que­sto voglia dire].

Underwood

Lettori Online
Pubblicato il 23 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Il Belpaese in 7 Grafici

L’Istat ha pub­bli­cato la set­tima edi­zione di “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo”, un qua­dro d’insieme dei diversi aspetti eco­no­mici, sociali, demo­gra­fici e ambien­tali del nostro Paese, della sua col­lo­ca­zione nel con­te­sto euro­peo e delle dif­fe­renze regio­nali che lo carat­te­riz­zano. Gli indi­ca­tori, rac­colti in 19 set­tori, spa­ziano dall’economia alla cul­tura, al mer­cato del lavoro, alle con­di­zioni eco­no­mi­che delle fami­glie, alla finanza pub­blica, all’ambiente, alle tec­no­lo­gie e all’innovazione.

Abbiamo rac­colto quelli più signi­fi­ca­tivi rela­ti­va­mente a media, inno­va­zione e for­ma­zione per foto­gra­fare quello che Chiap­pori già nel 1973 chia­mava il belpaese.

Let­tori di Quo­ti­dianiSca­rica i dati

Nel 2014 il 47.1% della popo­la­zione di 6 anni e più ha dichia­rato di leg­gere il gior­nale almeno una volta alla set­ti­mana. I let­tori assi­dui, coloro che leg­gono il gior­nale almeno cin­que giorni su sette, sono il 36.5 %. Coloro che dichia­rano di leg­gere un gior­nale almeno una volta alla set­ti­mana supe­rano abbon­dan­te­mente i let­tori di quo­ti­diani e rivi­ste online online come del resto già emer­geva dai dati Audipress.

Nella fascia d’età 18–24 anni si scende sotto il 40%, men­tre in tutte le classi d’età over 25, sino ai 74 anni, la per­cen­tuale supera la media nazio­nale con un picco del 58.5% per coloro tra 60 e 64 anni. Tutto il Sud Ita­lia ben al di sotto della media nazio­nale men­tre al nord si distin­gue, nega­ti­va­mente, il Veneto con il 33.7% della popo­la­zione che legge il gior­nale almeno cin­que giorni su sette.

Let­tori di Quo­ti­diani e Rivi­ste su Inter­netSca­rica i dati

Nel 2014, in Ita­lia, il 31% della popo­la­zione di 6 anni e più dichiara di leg­gere gior­nali, news o rivi­ste dal web negli ultimi 3 mesi, in calo rispetto al 2013 quando erano il 33.2%. Nella fascia d’età 18–24 anni le per­cen­tuali arri­vano a circa il 50% per rag­giun­gere il 51% nella fascia d’età 25–34 anni per poi invece calare sen­si­bil­mente. Secondo gli ultimi dati Audi­web, nel mese di dicem­bre 2014 erano online nel giorno medio il 68% dei 25-34enni [4,7 milioni], il 65% dei 18-24enni [2,7 milioni], e il 56% dei 35-54enni.

Il con­fronto inter­na­zio­nale, che fa rife­ri­mento alla fascia di età 16–74 anni nel 2013, mostra come l’Italia sia, ancora una volta, nella parte bassa della classifica.

Let­tori di Libri Online o e-bookSca­rica i dati

Se meno di un terzo della popo­la­zione dichiara di leg­gere gior­nali e/o rivi­ste online, il let­tori di libri online o e-book sono dav­vero “merce rara”. Solo l’8.7% della popo­la­zione di 6 anni e più usa inter­net per leg­gere o sca­ri­care libri online o e-book. I mag­giori frui­tori del libro elet­tro­nico sono i gio­vani di 18–24 anni [oltre il 18%]. Rispetto al 2013 la ten­denza è nega­tiva, nono­stante il cre­scere dell’offerta, con una lieve fles­sione dei let­tori che erano dal 9.1% dodici mesi prima.

Let­tori di LibriSca­rica i dati

Nel 2014 solo il 41.4% della popo­la­zione di 6 anni e più dichiara di aver letto almeno un libro nel tempo libero nell’arco di dodici mesi, per­cen­tuale che crolla al 14.3% per i let­tori forti, assi­dui, per coloro che affer­mano di averne letti minimo 12. Com­ples­si­va­mente il numero dei let­tori di libri con­ti­nua a dimi­nuire, scen­dendo dal 43% del 2013. In calo anche i gio­vani con coloro tra i 20–24 anni che pas­sano dal 57.2 a 53.5%.

La pro­pen­sione alla let­tura è molto dif­fe­rente per donne e uomini. Lo scarto, a favore delle prime, è di oltre 13 punti per­cen­tuali: le let­trici sono il 48%, i let­tori il 34.5%. Sulle soglie dell’analfabetismo le per­cen­tuali di let­tori di libri nel Mezzogiorno.

Utenti di Inter­netSca­rica i dati

In Ita­lia il 57.3% della popo­la­zione di 6 anni e più uti­lizza la Rete, ma è poco più di un terzo [36.9%] a farlo quo­ti­dia­na­mente. Anal­fa­beti digi­tali già foto­gra­fati dal rap­porto del Cen­sis del dicem­bre 2014 per quanto riguarda l’utilizzo del PC.

Migliora, ma non in maniera con­si­stente, il pano­rama per quanto riguarda i gio­vani tra i 15 e i 24 anni che si con­net­tono ad Inter­net, più della metà lo fa tutti i giorni. Il con­fronto inter­na­zio­nale con le altre nazioni dell’UE28 è impietoso.

Appren­di­mento Per­ma­nenteSca­rica i dati

La for­ma­zione post expe­rience, nel corso dell’attività lavo­ra­tiva, è pre­sup­po­sto di base per man­te­nere aggior­nate le pro­prie cono­scenze e com­pe­tenze rima­nendo com­pe­ti­tivi sul mer­cato del lavoro come indi­vi­dui e restando com­ples­si­va­mente com­pe­ti­tivi come sistema Paese rispetto alle altre nazioni.

Se già emer­geva un gap signi­fi­ca­tivo con le altre nazioni della UE28 in spe­ci­fico rife­ri­mento alle com­pe­tenze digi­tali, anche più in gene­rale la situa­zione non migliora, anzi.

In Ita­lia l’indicatore assume un valore infe­riore a quello medio Ue28: un valore pari al 14.6% per chi è in pos­sesso di un titolo di stu­dio uni­ver­si­ta­rio [18.6% media Ue], un valore pari al 7,5 per cento per chi ha un titolo secon­da­rio supe­riore [8.7% media Ue], per crol­lare all’1.6% per chi ha al più un livello di istru­zione secon­da­rio infe­riore [4.4% media Ue].

Spesa Pub­blica per l’Istruzione e la For­ma­zioneSca­rica i dati

Nel 2012 per l’Italia il valore dell’indicatore [4.2% del Pil] è infe­riore rispetto al valore medio dell’UE28 [5,3 per cento] ed a tutte le altre nazioni tranne Gre­cia, Slo­vac­chia, Bul­ga­ria e Romania.

La spesa in istru­zione e for­ma­zione, misu­rata in rap­porto al pro­dotto interno lordo, rap­pre­senta uno degli indi­ca­tori chiave per valu­tare le policy attuate in mate­ria di cre­scita e valo­riz­za­zione del capi­tale umano. I dati par­lano da soli…

RadioMonitor
Pubblicato il 19 febbraio 2015 by Stefano Chiarazzo, Pier Luca Santoro

RadioMonitor. La radio è viva, ma tanto bene non sta

Sono stati rila­sciati da Euri­sko i dati rela­tivi a 60mila inter­vi­ste dell’indagine Radio­Mo­ni­tor Cati con­dotte nel secondo seme­stre 2014. Il gra­fico sot­to­stante sin­te­tizza gli ascolti delle prin­ci­pali radio nazio­nali [pas­sando il mouse si visua­liz­zano i dati].

Il totale degli ascol­ta­tori radio­fo­nici in Ita­lia resta alto ma è dimi­nuto di 533.000 unità, dai 34.416.000 del 2° seme­stre 2013 ai 33.883.000 del 2° seme­stre 2014. Dove sono finiti? Pro­ba­bil­mente tra ripo­si­zio­na­menti dei grandi net­work – vedi l’operazione “svec­chia­mento” di Radio RAI – le offerte delle web radio e, soprat­tutto, feno­meni come Spo­tify pos­sono avere optato per una mag­gior per­so­na­liz­za­zione. La radio si ascolta sem­pre più dalla TV e da dispo­si­tivi mobili come smart­phone e tablet dove è in com­pe­ti­zione con altri ser­vizi “ruba-tempo”. Per quanto si possa essere, o meno, grandi sup­por­ter del mezzo radio­fo­nico non stu­pi­rebbe per­tanto una reale per­dita secca.

Se limi­tiamo la somma alle sole radio nazio­nali [al netto delle dupli­ca­zioni] vediamo che dal 2013 al 2014 hanno subito una per­dita totale di più di due milioni di ascol­ta­tori. Qui una pos­si­bile spie­ga­zione è che tale delta si sia river­sato sulle radio locali.

Leg­gendo i dati del secondo seme­stre, oltre al calo gene­ra­liz­zato di tutte le radio nazio­nali, ci hanno col­pito in par­ti­co­lare due risultati:

- Radio Ita­lia solo­mu­si­cai­ta­liana ha perso meno di RDS e Radio Dee­jay salendo così dal 4° al 2°. Mario Volanti, Edi­tore e Pre­si­dente Radio Ita­lia, ha sot­to­li­neato come “solo due anni fa il nostro distacco dalla seconda radio era di 1.150.000 ascol­ta­tori ed era­vamo in quinta posizione”;

- Radio 105 si con­ferma la seconda radio ita­liana per ascolto nel quarto d’ora medio – con­si­de­rato come misura della fedeltà dell’audience – dimez­zando il diva­rio con RTL 102.5 e aumen­tando il distacco dalla terza, la rivale Radio Deejay.

Insomma qual­cuno che fa un po’ meglio c’è. Cosa fare per inver­tire il trend? Pro­ba­bil­mente serve mag­gior corag­gio nella dif­fe­ren­zia­zione e spe­ri­men­ta­zione sia in ter­mini di palin­se­sti, con­te­nuti e talent scou­ting che nell’offrire ser­vizi rile­vanti e custo­miz­za­bili tra­mite web e mobile.

Visto il trend degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari nel 2014 che evi­den­zia una fles­sione infe­riore alla media, ed a molti altri medium, gli spazi di una ripresa non sono poi così imma­gi­ni­fici. Che la radio viva, ma torni in salute.

Mercato ADV 2014

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