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Perchè ho Aperto un Blog
Pubblicato il 1 aprile 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

I Blog NON Sono Morti

22esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata alla pre­sunta morte dei blog e dintorni.

Ci sono temi che a cadenza perio­dica ritor­nano. Mine­stra riscal­data che perde sem­pre più corpo e sapore ogni volta che se ne torna a par­lare. Uno di que­sti è la cosid­detta morte dei blog, teo­ria, per così dire, che vedrebbe nell’affermazione dei social net­work la fine dei blog come media.

I dati del 12° rap­porto Censis/Ucsi, che ana­lizza le tra­sfor­ma­zioni avve­nute nelle diete media­ti­che degli ita­liani, mostrano, e dimo­strano, quanto que­sto sia falso con oltre un quinto della popo­la­zione che indica nei blog uno dei mezzi d’informazione uti­liz­zati abi­tual­mente. Medium che per quanto riguarda la fascia d’età 14–29 anni ha una frui­zione supe­riore ai quo­ti­diani siano essi tra­di­zio­nali, car­ta­cei, o online.

I blog sono un for­mat edi­to­riale al quale attin­gono ampia­mente gli edi­tori tra­di­zio­nali per fare traf­fico, per por­tare visite ai loro siti web, ed i gior­na­li­sti per diletto o, più spesso, per miglio­rare la loro visi­bi­lità e repu­ta­zione. Que­sta galas­sia di pro­dut­tori e con­su­ma­tori di infor­ma­zioni , di orga­niz­za­zioni sociali rette dalla comu­ni­ca­zione, appare come un medium dav­vero glo­bale, che, in chiave cor­po­rate, può diven­tare utile per vei­co­lare com­merci di massa e fide­liz­zare con­su­ma­tori o per tra­smet­tere modelli di com­por­ta­mento pub­blico e otte­nere con­senso dai cit­ta­dini, su vasta scala. Owned media di asso­luta rilevanza.

Perchè ho Aperto un Blog

 

Se c’è qual­cosa che è morto o mori­bondo non sono cer­ta­mente i blog. Spe­riamo lo diventi invece pre­sto l’abitudine ai ritor­nelli dei luo­ghi comuni.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

MIX Fonti Informazione
Pubblicato il 30 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Consumi Mediatici Italia 2015

Sono stati pre­sen­tati i risul­tati del 12° rap­porto Censis/Ucsi sulla comu­ni­ca­zione, moni­to­rag­gio dei con­sumi dei media, misu­rati nella loro evo­lu­zione dall’inizio degli anni 2000 e ana­lisi delle tra­sfor­ma­zioni avve­nute nelle diete media­ti­che degli italiani.

Morte quo­ti­diana avrebbe potuto tran­quil­la­mente essere il sot­to­ti­tolo del rap­porto poi­chè il press divide è, in ter­mini di dieta media­tica degli ita­liani, l’elemento più dirom­pente nell’evoluzione misu­rata dal Cen­sis. Press divide che non si limita alla carta stam­pata ma riguarda anche l’online.

Se nel medio periodo i let­tori dei quo­ti­diani sono dimi­nuiti del 25,1% e quelli della free press si sono pra­ti­ca­mente estinti, anche a causa della man­canza di offerta fal­ci­diata dal crollo della rac­colta pub­bli­ci­ta­ria, i quo­ti­diani online cer­ta­mente non sem­brano aver inter­cet­tato la plu­ra­lità di biso­gni degli utenti, delle per­sone. I media digi­tali hanno assunto, in effetti, una fun­zione anti­ci­clica durante la crisi ma di que­sto i quo­ti­diani hanno bene­fi­ciato poco e nulla nel complesso.

Il gra­fico sot­to­stante illu­stra l’evoluzione del con­sumo dei media dal 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi, ad oggi.

La tele­vi­sione si è man­te­nuta sta­bile nel tempo, sostan­zial­mente sugli stessi livelli di utenza, pra­ti­ca­mente il totale della popo­la­zione, per­ché il calo dei tele­spet­ta­tori della TV tra­di­zio­nale è stato com­pen­sato dal suc­cesso delle sue nuove forme di frui­zione, visto che la web tv è pas­sata da una utenza del 4.6% nel 2007 al 23.7% del 2015, la mobile tv dall’1% all’11.6%, e oggi un ita­liano su dieci guarda la smart tv con­nessa a internet.

Stesse dina­mi­che anche per la radio la cui frui­zione nel com­plesso è addi­rit­tura in cre­scita gra­zie, anche, alla radio da tele­fono cel­lu­lare che passa dal 3.6% del 2007 al 17.2% del 2015, e la radio da Inter­net, online, pas­sata dal 7.6% del 2007 all’attuale 14.3%.

Il secondo gra­fico for­ni­sce il det­ta­glio per cia­scun medium.

Hanno suc­cesso i media che com­por­tano un basso costo e per­met­tono di occu­pare gli spazi vuoti di tempo, come la tele­vi­sione e la radio; oppure quelli che, pur pre­ve­dendo un certo costo, ren­dono più pro­dut­tivo l’impiego, per­ché fanno rispar­miare tempo o lo riem­piono di qual­cosa di pre­zioso, come i tele­foni cel­lu­lari e inter­net. Invece, i mezzi che costano [per quanto anche rela­ti­va­mente poco] e che richie­dono un inve­sti­mento par­ti­co­lare di tempo, nel quale risulta deci­siva la com­po­nente dell’impegno per­so­nale e della con­cen­tra­zione, come i mezzi a stampa, scon­tano mag­giori dif­fi­coltà a rita­gliarsi un loro spa­zio. Ciò a causa della con­cor­renza di altri media più smart e per la mag­giore ocu­la­tezza che spinge gli utenti a spen­dere il loro denaro nella crisi.

Ana­liz­zando il det­ta­glio per fasce di età spic­cano le distanze tra i con­sumi media­tici dei gio­vani e quelli degli anziani, con i primi mas­sic­cia­mente posi­zio­nati sulla linea di fron­tiera dei new media. Tra i più gio­vani al primo posto si col­loca Face­book come stru­mento per infor­marsi [71,1%], al secondo posto i motori di ricerca —  aka Goo­gle — [68,7%] e solo al terzo posto com­pa­iono i tele­gior­nali [68,5%], con You­Tube che non si posi­ziona a una grande distanza [53,6%]. Fana­lino di coda i legacy media, siano essi i siti web dei quo­ti­diani o dei TG.

Per non essere tra­volti dall’onda digi­tale, un ele­mento che tutti i media devono col­ti­vare è la fidu­cia del pub­blico nei loro con­fronti. Se gli utenti pos­sono tro­vare quello che cer­cano navi­gando libe­ra­mente nel web, non segui­ranno ogni volta rotte mai per­corse prima: si ser­vono di bus­sole, dispon­gono di mappe per rag­giun­gere approdi sicuri, rico­no­scono i marosi da evi­tare. Chi saprà favo­rire que­sta navi­ga­zione man­terrà la fidu­cia del pubblico.

Il gra­fico delle prime dieci fonti d’informazione uti­liz­zate rende ancora più evi­dente il pro­blema dei quo­ti­diani che non com­pa­iono nella top ten sia per la popo­la­zione in gene­rale che ancor meno per gli under 30. Come ho avuto modo di dire in pre­ce­denza, il pro­blema non è se e quando mori­ranno i quo­ti­diani di carta ma la pro­po­sta, in ter­mini di for­mat e di rela­zione con il pub­blico, da parte di que­sti indi­pen­den­te­mente dal sup­porto con buona pace per geek e tecno-entusiasti pour cause. Amen.

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Pubblicato il 13 marzo 2015 by Mara Cinquepalmi, Francesca Clementoni

#Hackmedia, genere e giornalismo

Da qual­che mese Data­me­dia­hub dedica par­ti­co­lare atten­zione alle que­stioni di genere nel mondo della comu­ni­ca­zione e dell’informazione con alcuni approfondimenti.Dopo i nostri due focus (il terzo è in corso d’opera) su quante sono le diret­trici dei quo­ti­diani e dei set­ti­ma­nali cen­siti da ADS, abbiamo pen­sato che il Festi­val del Gior­na­li­smo di Peru­gia fosse il con­te­sto natu­rale dove appro­fon­dire que­sto tema gra­zie anche all’aiuto dei dati.

Nasce così l’idea della track “Per un iden­ti­kit della pro­fes­sione gior­na­li­stica”, una delle quat­tro che DMH pro­pone nell’ambito di #hack­me­dia, l’hackathon su media e gior­na­li­smo in Ita­lia in pro­gramma gio­vedì 16 aprile all’Hotel La Rosetta.Avremo un’intera gior­nata per pro­vare a rac­con­tare, dati dei nostri isti­tuti di cate­go­ria alla mano, come è cam­biata la pro­fes­sione anche per noi donne: quante siamo, qual è il gap sala­riale con i col­le­ghi, quante sono quelle con­trat­tua­liz­zate e quante le lavo­ra­trici autonome.

Que­sti sono sol­tanto alcuni degli spunti che potremo appro­fon­dire ad #hack­me­dia. Oppure se avete già in mente un aspetto della que­stione di genere nel mondo dell’informazione che non è stato ancora inda­gato,  sap­piate che la nostra track è quella che fa per voi. Vi aspet­tiamo!

Gender-in-Media-Graphic

ADV 2004_2014
Pubblicato il 9 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

10 Anni di Adv in Italia in 3 Grafici

Non c’è ricerca che non indi­chi come la comu­ni­ca­zione tra pari, il pas­sa­pa­rola, sia ampia­mente il mezzo di comu­ni­ca­zione più effi­cace e quanto sem­pre meno valore abbiano gli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari clas­sici. In tre gra­fici l’andamento della comu­ni­ca­zione above the line nel nostro Paese.

Il totale del mer­cato cala di oltre il 30% negli ultimi 10 anni pas­sando, per i mezzi presi in con­si­de­ra­zione [*]  da 8240 milioni di euro nel 2004 a 5739.

Ana­liz­zando il det­ta­glio di cia­scun mezzo si evi­den­zia come, ad esclu­sione di Inter­net, il calo sia generalizzato.

La stampa [quo­ti­diani e perio­dici] si dimezza, con un calo del 54.9%. Nel 2004 gli inve­sti­menti per que­sto mezzo erano di 2891 milioni di euro, il 2014 si chiude a 1304. Anche la TV, regina sovrana da sem­pre della comu­ni­ca­zione d’impresa del bel­paese, perde il 22.9% pas­sando da 4551 a 3510 milioni di euro. La radio perde in dieci anni il 13.5% ed è, tra tutti, il mezzo che tiene meglio forse per­ché comun­que in parte com­ple­men­tare ad Inter­net ed in parte poi­ché le occa­sioni di frui­zione sono anche esclu­si­vi­ste; si pensi all’ascolto in auto. Crollo di cinema ed out­door [affis­sioni] che per­dono rispet­ti­va­mente il 57.8 ed il 73.3%

In que­sto sce­na­rio apo­ca­lit­tico la TV comun­que gua­da­gna quota pas­sando dal 55.2% del 2004 all’attuale 61.1%. Inter­net, che cre­sce del 408% nel decen­nio, vede aumen­tare la sua quota dal 1.4% nel 2004 al 8.2% del 2014.

Com­plice anche la peg­gior crisi dal dopo­guerra in poi la cre­scita degli inve­sti­menti sul Web, che apre il 2015 con un calo del 10%, non com­pensa asso­lu­ta­mente il calo degli altri mezzi.

Comun­que sia ora al cen­tro delle stra­te­gie del mar­ke­ting non sono più la TV e gli altri mezzi clas­sici ma “nuove” forme di comu­ni­ca­zione più per­so­na­liz­zate con i pub­blici di rife­ri­mento, con le per­sone. Qua­lun­que impresa, start up ed edi­tori, che pensi di basare il pro­prio modello di busi­ness sulla rac­colta pub­bli­ci­ta­ria cano­nica è avvisata.

[*]Per Inter­net ed Outo­door il peri­me­tro di rife­ri­mento varia negli anni.

RadioMonitor
Pubblicato il 19 febbraio 2015 by Stefano Chiarazzo, Pier Luca Santoro

RadioMonitor. La radio è viva, ma tanto bene non sta

Sono stati rila­sciati da Euri­sko i dati rela­tivi a 60mila inter­vi­ste dell’indagine Radio­Mo­ni­tor Cati con­dotte nel secondo seme­stre 2014. Il gra­fico sot­to­stante sin­te­tizza gli ascolti delle prin­ci­pali radio nazio­nali [pas­sando il mouse si visua­liz­zano i dati].

Il totale degli ascol­ta­tori radio­fo­nici in Ita­lia resta alto ma è dimi­nuto di 533.000 unità, dai 34.416.000 del 2° seme­stre 2013 ai 33.883.000 del 2° seme­stre 2014. Dove sono finiti? Pro­ba­bil­mente tra ripo­si­zio­na­menti dei grandi net­work – vedi l’operazione “svec­chia­mento” di Radio RAI – le offerte delle web radio e, soprat­tutto, feno­meni come Spo­tify pos­sono avere optato per una mag­gior per­so­na­liz­za­zione. La radio si ascolta sem­pre più dalla TV e da dispo­si­tivi mobili come smart­phone e tablet dove è in com­pe­ti­zione con altri ser­vizi “ruba-tempo”. Per quanto si possa essere, o meno, grandi sup­por­ter del mezzo radio­fo­nico non stu­pi­rebbe per­tanto una reale per­dita secca.

Se limi­tiamo la somma alle sole radio nazio­nali [al netto delle dupli­ca­zioni] vediamo che dal 2013 al 2014 hanno subito una per­dita totale di più di due milioni di ascol­ta­tori. Qui una pos­si­bile spie­ga­zione è che tale delta si sia river­sato sulle radio locali.

Leg­gendo i dati del secondo seme­stre, oltre al calo gene­ra­liz­zato di tutte le radio nazio­nali, ci hanno col­pito in par­ti­co­lare due risultati:

- Radio Ita­lia solo­mu­si­cai­ta­liana ha perso meno di RDS e Radio Dee­jay salendo così dal 4° al 2°. Mario Volanti, Edi­tore e Pre­si­dente Radio Ita­lia, ha sot­to­li­neato come “solo due anni fa il nostro distacco dalla seconda radio era di 1.150.000 ascol­ta­tori ed era­vamo in quinta posizione”;

- Radio 105 si con­ferma la seconda radio ita­liana per ascolto nel quarto d’ora medio – con­si­de­rato come misura della fedeltà dell’audience – dimez­zando il diva­rio con RTL 102.5 e aumen­tando il distacco dalla terza, la rivale Radio Deejay.

Insomma qual­cuno che fa un po’ meglio c’è. Cosa fare per inver­tire il trend? Pro­ba­bil­mente serve mag­gior corag­gio nella dif­fe­ren­zia­zione e spe­ri­men­ta­zione sia in ter­mini di palin­se­sti, con­te­nuti e talent scou­ting che nell’offrire ser­vizi rile­vanti e custo­miz­za­bili tra­mite web e mobile.

Visto il trend degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari nel 2014 che evi­den­zia una fles­sione infe­riore alla media, ed a molti altri medium, gli spazi di una ripresa non sono poi così imma­gi­ni­fici. Che la radio viva, ma torni in salute.

Mercato ADV 2014

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