marketing editoriale

Trasformazione Digitale
Posted on 24 giugno 2015 by Pier Luca Santoro

New[s] Business

Le reve­nues da ven­dite di copie in tutto il mondo, ita­lia inclusa, hanno supe­rato i ricavi dalla rac­colta pub­bli­ci­ta­ria nel mix dei publi­sher. Feno­meno che è impu­ta­bile più al crollo dell’advertising sulla stampa che a straor­di­na­rie per­for­mance nelle ven­dite che, di fatto, anche con le copie digi­tali e gli abbo­na­menti alla ver­sione online non rie­scono comun­que a pareg­giare i conti rispetto al passato.

È scritto alla prima pagina del bigino sulla ven­dita che quando non è pos­si­bile, e/o è troppo one­roso, lavo­rare oriz­zon­tal­mente, ovvero ampliare il parco clienti, l’alternativa logica è quella di ope­rare in maniera ver­ti­cale, ossia for­nire un mag­gior numero di prodotti/servizi al parco clienti trat­tanti, ai clienti esi­stenti. Dopo tanto rumore su come gene­rare nuovi ricavi per l’editoria pare che, final­mente, qual­cuno inizi a com­pren­dere que­sto con­cetto appa­ren­te­mente basico.

Il Mai­lOn­line, in col­la­bo­ra­zione con WPP e Sna­p­chat, lan­cia “Truf­fle Pig”, agen­zia di con­tent mar­ke­ting per offrire un’ampia gamma di ser­vizi nell’area della comu­ni­ca­zione d’impresa quali con­tent crea­tion, info­gra­fi­che, video, social media mana­ge­ment e molto altro ancora.

Jon Stein­berg, ceo di Daily Mail Nord Ame­rica ha com­men­tato: “Il maiale da tar­tufo trova un cibo raro e gustoso. Con la neces­sità di piani mar­ke­ting basati sullo sto­ry­tel­ling sui nostri siti e su quelli delle altre media com­pany e i nuovi for­mati di annunci come quelli di Sna­p­chat, i mar­chi hanno biso­gno di un maiale da tar­tufo. Siamo entu­sia­sti di lavo­rare con sigle lea­der a livello mon­diale, le loro agen­zie media e tutte le piat­ta­forme digi­tali per creare un’unica realtà dedi­cata al digi­tal marketing”.

Truf­fle Pig uti­liz­zerà DailyMail.com, Elite Daily e Sna­p­chat per testare le prime ini­zia­tive che saranno per ora svi­lup­pate sola­mente negli Stati Uniti ed uti­liz­ze­ranno il 3V video, i cui con­cetti sono rias­sunti nel video sot­to­stante dal CEO di Snapchat.

Con­tem­po­ra­nea­mente Les Echos, lunedi 22 giu­gno, ha annun­ciato il lan­cio di una piat­ta­forma digi­tale per ser­vizi alle imprese. Par­zial­mente finan­ziato dal fondo di Goo­gle — per la somma di 2 milioni di euro di un bilan­cio totale di circa 4 milioni — que­sta piat­ta­forma riu­ni­sce le offerte di ser­vizi per le imprese attual­mente pro­po­ste dal gruppo: il depo­sito di note legali con­sul­ta­zione di gara, ricer­che di mer­cato, stru­menti di comunicazione.

Lo svi­luppo di que­sta piat­ta­forma è anche emble­ma­tico del rapido svi­luppo del modello di busi­ness di Echoes, uno dei media che meglio sta affron­tando la tran­si­zione al digi­tale, con buona pace per chi pensa che Fre­de­ric Fil­loux , Mana­ging Direc­tor, Digi­tal Ope­ra­tions di Les Echos, dica bana­lità. Ser­vizi che attual­mente con­tri­bui­scono al 31% del fat­tu­rato del gruppo, con­tro il 12% nel 2011 [la pub­bli­cità pesa per il 30% e le ven­dite di con­te­nuti il 39%]. Il gruppo vuole rag­giun­gere, entro il 2018, il 50% dei ricavi gene­rati dai servizi.

Il gruppo ha modi­fi­cato passo dopo passo il suo busi­ness ori­gi­nale, le infor­ma­zioni eco­no­mi­che e finan­zia­rie, che potreb­bero diven­tare, a medio ter­mine, una quota di mino­ranza dell’attività sul modello del gruppo tede­sco Sprin­ger, per esempio.

Les Echos

Per for­tuna qual­cosa si muove anche nel pano­rama nazio­nale con RCS che ha recen­te­mente dato vita a NuMix Agency che aggrega, sotto la guida del Mana­ging Direc­tor Alceo Rapa­gna, Con­necto, cen­tro di com­pe­tenza di ser­vizi di mar­ke­ting below the line con l’obiettivo di affian­care le aziende nel pro­cesso di tra­sfor­ma­zione digi­tale,  RCS Live, area dedi­cata ai grandi eventi del gruppo RCS, e InPro­ject, unità dedi­cata a pro­getti mul­ti­me­diali su misura per le aziende, per for­nire, anche in que­sto caso, ser­vizi di comu­ni­ca­zione inte­grata a 360 gradi.

Insomma, dopo tanto par­lare di modelli di busi­ness 2.0 per i publi­sher, le ini­zia­tive in tal senso, final­mente, ini­ziano a fio­rire in ogni angolo del pia­neta. Ovvia­mente, dando per scon­tata la bontà dei ser­vizi offerti, la dif­fe­renza la farà la capa­cità delle reti ven­dita delle con­ces­sio­na­rie che dovranno tra­sfor­marsi da ven­di­tori di colonne e pixel in veri e pro­pri con­su­lenti di comu­ni­ca­zione. In caso di biso­gno siamo qui.

Trasformazione Digitale

How Old
Posted on 24 giugno 2015 by Pier Luca Santoro

Post-it

Le noti­zie di oggi su media e comu­ni­ca­zione che, secondo noi, non potete perdervi.

  • Press Release - Com’è fatto un vero comu­ni­cato stampa di Che­vro­let tra emoji e suc­ces­sive release non crip­tate. Interessante!
  • World­wide Mobile Inter­net Con­nec­tions — Il World Eco­no­mic Forum pub­blica gli ultimi dati dispo­ni­bili sulle con­nes­sioni ad Inter­net in mobi­lità. Nono­stante l’elevatissima con­cen­tra­zione di tele­fo­nini l’Italia è sotto la media OECD.
  • Nasce l’Instagram delle Noti­zie - Nasce Kite a cavallo tra l’aggregatore di noti­zie e il social net­work, con una spic­cata voca­zione al mobile, tra­sforma l’esperienza di navi­ga­zione del let­tore. Le rac­co­man­da­zioni non sono create da algo­ritmi ma dalle per­sone con cui ci col­le­ghiamo e/o seguiamo e la search nel bro­w­ser viene sosti­tuita dai social. Da tenere sotto osservazione.
  • Peri­scope — Dopo l’entusiasmo ini­ziale il buzz [e l’uso?] su Peri­scope sem­bra essersi note­vol­mente ridi­men­sio­nato. Comun­que sia, Nestle sarà il primo brand a lan­ciare delle social video clip uti­liz­zando Peri­scope. Espe­ri­mento da seguire.
  • Ricet­ta­zione - Al diret­tore del set­ti­ma­nale che acqui­stò e pub­blicò i cele­bri scatti “rubati” di Mr.B a Villa Cer­tosa in com­pa­gnia di “gio­vani ospiti”, non può essere con­te­stato il reato di ricet­ta­zione se manca la prova di un van­tag­gio eco­no­mico o di car­riera. La Cas­sa­zione annulla la con­danna della Corte d’Appello e rin­via per un nuovo giudizio.
  • Quo­ziente digi­tale — Ana­lisi di McKin­sey di 150 tra le prin­ci­pali mul­ti­na­zio­nali del mondo per veri­fi­care le buone pra­ti­che secondo 18 para­me­tri che danno ori­gine al “quo­ziente digi­tale”. Inte­res­santi sia i risul­tati che il det­ta­glio dei para­me­tri presi in considerazione.
  • Frodi nella Pub­bli­cità Online — Metà, o più, del display adv  che ad net­works, media buyers, e agen­zie hanno ven­duto ai loro clienti non è mai com­parso davanti ad un essere umano. Una frode che coin­volge ampia­mente anche gli edi­tori e che si stima valga la bel­lezza [si fa per dire] di 7.5 miliardi di dol­lari. Come fun­zioni e, soprat­tutto, come porvi rime­dio il più pos­si­bile, nell’arti­colo “The Alle­ged $7.5 Bil­lion Fraud in Online Advertising”

How Old

Altre noti­zie e segna­la­zioni su media e comu­ni­ca­zione nella nostra pagina Face­book e, ovvia­mente, su Twit­ter. Buona lettura.

Ricavi Aggregati editori
Posted on 18 giugno 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere Sulla Crisi dei Legacy Media

Dopo aver com­ple­tato il primo giro di ana­lisi e appro­fon­di­menti sui prin­ci­pali cin­que gruppi edi­to­riali quo­tati in borsa e pro­prie­tari di almeno un quo­ti­diano [Rcs media­group, Gruppo Espresso, Gruppo 24 Ore, Cal­ta­gi­rone Edi­tore e Poli­gra­fici Edi­tore] con focus mono­gra­fici diamo uno sguardo d’insieme  aggre­gando un po’ di dati per cer­care di capire l’andamento gene­rale di que­sto cam­pione di aziende edi­to­riali fon­da­men­tale per l’informazione in Italia.

generale1Ricavi

Come abbiamo visto per quasi tutti i sin­goli gruppi anche l’andamento della para­bola dise­gnata dal dato aggre­gato dei fat­tu­rati vede i ricavi cre­scere fino al 2007 per poi scen­dere in pic­chiata. Quindi sì, doves­simo dare una data dell’inizio della crisi sarebbe pro­prio il 2007 anno di svolta per l’andamento degli edi­tori ita­liani. Ed è una svolta che dà il via a una crisi vera, senza se e senza ma, la peg­giore subita dall’editoria ita­liana visto che tra i quasi 5 miliardi di euro che rap­pre­sen­tano il ver­tice del gra­fico del fat­tu­rato e i 2,6 miliardi del 2014 si deve regi­strare un –2,39 miliardi di euro che rap­pre­sen­tano una fles­sione del 48%. Ovvero in solo otto annua­lità si è, di fatto, dimez­zato il valore com­ples­sivo dei fat­tu­rati dei cin­que gruppi.

generale4Guar­dando al dif­fe­ren­ziale anno su anno l’annus hor­ri­bi­lis è stato il 2009 con una fles­sione secca sul 2008 di 730 milioni. Ana­liz­zando invece le sin­gole voci di ricavo si nota con molta evi­denza che il sistema dei ricavi è ancora sal­da­mente anco­rato sulla cop­pia diffusionale/pubblicità. Poco importa che que­sto sistema abbia evi­den­ziato tutti i pro­pri limiti, la com­po­si­zione delle sin­gole voci di ricavo nelle ultime cin­que annua­lità non cam­bia se non per spo­sta­menti mil­li­me­trici: gli “altri ricavi” fissi per tutti i cin­que anni al 14% del totale mostrano la scar­sis­sima incli­na­zione [inca­pa­cità?] nel diver­si­fi­care i ser­vizi e a non pen­sare “il gior­nale” come unico pro­dotto del pro­prio lavoro, come fanno la mag­gior parte degli edi­tori inter­na­zio­nali. Insomma l’organizzazione del sistema dei ricavi dei prin­ci­pali edi­tori ita­liani in balia della decre­scita [non felice] risulta mono­li­tica, immo­bile e imper­mea­bile al cam­bia­mento, nono­stante là fuori nel mondo dell’informazione quasi tutto sia cam­biato. Auguri!

generale2Digi­tale

Nono­stante il man­tra di docu­menti pro­gram­ma­tici e piani di svi­luppo di tutti i gruppi sia “rifo­ca­liz­zarsi sul digi­tale” nel con­creto il dato aggre­gato dei ricavi da digi­tale com­ples­sivi dopo una prima fase di cre­scita [ine­vi­ta­bile, va detto, visto che si par­tiva da zero] dopo una prima acce­le­rata durata tre annua­lità, nel 2013 pur in cre­scita sem­bra già in fre­nata e nel 2014 vede già una decre­scita rispetto all’anno pre­ce­dente. Dal 2010 [anno in cui l’indicazione dei ricavi da digi­tale appare con con­ti­nuità nei diversi docu­menti di bilan­cio] al 2012 i ricavi com­ples­sivi pas­sano dai 245 milioni di euro ai 330 milioni con tassi di cre­scita a dop­pia cifra, poi nel 2013 la cre­scita scende al 4% su anno pre­ce­dente e ne 2014 si regi­stra una fles­sione dell’11%. Nel com­plesso dei dati aggre­gati comun­que i ricavi da digi­tale sono pas­sati dal 6,8% dei ricavi totali del 2010 al 14,3% del 2013 per scen­dere al 13,8% del 2014. Insomma non esat­ta­mente quello che ci si potrebbe aspet­tare in que­sta fase sto­rica nella quale biso­gne­rebbe già dare per acqui­site deter­mi­nate quote di cre­scita dall’online e affron­tare seria­mente la mone­tiz­za­zione del traf­fico da mobile.

[Nota: i dati aggre­gati su digi­tale sono rela­tivi solo ai tre mag­giori gruppi Rcs Media­group, Gruppo Espresso e Gruppo 24 Ore per la sem­plice ragione che sono gli unici a indi­carli chia­ra­mente nei bilanci. D’altronde come già rile­vato negli altri gruppi la quota di ricavi da digi­tale è per loro stessa ammis­sione ad oggi del tutto mar­gi­nale, e comun­que va ricor­dato che i due gruppi Cal­ta­gi­rone e Poli­gra­fici rap­pre­sen­tano solo il 15% del fat­tu­rato totale.]

Taglio ai costi

Chi ha tagliato di più? Se guar­diamo alle ultime cin­que annua­lità in pro­por­zione indub­bia­mente il gruppo 24 Ore che, nono­stante sia per valore del fat­tu­rato il terzo dei cin­que edi­tori presi in con­si­de­ra­zione, in per­cen­tuale per quanto riguarda i costi gene­rali [-34%] è secondo solo a Rcs [che ne ha tagliati per il 40%] ed è primo per quanto riguarda il taglio dei costi del lavoro [-45%] e del per­so­nale [-42%]. Nel com­plesso di tutti i gruppi i costi sono dimi­nuiti di 1,2 miliardi di euro (i ricavi, lo ricor­diamo, sono dimi­nuiti nello stesso periodo di 1,5 miliardi), men­tre il costo del lavoro è com­ples­si­va­mente dimi­nuito di 776 milioni nei cin­que anni [di cui 275 milioni solo nel 2014].

Per quanto riguarda il taglio del per­so­nale dal 2010 al 2014 gli orga­nici medi sono dimi­nuiti di quasi 4mila dipen­denti [3.993 per la pre­ci­sione], pas­sando dalle 13.375 unità alle 9.382 dello scorso anno. Pro­prio nel 2014 è stato com­ples­si­va­mente fatto il taglio più con­si­stente: 1.173 dipen­denti in meno. I gior­na­li­sti nel mede­simo periodo hanno subito un taglio di 586 unità [197 nel 2013, 161 nel 2014] facen­dosi carico del 15% del taglio com­ples­sivo dei dipen­denti nei cin­que gruppi editoriali.

Guar­dando ai costi medi fac­ciamo ancora una volta notare come ai costanti tagli sia di costi del lavoro che di dipen­denti non cor­ri­sponda un anda­mento altret­tanto costante. In alcuni gruppi rile­viamo addi­rit­tura degli aumenti del costo medio segno evi­dente che il taglio si è abbat­tuto molto di più sul numero dei dipen­denti che non sul reale costo del lavoro.

Le nostre conclusioni

Se cer­ta­mente non si tratta di una situa­zione sem­plice, come dimo­strano anche i dati a livello inter­na­zio­nale, che l’industria dell’informazione nostrana abbia sin­tomi evi­denti di incan­cre­ni­mento è più di una sensazione.

Se si guarda a tutti i flop digi­tali di RCS, costati 66 milioni di euro solo nel 2014, alle idee sbal­late del numero uno della Poli­gra­fici Edi­to­riale, ed anche alla mala gestione della for­ma­zione obbli­ga­to­ria dei gior­na­li­sti e alle “spa­rate” della FIEG, tanto per citare alcuni dei mille pos­si­bili esempi, ci si rende conto di quanto e come si tratti di un sistema che di indu­striale e di mana­ge­riale ha dav­vero poco.

Si è ope­rato in que­sti anni sul taglio dei costi ma, ad oggi, poco o nulla è stato fatto sul fronte dei ricavi. I tagli occu­pa­zio­nali non hanno avuto un dise­gno pre­ciso in ter­mini di rior­ga­niz­za­zione del lavoro e di ristrut­tu­ra­zione orga­niz­za­tiva, sono stati solo gestione emer­gen­ziale e nulla più.

La ver­sione car­ta­cea dei quo­ti­diani, che rap­pre­senta ancora oggi il grosso dei ricavi come dimo­strano, anche, le nostre ana­lisi, non ha avuto la giu­sta atten­zione da dedi­care a quella che è la cash cow della stampa. L’informatizzazione delle edi­cole lan­gue in una legge disat­tesa da ormai tre anni alla quale era legata sia l’area di finan­zia­mento pub­blico ai gior­nali che i bene­fici di razio­na­liz­za­zione dei resi e di gestione delle infor­ma­zioni. Un aspetto che potrebbe, secondo le nostre stime, gene­rare un recu­pero con­tri­bu­tivo del 10% ripor­tando fuori dal rosso il com­parto e dando ossi­geno, cassa, per affron­tare con mag­gior sere­nità l’area digitale.

I piani indu­striali di recu­pero con­tri­bu­tivo e svi­luppo si scon­trano con realtà a due teste che non dia­lo­gano tra loro, o peg­gio si con­trap­pon­gono, vani­fi­cando ogni pos­si­bi­lità di buon esito degli stessi.

Le oppor­tu­nità pre­senti sono state tutte fatte sci­vo­lare via senza saperle cogliere, dalla gestione pro­fit­te­vole dei dati a nuove aree di busi­ness, quale ad esem­pio la rac­colta e gestione dell’ho.re.ca lasciata a Tri­pAd­vi­sor , gli errori com­messi vanno ben al di là di aspetti con­giun­tu­rali o di muta­menti di scenario.

La capa­cità di cam­bia­mento delle orga­niz­za­zioni gior­na­li­sti­che è troppo limi­tata. È ora che avvenga, final­mente, quello che tutti gli altri com­parti indu­striali hanno affron­tato, e risolto, negli anni ’90. 25 anni di ritardo, atte­nuati da assi­sten­zia­li­smo e “favori poli­tici”, sono un bonus che è arri­vata l’ora di pagare hic et nunc.

Reuters Starting Point for News
Posted on 16 giugno 2015 by Pier Luca Santoro

Digital News Report 2015

Il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism ha rila­sciato i risul­tati della quarta edi­zione del suo stu­dio annuale “Digi­tal News Report”, stu­dio sulle abi­tu­dini di con­sumo dell’informazione online/digitale in 12 nazioni, Ita­lia com­presa, basato su 20mila inter­vi­ste ad altret­tanti con­su­ma­tori di noti­zie online e focus group con­dotti online ed inte­grato con i con­tri­buti di auto­rità del set­tore quali Emily Bell.

Lo stu­dio, con­dotto tra gen­naio e feb­braio di quest’anno, prende in con­si­de­ra­zione sola­mente coloro che con­su­mano infor­ma­zione e che hanno accesso ad inter­net. Per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente il nostro Paese si tratta della nazione con la minor pene­tra­zione della Rete tra le dieci prese in con­si­de­ra­zione come mostra la sezione dedi­cata alla meto­do­lo­gia della ricerca. È esclusa quindi poco meno della metà della popo­la­zione italiana.

Il rap­porto si com­pone di 112 pagine. Come di abi­tu­dine, se il tema vi inte­ressa, che sia a titolo per­so­nale o pro­fes­sio­nale, con­si­glio cal­da­mente la let­tura inte­grale dello stu­dio al di là della mia per­so­nale sin­tesi ed inter­pre­ta­zione. Se siete di fretta invece, potete leg­gere la scheda di sin­tesi con focus al sistema media­tico dell’Italia e guar­dare il video sot­to­stante che sin­te­tizza in meno di due minuti i risul­tati prin­ci­pali a livello globale.

In 6 dei 12 Paesi presi in con­si­de­ra­zione dallo stu­dio il con­sumo d’informazione online, inclu­sivo dei social, supera quello tele­vi­sivo. Così non è per quanto riguarda l’Italia dove invece la tele­vi­sione regna sovrana. Il gra­fico sot­to­stante riporta il det­ta­glio di cia­scuna nazione. Si tratta dell’ennesima evi­denza, se neces­sa­rio, che rifarsi ad espe­rienze inter­na­zio­nali non sem­pre fun­ziona viste le pro­fonde differenze.

Reuters MAIN SOURCE OF NEWS

L’Italia una delle nazioni con il più basso indice di fidu­cia sull’informazione con solo il 35% delle per­sone che rispon­dono posi­ti­va­mente alla  domanda “I think you can trust most news most of the time”.

È con­fer­mato ampia­mente l’utilizzo dei social come fonte dalla quale appren­dere le noti­zie. Sono ovvia­mente Face­book e Twit­ter i due prin­ci­pali social con il primo — con un’audience molto ampia e gene­ra­li­sta — che viene usato pre­va­len­te­mente per altri scopi, a comin­ciare dal rela­zio­narsi con amici/conoscenti, ed il secondo che invece è uti­liz­zato da un pub­blico più spe­cia­liz­zato alla ricerca degli ultimi svi­luppi, delle novità, anche in campo informativo.

In cre­scita anche l’utilizzo di Wha­tsApp con l’Italia al terzo posto su 12 per l’utilizzo dell’applicazione di mes­sag­gi­stica istan­ta­nea per rice­vere noti­zie. In cre­scita anche la frui­zione di video come fonte d’informazione sia in gene­rale che in spe­ci­fico rife­ri­mento al nostro Paese.

Le noti­zie sono sem­pre più unbran­ded e la search ed i social diven­gono pre­po­ten­te­mente la porta d’ingresso ai siti web delle testate. In Ita­lia la search è la fonte di accesso alle noti­zie per il 66% dei rispon­denti [ancora con­vinti di voler fare la “guerra santa” a Goo­gle?], i social il 33%, men­tre l’accesso diretto ai new­sbrand è pra­ti­cato solo da un quinto delle persone.

Le noti­zie unbran­ded, senza marca distin­tiva, sono la deri­vata di una poli­tica scel­le­rata di gestione della marca con online che ha carat­te­ri­sti­che com­ples­si­va­mente non con­grue con quelle dell’omologa ver­sione car­ta­cea; in par­ti­co­lare in Ita­lia dove sono nette le dif­fe­renze. Per un pugno di click si svende la marca.

Reuters Starting Point for News

Come emerge distin­ta­mente dai dati Audi­web, il rap­porto con­ferma che i legacy media pre­val­gono su digi­tal born. In Ita­lia alla domanda su quale fonte d’informazione online sia stata uti­liz­zata nell’ultima set­ti­mana il 79% cita una testata tra­di­zio­nale e il 51% invece una all digi­tal. Tra i glo­bal new­sbrand nativi digi­tali Yahoo, MSN e Huf­f­Post sono i più citati ma restano comun­que rela­ti­va­mente mar­gi­nali, sem­pre al di sotto del 10% dei rispondenti.

L’infografica sotto ripor­tata rias­sume quali sono i new­sbrand ita­liani, online e offline, con la mag­gior pene­tra­zione a livello di uti­lizzo settimanale.

Reuters Scheda Italia

Il Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism seg­menta coloro che frui­scono d’informazione online in  tre tipo­lo­gie: i “casual users”, coloro che acce­dono all’informazione una volta al giorno o meno, che pesano il 34% del totale, i “daily brie­fers”, che come dice il nome acce­dono quo­ti­dia­na­mente all’informazione una o più volte nel corso della gior­nata e pesano il 45%, e i “news lovers”, per­sone che acce­dono all’informazione 5 o più volte nel corso della gior­nata e rap­pre­sen­tano il 21% del totale. In Ita­lia i “news lovers” sono il 17% e i “casual users” il 10%.

La frui­zione delle noti­zie si spalma abba­stanza uni­for­me­mente nell’arco della gior­nata con pic­chi alla mat­tina pre­sto ed in prima serata. L’accesso avviene pre­va­len­te­mente da casa, a pre­scin­dere dal device uti­liz­zato, circa un quarto lo fa dal lavoro e una parte mar­gi­nale invece men­tre è in movimento.

Le noti­zie nazio­nali, seguite da quelle inter­na­zio­nali e locali, sono al primo posto degli inte­ressi per tipo­lo­gia d’informazione in 10 nazioni su 12, ita­lia inclusa.

Nel nostro Paese il 51% degli inter­vi­stati afferma di aver pagato, di aver acqui­stato un gior­nale di carta. Per­cen­tuale che scende al 12% per quanto riguarda le news online/in for­mato digi­tale. Teo­ri­ca­mente l’Italia, dopo Dani­marca e Fin­lan­dia, è la nazione con la mag­gior pro­pen­sione al paga­mento delle noti­zie; vedendo le per­cen­tuali, net­ta­mente infe­riori, delle altre nazioni si capi­sce quanto neces­sa­ria sia un abbon­dante tara­tura tra dichia­rato e rea­liz­zato. In caso di dubbi basti vedere l’andamento effet­tivo delle ven­dite di copie digi­tali. La stra­grande mag­gio­ranza di coloro che pagano per le news online/digital, acqui­sta “one shot” [63%]. Ulte­riore ele­mento di rifles­sione come ho già avuto modo di sot­to­li­neare.

Reuters Pagamento News Online

L’Italia è tra le nazioni in cui le per­sone hanno una mag­giore pro­pen­sione ad uti­liz­zare i social per la frui­zione d’informazione. I milioni di fan alle pagine delle diverse testate, per come ven­gono gestiti, non ser­vono ad altro che ad ali­men­tare i ricavi di Zuc­ker­berg & Co. Basti vedere, in assenza di altri dati o di uti­lizzo di piat­ta­forme spe­ci­fi­che di moni­to­rag­gio, il rap­porto tra numero di fan, pur con tutte le tara­ture sulla reach effet­tiva, e gli accessi com­ples­sivi al sito web cor­ri­spon­dente della testata o, peg­gio, la ven­dita di copie car­ta­cee, per veri­fi­care quanto labile sia la relazione.

Il rap­porto chia­ri­sce come a fronte di un incre­mento dell’uso dei social come punto di sco­perta della noti­zie non vi sia invece un incre­mento nella par­te­ci­pa­zione. I social sono più un fil­tro di sele­zione che non una fonte d’informazione. Le noti­zie si con­di­vi­dono e si com­men­tano ancora oggi “face-to-face”.

Credo che vada com­ple­ta­mente rivi­sto, ribal­tato l’approccio. È meglio avere cen­ti­naia di migliaia di per­sone delle quali non si sa nulla, che non leg­gono e che com­men­tano a caso e fuori luogo o è meglio ridurre la quan­tità e sta­bi­lire una rela­zione, creare enga­ge­ment con coloro che interessano?

Per­so­nal­mente non credo pos­sano esserci dubbi sul pre­fe­rire la seconda scelta. Per un’ecologia dei social media ini­ziate, ini­ziamo, ad abbat­tere la fan base ed a capire cosa inte­ressa ai nostri let­tori, a misu­rare più il click trough che altri para­me­tri, a rela­zio­narci con loro, come ho già avuto modo di dire.

Reuters Partecipazione Social Notizie

Bilancio poligrafici
Posted on 11 giugno 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere sul Gruppo Poligrafici Editore

Con que­sta quinta pun­tata dedi­cata ai bilanci di Poli­gra­fici Edi­tore [la hol­ding che pub­blica QN Quo­ti­diano Nazio­nale, Il Giorno, La Nazione, il Resto del Car­lino, oltre a una serie di perio­dici] chiu­diamo il primo ciclo di ana­lisi sui gruppi edi­to­riali quo­tati in Borsa e pro­prie­tari di almeno un quo­ti­diano. Le altre pun­tate sono state dedi­cate a Rcs, Espresso-Repubblica, Gruppo 24 Ore e Cal­ta­gi­rone edi­tore.

Ricavi
poligraficiIl gra­fico dei ricavi di Poli­gra­fici Edi­tore pre­senta un anda­mento abba­stanza diverso dagli altri presi in ana­lisi: se quelli dise­gna­vano un para­bola ascen­dente fino alle annua­lità 2007/2008 e poi in discesa più o meno repen­tina fino ai giorni nostri quella del gruppo Poli­gra­fici potrebbe essere para­go­nata a una scala con una prima, breve fase di ascesa e alcuni momenti di sta­bi­lità sostan­zial­mente in peren­ne­mente in declino. I ricavi mas­simi regi­strati, nel periodo preso in con­si­de­ra­zione, sono rap­pre­sen­tati dai 340 milioni di euro del 2000, poi un anda­mento in sostan­ziale discesa anche se alcune annua­lità pre­sen­tano lievi riprese (com­presa anche l’ultima, il 2014 in cre­scita di 18 milioni rispetto al 2013). Il dif­fe­ren­ziale tra fat­tu­rato mas­simo (anno 2000, come detto) e quello del 2014 è rap­pre­sen­tato da un –133 milioni pari a una fles­sione del 39%: ovvero in tre lustri i ricavi sono dimi­nuiti di 2/5.

Chi è il “col­pe­vole” di que­sta fles­sione? Qui non è nem­meno neces­sa­rio para­me­trare il valore delle sin­gole voci di ricavo con la fles­sione totale per capire che la crisi della pub­bli­cità è pra­ti­ca­mente l’unica vera arte­fice di que­sta discesa [come del resto per Cal­ta­gi­rone, l’altro gruppo edi­to­riale a forte voca­zione locale]. Se infatti guar­diamo alle ultime cin­que annua­lità, la fles­sione dei ricavi pub­bli­ci­tari  [41,7 milioni], è addi­rit­tura supe­riore ai –33 milioni dei ricavi totali. Il dif­fu­sio­nale regge molto bene: i –5,7 milioni – dai 94,2 milioni del 2010 agli 87,8 del 2014 – sono una fles­sione minima vista l’emorragia di copie ven­dute di cui sof­fre l’editoria ita­liana. Ricavi dif­fu­sio­nali con­fer­mano la loro sta­bi­lità anche nelle ultime tre annua­lità con valori  sta­bili a circa 88 milioni. Aumen­tano gli “altri ricavi” che alle­viano così, nel periodo preso in con­si­de­ra­zione, la fles­sione dei ricavi con un +14,5 milioni otte­nuto gra­zie a diver­si­fi­ca­zione delle atti­vità e ser­vizi a terzi, ma anche a sostan­ziose plu­sva­lenze ope­rate dal gruppo [in par­ti­co­lare quella di 20 milioni rea­liz­zata nel 2014].

La crisi della pub­bli­cità
poligrafici2Il valore dei ricavi pub­bli­ci­tari dal 2010 al 2014  è dimi­nuito del 42%, guar­dando il gra­fico delle tre voci di ricavo vediamo come la “colonna” della pub­bli­cità – che svetta più alta delle altre due nel 2010 – cali e fini­sca quasi per dimez­zarsi men­tre le altre due riman­gono fisse [dif­fu­sio­nale] o addi­rit­tura aumen­tino [altri ricavi].

La Spe, la con­ces­sio­na­ria della pub­bli­cità del gruppo, che dallo scorso anno ha cam­biato nome in SpeeD [dove la D sta per digi­tale], dal 2011 regi­stra ogni anno una per­dita di bilan­cio. Che la strut­tura pre­po­sta a rac­co­gliere i ricavi da pub­bli­cità invece di rap­pre­sen­tare per il gruppo una risorsa sia nei fatti un costo è, ogget­ti­va­mente, un con­tro­senso che mette in tutta la sua evi­denza il limite del modello di busi­ness sul quale oggi si basano molte delle testate tra­di­zio­nali (la stra­grande mag­gio­ranza in Ita­lia, il “caso” Spe non è certo iso­lato). Tirate le somme di fine anno potremmo addi­rit­tura arri­vare a soste­nere che se negli ultimi quat­tro anni le testate di Poli­gra­fici non si fos­sero date la pena di rac­co­gliere pub­bli­cità e fos­sero uscite senza alcun tipo di adver­ti­se­ment il gruppo ne avrebbe bene­fi­ciato di circa 10 milioni [la somma delle per­dite regi­strate da Spe dal 2011 al 2014]. D’accordo la nostra è deci­sa­mente una let­tura bru­tale di que­sti numeri [i numeri quelli sono, però] e certo le scelte stra­te­gi­che pos­sono essere det­tate da altri fat­tori, da altre esi­genze, ma è evi­dente che un ripen­sa­mento di que­ste stra­te­gie è quanto mai neces­sa­rio quanto urgente per il gruppo [e nella rela­zione sul primo tri­me­stre 2015 la ten­denza è ancora con­fer­mata con fles­sioni sia rispetto al primo tri­me­stre 2013 che al primo tri­me­stre 2014].

Se la D della con­ces­sio­na­ria sta, come detto, per digi­tale, l’idea che se ne ha di aggre­gare con­te­nuti terzi sotto l’ombrello di Quotidiano.net con un peso di due terzi del totale dell’audience, spiace doverlo con­sta­tare, non è certo un esem­pio di trasparenza.

Taglio ai costi
I costi ope­ra­tivi del gruppo si sono man­te­nuti costanti, il taglio del 14% dal 2010 al 2014 non rap­pre­senta certo un taglio par­ti­co­lar­mente pesante, e nelle ultime tre annua­lità i costi ope­ra­tivi riman­gono sostan­zial­mente inva­riati a circa 100 milioni di euro.

poligrafici3Più deciso il taglio ai costi del lavoro: nelle ultime cin­que annua­lità i costi rela­tivi al pesro­nale sono dimi­nuiti del 22% dai 102 milioni del 2010 ai 79,15 del 2014  (valori com­pren­sivi degli incen­tivi all’esodo e pre­pen­sio­na­menti). Il per­so­nale medio è pas­sato dai 1.139 dipen­denti a tempo inde­ter­mi­nato del 2010 ai 936 del 2014 con una taglio pari a 203 dipen­denti (-18%). I gior­na­li­sti sono pas­sati dai 501 del 2010 ai 445 del 2014 ovvero un taglio dell’11%. Un taglio al per­so­nale con­fer­mato anche nell’ultima rela­zione tri­me­strale che vede un ulte­riore calo dell’organico medio a fine marzo 2015 di 31 dipen­denti rispetto a quelli del dicem­bre 2014. Il costo medio per dipen­dente è pas­sato dai 89.398 euro del 2010 ai 84.560 del 2014.

L’ad del gruppo, Andrea Rif­fe­ser Monti, all’approvazione del bilan­cio 2014, ha indi­cato come punti chiave delle stra­te­gie per il 2015 il con­te­ni­mento dei costi, incre­mento dei ricavi pub­bli­ci­tari, rin­novo della gra­fica e dei con­te­nuti edi­to­riali e inve­sti­menti su Inter­net. Se l’azione sul con­te­ni­mento dei costi, ed in par­ti­co­lare su quelli rela­tivi al costo del lavoro, risulta evi­dente degli altri, anche alla luce della tri­me­strale 2015, non vi è, a metà anno ormai, con­creta evidenza.

Se, come emerge con chia­rezza dalla nostra ana­lisi, i ricavi dif­fu­sio­nali sono il cuore delle reve­nues del gruppo pro­ba­bil­mente l’accento con­ti­nua­mente posto, e le pres­sioni fatte, dai ver­tici del gruppo sulla libe­ra­liz­za­zione della ven­dita non sono la strada cor­retta, sia per­chè i dati dimo­strano che un amplia­mento della distri­bu­zione, sia esso attra­verso la libe­ra­liz­za­zione degli eser­cizi com­mer­ciali auto­riz­zati alla ven­dita di gior­nali che attra­verso altri canali quali il digi­tale, non è con­di­zione suf­fi­ciente di per se stessa a garan­tire un aumento delle ven­dite, che, banal­mente, per lo scarso senso tat­tico di opporsi, di “fare la guerra” a chi gli garan­ti­sce red­dito: le edicole.

Se però, come dichia­rato, si ritiene che i ricavi pub­bli­ci­tari pos­sano essere il dri­ver dell’incremento delle reve­nues del gruppo, appare dav­vero insen­sata l’insistenza, ormai dal 2009, nel rego­la­men­tare la pre­senza dei gior­nali nel locali pub­blici. Qual­cuno, cor­te­se­mente, spie­ghi  al numero uno della Poli­gra­fici Edi­to­riale che dei gior­nali la sua con­ces­sio­na­ria vende le rea­der­ship, non le copie; forse non gli è chiaro, a quanto pare.

[Nota meto­do­lo­gica: i valori delle sin­gole voci, dove non spe­ci­fi­cato, sono quelli pun­tuali indi­cati anno per anno nei rela­tivi bilanci e non quelli ride­ter­mi­nati su base omo­ge­nea o riclas­si­fi­cati nei bilanci suc­ces­sivi (per essere più chiari: ad esem­pio, la voce ricavi del 2012 è quella indi­cata nel bilan­cio 2012 non quella even­tual­mente ride­ter­mi­nata suvc­ces­si­va­mente nel bilan­cio 2013)].

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