la repubblica

Fatturato_vs._Costi_Repubblica_1°_sem_2006_-_1°_sem_2015_fatturato_costi_operativi_e_personale_chartbuilder
Posted on 3 settembre 2015 by Lelio Simi

Qualche dato su Repubblica: quattro grafici sulla semestrale 2015

La pubblicazione della relazione semestrale del gruppo Espresso ci permette di vedere nel dettaglio i conti delle singole divisioni dell’editore. In particolare è interessante guardare ai numeri forniti sulla testata ammiraglia del gruppo: come è andata Repubblica nella prima metà dell’anno? Cosa ci dice la sua semestrale in confronto con quelle degli anni passati? Qual è il suo peso all’interno del gruppo Espresso?

Per questo abbiamo fatto alcuni grafici e delle analisi sulla divisione Repubblica che, ricordiamo, all’interno del gruppo Espresso gestisce l’attività della testata: l’edizione nazionale e le nove edizioni locali oltre ai supplementi Affari&Finanza, Il Venerdì e D. Per l’organizzazione interna che si è dato l’editore la divisione però – è bene precisare – non gestisce l’attività digitale relativa al quotidiano, il gruppo Espresso ha infatti creato al suo interno una divisione appositamente dedicata a gestire tutte le diverse attività digitali delle testate dell’editore.

Fatturato e confronto ricavi vs costiFatturato_vs._Costi_Repubblica_1°_sem_2006_-_1°_sem_2015_fatturato_costi_operativi_e_personale_chartbuilder

Non è certo una novità che la crisi dell’editoria di questi anni abbia ridotto notevolmente i fatturati e conseguentemente le aziende abbiano dovuto tagliare drasticamente i costi: ma quanto è grande la flessione dei ricavi e quanto si è dovuto tagliare nella divisione Repubblica? Guardando al grafico dello storico delle semestrali dal 2006 al 2015 vediamo che il fatturato del 2006 era di 304,4 milioni di euro, nel 2015 è 101,9 milioni.

Quindi la flessione è del 67%, ovvero, per dirla in altro modo, la divisione nelle ultime dieci annualità ha visto ridursi i ricavi poco più di due terzi.

Il differenziale semestre su semestre riferito invece alle ultime cinque annualità (ovvero tra 2011 e 2015) è di -57 milioni di euro, pari a un -36%, quello delle ultime tre (2013 -2015) è di -32 milioni di euro che in punti percentuale equivale a -24%. Una decrescita costante quindi, che non si ferma quest’anno visto che il confronto con il 2014 è negativo per 4,7 milioni (il 4% in meno).

I costi operativi e del personale hanno subito tagli in misura simile alla flessione dei ricavi: se nel 2006 i costi ammontavano a 248 milioni, nel 2014 sono pari a 97 milioni con un taglio del 61%. Il risultato è un margine operativo lordo che passa dai 56 milioni di euro del 2006 ai 5 milioni del 2015 e una reddittività (rapporto percentuale tra risultato operativo e fatturato) che nel medesimo periodo dal 16% scende al 4% e una marginalità (rapporto Mol e fatturato) che dal 18% si riduce al 4.5%.

Valore della divisione Repubblica nel Gruppo Espresso

repubblica_espresso3

Quanto pesa all’interno del gruppo la divisione Repubblica? Se come parametro confrontiamo i fatturati delle semestrali dichiarati dai bilanci vediamo che il “peso” di Repubblica è in netto calo: se nel 2006 il rapporto in punti percentuali tra ricavi di Repubblica e quelli complessivi del gruppo Espresso era del 51% dieci anni dopo è del 33%.

La divisione sembra, inoltre, soffrire la crisi più del gruppo di riferimento: se confrontiamo la flessione del fatturato vediamo infatti che quella di Repubblica è, come detto, del -67% nel dieci anni 20006-2015, quello del gruppo è del -49%. Così anche nel confronti delle ultime tre annualità: -24% la flessione dei ricavi di Repubblica, -17% quella del gruppo. Solo nel confronto tra le ultime due annualità Repubblica deve pagare dazio alla crisi in misura minore rispetto al gruppo Espresso: -4% contro il -8% della casa madre.

Repubblica_espresso

È bene precisare ancora una volta che alla divisione Repubblica non sono attribuiti i numeri del digitale che sicuramente gioverebbero al suo bilancio, visto che in gran parte possono essere attribuiti proprio alla testata. Va detto però che guardando ai ricavi di questo semestre la divisione digitale nel suo complesso totalizza 26,5 milioni di euro di fatturato. Ovvero solo un 8,7% sul totale del gruppo, con crescita decisamente in frenata: appena 0,2 milioni in più dello scorso anno. Numeri che, ci sembra, non possano cambiare nella sostanza le nostre analisi di fondo sull’andamento economico di Repubblica.

Divisione Repubblica confronto 1° semestre 2006 – 1° semestre 2015

Ecco infine sintetizzati in una tabella i numeri relativi al confronto tra l’ultima semestrale e quella di dieci annualità precedenti: una tendenza sul lungo periodo che, secondo noi, fotografa bene l’andamento di uno dei due maggiori quotidiani italiani nell’arco temporale che coincide con gli anni più neri della crisi editoriale di casa nostra.

scheda_repubblica

[nota: I dati completi relativi ai grafici presenti in questo articolo sono scaricabili a questo link (Google Drive)]

espresso
Posted on 21 maggio 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere sul Gruppo Espresso

Dopo Rcs continuiamo le nostre analisi sui bilanci dei maggiori gruppi editoriali italiani, approfondendo lo sguardo su Repubblica per occuparci del Gruppo Espresso nel suo insieme.

I Ricavi
Lo storico del fatturato preso in considerazione, dal 1997 ad oggi, segna una parabola che ha come vertice le annualità 2006 e 2007 con ricavi intorno ai 1.100 milioni di euro, poi la discesa costante che ha portato il fatturato nel 2014 per la prima volta sotto il livello del 1997 [quasi tre lustri prima, quando i bilanci si facevano ancora in lire].

Se per Rcs abbiamo scritto che il “colpevole” principale della flessione dei ricavi è il declino dei diffusionali per il gruppo Espresso invece è la crisi degli investimenti pubblicitari [che rappresentano per il gruppo circa il 60% dei ricavi totali] a incidere maggiormente sulla diminuzione dei fatturati. Se infatti analiziamo le ultime tre annualità il differenziale tra 2012 e 2014 registrato dai ricavi pubblicitari è pari a -107 milioni contro il -169 milioni segnato dal fatturato totale. Fatta 100 la flessione ricavi del gruppo quindi la crisi della pubblicità incide per il 65% mentre i diffusionali incidono – nel medesimo periodo – solo per il 17%. Poco cambia se si analizzano le ultime cinque annualità con una responsabilità sulla flessione del fatturato pari al 67% per la pubblicità e del 14% per i diffusionali.

C’è da dire che anche la flessione dei “ricavi diversi”, che comprendono i collaterali [in netto declino dal 2010 al 2014 sono dimezzati: da 66 a 33 milioni] pesa per un 18% sia considerando le ultime cinque annualità sia considerando le ultime tre. Probabilemte in questa voce dovrebbero essere inserite con più decisione, ma questo vale per tutti i gruppi italiani, attività come quelle di content marketing e servizi ad aziende e sponsor come stanno facendo, con profitto, molte altre grandi testate straniere come New York Times e Guardian con l’attivazione di dipartimenti appositamente dedicati.

[nota a margine: Una necessità, quella di diversificare maggiormente le attività e le voci di ricavo, che si avverte anche dai numeri dei bilanci – certo non solo quelli del gruppo Espresso – con un sistema dei ricavi basato tutto sulla coppia diffusione/pubblicità che segnala evidenti limiti anche per il futuro e un digitale che, in Italia, stenta a prendere il volo].

Repubblica e le altre divisioni
Guardando ai bilanci delle singole divisioni nel periodo dal 2010 al 2014 colpisce il rapporto tra ricavi e costi di Repubblica: se la curva dei costi cala gradualmente quella dei ricavi dell’ammiraglia del gruppo – che nel 2010 si trovava sopra a quella dei costi di 43 milioni – ha una flessione decisamente più marcata e repentina tanto che nel 2013 il margine operativo lordo è negativo per 1,4 milioni per poi rivedere la “luce” nell’ultimo anno di bilancio tornando positivo per 5,1 milioni.
La divisione Periodici [quella che gestisce le attività dell’Espresso oltre che di National Geographic, Limes, Micromega e le Guide dell’Espresso] è invece in perenne “apnea” con la linea dei ricavi costantemente al di sotto di quella dei costi e un risultato operativo negativo in tutte le ultime cinque annualità. Molto meglio Quotidiani Locali e Digitale: le due divisioni mantengono un equilibrio costi/ricavi più o meno costante nel tempo con risultato operativo, anche se inevitabilmente in flessione [la crisi c’è e si vede], comunque positivo nell’arco di tempo preso in considerazione.

Positività di bilancio che però va ben interpretata. Infatti il gruppo Espresso-Repubblica, come emerge anche dalla trimestrale 2015, tra gli intan­gi­ble assets, tra le capi­ta­liz­za­zioni, mette a bilan­cio 480 milioni di euro come valore dei mar­chi delle testate di pro­prietà del gruppo. Immobilizzazioni immateriali che, siamo certi che valga altret­tanto per gli altri editori, difficilmente all’ora della eventuale messa in vendita sarebbero effettivamente riconosciuto come, banalmente, testimonia la vendita  a Bezos del The Washing­ton Post, e le testate “minori” diret­ta­mente con­trol­late dal quo­ti­diano, pagate 187 milioni di euro.

Sulla divisione Digitale c’è da precisare che nell’organizzazione del gruppo le è stata affidata in toto la gestione, per la propria area di attività, di tutti i brand del gruppo. A differenza dei valori forniti ad esempio da Rcs quindi i ricavi delle divisioni del gruppo Espresso sono scorporati dai ricavi da digitale [e se aggregati ne benifecerebbero soprattutto i conti di Repubblica]. Il digitale raddoppia il suo peso sul totale del fatturato: dal 4,2% del 2010 all’8,2% del 2014, ma una quota sotto il 10% per un gruppo come l”Espresso è comunque, ci permettiamo di notare, al di sotto delle aspettative. Su questo punto se guardiamo solo a Repubblica invece le cose migliorano con un, buon, contributo dell’online sui ricavi pubblicitari – pari al 25% – e un [meno buono] 10% sulle revenue del diffusionale, come evidenzia anche la chart nella pre­sen­ta­zione dei risul­tati e delle stra­te­gie del gruppo.

I tagli ai costi
A quanto ammontano i tagli operati dal gruppo? I costi operativi [non abbiamo trovato nei bilanci una voce che li indicasse esplicitamente quindi li abbiamo calcolati sottraendo al fatturato totale il margine operativo lordo] sono scesi dai 738 milioni del 2010 ai 584 del 2014 per un taglio complessivo nelle ultime cinque annualità di 154 milioni. Dati alla mano i tagli più consistenti sono stati operati negli ultimi due anni [62 milioni nel 2013 e 64 milioni nel 2014, ovvero quasi tre volte rispetto al taglio di 23 milioni del 2012].

Per quanto riguarda gli organici, il costo del lavoro del gruppo, nel periodo 2010-2014, ha subito un taglio complessivo di 35 milioni. I dipendenti a fine esercizio nel 2010 erano 2.789 quelli a fine 2014 sono 2.310 un taglio complessivo nei cinque anni di 479 dipendenti [siamo vicino a un taglio medio annuale di 100 dipendenti]. Sorprende però vedere che, nonostante i costanti e regolari tagli, il valore medio del costo per dipendente non segua una dimunuzione altrettanto costante e regolare ma anzi cresca dai 99.800 euro del 2010 ai 102.000 del 2012 e 2013, e solo nell’ultima annualità subisca una flessione tornando sostanzialmente ai livelli di cinque anni prima; insomma, come si suol dire, tanto rumore per nulla.

Una situazione che riguarda tutto il comparto, come emergeva già dal rap­porto rea­liz­zato dalla FIEG, in cui gli investimenti per il futuro languono pericolosamente. Basti pensare che nel primo trimestre del 2015 gli investimenti netti del periodo sono stati pari a 0,3 milioni di euro.

È chiaro che il futuro offre grandi oppor­tu­nità. È anche dis­se­mi­nato di tra­boc­chetti. Il trucco con­si­ste nell’evitare i tra­boc­chetti, pren­dere al balzo le oppor­tu­nità e rien­trare a casa per l’ora di cena, diceva Woody Allen in Effetti col­la­te­rali. Forse è pro­prio quello che si tratta di fare.

[Nota meto­do­lo­gica: i valori delle sin­gole voci, dove non spe­ci­fi­cato, sono quelli pun­tuali indi­cati anno per anno nei rela­tivi bilanci e non quelli ride­ter­mi­nati su base omo­ge­nea o riclas­si­fi­cati nei bilanci suc­ces­sivi (per essere più chiari: ad esem­pio, la voce ricavi del 2012 è quella indi­cata nel bilan­cio 2012 non quella eventualmente ride­ter­mi­nata suvc­ces­si­va­mente nel bilan­cio 2013)].

Immigrati La Stampa FB
Posted on 28 novembre 2014 by Pier Luca Santoro

Esempi Virtuosi & Cattive Pratiche

Un paio di giorni fa La Stampa ha pubblicato “Il nuovo galateo de La Stampa su Facebook”, netiquette per immagini dedicata alla community del giornale che riprende, rendendoli visivamente, le linee guida per Facebook, e più in generale per i social, che avevo scritto quando ad inizio anno ho collaborato con il quotidiano in questione in qualità di “temporary social media editor”.

Linee guida che, se si escludono gli aspetti più ovvi quali insulti etnici, commenti offensivi o diffamatori e oscenità, sono una “netiquette” che faccia da base comune per un confronto costruttivo e che, infatti, sin dai primi commenti, è stata accolta positivamente nel complesso. Si tratta insomma della base affinché il dialogo sia tale con la comunità di riferimento.

Immigrati La Stampa FB

A distanza di quasi un anno ormai dalla sua implementazione, e dalla relativa gestione e moderazione su tale base, La Stampa resta l’unico dei quotidiani nazionali o pluriregionali ad aver seguito questa strada ed i risultati si vedono.

È il caso, giusto per avere degli esempi concreti di riferimento tra quelle che sono le testate online con il maggior traffico, con il maggior numero di utenti unici nel giorno medio, di Repubblica, del Corriere della Sera , di TGCom24 [che ha un social media policy ben nascosta], che quotidianamente ricevono contestazioni alle notizie fornite, accumulano innumerevoli commenti con ingiurie, minacce, parolacce, danno spazio a xenofobia e razzismo, e molto altro ancora, senza che nessuno moderi, intervenga, lasciando l’arena al caso come se non appartenesse, come se quello spazio non  fosse proprio e non costituisse parte del proprio brand, della propria realtà dalla quale appaiono completamente alienati.

Stupro

É sempre proprio La Stampa a [di]mostrare – vedasi post sotto riportato, e relativi commenti sia da parte dei lettori che, soprattutto, del social media team del quotidiano – che è possibile intervenire, dialogare, nel senso proprio del termine.

Il problema, lo ribadisco, NON è l’algoritmo di Facebook. Il problema è che nella stragrande maggioranza delle testate nella pratica l’idea di community management è ampiamente sottovalutata o forse, peggio ancora, sconosciuta. Auguri!

Repubblica Social Ad Comments
Posted on 23 ottobre 2014 by Pier Luca Santoro

Social Ads De Noantri

Riprende la rubrica mensile “de noantri” dedicata al meglio del peggio, alle cattive pratiche, non tanto per puntare il dito con fare accusatorio quanto per spronare a fare di meglio.

È oggi la volta dei social ads, dell’advertising sui social e ovviamente in particolare su Facebook. Lo spunto viene fornito da la Repubblica che promuove appunto con questo format l’abbonamento alla propria versione digitale.

Repubblica Social Ad FB

 

Evidentemente la gestione dell’annuncio pubblicitario non deve essere stata affidata ad un professionista degno di questo nome se si considera che, pur essendo attivo dal 26 di settembre, in circa un mese “piace” a sole 88 persone. È chiaro che la selezione del target dell’annuncio è stata fatta senza la necessaria cura, in maniera troppo generale.

Aspetto che emerge con ancor maggior chiarezza leggendo i 22 commenti [a questo momento]. Commenti che sono tutti di insulti, di spregio nei confronti del quotidiano, chiaro segno che l’annuncio è stato mostrato a persone a cui non piace. Ulteriore segno di debolezza nella gestione per un quotidiano la cui pagina Facebook piace alla bellezza di quasi due milioni di persone.

Repubblica Social Ad Comments

Commenti che ancora una volta [sigh!] non vengono moderati, gestiti, nonostante contengano scurrilità di vario genere, come ahimè succede anche per la pagina Facebook stessa del giornale.

Non sarà un caso se tra i casi di successo che Facebook propone nella propria sezione business, quella dedicata agli inserzionisti, non vi sia nessuno dei media ma siano presenti solo imprese di altri settori.

Settori che quando pianificano delle campagne su Facebook rispondono ai commenti che vengono fatti dalle persone, gestiscono le obiezioni che vengono mosse, dialogano a tono, dimostrando che esiste la possibilità di farlo, volendo.

In uno dei tanti articoli, di oltre due anni fa, che compaiono in Rete sul social media marketing viene tra le altre cose scritto: “If you don’t know the people, or don’t care, it’s probably not social media. It’s just media. It doesn’t matter if it’s created by an individual or a corporation”. 

Mi pare un’ottima sintesi di come la stragrande maggioranza delle testate del nostro Paese gestiscono la loro presenza sui social, inclusa quella a pagamento. I social ads de noantri…

Bonus track quello da fare e da non fare, appunto, con gli ads su Facebook.

- clicca per accedere alla versione interattiva -
Posted on 13 dicembre 2013 by Pier Luca Santoro

La Specializzazione Paga

Sono stati diffusi all’inizio di questa settimana i dati ADS con le vendite, secondo quanto dichiarato dagli editori, di ciascun quotidiano.

Human Highway, da quando ADS ha iniziato, al principio di quest’anno, a pubblicare anche le copie digitali sta facendo un utile servizio di raccolta e visualizzazione dei dati.

Nella lettura dei dati pubblicati alcune avvertenze d’uso possono essere di ausilio per la corretta interpretazione degli stessi. Come mostra la tabella sottostante, i due quotidiani che vendono il maggior numero di copie digitali, «Il Sole24Ore» e «Il Corriere della Sera», hanno una incidenza non trascurabile delle vendite in bundle, in abbinamento carta+digitale, che per il quotidiano di Confindustria pesano il 37.5%% del totale delle copie digitali, e per la testata di [ex?] Via Solferino rappresentano il 18.3%.

- Fonte: ADS Ottobre 2013 / Clicca per Ingrandire /

– Fonte: ADS Ottobre 2013 / Clicca per Ingrandire –

Non sono trascurabili nemmeno le vendite di copie multiple digitali che per i due quotidiani economico- finanziari e per i due “big players”[Corsera & Repubblica] hanno un-incidenza significativa rispetto al totale.

Osservando il trend di vendite delle copie digitali dal gennaio 2013 ad oggi si nota come siano «Il Sole24Ore», primo in assoluto con 103mila copie [pari al 40% del totale delle vendite] e «Italia Oggi», i cui valori di abbonamenti digitali sono ormai quasi pari a quelli per la versione cartacea, i due quotidiani che mostrano la maggior dinamicità ed  ed il maggior tasso di crescita mentre per tutte le altre testate dopo lo sprint iniziale è “calma piatta”

Resta un caso da osservare con attenzione «L’Unione Sarda» che pur avendo la sola edizione online⁄digitale a metà prezzo vende la stragrande parte delle copie in bundle, in abbinata, con il ritiro della copia cartacea in edicola.

La carta rinforza il digitale [e viceversa] e la specializzazione paga?  Parrebbe proprio di si.

- clicca per accedere alla versione interattiva -

– clicca per accedere alla versione interattiva –

A margine si segnala che i dati ADS con la spaccatura per provincia, che consentono di verificare le numerose distorsioni del sistema, sono fermi a dicembre 2012 e dopo tale data è  disponibile solo il dato del totale Italia. Gatta ci cova?  Approfondiremo a breve.

Older Posts
Vai alla barra degli strumenti