la repubblica

Immigrati La Stampa FB
Pubblicato il 28 novembre 2014 by Pier Luca Santoro

Esempi Virtuosi & Cattive Pratiche

Un paio di giorni fa La Stampa ha pub­bli­cato “Il nuovo gala­teo de La Stampa su Face­book”, neti­quette per imma­gini dedi­cata alla com­mu­nity del gior­nale che riprende, ren­den­doli visi­va­mente, le linee guida per Face­book, e più in gene­rale per i social, che avevo scritto quando ad ini­zio anno ho col­la­bo­rato con il quo­ti­diano in que­stione in qua­lità di “tem­po­rary social media editor”.

Linee guida che, se si esclu­dono gli aspetti più ovvi quali insulti etnici, com­menti offen­sivi o dif­fa­ma­tori e osce­nità, sono una “neti­quette” che fac­cia da base comune per un con­fronto costrut­tivo e che, infatti, sin dai primi com­menti, è stata accolta posi­ti­va­mente nel com­plesso. Si tratta insomma della base affin­ché il dia­logo sia tale con la comu­nità di riferimento.

Immigrati La Stampa FB

A distanza di quasi un anno ormai dalla sua imple­men­ta­zione, e dalla rela­tiva gestione e mode­ra­zione su tale base, La Stampa resta l’unico dei quo­ti­diani nazio­nali o plu­ri­re­gio­nali ad aver seguito que­sta strada ed i risul­tati si vedono.

È il caso, giu­sto per avere degli esempi con­creti di rife­ri­mento tra quelle che sono le testate online con il mag­gior traf­fico, con il mag­gior numero di utenti unici nel giorno medio, di Repub­blica, del Cor­riere della Sera , di TGCom24 [che ha un social media policy ben nasco­sta], che quo­ti­dia­na­mente rice­vono con­te­sta­zioni alle noti­zie for­nite, accu­mu­lano innu­me­re­voli com­menti con ingiu­rie, minacce, paro­lacce, danno spa­zio a xeno­fo­bia e raz­zi­smo, e molto altro ancora, senza che nes­suno moderi, inter­venga, lasciando l’arena al caso come se non appar­te­nesse, come se quello spa­zio non  fosse pro­prio e non costi­tuisse parte del pro­prio brand, della pro­pria realtà dalla quale appa­iono com­ple­ta­mente alienati.

Stupro

É sem­pre pro­prio La Stampa a [di]mostrare — vedasi post sotto ripor­tato, e rela­tivi com­menti sia da parte dei let­tori che, soprat­tutto, del social media team del quo­ti­diano - che è pos­si­bile inter­ve­nire, dia­lo­gare, nel senso pro­prio del termine.

Il pro­blema, lo riba­di­sco, NON è l’algoritmo di Face­book. Il pro­blema è che nella stra­grande mag­gio­ranza delle testate nella pra­tica l’idea di com­mu­nity mana­ge­ment è ampia­mente sot­to­va­lu­tata o forse, peg­gio ancora, sco­no­sciuta. Auguri!

Repubblica Social Ad Comments
Pubblicato il 23 ottobre 2014 by Pier Luca Santoro

Social Ads De Noantri

Riprende la rubrica men­sile “de noan­tri” dedi­cata al meglio del peg­gio, alle cat­tive pra­ti­che, non tanto per pun­tare il dito con fare accu­sa­to­rio quanto per spro­nare a fare di meglio.

È oggi la volta dei social ads, dell’advertising sui social e ovvia­mente in par­ti­co­lare su Face­book. Lo spunto viene for­nito da la Repub­blica che pro­muove appunto con que­sto for­mat l’abbonamento alla pro­pria ver­sione digitale.

Repubblica Social Ad FB

 

Evi­den­te­mente la gestione dell’annuncio pub­bli­ci­ta­rio non deve essere stata affi­data ad un pro­fes­sio­ni­sta degno di que­sto nome se si con­si­dera che, pur essendo attivo dal 26 di set­tem­bre, in circa un mese “piace” a sole 88 per­sone. È chiaro che la sele­zione del tar­get dell’annuncio è stata fatta senza la neces­sa­ria cura, in maniera troppo generale.

Aspetto che emerge con ancor mag­gior chia­rezza leg­gendo i 22 com­menti [a que­sto momento]. Com­menti che sono tutti di insulti, di spre­gio nei con­fronti del quo­ti­diano, chiaro segno che l’annuncio è stato mostrato a per­sone a cui non piace. Ulte­riore segno di debo­lezza nella gestione per un quo­ti­diano la cui pagina Face­book piace alla bel­lezza di quasi due milioni di persone.

Repubblica Social Ad Comments

Com­menti che ancora una volta [sigh!] non ven­gono mode­rati, gestiti, nono­stante con­ten­gano scur­ri­lità di vario genere, come ahimè suc­cede anche per la pagina Face­book stessa del giornale.

Non sarà un caso se tra i casi di suc­cesso che Face­book pro­pone nella pro­pria sezione busi­ness, quella dedi­cata agli inser­zio­ni­sti, non vi sia nes­suno dei media ma siano pre­senti solo imprese di altri settori.

Set­tori che quando pia­ni­fi­cano delle cam­pa­gne su Face­book rispon­dono ai com­menti che ven­gono fatti dalle per­sone, gesti­scono le obie­zioni che ven­gono mosse, dia­lo­gano a tono, dimo­strando che esi­ste la pos­si­bi­lità di farlo, volendo.

In uno dei tanti arti­coli, di oltre due anni fa, che com­pa­iono in Rete sul social media mar­ke­ting viene tra le altre cose scritto: “If you don’t know the peo­ple, or don’t care, it’s pro­ba­bly not social media. It’s just media. It doesn’t mat­ter if it’s crea­ted by an indi­vi­dual or a corporation”. 

Mi pare un’ottima sin­tesi di come la stra­grande mag­gio­ranza delle testate del nostro Paese gesti­scono la loro pre­senza sui social, inclusa quella a paga­mento. I social ads de noantri…

Bonus track quello da fare e da non fare, appunto, con gli ads su Facebook.

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Pubblicato il 13 dicembre 2013 by Pier Luca Santoro

La Specializzazione Paga

Sono stati dif­fusi all’inizio di que­sta set­ti­mana i dati ADS con le ven­dite, secondo quanto dichia­rato dagli edi­tori, di cia­scun quotidiano.

Human High­way, da quando ADS ha ini­ziato, al prin­ci­pio di quest’anno, a pub­bli­care anche le copie digi­tali sta facendo un utile ser­vi­zio di rac­colta e visua­liz­za­zione dei dati.

Nella let­tura dei dati pub­bli­cati alcune avver­tenze d’uso pos­sono essere di ausi­lio per la cor­retta inter­pre­ta­zione degli stessi. Come mostra la tabella sot­to­stante, i due quo­ti­diani che ven­dono il mag­gior numero di copie digi­tali, «Il Sole24Ore» e «Il Cor­riere della Sera», hanno una inci­denza non tra­scu­ra­bile delle ven­dite in bundle, in abbi­na­mento carta+digitale, che per il quo­ti­diano di Con­fin­du­stria pesano il 37.5%% del totale delle copie digi­tali, e per la testata di [ex?] Via Sol­fe­rino rap­pre­sen­tano il 18.3%.

- Fonte: ADS Ottobre 2013 / Clicca per Ingrandire /

- Fonte: ADS Otto­bre 2013 / Clicca per Ingrandire -

Non sono tra­scu­ra­bili nem­meno le ven­dite di copie mul­ti­ple digi­tali che per i due quo­ti­diani eco­no­mico– finan­ziari e per i due “big players”[Corsera & Repub­blica] hanno un-incidenza signi­fi­ca­tiva rispetto al totale.

Osser­vando il trend di ven­dite delle copie digi­tali dal gen­naio 2013 ad oggi si nota come siano «Il Sole24Ore», primo in asso­luto con 103mila copie [pari al 40% del totale delle ven­dite] e «Ita­lia Oggi», i cui valori di abbo­na­menti digi­tali sono ormai quasi pari a quelli per la ver­sione car­ta­cea, i due quo­ti­diani che mostrano la mag­gior dina­mi­cità ed  ed il mag­gior tasso di cre­scita men­tre per tutte le altre testate dopo lo sprint ini­ziale è “calma piatta”

Resta un caso da osser­vare con atten­zione «L’Unione Sarda» che pur avendo la sola edi­zione online⁄digitale a metà prezzo vende la stra­grande parte delle copie in bundle, in abbi­nata, con il ritiro della copia car­ta­cea in edicola.

La carta rin­forza il digi­tale [e vice­versa] e la spe­cia­liz­za­zione paga?  Par­rebbe pro­prio di si.

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A mar­gine si segnala che i dati ADS con la spac­ca­tura per pro­vin­cia, che con­sen­tono di veri­fi­care le nume­rose distor­sioni del sistema, sono fermi a dicem­bre 2012 e dopo tale data è  dispo­ni­bile solo il dato del totale Ita­lia. Gatta ci cova?  Appro­fon­di­remo a breve.

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Pubblicato il 27 novembre 2013 by Pier Luca Santoro

Il Futuro di Giornalismo e Giornalisti

Venerdì 16 novem­bre scorso, all’interno dell’inserto dedi­cato al mondo del lavoro di «la Repub­blica», è stato pub­bli­cato un mio arti­colo di sin­tesi e ana­lisi dello sce­na­rio dell’informazione tra carta e Web [vedi imma­gine — 1 di 8 pagine — non auto­riz­zata riproduzione].

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All’interno di que­sto sono state pub­bli­cate due inter­vi­ste, rea­liz­zate dal sot­to­scritto, sul futuro del gior­na­li­smo e dei gior­na­li­sti a Marco Bar­dazzi, Capo­re­dat­tore Digi­tale del quo­ti­diano «La Stampa», ed a Ciro Pel­le­grino, gior­na­li­sta del quo­ti­diano all digi­tal Fan­page e respon­sa­bile del coor­di­na­mento Gior­na­li­sti Pre­cari Campani.

Per ragioni di spa­zio una parte delle inter­vi­ste è stata tagliata. Ho otte­nuto il per­messo alla pub­bli­ca­zione inte­grale delle inter­vi­ste e credo che, stante la pos­si­bi­lità, sia utile ed oppor­tuno pro­porle poi­chè da due pro­spet­tive diverse offrono uno spac­cato tanto qua­li­fi­cato quanto inte­res­sante, in entrambi i casi, sul futuro pros­simo ven­turo dell’informazione nel nostro Paese.

L’intervista a Marco Bar­dazzi si foca­lizza sull’ evo­lu­zione del gior­na­li­smo e le nuove pro­fes­sio­na­lità richie­ste, men­tre quella a Ciro Pel­le­grino verte prin­ci­pal­mente su evo­lu­zione del Gior­na­li­smo, pre­ca­riato e freelance.

Buona let­tura.

Inter­vi­sta Marco Bardazzi

  1. Qual’è l’impatto dei media digi­tali sul gior­na­li­smo? 

Si abusa spesso del ter­mine “rivo­lu­zione”, ma in que­sto caso è ade­guato. Non siamo di fronte a un sem­plice pas­sag­gio tec­no­lo­gico o a un nuovo medium che va ad aggiun­gersi ad altri. E’ un vero cam­bio di para­digma. La com­pe­ti­zione per l’attenzione del let­tore è aumen­tata a dismi­sura. Tutto que­sto si tra­duce in una sfida per i gior­nali, ma anche in un’enorme oppor­tu­nità di acce­dere a nuove forme di rac­conto. I gior­nali sono in crisi, inu­tile negarlo. Ma il gior­na­li­smo non è mai stato meglio.

  1. Come cam­bia il mestiere del gior­na­li­sta? 

Le regole base sono sem­pre le stesse e vanno difese: una noti­zia è tale quale che sia la piat­ta­forma su cui è distri­buita. Tro­varla, veri­fi­carla, met­terla in un con­te­sto richiede lo stesso metodo da testi­moni esperti che i gior­na­li­sti hanno svi­lup­pato nel tempo. Occorre però impa­rare a usare nuovi stru­menti digi­tali. E biso­gna essere con­sa­pe­voli che è cam­biato l’ecosistema. Le 5 W del gior­na­li­smo val­gono sem­pre (Who, What, When, Where e Why), ma le prima 4 sono sem­pre più alla por­tata di tutti: il nostro valore aggiunto si con­cen­tra soprat­tutto sull’ultima, Why? Spie­gare e approfondire.

  1. Le infor­ma­zioni stanno su Twit­ter ed il pub­blico su Face­book. Poco tempo fa “La Stampa” ha reso pub­blico il deca­logo interno per l’uso dei social media da parte dei pro­pri gior­na­li­sti. L’impatto di social media e social net­work come sta cam­biando il gior­na­li­smo ed il mestiere del gior­na­li­sta? 

A La Stampa inco­rag­giamo i col­le­ghi a uti­liz­zare i social media, per­ché siamo con­sa­pe­voli che è finito il tempo dell’informazione broa­d­cast, a senso unico, e si entra in un’era sem­pre più sha­ring, di con­di­vi­sione del rac­conto con le per­sone che sono anche i nostri let­tori. Que­sto arric­chi­sce il lavoro gior­na­li­stico. Ci siamo dati qual­che regola interna non per fis­sare dei paletti buro­cra­tici, ma per aiu­tarci a ricor­dare alcune regole fisse di buon senso anche nel mondo digi­tale. Ma è un deca­logo che evolve con­ti­nua­mente con il mutare della Rete.

  1. Come cam­bia la reda­zione gior­na­li­stica con il digi­tale? 

Nel nostro caso è cam­biata e sta cam­biando pro­fon­da­mente, fino alla dispo­si­zione delle posta­zioni di lavoro. Da un anno abbiamo creato un’innovativa reda­zione mul­ti­piat­ta­forma con un dise­gno ine­dito, a cer­chi con­cen­trici: un “hub” cen­trale in cui si tro­vano le figure-chiave del gior­nale (carta e digi­tale insieme, inte­grati), con i vari desk dispo­sti intorno. Abbiamo cam­biato sistema edi­to­riale, orari, turni. Il tutto per favo­rire l’integrazione e uno scam­bio di con­te­nuti più sem­plice pos­si­bile sulle varie piat­ta­forme, car­ta­cee e digitali.

  1. Il “nuovo gior­na­li­smo” passa solo dai gior­na­li­sti o anche dagli edi­tori? 

E’ un lavoro che va fatto insieme anche per­ché il digi­tale, rispetto alla carta, richiede un livello mag­giore di col­la­bo­ra­zione e coin­vol­gi­mento tra gior­na­li­sti, tec­nici, svi­lup­pa­tori, gra­fici, mar­ke­ting. Occorre anche uno sforzo di abbat­ti­mento di molte bar­riere che esi­stono nei gior­nali. Poi biso­gna inno­vare, e in que­sto gli edi­tori sono deci­sivi. La nuova reda­zione de La Stampa, l’innovativa Fiat 500L “Web Car” che abbiamo lan­ciato da un mese, il labo­ra­to­rio di gior­na­li­smo Media­Lab e molte altre ini­zia­tive che fac­ciamo, richie­dono un edi­tore che ci crede. Sarà inte­res­sante vedere cosa faranno in que­sto senso nuovi edi­tori come Jeff Bezos, appena sbar­cato al Washing­ton Post.

  1. Il citi­zen jour­na­lism, il gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo, è alleato o rivale dei gior­na­li­smo pro­fes­sio­nale? 

E’ una realtà di cui tenere conto e che va con­si­de­rata un arric­chi­mento per il gior­na­li­smo, non certo come un avver­sa­rio. Ma senza mitiz­zare: sui siti delle grandi testate i let­tori non ven­gono per cer­care citi­zen jour­na­lism, ma gior­na­li­smo pro­fes­sio­nale arric­chito dalla par­te­ci­pa­zione di tanti altri protagonisti.

  1. La soprav­vi­venza dei mestieri legati alla scrit­tura, del gior­na­li­smo, è pro­fon­da­mente legata alla capa­cità di rin­no­varsi e di adat­tarsi alla tec­no­lo­gia e ai nuovi metodi di lavoro da essa impo­sti. Nascono nuove pro­fes­sio­na­lità che un tempo non esi­ste­vano quali il “Social Media Edi­tor” o il “Data Jour­na­list” per fare due esempi. Quali le pro­fes­sio­na­lità richie­ste, il neces­sa­rio livello di spe­cia­liz­za­zione? E quale, se pos­si­bile a defi­nirsi, tra tutte la più impor­tante? 

Per fare i gior­na­li­sti ser­vono i requi­siti di sem­pre: curio­sità, intuito, capa­cità di cogliere e rac­con­tare i feno­meni, buona scrit­tura. Il tutto indub­bia­mente oggi va inte­grato, più che in pas­sato, con una pre­di­spo­si­zione all’uso delle tec­no­lo­gie. Nelle reda­zioni c’è sicu­ra­mente più biso­gno di pro­fes­sio­ni­sti fles­si­bili che siano a loro agio con i video, le imma­gini, la mul­ti­me­dia­lità. E con i numeri: il data jour­na­lism sarà il grande boom dei pros­simi anni.

  1. Nel rin­no­va­mento del mestiere di gior­na­li­sta quale è, e quale dovrebbe essere, il ruolo delle scuole di gior­na­li­smo? 

Io ho comin­ciato facendo la clas­sica gavetta, e così buona parte della mia gene­ra­zione e di quelle pre­ce­denti. Oggi è diven­tato quasi impos­si­bile e le scuole sono un per­corso obbli­gato per l’accesso alla pro­fes­sione. Si è perso un po’ l’apprendistato, ma com­ples­si­va­mente è un salto di qua­lità. Le scuole quindi sono deci­sive, ma come le reda­zioni anche loro devono inno­vare e tenere il passo.

  1. Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione, per i gior­na­li­sti? 

Non vor­rei sem­brare vec­chio, ma il primo requi­sito resta quello di leg­gere e saper leg­gere i gior­nali e le agen­zie: non si vive di solo Twit­ter. Quanto agli stru­menti ope­ra­tivi, a mio avviso la mag­giore inno­va­zione degli ultimi anni per i gior­na­li­sti è stato il tablet. Può fare mille cose, per chi impara a usarlo bene.

  1. Nel suo libro “L’ultima noti­zia” scrive che “nelle bat­ta­glie tra i gio­vani leoni dell’informatica e le vec­chie volpi dell’editoria, sono que­ste ad avere la peg­gio”. Però anche nel gior­na­li­smo il pre­ca­riato è ormai una realtà per la mag­gior parte dei gio­vani. Quali i suoi con­si­gli per emer­gere – e farsi assu­mere – in un grande gior­nale nazio­nale? 

Farsi assu­mere è diven­tato com­plesso, per una serie di motivi molti dei quali si spera siano con­giun­tu­rali. Un con­si­glio di fondo: ren­dersi indi­spen­sa­bili. I gior­nali devono inno­vare, ma non hanno tutte le risorse pro­fes­sio­nali al loro interno per farlo. Nella cac­cia al posto di lavoro, è avvan­tag­giato chi sa offrire rispo­ste alle nuove domande di con­te­nuti di qua­lità digi­tali che stanno emer­gendo: video, data jour­na­lism, visua­liz­za­zioni, info­gra­fi­che. I gior­nali, che hanno dif­fi­coltà ad assu­mere, pos­sono però tro­vare forme crea­tive per tra­sfor­marsi anche in incu­ba­tori di start-up. L’innovazione, nel nostro mondo, pas­serà da qui.

Torino Foto Luigi Sergio Tenani: PRESENTAZIONE DEL LIBRO "UN ISTANTE PRIMA" DEL MAGISTRATO STEFANO DAMBRUOSO ED IL GIORNALISTA VINCENZO R.SPAGNOLO

Inter­vi­sta a Ciro Pellegrino

  1. Il livello occu­pa­zio­nale dei gior­na­li­sti negli ultimi anni ha avuto un forte ridi­men­sio­na­mento con pre­pen­sio­na­menti, cassa inte­gra­zione e licen­zia­menti. Si tratta solo del crollo dei ricavi dalle ven­dite di copie ed il tra­collo degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sulla carta stam­pata o le vere moti­va­zioni sono da ricer­carsi altrove? 

È evi­dente che ci sono tan­tis­sime ragioni. L’informazione online e mol­te­plici nuovi modelli e nuovi pro­dotti edi­to­riali; i con­te­nuti gene­rati dagli utenti che in un clima di cre­scente dif­fi­denza verso i media sono finiti per essere, in molti casi, più auto­re­voli del pro­dotto gior­na­li­stico, agli occhi dei let­tori. E poi l’enorme ritardo nel ren­dersi conto che un cam­bia­mento stava tra­vol­gendo un sistema. Ora che è cam­biato tutto si rac­col­gono i cocci, ma è evi­dente che non pos­siamo con­fron­tarci più con un modello impren­di­to­riale vec­chio di un secolo.

  1. Secondo il rap­porto “La Fab­brica dei Gior­na­li­sti” sti­lato da LSDI – Libertà di Stampa e d’Informazione – sono oltre 112.000 in Italia:il tri­plo che in Fran­cia, il dop­pio che in Gran Bre­ta­gna. Ma solo il 45% sono “attivi uffi­cial­mente’’ e solo 1 su 5 ha un con­tratto di lavoro dipen­dente. E’ neces­sa­ria una nuova rego­la­men­ta­zione che restringa l’accesso alla pro­fes­sione gior­na­li­stica o la solu­zione va ricer­cata in altro modo? 

La tes­sera da gior­na­li­sta in Ita­lia è stata per anni uno sta­tus sym­bol piut­to­sto che la cer­ti­fi­ca­zione di una pro­fes­sio­na­lità. Quanti gior­na­li­sti pub­bli­ci­sti che non hanno mai pub­bli­cato niente di niente esi­stono? La legge dice che dovreb­bero dimo­strare la loro atti­vità. Ma come? È neces­sa­ria una legge nuova: quella che abbiamo fa acqua da tutte le parti. Anzi­ché discu­tere sull’abolizione o meno dell’Ordine dei gior­na­li­sti, que­stione che in Ita­lia sca­tena guerre civili, ser­vi­rebbe una nor­ma­tiva moderna, capace di dichia­rare gior­na­li­sta una per­sona solo al ter­mine di un serio per­corso di stu­dio. 

  1. E’ il gior­na­li­smo ed il mestiere di gior­na­li­sta ad essere in crisi oppure è solo un pro­blema di indi­vi­dua­zione di nuovi modelli di busi­ness da parte degli edi­tori? 

L’Italia è rovi­nata, ma non al punto da essere insen­si­bile all’informazione. Se guardi non solo su base nazio­nale ma anche su quella locale c’è “fame” di noti­zie. Ci sono più festi­val del gior­na­li­smo che gior­na­li­sti, in Ita­lia. Ci sono più dibat­titi sull’informazione ogni giorno. Secondo te il pro­blema è dav­vero la crisi del gior­na­li­smo? Non dovremmo forse guar­dare in casa degli edi­tori ita­liani, delle loro pro­prietà, dei loro inte­ressi? Qual è dav­vero il busi­ness di un edi­tore ita­liano? Fare un pro­dotto capace di inte­resse e quindi spen­di­bile sul mer­cato oppure rispon­dere ad altre logi­che? 

  1. Scuole di gior­na­li­smo fab­brica di disoc­cu­pati? Quale dovrebbe essere il ruolo loro ruolo e su quali com­pe­tenze dovreb­bero foca­liz­zare la loro atti­vità per garan­tire un futuro lavo­ra­tivo ai loro iscritti? 

Le scuole di gior­na­li­smo hanno fal­lito. Costano troppo; non pre­pa­rano chi le fre­quenta alla realtà della reda­zione, alla ricerca sul campo. E poi, pagare per garan­tirsi un pra­ti­can­tato, diven­tare gior­na­li­sta pro­fes­sio­ni­sta e affron­tare un uni­verso inca­pace di assu­mere gio­vani mi dici a che serve? Io penso ad un per­corso uni­ver­si­ta­rio e real­mente selet­tivo. Sai quando mi sento vera­mente umi­liato come gior­na­li­sta ita­liano? Quando vado al Festi­val inter­na­zio­nale del gior­na­li­smo di Peru­gia e vedo miei coe­ta­nei o col­le­ghi anche più pic­coli di me in ruoli stra­te­gici di grandi testate. Umili, pre­pa­ra­tis­simi e respon­sa­bili. In Ita­lia non accade. Alla Colum­bia, la più impor­tante scuola di gior­na­li­smo del mondo, ci sono focus, semi­nari sui social. E qui siamo ancora a chi ha più fol­lo­wers su twit­ter o a chi li com­pra fasulli. Una rovina.

  1. E’ il digi­tale, Inter­net, che hanno cau­sato la crisi di que­sta pro­fes­sione o la spie­ga­zione è un’altra? 

Mi risulta dif­fi­cile cre­dere che allar­gare una strada possa essere d’intralcio a chi vuole per­cor­rerla. Inter­net ha allar­gato la via della noti­zia che oggi viag­gia a velo­cità paz­ze­sche. Forse dob­biamo far capire alla gente che certi con­te­nuti di qua­lità vanno pagati e il “tutto gra­tis” non è un sistema più per­cor­ri­bile? Sono d’accordo. Nel frat­tempo, però, pen­siamo anche che il lavoro di chi fa infor­ma­zione va pagato: in Ita­lia que­sto è l’ultimo pro­blema che ci si pone.

  1. Oltre a pre­pen­sio­na­menti, cassa inte­gra­zione e licen­zia­menti, è il pre­ca­riato l’altra fac­cia della crisi della carta stam­pata. Quanto è dif­fuso oggi il feno­meno e quali sono le impli­ca­zioni nell’esercizio della pro­fes­sione gior­na­li­stica? 

Otto nuovi gior­na­li­sti su dieci sono desti­nati a rima­nere pre­cari per anni. Lo dicono i dati che abbiamo rac­colto nel corso degli ultimi tre anni. Di que­sti otto almeno tre lasce­ranno il mestiere. E dei restanti cin­que una parte vivac­chia tra un lavoro a nero e uno sot­to­pa­gato e altri entrano in con­tatto con una reda­zione spe­rando l’inferno della col­la­bo­ra­zione sot­to­pa­gata con par­tita iva porti, alla fine, all’agognato con­tratto che spesso non arriva. Le aziende pre­fe­ri­scono pre­pen­sio­nare i vec­chi gior­na­li­sti e farli rien­trare dalla fine­stra come con­su­lenti. Alla fac­cia del ricam­bio generazionale.

  1. A dicem­bre 2012 è stata appro­vata la legge per l’equo com­penso per i gior­na­li­sti lavo­ra­tori auto­nomi ma resta ancora inap­pli­cata per­ché non ne sono state ema­nate le norme attua­tive. Qual è il pro­blema? 

Il pro­blema è che edi­tori, sin­da­cato e ordine non si met­tono d’accordo su come quan­ti­fi­care un equo com­penso senza cor­rere il rischio di sti­lare un tarif­fa­rio, vie­tato dalle norme euro­pee sulla libera con­cor­renza nelle pro­fes­sioni. Di recente ho incon­trato il sot­to­se­gre­ta­rio all’Editoria Gio­vanni Legnini: mi ha detto di avere con­vo­cato la Com­mis­sione equo com­penso per il pros­simo 8 otto­bre e che in caso di man­cato accordo tra le parti pren­derà in mano la situa­zione e pre­sen­terà una pro­po­sta del governo. La pro­messa è di arri­vare all’equo com­penso entro la fine del 2013. Atten­diamo fidu­ciosi, si dice così?

  1. In molte regioni è stato creato il coor­di­na­mento dei gior­na­li­sti pre­cari. Lei che è respon­sa­bile di quelli della Cam­pa­nia potrebbe spie­garci qual è il ruolo e l’incisività di que­ste ini­zia­tive? 

I coor­di­na­menti oltre che in Cam­pa­nia sono attivi in Veneto, in Toscana, a Roma, in Abruzzo. Di recente anche a Milano e in Puglia e in molte altre regioni. L’obiettivo è quello di ricor­dare che ci sono anche i pre­cari del gior­na­li­smo. Sai che siamo bra­vis­simi a rac­con­tare i guai degli altri ma non i nostri? C’è ancora qual­cuno che parla di noi come di una casta, igno­rando l’enorme dispa­rità tra il sem­pre più spa­ruto gruppo di con­trat­tua­liz­zati e l’enorme pla­tea di pre­cari, ati­pici e freelance.

  1. Il mito del posto fisso è un mirag­gio ormai anche nel mondo del gior­na­li­smo o esi­stono “truc­chi”, pic­cole grandi atten­zioni per riu­scire ad entrare sta­bil­mente nella reda­zione di un quo­ti­diano? 

Cosa ti dovrei rispon­dere? Un bel trucco è la rac­co­man­da­zione, come nella migliore tra­di­zione ita­lica. Ma nem­meno quella fun­ziona come prima, almeno così mi dicono. A parte que­sto molti col­le­ghi sono riu­sciti a vedere rico­no­sciute le loro ragioni con le cause di lavoro, ma è sem­pre più dif­fi­cile. Io non ho mai pen­sato che il gior­na­li­smofosse un mestiere tran­quillo. Ma pen­savo che avrei avuto pro­blemi per le noti­zie “sco­mode”. E invece l’ostacolo da free­lance è stato quello di farsi pagare. E quello da disoc­cu­pato è stato inse­guire l’editore fal­lito per vie legali e vedersi rico­no­sciuti sti­pendi arre­trati e Tfr.

  1. Molti sosten­gono che il mestiere del gior­na­li­sta sia sem­pre più per “figli dei ric­chi”, per per­sone che pos­sono per­met­tersi anni di man­cati, o comun­que scarsi, gua­da­gni. E’ dav­vero così? 

Io sono figlio di un fale­gname e di una casa­linga e vengo da Napoli. Ricco non sono. C’è biso­gno anche di incon­trare le per­sone giu­ste, non è sem­pre facile. Penso che la situa­zione sia comune anche ad altre pro­fes­sioni. Il pro­blema è anche un altro: noi maneg­giamo l’informazione. Un com­pito del genere nelle mani di un pro­fes­sio­ni­sta sotto ricatto (e chi è sot­to­pa­gato lo è , sem­pre) non è esat­ta­mente quello che si dice “favo­rire la libertà di stampa”. Così si inquina il pozzo dell’informazione al quale dovreb­bero invece attin­gere tutti senza timore. I risul­tati sono sotto gli occhi di tutti. 

Foto CIRO_PELLEGRINO

NB: Per even­tuale ripro­du­zione delle inter­vi­ste si prega cor­te­se­mente di richie­dere con­senso pre­ven­tivo. Grazie.

Letta Senato
Pubblicato il 3 ottobre 2013 by Pier Luca Santoro

Lezioni Quotidiane

Sono nume­rosi i con­ve­gni, ormai deci­sa­mente troppi, in cui mul­ti­me­dia­lità, con­ver­genza carta-web, impatto della tec­no­lo­gia, nuovi gior­na­li­smi e, ovvia­mente, spina nel fianco, modelli di busi­ness, ten­gono banco.

Poi finito lo speech ti avvi­cini alle per­sone, dia­lo­ghi con loro e ti accorgi che nella grande mag­gio­ranza dei casi c’è biso­gno di “volare più basso”, di ini­ziare dalle basi che molti non pos­seg­gono. Mi è suc­cesso, per citare almeno un esem­pio, prima di quest’estate quando facendo for­ma­zione sui social media ai gior­na­li­sti della reda­zione di un set­ti­ma­nale  dopo poco mi sono reso conto che stavo dando per scon­tate cose che non lo erano asso­lu­ta­mente per loro, e ho dovuto ine­vi­ta­bil­mente fare un passo indie­tro, tor­nare alle basi, a comin­ciare dallo spie­gare coso sono i fol­lo­wer, per citare il caso più eclatante.

Back to basic, dun­que. E’ quello che voglio fare oggi pren­dendo spunto dalla word cloud, la nuvola di parole, pro­dotta da «la Repub­blica» [non me ne vogliano è solo un esem­pio] del discorso del Pre­si­dente del Con­si­glio ieri al Senato. Il quo­ti­diano in que­stione ha pub­bli­cato il testo inte­grale del dif­fi­cile discorso di Enrico Letta per il dibat­tito sulla fidu­cia ed ha inse­rito, appunto, la word cloud delle parole più uti­liz­zate dal premier.

Lo stru­mento che è stato uti­liz­zato per pro­durla è wordle, pro­ba­bil­mente la più nota delle appli­ca­zioni per pro­durre  le nuvole di parole. Per dimo­strarlo ho fatto copia-incolla del testo e ho ri-prodotto la word cloud con que­sto stru­mento, usando lo stesso schema colore del quo­ti­diano in que­stione per dare ancor mag­giore somi­glianza. Come si può vedere il risul­tato è iden­tico. A parte il font uti­liz­zato la parola in mag­gior evi­denza è, o meglio sem­bre­rebbe essere, “Governo”.

 Letta WC

La word cloud è uno stru­mento inte­res­sante, rende una buona sin­tesi dei ter­mini di un testo, anche se spesso sono le parole meno uti­liz­zate quelle che è inte­res­sante rile­vare, ed ha un buon impatto visivo. Pec­cato che worlde non per­metta di uti­liz­zare dei fil­tri. Il testo è “sporco” di ter­mini comuni che distrag­gono, come il caso di “c’é” o di “poi”, e poco fun­zio­nale nel suo complesso.

Meglio usare Tag­xedo che ha un numero di opzioni supe­riori sia per la forma della word cloud che, soprat­tutto per il con­te­nuto. Credo che l’esempio con­creto possa essere la miglior cosa.

La word cloud “sporca”, senza uti­lizzo dei fil­tri, mostra lo stesso risul­tato, nella sostanza, di wordle, anche se già si nota come la parola più uti­liz­zata non sia “Governo” ma “Italia”.

Letta WC Sporca

Lo screen­shot sot­to­stante mostra come sia pos­si­bile inter­ve­nire, attra­verso le opzioni, per pulire il testo. Si vede anche per cia­scuna parola quante volte è stata uti­liz­zata nel testo inse­rito. Nel caso spe­ci­fico il ter­mine “Ita­lia” viene usato 95 volte in più rispetto a “Governo”.

Tagxedo Options

E que­sto è il risul­tato finale otte­nuto. Con la giu­sta evi­denza ai ter­mini di mag­gior rilevanza.

Lezioni quo­ti­diane, gra­tuite, per gior­na­li­sti alle prime armi.

Letta Senato

Update: Idem per SKY TG24 che com­mette lo stesso “errore” di la Repubblica

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