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Posted on 21 maggio 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere sul Gruppo Espresso

Dopo Rcs con­ti­nuiamo le nostre ana­lisi sui bilanci dei mag­giori gruppi edi­to­riali ita­liani, appro­fon­dendo lo sguardo su Repub­blica per occu­parci del Gruppo Espresso nel suo insieme.

I Ricavi
Lo sto­rico del fat­tu­rato preso in con­si­de­ra­zione, dal 1997 ad oggi, segna una para­bola che ha come ver­tice le annua­lità 2006 e 2007 con ricavi intorno ai 1.100 milioni di euro, poi la discesa costante che ha por­tato il fat­tu­rato nel 2014 per la prima volta sotto il livello del 1997 [quasi tre lustri prima, quando i bilanci si face­vano ancora in lire].

Se per Rcs abbiamo scritto che il “col­pe­vole” prin­ci­pale della fles­sione dei ricavi è il declino dei dif­fu­sio­nali per il gruppo Espresso invece è la crisi degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari [che rap­pre­sen­tano per il gruppo circa il 60% dei ricavi totali] a inci­dere mag­gior­mente sulla dimi­nu­zione dei fat­tu­rati. Se infatti ana­li­ziamo le ultime tre annua­lità il dif­fe­ren­ziale tra 2012 e 2014 regi­strato dai ricavi pub­bli­ci­tari è pari a –107 milioni con­tro il –169 milioni segnato dal fat­tu­rato totale. Fatta 100 la fles­sione ricavi del gruppo quindi la crisi della pub­bli­cità incide per il 65% men­tre i dif­fu­sio­nali inci­dono – nel mede­simo periodo – solo per il 17%. Poco cam­bia se si ana­liz­zano le ultime cin­que annua­lità con una respon­sa­bi­lità sulla fles­sione del fat­tu­rato pari al 67% per la pub­bli­cità e del 14% per i diffusionali.

C’è da dire che anche la fles­sione dei “ricavi diversi”, che com­pren­dono i col­la­te­rali [in netto declino dal 2010 al 2014 sono dimez­zati: da 66 a 33 milioni] pesa per un 18% sia con­si­de­rando le ultime cin­que annua­lità sia con­si­de­rando le ultime tre. Pro­ba­bi­lemte in que­sta voce dovreb­bero essere inse­rite con più deci­sione, ma que­sto vale per tutti i gruppi ita­liani, atti­vità come quelle di con­tent mar­ke­ting e ser­vizi ad aziende e spon­sor come stanno facendo, con pro­fitto, molte altre grandi testate stra­niere come New York Times e Guar­dian con l’attivazione di dipar­ti­menti appo­si­ta­mente dedicati.

[nota a mar­gine: Una neces­sità, quella di diver­si­fi­care mag­gior­mente le atti­vità e le voci di ricavo, che si avverte anche dai numeri dei bilanci — certo non solo quelli del gruppo Espresso — con un sistema dei ricavi basato tutto sulla cop­pia diffusione/pubblicità che segnala evi­denti limiti anche per il futuro e un digi­tale che, in Ita­lia, stenta a pren­dere il volo].

Repub­blica e le altre divi­sioni
Guar­dando ai bilanci delle sin­gole divi­sioni nel periodo dal 2010 al 2014 col­pi­sce il rap­porto tra ricavi e costi di Repub­blica: se la curva dei costi cala gra­dual­mente quella dei ricavi dell’ammiraglia del gruppo — che nel 2010 si tro­vava sopra a quella dei costi di 43 milioni — ha una fles­sione deci­sa­mente più mar­cata e repen­tina tanto che nel 2013 il mar­gine ope­ra­tivo lordo è nega­tivo per 1,4 milioni per poi rive­dere la “luce” nell’ultimo anno di bilan­cio tor­nando posi­tivo per 5,1 milioni.
La divi­sione Perio­dici [quella che gesti­sce le atti­vità dell’Espresso oltre che di Natio­nal Geo­gra­phic, Limes, Micro­mega e le Guide dell’Espresso] è invece in perenne “apnea” con la linea dei ricavi costan­te­mente al di sotto di quella dei costi e un risul­tato ope­ra­tivo nega­tivo in tutte le ultime cin­que annua­lità. Molto meglio Quo­ti­diani Locali e Digi­tale: le due divi­sioni man­ten­gono un equi­li­brio costi/ricavi più o meno costante nel tempo con risul­tato ope­ra­tivo, anche se ine­vi­ta­bil­mente in fles­sione [la crisi c’è e si vede], comun­que posi­tivo nell’arco di tempo preso in considerazione.

Posi­ti­vità di bilan­cio che però va ben inter­pre­tata. Infatti il gruppo Espresso-Repubblica, come emerge anche dalla tri­me­strale 2015, tra gli intan­gi­ble assets, tra le capi­ta­liz­za­zioni, mette a bilan­cio 480 milioni di euro come valore dei mar­chi delle testate di pro­prietà del gruppo. Immo­bi­liz­za­zioni imma­te­riali che, siamo certi che valga altret­tanto per gli altri edi­tori, dif­fi­cil­mente all’ora della even­tuale messa in ven­dita sareb­bero effet­ti­va­mente rico­no­sciuto come, banal­mente, testi­mo­nia la ven­dita  a Bezos del The Washing­ton Post, e le testate “minori” diret­ta­mente con­trol­late dal quo­ti­diano, pagate 187 milioni di euro.

Sulla divi­sione Digi­tale c’è da pre­ci­sare che nell’organizzazione del gruppo le è stata affi­data in toto la gestione, per la pro­pria area di atti­vità, di tutti i brand del gruppo. A dif­fe­renza dei valori for­niti ad esem­pio da Rcs quindi i ricavi delle divi­sioni del gruppo Espresso sono scor­po­rati dai ricavi da digi­tale [e se aggre­gati ne beni­fe­ce­reb­bero soprat­tutto i conti di Repub­blica]. Il digi­tale rad­dop­pia il suo peso sul totale del fat­tu­rato: dal 4,2% del 2010 all’8,2% del 2014, ma una quota sotto il 10% per un gruppo come l”Espresso è comun­que, ci per­met­tiamo di notare, al di sotto delle aspet­ta­tive. Su que­sto punto se guar­diamo solo a Repub­blica invece le cose miglio­rano con un, buon, con­tri­buto dell’online sui ricavi pub­bli­ci­tari — pari al 25% — e un [meno buono] 10% sulle reve­nue del dif­fu­sio­nale, come evi­den­zia anche la chart nella pre­sen­ta­zione dei risul­tati e delle stra­te­gie del gruppo.

I tagli ai costi
A quanto ammon­tano i tagli ope­rati dal gruppo? I costi ope­ra­tivi [non abbiamo tro­vato nei bilanci una voce che li indi­casse espli­ci­ta­mente quindi li abbiamo cal­co­lati sot­traendo al fat­tu­rato totale il mar­gine ope­ra­tivo lordo] sono scesi dai 738 milioni del 2010 ai 584 del 2014 per un taglio com­ples­sivo nelle ultime cin­que annua­lità di 154 milioni. Dati alla mano i tagli più con­si­stenti sono stati ope­rati negli ultimi due anni [62 milioni nel 2013 e 64 milioni nel 2014, ovvero quasi tre volte rispetto al taglio di 23 milioni del 2012].

Per quanto riguarda gli orga­nici, il costo del lavoro del gruppo, nel periodo 2010–2014, ha subito un taglio com­ples­sivo di 35 milioni. I dipen­denti a fine eser­ci­zio nel 2010 erano 2.789 quelli a fine 2014 sono 2.310 un taglio com­ples­sivo nei cin­que anni di 479 dipen­denti [siamo vicino a un taglio medio annuale di 100 dipen­denti]. Sor­prende però vedere che, nono­stante i costanti e rego­lari tagli, il valore medio del costo per dipen­dente non segua una dimu­nu­zione altret­tanto costante e rego­lare ma anzi cre­sca dai 99.800 euro del 2010 ai 102.000 del 2012 e 2013, e solo nell’ultima annua­lità subi­sca una fles­sione tor­nando sostan­zial­mente ai livelli di cin­que anni prima; insomma, come si suol dire, tanto rumore per nulla.

Una situa­zione che riguarda tutto il com­parto, come emer­geva già dal rap­porto rea­liz­zato dalla FIEG, in cui gli inve­sti­menti per il futuro lan­guono peri­co­lo­sa­mente. Basti pen­sare che nel primo tri­me­stre del 2015 gli inve­sti­menti netti del periodo sono stati pari a 0,3 milioni di euro.

È chiaro che il futuro offre grandi oppor­tu­nità. È anche dis­se­mi­nato di tra­boc­chetti. Il trucco con­si­ste nell’evitare i tra­boc­chetti, pren­dere al balzo le oppor­tu­nità e rien­trare a casa per l’ora di cena, diceva Woody Allen in Effetti col­la­te­rali. Forse è pro­prio quello che si tratta di fare.

[Nota meto­do­lo­gica: i valori delle sin­gole voci, dove non spe­ci­fi­cato, sono quelli pun­tuali indi­cati anno per anno nei rela­tivi bilanci e non quelli ride­ter­mi­nati su base omo­ge­nea o riclas­si­fi­cati nei bilanci suc­ces­sivi (per essere più chiari: ad esem­pio, la voce ricavi del 2012 è quella indi­cata nel bilan­cio 2012 non quella even­tual­mente ride­ter­mi­nata suvc­ces­si­va­mente nel bilan­cio 2013)].

Immigrati La Stampa FB
Posted on 28 novembre 2014 by Pier Luca Santoro

Esempi Virtuosi & Cattive Pratiche

Un paio di giorni fa La Stampa ha pub­bli­cato “Il nuovo gala­teo de La Stampa su Face­book”, neti­quette per imma­gini dedi­cata alla com­mu­nity del gior­nale che riprende, ren­den­doli visi­va­mente, le linee guida per Face­book, e più in gene­rale per i social, che avevo scritto quando ad ini­zio anno ho col­la­bo­rato con il quo­ti­diano in que­stione in qua­lità di “tem­po­rary social media editor”.

Linee guida che, se si esclu­dono gli aspetti più ovvi quali insulti etnici, com­menti offen­sivi o dif­fa­ma­tori e osce­nità, sono una “neti­quette” che fac­cia da base comune per un con­fronto costrut­tivo e che, infatti, sin dai primi com­menti, è stata accolta posi­ti­va­mente nel com­plesso. Si tratta insomma della base affin­ché il dia­logo sia tale con la comu­nità di riferimento.

Immigrati La Stampa FB

A distanza di quasi un anno ormai dalla sua imple­men­ta­zione, e dalla rela­tiva gestione e mode­ra­zione su tale base, La Stampa resta l’unico dei quo­ti­diani nazio­nali o plu­ri­re­gio­nali ad aver seguito que­sta strada ed i risul­tati si vedono.

È il caso, giu­sto per avere degli esempi con­creti di rife­ri­mento tra quelle che sono le testate online con il mag­gior traf­fico, con il mag­gior numero di utenti unici nel giorno medio, di Repub­blica, del Cor­riere della Sera , di TGCom24 [che ha un social media policy ben nasco­sta], che quo­ti­dia­na­mente rice­vono con­te­sta­zioni alle noti­zie for­nite, accu­mu­lano innu­me­re­voli com­menti con ingiu­rie, minacce, paro­lacce, danno spa­zio a xeno­fo­bia e raz­zi­smo, e molto altro ancora, senza che nes­suno moderi, inter­venga, lasciando l’arena al caso come se non appar­te­nesse, come se quello spa­zio non  fosse pro­prio e non costi­tuisse parte del pro­prio brand, della pro­pria realtà dalla quale appa­iono com­ple­ta­mente alienati.

Stupro

É sem­pre pro­prio La Stampa a [di]mostrare — vedasi post sotto ripor­tato, e rela­tivi com­menti sia da parte dei let­tori che, soprat­tutto, del social media team del quo­ti­diano - che è pos­si­bile inter­ve­nire, dia­lo­gare, nel senso pro­prio del termine.

Il pro­blema, lo riba­di­sco, NON è l’algoritmo di Face­book. Il pro­blema è che nella stra­grande mag­gio­ranza delle testate nella pra­tica l’idea di com­mu­nity mana­ge­ment è ampia­mente sot­to­va­lu­tata o forse, peg­gio ancora, sco­no­sciuta. Auguri!

Repubblica Social Ad Comments
Posted on 23 ottobre 2014 by Pier Luca Santoro

Social Ads De Noantri

Riprende la rubrica men­sile “de noan­tri” dedi­cata al meglio del peg­gio, alle cat­tive pra­ti­che, non tanto per pun­tare il dito con fare accu­sa­to­rio quanto per spro­nare a fare di meglio.

È oggi la volta dei social ads, dell’advertising sui social e ovvia­mente in par­ti­co­lare su Face­book. Lo spunto viene for­nito da la Repub­blica che pro­muove appunto con que­sto for­mat l’abbonamento alla pro­pria ver­sione digitale.

Repubblica Social Ad FB

 

Evi­den­te­mente la gestione dell’annuncio pub­bli­ci­ta­rio non deve essere stata affi­data ad un pro­fes­sio­ni­sta degno di que­sto nome se si con­si­dera che, pur essendo attivo dal 26 di set­tem­bre, in circa un mese “piace” a sole 88 per­sone. È chiaro che la sele­zione del tar­get dell’annuncio è stata fatta senza la neces­sa­ria cura, in maniera troppo generale.

Aspetto che emerge con ancor mag­gior chia­rezza leg­gendo i 22 com­menti [a que­sto momento]. Com­menti che sono tutti di insulti, di spre­gio nei con­fronti del quo­ti­diano, chiaro segno che l’annuncio è stato mostrato a per­sone a cui non piace. Ulte­riore segno di debo­lezza nella gestione per un quo­ti­diano la cui pagina Face­book piace alla bel­lezza di quasi due milioni di persone.

Repubblica Social Ad Comments

Com­menti che ancora una volta [sigh!] non ven­gono mode­rati, gestiti, nono­stante con­ten­gano scur­ri­lità di vario genere, come ahimè suc­cede anche per la pagina Face­book stessa del giornale.

Non sarà un caso se tra i casi di suc­cesso che Face­book pro­pone nella pro­pria sezione busi­ness, quella dedi­cata agli inser­zio­ni­sti, non vi sia nes­suno dei media ma siano pre­senti solo imprese di altri settori.

Set­tori che quando pia­ni­fi­cano delle cam­pa­gne su Face­book rispon­dono ai com­menti che ven­gono fatti dalle per­sone, gesti­scono le obie­zioni che ven­gono mosse, dia­lo­gano a tono, dimo­strando che esi­ste la pos­si­bi­lità di farlo, volendo.

In uno dei tanti arti­coli, di oltre due anni fa, che com­pa­iono in Rete sul social media mar­ke­ting viene tra le altre cose scritto: “If you don’t know the peo­ple, or don’t care, it’s pro­ba­bly not social media. It’s just media. It doesn’t mat­ter if it’s crea­ted by an indi­vi­dual or a corporation”. 

Mi pare un’ottima sin­tesi di come la stra­grande mag­gio­ranza delle testate del nostro Paese gesti­scono la loro pre­senza sui social, inclusa quella a paga­mento. I social ads de noantri…

Bonus track quello da fare e da non fare, appunto, con gli ads su Facebook.

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Posted on 13 dicembre 2013 by Pier Luca Santoro

La Specializzazione Paga

Sono stati dif­fusi all’inizio di que­sta set­ti­mana i dati ADS con le ven­dite, secondo quanto dichia­rato dagli edi­tori, di cia­scun quotidiano.

Human High­way, da quando ADS ha ini­ziato, al prin­ci­pio di quest’anno, a pub­bli­care anche le copie digi­tali sta facendo un utile ser­vi­zio di rac­colta e visua­liz­za­zione dei dati.

Nella let­tura dei dati pub­bli­cati alcune avver­tenze d’uso pos­sono essere di ausi­lio per la cor­retta inter­pre­ta­zione degli stessi. Come mostra la tabella sot­to­stante, i due quo­ti­diani che ven­dono il mag­gior numero di copie digi­tali, «Il Sole24Ore» e «Il Cor­riere della Sera», hanno una inci­denza non tra­scu­ra­bile delle ven­dite in bundle, in abbi­na­mento carta+digitale, che per il quo­ti­diano di Con­fin­du­stria pesano il 37.5%% del totale delle copie digi­tali, e per la testata di [ex?] Via Sol­fe­rino rap­pre­sen­tano il 18.3%.

- Fonte: ADS Ottobre 2013 / Clicca per Ingrandire /

- Fonte: ADS Otto­bre 2013 / Clicca per Ingrandire -

Non sono tra­scu­ra­bili nem­meno le ven­dite di copie mul­ti­ple digi­tali che per i due quo­ti­diani eco­no­mico– finan­ziari e per i due “big players”[Corsera & Repub­blica] hanno un-incidenza signi­fi­ca­tiva rispetto al totale.

Osser­vando il trend di ven­dite delle copie digi­tali dal gen­naio 2013 ad oggi si nota come siano «Il Sole24Ore», primo in asso­luto con 103mila copie [pari al 40% del totale delle ven­dite] e «Ita­lia Oggi», i cui valori di abbo­na­menti digi­tali sono ormai quasi pari a quelli per la ver­sione car­ta­cea, i due quo­ti­diani che mostrano la mag­gior dina­mi­cità ed  ed il mag­gior tasso di cre­scita men­tre per tutte le altre testate dopo lo sprint ini­ziale è “calma piatta”

Resta un caso da osser­vare con atten­zione «L’Unione Sarda» che pur avendo la sola edi­zione online⁄digitale a metà prezzo vende la stra­grande parte delle copie in bundle, in abbi­nata, con il ritiro della copia car­ta­cea in edicola.

La carta rin­forza il digi­tale [e vice­versa] e la spe­cia­liz­za­zione paga?  Par­rebbe pro­prio di si.

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A mar­gine si segnala che i dati ADS con la spac­ca­tura per pro­vin­cia, che con­sen­tono di veri­fi­care le nume­rose distor­sioni del sistema, sono fermi a dicem­bre 2012 e dopo tale data è  dispo­ni­bile solo il dato del totale Ita­lia. Gatta ci cova?  Appro­fon­di­remo a breve.

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Posted on 27 novembre 2013 by Pier Luca Santoro

Il Futuro di Giornalismo e Giornalisti

Venerdì 16 novem­bre scorso, all’interno dell’inserto dedi­cato al mondo del lavoro di «la Repub­blica», è stato pub­bli­cato un mio arti­colo di sin­tesi e ana­lisi dello sce­na­rio dell’informazione tra carta e Web [vedi imma­gine — 1 di 8 pagine — non auto­riz­zata riproduzione].

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All’interno di que­sto sono state pub­bli­cate due inter­vi­ste, rea­liz­zate dal sot­to­scritto, sul futuro del gior­na­li­smo e dei gior­na­li­sti a Marco Bar­dazzi, Capo­re­dat­tore Digi­tale del quo­ti­diano «La Stampa», ed a Ciro Pel­le­grino, gior­na­li­sta del quo­ti­diano all digi­tal Fan­page e respon­sa­bile del coor­di­na­mento Gior­na­li­sti Pre­cari Campani.

Per ragioni di spa­zio una parte delle inter­vi­ste è stata tagliata. Ho otte­nuto il per­messo alla pub­bli­ca­zione inte­grale delle inter­vi­ste e credo che, stante la pos­si­bi­lità, sia utile ed oppor­tuno pro­porle poi­chè da due pro­spet­tive diverse offrono uno spac­cato tanto qua­li­fi­cato quanto inte­res­sante, in entrambi i casi, sul futuro pros­simo ven­turo dell’informazione nel nostro Paese.

L’intervista a Marco Bar­dazzi si foca­lizza sull’ evo­lu­zione del gior­na­li­smo e le nuove pro­fes­sio­na­lità richie­ste, men­tre quella a Ciro Pel­le­grino verte prin­ci­pal­mente su evo­lu­zione del Gior­na­li­smo, pre­ca­riato e freelance.

Buona let­tura.

Inter­vi­sta Marco Bardazzi

  1. Qual’è l’impatto dei media digi­tali sul gior­na­li­smo? 

Si abusa spesso del ter­mine “rivo­lu­zione”, ma in que­sto caso è ade­guato. Non siamo di fronte a un sem­plice pas­sag­gio tec­no­lo­gico o a un nuovo medium che va ad aggiun­gersi ad altri. E’ un vero cam­bio di para­digma. La com­pe­ti­zione per l’attenzione del let­tore è aumen­tata a dismi­sura. Tutto que­sto si tra­duce in una sfida per i gior­nali, ma anche in un’enorme oppor­tu­nità di acce­dere a nuove forme di rac­conto. I gior­nali sono in crisi, inu­tile negarlo. Ma il gior­na­li­smo non è mai stato meglio.

  1. Come cam­bia il mestiere del gior­na­li­sta? 

Le regole base sono sem­pre le stesse e vanno difese: una noti­zia è tale quale che sia la piat­ta­forma su cui è distri­buita. Tro­varla, veri­fi­carla, met­terla in un con­te­sto richiede lo stesso metodo da testi­moni esperti che i gior­na­li­sti hanno svi­lup­pato nel tempo. Occorre però impa­rare a usare nuovi stru­menti digi­tali. E biso­gna essere con­sa­pe­voli che è cam­biato l’ecosistema. Le 5 W del gior­na­li­smo val­gono sem­pre (Who, What, When, Where e Why), ma le prima 4 sono sem­pre più alla por­tata di tutti: il nostro valore aggiunto si con­cen­tra soprat­tutto sull’ultima, Why? Spie­gare e approfondire.

  1. Le infor­ma­zioni stanno su Twit­ter ed il pub­blico su Face­book. Poco tempo fa “La Stampa” ha reso pub­blico il deca­logo interno per l’uso dei social media da parte dei pro­pri gior­na­li­sti. L’impatto di social media e social net­work come sta cam­biando il gior­na­li­smo ed il mestiere del gior­na­li­sta? 

A La Stampa inco­rag­giamo i col­le­ghi a uti­liz­zare i social media, per­ché siamo con­sa­pe­voli che è finito il tempo dell’informazione broa­d­cast, a senso unico, e si entra in un’era sem­pre più sha­ring, di con­di­vi­sione del rac­conto con le per­sone che sono anche i nostri let­tori. Que­sto arric­chi­sce il lavoro gior­na­li­stico. Ci siamo dati qual­che regola interna non per fis­sare dei paletti buro­cra­tici, ma per aiu­tarci a ricor­dare alcune regole fisse di buon senso anche nel mondo digi­tale. Ma è un deca­logo che evolve con­ti­nua­mente con il mutare della Rete.

  1. Come cam­bia la reda­zione gior­na­li­stica con il digi­tale? 

Nel nostro caso è cam­biata e sta cam­biando pro­fon­da­mente, fino alla dispo­si­zione delle posta­zioni di lavoro. Da un anno abbiamo creato un’innovativa reda­zione mul­ti­piat­ta­forma con un dise­gno ine­dito, a cer­chi con­cen­trici: un “hub” cen­trale in cui si tro­vano le figure-chiave del gior­nale (carta e digi­tale insieme, inte­grati), con i vari desk dispo­sti intorno. Abbiamo cam­biato sistema edi­to­riale, orari, turni. Il tutto per favo­rire l’integrazione e uno scam­bio di con­te­nuti più sem­plice pos­si­bile sulle varie piat­ta­forme, car­ta­cee e digitali.

  1. Il “nuovo gior­na­li­smo” passa solo dai gior­na­li­sti o anche dagli edi­tori? 

E’ un lavoro che va fatto insieme anche per­ché il digi­tale, rispetto alla carta, richiede un livello mag­giore di col­la­bo­ra­zione e coin­vol­gi­mento tra gior­na­li­sti, tec­nici, svi­lup­pa­tori, gra­fici, mar­ke­ting. Occorre anche uno sforzo di abbat­ti­mento di molte bar­riere che esi­stono nei gior­nali. Poi biso­gna inno­vare, e in que­sto gli edi­tori sono deci­sivi. La nuova reda­zione de La Stampa, l’innovativa Fiat 500L “Web Car” che abbiamo lan­ciato da un mese, il labo­ra­to­rio di gior­na­li­smo Media­Lab e molte altre ini­zia­tive che fac­ciamo, richie­dono un edi­tore che ci crede. Sarà inte­res­sante vedere cosa faranno in que­sto senso nuovi edi­tori come Jeff Bezos, appena sbar­cato al Washing­ton Post.

  1. Il citi­zen jour­na­lism, il gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo, è alleato o rivale dei gior­na­li­smo pro­fes­sio­nale? 

E’ una realtà di cui tenere conto e che va con­si­de­rata un arric­chi­mento per il gior­na­li­smo, non certo come un avver­sa­rio. Ma senza mitiz­zare: sui siti delle grandi testate i let­tori non ven­gono per cer­care citi­zen jour­na­lism, ma gior­na­li­smo pro­fes­sio­nale arric­chito dalla par­te­ci­pa­zione di tanti altri protagonisti.

  1. La soprav­vi­venza dei mestieri legati alla scrit­tura, del gior­na­li­smo, è pro­fon­da­mente legata alla capa­cità di rin­no­varsi e di adat­tarsi alla tec­no­lo­gia e ai nuovi metodi di lavoro da essa impo­sti. Nascono nuove pro­fes­sio­na­lità che un tempo non esi­ste­vano quali il “Social Media Edi­tor” o il “Data Jour­na­list” per fare due esempi. Quali le pro­fes­sio­na­lità richie­ste, il neces­sa­rio livello di spe­cia­liz­za­zione? E quale, se pos­si­bile a defi­nirsi, tra tutte la più impor­tante? 

Per fare i gior­na­li­sti ser­vono i requi­siti di sem­pre: curio­sità, intuito, capa­cità di cogliere e rac­con­tare i feno­meni, buona scrit­tura. Il tutto indub­bia­mente oggi va inte­grato, più che in pas­sato, con una pre­di­spo­si­zione all’uso delle tec­no­lo­gie. Nelle reda­zioni c’è sicu­ra­mente più biso­gno di pro­fes­sio­ni­sti fles­si­bili che siano a loro agio con i video, le imma­gini, la mul­ti­me­dia­lità. E con i numeri: il data jour­na­lism sarà il grande boom dei pros­simi anni.

  1. Nel rin­no­va­mento del mestiere di gior­na­li­sta quale è, e quale dovrebbe essere, il ruolo delle scuole di gior­na­li­smo? 

Io ho comin­ciato facendo la clas­sica gavetta, e così buona parte della mia gene­ra­zione e di quelle pre­ce­denti. Oggi è diven­tato quasi impos­si­bile e le scuole sono un per­corso obbli­gato per l’accesso alla pro­fes­sione. Si è perso un po’ l’apprendistato, ma com­ples­si­va­mente è un salto di qua­lità. Le scuole quindi sono deci­sive, ma come le reda­zioni anche loro devono inno­vare e tenere il passo.

  1. Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione, per i gior­na­li­sti? 

Non vor­rei sem­brare vec­chio, ma il primo requi­sito resta quello di leg­gere e saper leg­gere i gior­nali e le agen­zie: non si vive di solo Twit­ter. Quanto agli stru­menti ope­ra­tivi, a mio avviso la mag­giore inno­va­zione degli ultimi anni per i gior­na­li­sti è stato il tablet. Può fare mille cose, per chi impara a usarlo bene.

  1. Nel suo libro “L’ultima noti­zia” scrive che “nelle bat­ta­glie tra i gio­vani leoni dell’informatica e le vec­chie volpi dell’editoria, sono que­ste ad avere la peg­gio”. Però anche nel gior­na­li­smo il pre­ca­riato è ormai una realtà per la mag­gior parte dei gio­vani. Quali i suoi con­si­gli per emer­gere – e farsi assu­mere – in un grande gior­nale nazio­nale? 

Farsi assu­mere è diven­tato com­plesso, per una serie di motivi molti dei quali si spera siano con­giun­tu­rali. Un con­si­glio di fondo: ren­dersi indi­spen­sa­bili. I gior­nali devono inno­vare, ma non hanno tutte le risorse pro­fes­sio­nali al loro interno per farlo. Nella cac­cia al posto di lavoro, è avvan­tag­giato chi sa offrire rispo­ste alle nuove domande di con­te­nuti di qua­lità digi­tali che stanno emer­gendo: video, data jour­na­lism, visua­liz­za­zioni, info­gra­fi­che. I gior­nali, che hanno dif­fi­coltà ad assu­mere, pos­sono però tro­vare forme crea­tive per tra­sfor­marsi anche in incu­ba­tori di start-up. L’innovazione, nel nostro mondo, pas­serà da qui.

Torino Foto Luigi Sergio Tenani: PRESENTAZIONE DEL LIBRO "UN ISTANTE PRIMA" DEL MAGISTRATO STEFANO DAMBRUOSO ED IL GIORNALISTA VINCENZO R.SPAGNOLO

Inter­vi­sta a Ciro Pellegrino

  1. Il livello occu­pa­zio­nale dei gior­na­li­sti negli ultimi anni ha avuto un forte ridi­men­sio­na­mento con pre­pen­sio­na­menti, cassa inte­gra­zione e licen­zia­menti. Si tratta solo del crollo dei ricavi dalle ven­dite di copie ed il tra­collo degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sulla carta stam­pata o le vere moti­va­zioni sono da ricer­carsi altrove? 

È evi­dente che ci sono tan­tis­sime ragioni. L’informazione online e mol­te­plici nuovi modelli e nuovi pro­dotti edi­to­riali; i con­te­nuti gene­rati dagli utenti che in un clima di cre­scente dif­fi­denza verso i media sono finiti per essere, in molti casi, più auto­re­voli del pro­dotto gior­na­li­stico, agli occhi dei let­tori. E poi l’enorme ritardo nel ren­dersi conto che un cam­bia­mento stava tra­vol­gendo un sistema. Ora che è cam­biato tutto si rac­col­gono i cocci, ma è evi­dente che non pos­siamo con­fron­tarci più con un modello impren­di­to­riale vec­chio di un secolo.

  1. Secondo il rap­porto “La Fab­brica dei Gior­na­li­sti” sti­lato da LSDI – Libertà di Stampa e d’Informazione – sono oltre 112.000 in Italia:il tri­plo che in Fran­cia, il dop­pio che in Gran Bre­ta­gna. Ma solo il 45% sono “attivi uffi­cial­mente’’ e solo 1 su 5 ha un con­tratto di lavoro dipen­dente. E’ neces­sa­ria una nuova rego­la­men­ta­zione che restringa l’accesso alla pro­fes­sione gior­na­li­stica o la solu­zione va ricer­cata in altro modo? 

La tes­sera da gior­na­li­sta in Ita­lia è stata per anni uno sta­tus sym­bol piut­to­sto che la cer­ti­fi­ca­zione di una pro­fes­sio­na­lità. Quanti gior­na­li­sti pub­bli­ci­sti che non hanno mai pub­bli­cato niente di niente esi­stono? La legge dice che dovreb­bero dimo­strare la loro atti­vità. Ma come? È neces­sa­ria una legge nuova: quella che abbiamo fa acqua da tutte le parti. Anzi­ché discu­tere sull’abolizione o meno dell’Ordine dei gior­na­li­sti, que­stione che in Ita­lia sca­tena guerre civili, ser­vi­rebbe una nor­ma­tiva moderna, capace di dichia­rare gior­na­li­sta una per­sona solo al ter­mine di un serio per­corso di stu­dio. 

  1. E’ il gior­na­li­smo ed il mestiere di gior­na­li­sta ad essere in crisi oppure è solo un pro­blema di indi­vi­dua­zione di nuovi modelli di busi­ness da parte degli edi­tori? 

L’Italia è rovi­nata, ma non al punto da essere insen­si­bile all’informazione. Se guardi non solo su base nazio­nale ma anche su quella locale c’è “fame” di noti­zie. Ci sono più festi­val del gior­na­li­smo che gior­na­li­sti, in Ita­lia. Ci sono più dibat­titi sull’informazione ogni giorno. Secondo te il pro­blema è dav­vero la crisi del gior­na­li­smo? Non dovremmo forse guar­dare in casa degli edi­tori ita­liani, delle loro pro­prietà, dei loro inte­ressi? Qual è dav­vero il busi­ness di un edi­tore ita­liano? Fare un pro­dotto capace di inte­resse e quindi spen­di­bile sul mer­cato oppure rispon­dere ad altre logi­che? 

  1. Scuole di gior­na­li­smo fab­brica di disoc­cu­pati? Quale dovrebbe essere il ruolo loro ruolo e su quali com­pe­tenze dovreb­bero foca­liz­zare la loro atti­vità per garan­tire un futuro lavo­ra­tivo ai loro iscritti? 

Le scuole di gior­na­li­smo hanno fal­lito. Costano troppo; non pre­pa­rano chi le fre­quenta alla realtà della reda­zione, alla ricerca sul campo. E poi, pagare per garan­tirsi un pra­ti­can­tato, diven­tare gior­na­li­sta pro­fes­sio­ni­sta e affron­tare un uni­verso inca­pace di assu­mere gio­vani mi dici a che serve? Io penso ad un per­corso uni­ver­si­ta­rio e real­mente selet­tivo. Sai quando mi sento vera­mente umi­liato come gior­na­li­sta ita­liano? Quando vado al Festi­val inter­na­zio­nale del gior­na­li­smo di Peru­gia e vedo miei coe­ta­nei o col­le­ghi anche più pic­coli di me in ruoli stra­te­gici di grandi testate. Umili, pre­pa­ra­tis­simi e respon­sa­bili. In Ita­lia non accade. Alla Colum­bia, la più impor­tante scuola di gior­na­li­smo del mondo, ci sono focus, semi­nari sui social. E qui siamo ancora a chi ha più fol­lo­wers su twit­ter o a chi li com­pra fasulli. Una rovina.

  1. E’ il digi­tale, Inter­net, che hanno cau­sato la crisi di que­sta pro­fes­sione o la spie­ga­zione è un’altra? 

Mi risulta dif­fi­cile cre­dere che allar­gare una strada possa essere d’intralcio a chi vuole per­cor­rerla. Inter­net ha allar­gato la via della noti­zia che oggi viag­gia a velo­cità paz­ze­sche. Forse dob­biamo far capire alla gente che certi con­te­nuti di qua­lità vanno pagati e il “tutto gra­tis” non è un sistema più per­cor­ri­bile? Sono d’accordo. Nel frat­tempo, però, pen­siamo anche che il lavoro di chi fa infor­ma­zione va pagato: in Ita­lia que­sto è l’ultimo pro­blema che ci si pone.

  1. Oltre a pre­pen­sio­na­menti, cassa inte­gra­zione e licen­zia­menti, è il pre­ca­riato l’altra fac­cia della crisi della carta stam­pata. Quanto è dif­fuso oggi il feno­meno e quali sono le impli­ca­zioni nell’esercizio della pro­fes­sione gior­na­li­stica? 

Otto nuovi gior­na­li­sti su dieci sono desti­nati a rima­nere pre­cari per anni. Lo dicono i dati che abbiamo rac­colto nel corso degli ultimi tre anni. Di que­sti otto almeno tre lasce­ranno il mestiere. E dei restanti cin­que una parte vivac­chia tra un lavoro a nero e uno sot­to­pa­gato e altri entrano in con­tatto con una reda­zione spe­rando l’inferno della col­la­bo­ra­zione sot­to­pa­gata con par­tita iva porti, alla fine, all’agognato con­tratto che spesso non arriva. Le aziende pre­fe­ri­scono pre­pen­sio­nare i vec­chi gior­na­li­sti e farli rien­trare dalla fine­stra come con­su­lenti. Alla fac­cia del ricam­bio generazionale.

  1. A dicem­bre 2012 è stata appro­vata la legge per l’equo com­penso per i gior­na­li­sti lavo­ra­tori auto­nomi ma resta ancora inap­pli­cata per­ché non ne sono state ema­nate le norme attua­tive. Qual è il pro­blema? 

Il pro­blema è che edi­tori, sin­da­cato e ordine non si met­tono d’accordo su come quan­ti­fi­care un equo com­penso senza cor­rere il rischio di sti­lare un tarif­fa­rio, vie­tato dalle norme euro­pee sulla libera con­cor­renza nelle pro­fes­sioni. Di recente ho incon­trato il sot­to­se­gre­ta­rio all’Editoria Gio­vanni Legnini: mi ha detto di avere con­vo­cato la Com­mis­sione equo com­penso per il pros­simo 8 otto­bre e che in caso di man­cato accordo tra le parti pren­derà in mano la situa­zione e pre­sen­terà una pro­po­sta del governo. La pro­messa è di arri­vare all’equo com­penso entro la fine del 2013. Atten­diamo fidu­ciosi, si dice così?

  1. In molte regioni è stato creato il coor­di­na­mento dei gior­na­li­sti pre­cari. Lei che è respon­sa­bile di quelli della Cam­pa­nia potrebbe spie­garci qual è il ruolo e l’incisività di que­ste ini­zia­tive? 

I coor­di­na­menti oltre che in Cam­pa­nia sono attivi in Veneto, in Toscana, a Roma, in Abruzzo. Di recente anche a Milano e in Puglia e in molte altre regioni. L’obiettivo è quello di ricor­dare che ci sono anche i pre­cari del gior­na­li­smo. Sai che siamo bra­vis­simi a rac­con­tare i guai degli altri ma non i nostri? C’è ancora qual­cuno che parla di noi come di una casta, igno­rando l’enorme dispa­rità tra il sem­pre più spa­ruto gruppo di con­trat­tua­liz­zati e l’enorme pla­tea di pre­cari, ati­pici e freelance.

  1. Il mito del posto fisso è un mirag­gio ormai anche nel mondo del gior­na­li­smo o esi­stono “truc­chi”, pic­cole grandi atten­zioni per riu­scire ad entrare sta­bil­mente nella reda­zione di un quo­ti­diano? 

Cosa ti dovrei rispon­dere? Un bel trucco è la rac­co­man­da­zione, come nella migliore tra­di­zione ita­lica. Ma nem­meno quella fun­ziona come prima, almeno così mi dicono. A parte que­sto molti col­le­ghi sono riu­sciti a vedere rico­no­sciute le loro ragioni con le cause di lavoro, ma è sem­pre più dif­fi­cile. Io non ho mai pen­sato che il gior­na­li­smofosse un mestiere tran­quillo. Ma pen­savo che avrei avuto pro­blemi per le noti­zie “sco­mode”. E invece l’ostacolo da free­lance è stato quello di farsi pagare. E quello da disoc­cu­pato è stato inse­guire l’editore fal­lito per vie legali e vedersi rico­no­sciuti sti­pendi arre­trati e Tfr.

  1. Molti sosten­gono che il mestiere del gior­na­li­sta sia sem­pre più per “figli dei ric­chi”, per per­sone che pos­sono per­met­tersi anni di man­cati, o comun­que scarsi, gua­da­gni. E’ dav­vero così? 

Io sono figlio di un fale­gname e di una casa­linga e vengo da Napoli. Ricco non sono. C’è biso­gno anche di incon­trare le per­sone giu­ste, non è sem­pre facile. Penso che la situa­zione sia comune anche ad altre pro­fes­sioni. Il pro­blema è anche un altro: noi maneg­giamo l’informazione. Un com­pito del genere nelle mani di un pro­fes­sio­ni­sta sotto ricatto (e chi è sot­to­pa­gato lo è , sem­pre) non è esat­ta­mente quello che si dice “favo­rire la libertà di stampa”. Così si inquina il pozzo dell’informazione al quale dovreb­bero invece attin­gere tutti senza timore. I risul­tati sono sotto gli occhi di tutti. 

Foto CIRO_PELLEGRINO

NB: Per even­tuale ripro­du­zione delle inter­vi­ste si prega cor­te­se­mente di richie­dere con­senso pre­ven­tivo. Grazie.

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