investimenti pubblicitari

Adv Online per persona
Pubblicato il 26 settembre 2013 by Pier Luca Santoro

Communication e Digital Divide

eMar­ke­ter ha pub­bli­cato ieri i dati rela­tivi agli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari nelle 20 prin­ci­pali nazioni per ampiezza di mer­cato, per livello degli investimenti.

Quello che è inte­res­sante è che i dati sono stati riclas­si­fi­cati in base all’investimento per per­sona per quanto riguarda il totale della spesa pub­bli­ci­ta­ria e per utente per quanto attiene gli inve­sti­menti in adver­ti­sing online.

In entrambi i casi ci sono 6 nazioni euro­pee tra i primi 10 ed in ambe­due le clas­si­fi­ca­zioni l’Italia non figura tra que­ste col­lo­can­dosi al al 14° posto. Non a caso le ultime pre­vi­sioni sull’andamento degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari rila­sciate da Zenith Opti­me­dia il nostro Paese viene inse­rito tra le cin­que nazioni dell’«Europa Peri­fe­rica», marginale.

Adv Online per persona

Ad inte­gra­zione dei dati sopra ripor­tati, inte­res­santi anche i valori asso­luti degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari, e le ten­denze 201‑2016 delle prin­ci­pali nazioni del mondo, Ita­lia inclusa, sem­pre con totale adv e det­ta­glio inve­sti­menti online.

Se le cifre pub­bli­cate da eMar­ke­ter degli inve­sti­menti per per­sona venis­sero ulte­rior­mente riclas­si­fi­cate basan­dosi sul potere di acqui­sto non ho dubbi che sci­vo­le­remmo ulte­rior­mente nel ran­king al di sotto delle poco nazioni che pre­ce­diamo, forse addi­rit­tura fuori dai primi 20.

Ulte­riori segni dell’arretratezza di una nazione la cui defi­ni­zione di Bel­paese ricorda sem­pre più sol­tanto la mol­lezza del cele­bre for­mag­gio. Sigh!

Banda Larga

Digital AD Spending 2012 2017
Pubblicato il 24 maggio 2013 by Pier Luca Santoro

Advertising Digitale 2012 — 2017

eMar­ke­ter, ha pub­bli­cato il con­sun­tivo degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari per l’area digi­tale nel 2012 e le pro­ie­zioni per il 2017 per le prin­ci­pali nazioni dell’Europa Occi­den­tale Ita­lia compresa.

Secondo quanto ripor­tato [*], attual­mente la spesa pub­bli­ci­ta­ria digi­tale nel nostro Paese pesa il 13,8% del totale inve­sti­menti in adver­ti­sing, per­cen­tuale che dovrebbe cre­scere di quasi il 60% nei pros­simi 5 anni per asse­starsi al 21,9% a fine 2017.

La tabella di sin­tesi sotto ripor­tata mostra fon­da­men­tal­mente tre cose:

  • L’Italia anche alla fine del pros­simo lustro con­ti­nuerà ad essere la nazione dell’Europa Occi­den­tale con la minor inci­denza di inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sul digi­tale. Ben al di sotto della media euro­pea del 31,5%
  • Se la pre­vi­sione di cre­scita del mer­cato pub­bli­ci­ta­rio nel suo com­plesso è del 2,1% è chiaro che gli inve­sti­menti nel digi­tale saranno a sca­pito degli altri media. Il declino degli inve­sti­menti su stampa, tele­vi­sione e radio non è dun­que con­giun­tu­rale bensì strutturale.
  • Il grosso della cre­scita dovrebbe deri­vare dal mobile. Allo stato attuale delle cose ele­mento di ulte­riore minac­cia per le spe­ranze di otte­nere ricavi da parte dell’[ex] indu­stria dell’informazione.

Digital AD Spending 2012 2017

[*] La quota di inve­sti­menti non coin­cide con quella ripor­tata da Niel­sen nè per il 2012 [8.6%] e nep­pure per il primo tri­me­stre 2013 [7.5%].

Ripartizione ADV Online per Categoria
Pubblicato il 6 marzo 2013 by Pier Luca Santoro

Osservatorio sulla Pubblicità — Risultati della Prima Edizione

L’AGCOM, l’Autorità per le Garan­zie nelle Comu­ni­ca­zioni, ha dif­fuso i risul­tati della prima edi­zione dell’Osservatorio sulla Pubblicità.

L’indagine con­sente di appro­fon­dire quanto emerso dall’indagine cono­sci­tiva sulla rac­colta pub­bli­ci­ta­ria pub­bli­cata da AGCOM a fine novem­bre 2012.

Pur­troppo i risul­tati ven­gono dif­fusi ad un anno di distanza dalla data in cui è stato effet­tuato lo stu­dio [per­chè?], ma visto che l’Autorità acqui­si­sce infor­ma­zioni e dati nell’ambito dell’annuale comu­ni­ca­zione all’informativa eco­no­mica di sistema e dun­que dispone di dati non altri­menti repe­ri­bili il rap­porto con­tiene comun­que infor­ma­zioni d’interesse, in par­ti­co­lare per quanto riguarda l’online per il quale ven­gono for­niti gli ordini di gran­dezza sia per l’above the line [search, display, social net­work, mobile e video] che per il below the line [direct mail, web marketing].

Dal rap­porto emerge come le imprese pre­va­len­te­mente non adot­tino un mix di comu­ni­ca­zione nell’above the line con­cen­trando nel 60% dei casi il pro­prio inve­sti­mento solo su un mezzo. Si con­ferma l’inconsistenza, l’inutilità dei listini pub­bli­ci­tari che nel migliore dei casi, per la tele­vi­sione, rap­pre­sen­tano base di nego­zia­zione nel 30% dei casi e sono rife­ri­mento pra­ti­ca­mente assente per quo­ti­diani e perio­dici. I mec­ca­ni­smi di nego­zia­zione e di for­ma­zione dei prezzi della pub­bli­cità sono con­di­zio­nati, si basano fon­da­men­tal­mente sulle rela­zioni sto­ri­che tra cliente e concessionaria.

La dimen­sione azien­dale rive­ste un’importanza cru­ciale nello spin­gere gli inser­zio­ni­sti ad inve­stire, per cui la comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria si con­ferma un’attività per medie e grandi imprese. Come era già emerso dall’indagine di novem­bre, un’attività per pochi dun­que visto il tes­suto impren­di­to­riale ita­liano. Se per mezzi quale la tele­vi­sione si tratta di una que­stione di soglia d’accesso al mezzo, in ter­mini di livello d’investimento, la bassa pene­tra­zione di altri media, Inter­net incluso, che comun­que ha la mag­gior quota di aziende che svolge atti­vità di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria [22,7% degli inve­sti­tori e 5,7% del totale aziende], dimo­stra come il pro­blema sia fon­da­men­tal­mente cul­tu­rale, di approccio.

Per quanto riguarda l’above the line per la pub­bli­cità su Inter­net è la search il for­mato mag­gior­mente richie­sto, seguita da display e classified/directories come mostra la tavola di sin­tesi sotto riportata.

Ripartizione Investimenti Online

Anche la ripar­ti­zione degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari dell’on line in base alla cate­go­ria pub­bli­ci­ta­ria evi­den­zia la mede­sima ripar­ti­zione con al primo posto il search, inteso come annunci pub­bli­ci­tari che com­pa­iono sulla pagina che elenca i risul­tati di una ricerca [pay per click], seguito da display adver­ti­sing e dalla pub­bli­cità directory/classified. Meno rile­vante, ma in forte espan­sione, appare l’investimento in pub­bli­cità dif­fusa attra­verso i social net­work, che nel 2011 già pesava il 10%. . Il 7% della spesa com­ples­siva sul web è assor­bita, infine, dalla pub­bli­cità di tipo video che sof­fre del con­di­zio­na­mento dato dalla scarsa dif­fu­sione della banda larga nel nostro Paese. Sono ancora le forme più tra­di­zio­nali di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria a fare la parte del leone online.

Infine, secondo l’AGCOM, il 49.2% delle imprese ita­liane ha un pro­prio sito web. Dato che se messo a con­fronto al 5.7% di aziende che inve­stono in pub­bli­cità online mostra cer­ta­mente le enormi poten­zia­lità ed oppor­tu­nità di cre­scita ma anche l’attuale defi­cienza [nel senso del latino defi­cere, ma non solo].

In con­clu­sione, il rap­porto, che come d’abitudine invito cal­da­mente a leg­gere inte­gral­mente, è la foto­gra­fia di un Paese, il nostro, [a]normale sia sotto il pro­filo della rac­colta pub­bli­ci­ta­ria che della pro­pen­sione alla comu­ni­ca­zione da parte delle imprese. Istan­ta­nea le cui impli­ca­zioni  evi­den­ziano un sistema che ha ancora molta strada da com­piere, anche, sotto que­sto profilo.

Ripartizione ADV Online per Categoria

New Business Model
Pubblicato il 16 febbraio 2013 by Pier Luca Santoro

Strutturale & Chiaro-Veggente

Niel­sen, come cer­ta­mente molti sapranno, ha dif­fuso i dati degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari per mezzo del 2012.

Rispetto al 2011 si assi­ste ad un calo, ad un tra­collo, a dop­pia cifra per tutti i mezzi tele­vi­sione inclusa. Anche inter­net, per quanto riguarda Display, Per­for­mance e Classified/Directories, frena bru­sca­mente e dai tassi di cre­scita dou­ble digits del primo seme­stre chiude al +5,3%  il totale anno a causa delle forti fles­sioni dei mesi di novem­bre [– 8.3%] e dicem­bre [– 10.3%].

ADV nielsen-tot2012

Il com­mento ai dati di Alberto Dal Sasso, adver­ti­sing infor­ma­tion ser­vi­ces busi­ness direc­tor dell’istituto di ricerca e rile­va­zione, è stato ripor­tato, facendo copia e incolla fon­da­men­tal­mente [come d’abitudine?], da tutti i prin­ci­pali organi d’informazione ed ovvia­mente dalle testate specializzate:

In ter­mini reali vale a dire che, al netto dell’inflazione (ISTAT), si torna addi­rit­tura a livelli del 1991; que­sto fa quindi pen­sare ad un cam­bio strut­tu­rale e non con­giun­tu­rale nella sua composizione.

Nel com­mento c’è un ter­mine che è la chiave di com­pren­sione del pro­blema, è la parola strut­tu­rale.

Spiega il dizio­na­rio che strut­tura in ter­mini eco­no­mici iden­ti­fica “l’insieme dei fat­tori che deter­mi­nano le carat­te­ri­sti­che di un sistema eco­no­mico o di un mer­cato e ne carat­te­riz­zano i rap­porti interni”. Aspetto che la deri­va­zione eti­mo­lo­gica del ter­mine con­sente ulte­rior­mente di appro­fon­dire poi­chè spiega che in fisio­lo­gia il signi­fi­cato è quello di “dispo­si­zione delle parti, dei tes­suti e degli ele­menti orga­nici che entrano nella com­po­si­zione dei corpi viventi”.

Come sem­pre non ne fac­cio una que­stione seman­tica. Cam­bio strut­tu­rale signi­fica fon­da­men­tal­mente che vi è un cam­bia­mento dal quale non si torna più indie­tro poi­chè il muta­mento non è momen­ta­neo ma, appunto, strutturale.

Scri­vevo a giu­gno 2012, nella con­clu­sione del com­mento ai dati degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari del primo qua­dri­me­stre dell’anno, che: “Il mondo cambia”.

Aspetto che ho avuto modo di appro­fon­dire verso la fine di gen­naio di quest’anno a com­mento dei dati delle rile­va­zioni degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari in Ita­lia sud­di­visi per mezzo per i primi 11 mesi del 2012 ed il rela­tivo con­fronto con il pari periodo del 2011, affer­mando: “Vi sono ele­menti strut­tu­rali di cam­bia­mento nel pro­cesso di rela­zione e comu­ni­ca­zione tra per­sone e brand, imprese, alle quali gli attuali for­mat di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, anche online, non sono in grado di dare una rispo­sta utile. La pub­bli­cità diviene sem­pre più, nella migliore delle ipo­tesi, un fasti­dio da sop­por­tare per poter fruire di con­te­nuti che inte­res­sano le persone”.

Credo sia que­sta l’interpretazione più cor­retta del com­mento pro­dotto da Niel­sen ai dati dif­fusi. Credo altret­tanto che per tro­vare forme e for­mat di comu­ni­ca­zione d’impresa, o pub­bli­ci­ta­ria se pre­fe­rite, sia neces­sa­rio disin­ter­me­diare l’intermediazione attuale e creare un rap­porto con­su­len­ziale, uscendo dalla attuale logica di ven­di­tori di spa­zio e/o di pixel, tra edi­tori ed imprese, inve­sti­tori pub­bli­ci­tari, che con­senta di spe­ri­men­tare gio­chini stu­pidi che fun­zio­nano [et similia].

New Business Model

Sem­pre a pro­po­sito di cam­bia­menti strut­tu­rali e di chiaro-veggenza, di chia­rezza di visione, dice l’amico Marco Dal Pozzo che “ci ho preso” anche per quanto riguarda il NYTi­mes. Tema ben ana­liz­zato da Nie­man Jour­na­lism Lab.

Pubblicato il 25 gennaio 2013 by Pier Luca Santoro

La Crisi è Economica o di Valori?

A metà di que­sta set­ti­mana Niel­sen Media Research ha rila­sciato i dati delle rile­va­zioni degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari in Ita­lia sud­di­visi per mezzo per i primi 11 mesi del 2012 ed il rela­tivo con­fronto con il pari periodo del 2011.

Se già nel pro­gres­sivo dei primi undici mesi dell’anno scorso la situa­zione era dav­vero cri­tica con  gli inve­sti­menti in tele­vi­sione  che regi­strano una fles­sione del –15,3% e quo­ti­diani e perio­dici rispet­ti­va­mente al –16,9% e — 17,8%, anche l’advertising online [display+ per­for­mance+ clas­si­fied] per la prima volta dopo anni di cre­scita in calo dell’8,3%.

Arri­vano ora i dati dell’ Osser­va­to­rio FCP Assoin­ter­net rela­tivi a tutto il 2012. Il mese di dicem­bre regi­stra una fles­sione del –10,3% con­fer­mando e peg­gio­rando la per­for­mance del mese di novem­bre e  por­tando il totale del 2012 ad una cre­scita del 5,3%.

Pur restando l’unico mezzo con una varia­zione posi­tiva, il calo a due cifre del mese di dicem­bre, mese in cui tra­di­zio­nal­mente la spesa pub­bli­ci­ta­ria cre­sce per incen­ti­vare i con­sumi nata­lizi, fa riflettere.

Sep­pure l’assenza di dati sul valore della search, di Goo­gle, e di Face­book nel nostro Paese non  con­senta di avere un qua­dro com­pleto della situa­zione, resta la nega­ti­vità del dato, che cer­ta­mente non lascia ben spe­rare per gen­naio 2013, e induce ine­vi­ta­bil­mente a riflet­tere sulle pos­si­bili cause ed impli­ca­zioni dello stesso.

Ovvia­mente la costante crisi eco­no­mica che stringe, anche, l’Italia è ine­vi­ta­bil­mente una con­causa del calo degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari che ini­zia a col­pire anche l’online ma non credo che da sola basti a spiegare.

Con CTR che hanno valori nell’ordine dello zero vir­gola zero zero l’inefficacia della comu­ni­ca­zione online nella sua forma più tra­di­zio­nale, display, è ampia­mente dimo­strata da tempo. Il tra­sfe­ri­mento di forme e for­mati della comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria all’online è asso­lu­ta­mente fal­li­men­tare, ina­de­guata come pro­po­sta, come con­fer­mato dal report  Niel­sen: “Glo­bal Trust in Adver­ti­sing and Brand Mes­sa­ges” che ha evi­den­ziato come le forme più tra­di­zio­nali di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria online [e mobile] sono quelle che godono di minor fidu­cia, e dun­que impatto e valore, da parte delle persone.

Vi sono ele­menti strut­tu­rali di cam­bia­mento nel pro­cesso di rela­zione e comu­ni­ca­zione tra per­sone e brand, imprese, alle quali gli attuali for­mat di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, anche online, non sono in grado di dare una rispo­sta utile. La pub­bli­cità diviene sem­pre più, nella migliore delle ipo­tesi, un fasti­dio da sop­por­tare per poter fruire di con­te­nuti che inte­res­sano le persone.

La crisi è eco­no­mica ma anche di valori. Sarà meglio lavo­rarci sopra alla svelta.

Ads Don't Work

Investimenti Pubblicitari Carta Vs Online
Pubblicato il 3 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Carta Versus Online

Si assi­ste con cadenza rego­lare ad annunci, a pro­clami sul sor­passo degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari online rispetto a quelli sulla carta stam­pata. Oltre a tenere in con­si­de­ra­zione che men­tre gli inve­sti­menti per le ver­sioni tra­di­zio­nali vanno agli edi­tori la quota che arriva dall’online alle testate è solo una minima parte, può essere inte­res­sante veri­fi­care dove que­sto effet­ti­va­mente avvenga.

Print Power, orga­niz­za­zione paneu­ro­pea dedi­cata alla pro­mo­zione dei mezzi stam­pati e del loro ruolo nell’ambito di moderni pro­grammi e cam­pa­gne di mar­ke­ting inte­grato, ha aggre­gato i dati for­niti da Zeni­thOp­ti­me­dia per le prin­ci­pali nazioni del vec­chio con­ti­nente, Ita­lia com­presa, e Stati Uniti, mostrando per cia­scun Paese la quota di inve­sti­menti pub­bli­ci­tari online e quella rela­tiva alla carta stampata.

Come mostra il gra­fico di sin­tesi sot­to­stante in realtà il tanto accla­mato sor­passo, di fatto, è avve­nuto solo negli USA e in Gran Bre­ta­gna. Molto vicino in Fran­cia, dove però il mer­cato della carta stam­pata è “dro­gato” dalle sov­ven­zioni sta­tali molto più che in Ita­lia [circa 10 volte tanto].

In tutte le altre nazioni gli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sulla carta, con i gior­nali a fare la parte del leone rispetto ai perio­dici, sono net­ta­mente supe­riori a quelli online. In Ita­lia, dove l’advertising sulla stampa è for­te­mente con­di­zio­nato dalla grande con­cen­tra­zione degli inve­sti­menti sulla tele­vi­sione, la quota è comun­que più che doppia.

Come si direbbe sui social net­work, sapevatelo!

In tema, da leg­gere l’articolo pub­bli­cato sul «Finan­cial Times» a cura di Andrew Edgecliffe-Johnson, media edi­tor del quo­ti­diano eco­no­mico finan­zia­rio, “Publi­shers can sur­vive digi­tal kryp­to­nite”. Ne anti­cipo le conclusioni:

It is temp­ting for publi­shers to focus only on digi­tal stra­te­gies, but they must also think about how to manage their decli­ning print busi­nes­ses and how to keep up the value of their jour­na­lism, regard­less of medium. The music indu­stry disco­ve­red this to its cost. For a decade after Nap­ster laun­ched, exe­cu­ti­ves scur­ried to find new digi­tal busi­ness models, neglec­ting the CD even as it repre­sen­ted a majo­rity of their reve­nues. New­spa­pers and maga­zi­nes risk repea­ting the mistake.

Più o meno, se posso dirlo, quel che soste­nevo già due anni fa al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Perugia.

Newspaper adv revenues print and online
Pubblicato il 19 settembre 2012 by Pier Luca Santoro

I Giornali Tornano agli Anni 50

Mark J. Perry, pro­fes­sore di eco­no­mia e finanza alla School of Mana­ge­ment dell’ Uni­ver­sity of Michi­gan, ha preso i dati della New­spa­per Asso­cia­tion of Ame­rica degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sui quo­ti­diani dal 1950 al 2011 ed i dati dei primi due tri­me­stri di quest’anno.

La NAA dal 2003 for­ni­sce anche il det­ta­glio della quota di adver­ting online per i gior­nali sta­tu­ni­tensi. Se nel primo anno di rile­va­zione il peso degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari online rispetto ai ricavi com­ples­sivi era del 2,6%, il 2011 si è chiuso con un’incidenza del 13,6%. Una ten­denza che sca­tu­ri­sce da tassi di cre­scita a due cifre — ad esclu­sione del 2009 — per l’online ma soprat­tutto dal calo [– 54%] degli inve­sti­menti per la ver­sione car­ta­cea dei quo­ti­diani. Trend che peg­giora ulte­rior­mente nei primi due tri­me­stri del 2012 con l’online, che ora pesa il 14,7% del totale, che cre­sce sola­mente del 2% e la carta al — 6,5%.

Come mostra il gra­fico di sin­tesi rea­liz­zato da Perry, il livello della rac­colta pub­bli­ci­ta­ria com­ples­si­va­mente [carta + online] è infe­riore a quanto erano i ricavi nel 1953.

Se que­sto avviene in un mer­cato dove il valore rico­no­sciuto per CPM è di gran lunga supe­riore a quello nel nostro Paese e che vede la pre­senza di colossi dell’informazione che atti­rano milioni di utenti unici sui loro siti, quale uno per tutti il  «The New York Times», è evi­dente come, nono­stante le dif­fe­renze rispetto alla situa­zione ita­liana, sia asso­lu­ta­mente neces­sa­rio ricer­care nuove fonti di ricavo per l’industria dell’informazione.

Tema discusso recen­te­mente da Clay Shirky, “guru” dei media e pro­fes­sore di inte­rac­tive tele­coms alla New York Uni­ver­sity, Andrea Stone dell’ «Huf­fing­ton Post» e Paul Farhi, media repor­ter per «The Washing­ton Post».

Su cause, con­cause e pos­si­bili solu­zioni, asso­lu­ta­mente da leg­gere: “Beyond Print: From New­spa­pers to News Media” [H/T: Nico Bia­gianti] e le con­si­de­ra­zioni di Mar­tin Baron, «Boston Globe» edi­tor, pub­bli­cate da Rome­ne­sko, “New­spa­pers are badly brui­sed, but not beaten”.

Kantar Media Ad Spending
Pubblicato il 16 settembre 2012 by Pier Luca Santoro

Sorpresa! La Pubblicità su Internet Cala

Kan­tar Media ha rila­sciato all’inizio di que­sta set­ti­mana la situa­zione degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari negli Stati Uniti aggior­nata a giugno.

Secondo quanto ripor­tato per la prima volta il valore degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sul Web cala del 5,4% nel secondo tri­me­stre e, com­ples­si­va­mente, del 3,9% nel periodo gen­naio — giu­gno 2012.

Se, come spiega la nota di com­mento, si tratta solo della pub­bli­cità display [ban­ners & co], e sono dun­que esclusi sia la search che gli inve­sti­menti in adver­ti­sing su Inter­net in mobi­lità, in forte svi­luppo come noto, è cer­ta­mente un indi­ca­tore del calo del valore media­mente rico­no­sciuto per CPM  e della inef­fi­ca­cia  delle attuali forme e for­mati adot­tati per l’advertising online.

Viene spesso rite­nuto che i feno­meni negli Stati Uniti siano anti­ci­pa­tori di un lustro rispetto alle dina­mi­che che si veri­fi­cano nel nostro Paese. Tesi che com­ples­si­va­mente non mi trova d’accordo poi­chè ho avuto modo di veri­fi­care a più riprese che molto spesso in realtà molti dei feno­meni che si veri­fi­cano dall’altra parte dell’oceano non hanno mai luogo in Ita­lia. Se comun­que così fosse in que­sto caso, vista la glo­ba­liz­za­zione, anche in ter­mini di mer­cato, della Rete, sarà bene tenerne conto.

ADV nel Mondo per Media
Pubblicato il 29 agosto 2012 by Pier Luca Santoro

Gli Investimenti Pubblicitari Online Sorpassano i Giornali

Carat, una delle mag­giori agen­zie di media buy­ing nel mondo, ha pub­bli­cato le pre­vi­sioni di chiu­sura per il 2012 e la stima per il 2013 degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sud­di­visi per tipo­lo­gia di mezzo e per continente.

Com­ples­si­va­mente, a livello mon­diale, le pre­vi­sioni sono di una cre­scita del 5% nel 2012 e del 5,3% per il 2013; stime che sono al ribasso rispetto allle pre­vi­sioni effet­tuate in pre­ce­denza. Una ten­denza al calo gene­rata fon­da­men­tal­mente dalla crisi di tutta l’Europa Occi­den­tale, con l’Italia che dovrebbe avere una fles­sione degli inve­sti­menti nel 2012 del 5% e con­ti­nuare a per­dere, anche se in maniera meno accen­tuata, pure nel 2013.

Gli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari online rubano quota a tutti gli altri mezzi rag­giun­gendo il pros­simo anno il 16,9% del totale. La stima effet­tuata pre­vede che il 2013 sia, possa essere, l’anno del sor­passo con la spesa in adver­ti­sing online supe­riore a quella dei gior­nali che si asse­ste­reb­bero a livello mon­diale al 13,5% essendo il media che cede mag­gior quota al digitale.

Una realtà molto distante da quella del nostro Paese dove i quo­ti­diani di carta pesano ancora il 17,9% degli inve­sti­menti con­tro il 7,8% dell’online ma che indica ugual­mente la ten­denza in atto di cam­bia­mento nel pro­cesso di rela­zione e comu­ni­ca­zione tra per­sone e brand, imprese.

http://www.primaonline.it/wp-content/plugins/Flutter/files_flutter/1340892117Nielsen_Summarygen-apr2012.pdf
Pubblicato il 29 giugno 2012 by Pier Luca Santoro

Il Mondo Cambia

La tavola di sin­tesi sot­to­ri­por­tata evi­den­zia l’andamento, disa­stroso, del mer­cato pub­bli­ci­ta­rio in Ita­lia nel primo qua­dri­me­stre 2012 rispetto al pari periodo 2011 secondo le rile­va­zioni Nielsen.

Se Inter­net è l’unico mezzo che cre­sce [qui il det­ta­glio], arri­vando a pesare il 7,8% del totale, anche per effetto del calo degli altri mezzi, sem­pre secondo Niel­sen, la situa­zione in Europa non è molto migliore essendo l’unico con­ti­nente nel mondo che regi­stra una fles­sione degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari con però al suo interno Ger­ma­nia, Fran­cia e Sviz­zera che regi­strano una cre­scita della spesa in adver­ti­sing e gli altri in decisa fles­sione come nel nostro caso.

Sul tema vale la pena di leg­gere la rac­colta di dichia­ra­zioni di esperti inter­na­zio­nali del set­tore durante il recente Inter­na­tio­nal Festi­val of Crea­ti­vity di Can­nes. Ne riporto sola­mente una, quella che mi ha col­pito di più fra tutte:

Brand mar­ke­ters are increa­sin­gly loo­king for solu­tions to bet­ter con­nect with their con­su­mers, bet­ter con­trol their costs and the ROI of their acti­vi­ties, and to acce­le­rate the speed at which they bring the right ideas to mar­ket to cope with the pres­sure of an increa­sin­gly com­plex and kine­tic com­pe­ti­tive environment.

-Fran­cois Petavy, eYeka

Se le fles­sioni degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari che si regi­strano nelle nazioni euro­pee mag­gior­mente col­pite dalla crisi, inclusa l’Italia, sono un ele­mento ciclico che sem­pre si regi­stra durante que­sti momenti, la cre­scita di Inter­net, accom­pa­gnata dal calo anche della tele­vi­sione, dimo­stra che vi sono ele­menti strut­tu­rali di cam­bia­mento nel pro­cesso di rela­zione e comu­ni­ca­zione tra per­sone e brand, imprese, come giu­sta­mente rileva Fran­cois Petavy.

Il mondo cambia.

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