informazione

jesus community organizer
Posted on 20 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

I Giornalisti Come Community Organizers

28esima, e penul­tima, pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” per 2014/15. Viene affron­tato il cam­bia­mento di ruolo richie­sto ai gior­na­li­sti in base alle evo­lu­zioni dell’ecosistema dell’informazione par­lando di i gior­na­li­sti come com­mu­nity organizers.

Jesus Community

Le assump­tion di base del ragio­na­mento si arti­co­lano par­tendo dall’idea che, final­mente, i let­tori sono la parte più impor­tante, anche sotto il pro­filo dei ricavi che gene­rano, come dimo­strano i dati del NYTi­mes in cui le reve­nues dalle ven­dite di copie [car­ta­cee e digi­tali] supe­rano quella da advertising.

Le noti­zie sono sem­pre più una com­mo­dity, un bene indif­fe­ren­ziato di scarso valore. Per que­sto il ruolo dei gior­na­li­sti deve evol­versi. Non più sem­pli­ce­mente ripor­tare la noti­zia, dispo­ni­bile in Rete, su Twit­ter, gra­tui­ta­mente, ma dare forma e senso all’informazione rac­co­gliendo da tutte le fonti, com­preso i let­tori, le per­sone, armo­niz­zando il contenuto.

Un  cam­bio di ruolo che non richiede solo com­pe­tenze tech [neces­sa­rie anche quelle, ovvia­mente], ma pre­sup­pone un cam­bio di paradigma.

jesus community organizer

Viene citato, oltre al Guar­dian, il caso “Mia Oli­via” come esem­pio vir­tuoso con la sua piat­ta­forma di co-creazione sulla quale let­tori e gior­na­li­sti col­la­bo­rano per pro­durre arti­coli in un pro­cesso sequen­ziato e siste­ma­tico, ma aperto. I let­tori e gior­na­li­sti pro­du­cono sto­rie, arti­coli insieme ed il pro­dotto finale viene pub­bli­cato nella ver­sione car­ta­cea della rivi­sta o sul sito web.

Si ripren­dono i con­cetti espressi da Jeff Jar­vis al riguardo espressi nel suo ultimo libro e ripresi durante il recente Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Perugia.

Tutto que­sto non signi­fica negare ruolo e valore del gior­na­li­smo e della pro­fes­sioni gior­na­li­stica, dei gior­na­li­sti, ma al con­tra­rio valo­riz­zarlo ade­gua­ta­mente a fronte del pro­fondo cam­bia­mento di scenario.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che per l’ultima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” , onda mar­tedì 26 mag­gio alle 13 [che si può ascol­tare anche in strea­ming] è ancora pos­si­bile offrire sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag #imsv14 e/o men­zio­nando i due account  @pedroelrey / @radiofujiko.

SWOT Instant Articles
Posted on 18 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Analisi SWOT Instant Articles

Il 12 mag­gio scorso, come noto, Face­book ha dato seguito alle indi­scre­zioni che erano tra­pe­late nell’ultimo mese lan­ciando Instant Arti­cles.

L’iniziativa, sep­pure di per se stessa non rap­pre­senti nulla di straor­di­na­ria­mente inno­va­tivo poi­ché da sem­pre vi è inter­me­dia­zione della distri­bu­zione dei con­te­nuti sia nel mondo edi­to­riale che in altri mercati/segmenti, ha fatto molto rumore con Peta­byte in Rete tra chi si schiera a favore e chi con­tro il soda­li­zio tra Face­book ed alcuni editori.

La ricerca su Goo­gle di Instant Arti­cles infatti resti­tui­sce, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo, ben 305 milioni di risul­tati. Tra tutti segnalo Notes on the Sur­ren­der at Menlo Park e la visione del Media/Marketing Bureau Chief del Wall Street Jour­nal sul tema.

Per pro­vare a valu­tare nella maniera più serena ed ogget­tiva ho fatto la matrice swot, dal punto di vista degli edi­tori, dell’iniziativa.

Tra gli ele­menti interni nell’area dei punti di forza ho indi­vi­duato la capa­cità di gene­rare con­te­nuti di attua­lità rile­vanti che hanno un’ampia dif­fu­sione, come ben sa chiun­que abbia gestito la pagina Face­book di un quo­ti­diano e come, altret­tanto, risa­puto da Zuck & Co che altri­menti non si sareb­bero spinti ad offrire il 100% delle reve­nues pubblicitarie.

Sem­pre a livello di ele­menti interni, le debo­lezze sono l’assenza di un modello di busi­ness e le dif­fi­coltà che que­sto com­porta anche in ter­mini di ricerca di “scor­cia­toie” pur di otte­nere ricavi, una com­ples­siva scarsa capa­cità di inno­vare, un’organizzazione del lavoro set­to­riale, fram­men­tata, a due teste e la neces­sità di nuove pro­fes­sio­na­lità, assenti per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente la realtà italiana.

Le oppor­tu­nità sono rap­pre­sen­tate da un poten­ziale amplia­mento dell’audience, dall’annullamento dei costi di svi­luppo, dal for­nire un’esperienza di let­tura migliore, dalla gene­ra­zione di ricavi sup­ple­men­tari rispetto alla situa­zione attuale e dalla ces­sa­zione, final­mente, del click bai­ting poi­ché si è meno con­cen­trati sulla neces­sità di gene­rare click, traf­fico, al sito.

Le minacce invece sono su pro­prietà e gestione dei dati, nella migliore delle ipo­tesi mediata da Face­book, dal rischio del dele­gare ipso facto tutta l’area del mobile adver­ti­sing, da un poten­ziale appiat­ti­mento, per­dita ulte­riore d’identità del brand, da un potere nego­ziale che è sfa­vo­re­vole agli edi­tori, dalla costru­zione, dal favo­rire una Rete “Face­book– cen­trica” e dall’essere sog­getti agli stan­dard di Facebook.

A que­sti ele­menti si aggiunga che Instant Arti­cles non è una solu­zione che crea enga­ge­ment, che favo­ri­sce la rela­zione tra testate e pub­blico ma solo una ulte­riore forma di distri­bu­zione dei con­te­nuti, che esi­ste la con­creta pos­si­bi­lità, per restare alle testate che hanno ade­rito alla fase pilota, che il meme di Buz­z­feed sia sullo stesso piano dell’articolo del Natio­nal Geo­gra­phic o del NYTi­mes e, non ultimo, che gli inve­sti­tori per com­prare gli ads devono comun­que acqui­stare anche gli ads mobile di Face­book, un ulte­riore vin­colo da non tra­scu­rare in ter­mini di appeal della proposta.

Anche pon­de­rando il peso di cia­scuna varia­bile ed asse­gnando un peso spe­ci­fico mag­giore alle oppor­tu­nità pre­senti, non mi pare che sus­si­stano i pre­sup­po­sti per ade­rire alla pro­po­sta di Face­book, ad Instant Arti­cles. Come con­su­lente scon­si­glie­rei cal­da­mente di farlo.

SWOT Instant Articles

Bonus track i dati su come sono andati gli arti­coli del primo giorno

Notizie che non lo erano Sofri
Posted on 13 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Notizie che NON lo Erano

27esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a noti­zie false e vere bufale attra­verso la recen­sione del libro di recen­tis­sima uscita “Noti­zie che non lo erano”.

Il libro, scritto da Luca Sofri, prende il titolo dalla rubrica che ormai da anni il diret­tore de Il Post dedica ad un tema che è per­niante per gior­nali e gior­na­li­smo. In cin­que capi­toli, che par­tono da come e per­ché si gene­rano le noti­zie false per con­clu­dersi con come se ne esce, nel libro  oltre a rive­lare i pic­coli e grandi mec­ca­ni­smi del gior­na­li­smo, il let­tore è invi­tato a riflet­tere sullo stato della nostra infor­ma­zione e a costruirsi una bus­sola per distin­guere il vero dal falso.

Viene affron­tato il tema cru­ciale della rapi­dità ver­sus l’accuratezza con una ric­chezza di esempi sia inter­na­zio­nali che nazio­nali quali il caso del Ceni­spes, Cen­tro Ita­liano di Studi Poli­tici Sociali ed Eco­no­mici, del quale non vi è asso­lu­ta­mente trac­cia in Rete ma che però viene citato da molti dei nostri quo­ti­diani come fonte sulle spese degli ita­liani per San Valen­tino ed in diverse altre sedi­centi ricer­che sui com­por­ta­menti della popolazione.

Notizie che non lo erano Sofri

Illu­mi­nante sullo stato gene­rale dell’editoria la cita­zione di un pas­sag­gio di un arti­colo di Michele Serra su Repub­blica nel set­tem­bre 2012, che all’epoca scri­veva: “Non è la gente che fab­brica le noti­zie, sono i media. Anche il più scal­ci­nato dei ban­ca­rel­lai ha facoltà di deci­dere quali merci esporre. I media sono gli unici com­mer­cianti che danno sem­pre al cliente la colpa della loro merce avariata”.

Inci­pit che offre più di uno spunto di rifles­sione anche sulla annosa que­stione rela­ti­va­mente alla quale da anni si pro­clama che il gior­na­li­smo di qua­lità costa e va pagato.

Ele­mento sul quale si chiude il libro con: “Il plu­ra­li­smo che serve non è quello per cui accanto a mol­tis­sima infor­ma­zione sciatta, irri­le­vante ed ego­cen­trica ci sia anche un’offerta dif­fe­rente, in cui allar­mi­smo, tito­li­smo e ricerca di un posto in clas­si­fica non siano i cri­teri prio­ri­tari con cui rivol­gersi ai lettori”.

Insomma, il libro vale asso­lu­ta­mente sia il tempo della let­tura che l’esborso eco­no­mico. Da leggere.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno ed è ancora pos­si­bile offrire sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account  @pedroelrey / @radiofujiko.

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Posted on 12 maggio 2015 by Giacomo Fusina, Pier Luca Santoro

Gli Ultimi 20 anni della Stampa Quotidiana

Gio­vanni è un uomo urbano di 45 anni, lavora, ha una fami­glia, vota alle ele­zioni e va — anche se con­tro­vo­glia — alle riu­nioni con­do­mi­niali. E’ cre­sciuto in una fami­glia in cui si leg­geva ogni giorno il gior­nale “tal­volta anche due e tal­volta l’unico che c’era si divi­deva per­ché i miei potes­sero leg­gerlo insieme dopo cena, mamma la cro­naca e papà la poli­tica”. Gio­vanni ha ini­ziato a leg­gere il gior­nale con con­ti­nuità negli anni dell’università e non ha mai smesso, fin­ché un giorno… un giorno, forse nel 2008…da quel giorno di colpo non l’ha più comprato.

Mica per qual­che ragione par­ti­co­lare” — ci tiene a pre­ci­sare — “è suc­cesso così, quasi senza che me ne accor­gessi”. Gli chiedo se non ne ha sen­tito la man­canza e allora dopo qual­che istante di silen­zio i suoi ricordi riaf­fio­rano gra­dual­mente: “deve essere stato quando ho com­prato l’iPhone, dopo che Ber­lu­sconi ha vinto le ele­zioni nel 2008, lì ho capito che per cin­que anni l’agenda poli­tica sarebbe stata nuo­va­mente quella dei pre­ce­denti dieci, gli amici hanno ini­ziato a bom­bar­darmi di inviti a iscri­vermi a Face­book, dopo cena non guar­davo più la TV ma accen­devo ancora per un’ora il PC…ecco deve stato allora che il quo­ti­diano di carta è uscito dalla mia vita. E, sai, non ne ho sen­tito la man­canza, come un intenso amore ado­le­scen­ziale che si dimen­tica in tre giorni”. “E poi” – con­ti­nua ormai con­sa­pe­vole di aver tro­vato il filo dei ricordi – “i gior­nali –come tutte le cose che acqui­sti — devono ser­vire a qual­cosa, rispon­dere a un biso­gno: io non avevo più biso­gno di leg­gerli. Leg­gevo il Sole per lavoro e gra­zie al Sole ho capito la crisi finan­zia­ria del 2011, poi ho ini­ziato a leg­gere Il Post per­ché mi spie­gava le cose. Ora leggo Fli­p­board”.

Ripen­san­doci, è stato così anche per me. Un giorno ho smesso, non ho più deviato il mio per­corso del mat­tino verso l’edicola e da quel giorno sono andato dritto da casa al lavoro. Prima cer­cavo le noti­zie, da quel giorno sono state loro a tro­vare me: mi inse­guono, mi com­pa­iono die­tro ogni angolo della mia gior­nata e mi ten­gono aggior­nato a mia insa­puta. Alla sera, quando torno a casa, sono stato infor­mato senza saperlo dal “sistema dell’informazione” e i titoli del TG che mi capita di ascol­tare seguono esat­ta­mente la sca­letta di head­li­nes che ho in mente. Lo stesso elenco di noti­zie che ritrovo sul quo­ti­diano il giorno dopo, se mai mi si pre­senta l’occasione di incon­trarne uno.

Lo so, lo so: cono­scere i titoli non è infor­marsi. Ma que­sto è un altro discorso.

Il discorso di que­sta ana­lisi guarda ai fon­da­men­tali del feno­meno: milioni di per­sone in que­sti anni hanno dimen­ti­cato il rito quo­ti­diano dell’acquisto del gior­nale car­ta­ceo [una su tre negli ultimi 8 anni]. La rac­colta pub­bli­ci­ta­ria sui quo­ti­diani nello stesso periodo è calata di quasi il 60%, non solo cau­sata dalla dimi­nu­zione della dif­fu­sione ma anche dal con­te­sto eco­no­mico gene­rale e dal con­se­guente calo degli inve­sti­menti su tutti i mezzi. Negli ultimi 8 anni, la quota degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sui quo­ti­diani è calata di oltre 40%.

Le ragioni sono diverse e, come rac­conta Gio­vanni, sono ori­gi­nate dall’evoluzione socio-culturale degli ultimi anni, legate allo stile di vita, al tempo (finito) a dispo­si­zione delle per­sone, alla per­va­si­vità della comu­ni­ca­zione digi­tale, ai con­te­nuti e allo stile nar­ra­tivo pre­va­lente tra i quo­ti­diani cartacei.

Ognuno ha le pro­prie idee sul feno­meno ma guar­dando i dati si pos­sono for­mu­lare cin­que tesi:

  1. La crisi della dif­fu­sione della stampa quo­ti­diana ini­zia nel 2001 e si aggrava a par­tire dal 2008, con l’avvento del mobile Inter­net. Il calo della dif­fu­sione delle copie car­ta­cee è con­se­guenza della cre­scita degli utenti Inter­net. Que­sto, forse, lo sospet­tavi anche tu: è stata la Rete a distrarre le per­sone dalla carta. La frui­zione dei ser­vizi online è com­pa­ti­bile, anzi siner­gica, con la TV (pensa al second screen), con la Radio (l’informazione online è ten­den­zial­mente silen­ziosa, come la carta), con la comu­ni­ca­zione esterna. Carta e Web sono invece con­cor­renti sullo stesso tipo di atten­zione del let­tore. Per que­sto motivo la quota degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sui quo­ti­diani è pro­gres­si­va­mente calata, dimez­zando il pro­prio peso nel giro di 12 anni e seguendo un trend alli­neato con il calo della diffusione.

I tre gra­fici sot­to­stanti rias­su­mono l’andamento del calo delle dif­fu­sioni delle copie car­ta­cee gior­na­liere dal 1995 ad oggi, con­fron­tano il calo dif­fu­sio­nale con la cre­scita di utenti Inter­net nel nostro Paese e l’andamento di copie dif­fuse ed inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sulla stampa.

Calo dif­fu­sioni
  1. I ricavi pub­bli­ci­tari per copia ven­duta non calano in modo pro­por­zio­nale alla dif­fu­sione. Anzi, nel primo periodo di calo della dif­fu­sione, dal 2001 al 2008, l’industria della stampa quo­ti­diana vende pro­gres­si­va­mente sem­pre meno copie nel giorno medio ma vende ancora bene il mezzo agli inve­sti­tori pub­bli­ci­tari. La discesa dei ricavi pub­bli­ci­tari per copia ini­zia più tardi, quando l’Italia entra nel 2008 nella fase di crisi finan­zia­ria e reces­sione eco­no­mica: la varia­bile che spiega meglio que­sta dina­mica è il tasso di disoc­cu­pa­zione. Quando cre­sce il males­sere del paese, sia in ter­mini di fidu­cia nel futuro che di capa­cità di spesa in con­sumi, gli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari dimi­nui­scono su tutti i mezzi ma sulla stampa crol­lano. I ricavi pub­bli­ci­tari per copia ven­duta indi­ciz­zati all’inflazione l’anno scorso hanno toc­cato il minimo degli ultimi vent’anni e dal 2008 si sono quasi dimezzati.

I tre gra­fici sotto ripor­tati mostrano i ricavi da pub­bli­cità e quelli da vendite.

  1. I ricavi per copia ven­duta deri­vanti dalla ven­dita delle copie car­ta­cee sono in aumento dal 2001: nel 2002, con l’introduzione dell’euro, bal­zano in un solo anno del 50% per poi cre­scere leg­ger­mente in ter­mini nomi­nali fino al 2014. Con­si­de­rando il tasso d’inflazione, invece, i ricavi per copia ven­duta deri­vanti dalla ven­dita sono calati di 11 punti per­cen­tuali dal 2008 al 2014: si tratta di un calo, non di un crollo, che man­tiene comun­que il valore di que­sti anni a un livello supe­riore a quello medio pre-euro degli anni 90.

I tre gra­fici evi­den­ziano l’andamento i cali dif­fu­sio­nali e la fase di pas­sag­gio lira — euro

  1. Men­tre il numero di copie ven­dute per dipen­dente è in con­ti­nua cre­scita, i ricavi com­ples­sivi [dalla ven­dita e dalla pub­bli­cità] per dipen­dente sono in calo dal 2008 (se si con­si­de­rano i valori ade­guati all’inflazione il calo ini­zia nel 2002). Il sistema nel suo com­plesso gua­da­gna effi­cienza ma – guar­dando ai recenti bilanci dei gruppi edi­to­riali – è evi­dente che ciò non rie­sce a com­pen­sare il calo dei ricavi: le eco­no­mie di scala che si otten­gono con una ven­dita infe­riore ai 4 milioni di copie per giorno non ren­dono soste­ni­bile il busi­ness di un’industria che aveva il suo break even oltre la soglia dei 5 milioni.

I tre gra­fici visua­liz­zano l’andamento dei ricavi per dipendente.

  1. Negli ultimi tre anni la ven­dita di abbo­na­menti digi­tali non è riu­scita a com­pen­sare il calo della dif­fu­sione car­ta­cea. Ciò che sem­brava pos­si­bile al momento dell’introduzione delle digi­tal edi­tion dei mag­giori quo­ti­diani, ovvero che il numero di let­tori potes­sero essere man­te­nuto sta­bile offrendo un’esperienza alter­na­tiva sul digi­tale, è stato smen­tito dai fatti. Non per tutti, però: l’unica testata che ha gio­vato del nuovo para­digma è il Sole. Nel breve tempo di due o tre mesi il Sole 24 Ore diven­terà il primo quo­ti­diano ita­liano per dif­fu­sione com­ples­siva.

I cin­que gra­fici sotto ripor­tati mostrano il trend delle prin­ci­pali testate

Pro­spet­tive per il futuro: l’unico dato inco­rag­giante è il pro­ba­bile calo della disoc­cu­pa­zione che, se signi­fi­ca­tivo e pro­lun­gato, por­terà a un aumento anche deciso degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari. Non c’è tut­ta­via ragione per pen­sare che que­sta inver­sione di ten­denza si tra­duca in un aumento della quota di inve­sti­menti sulla stampa quo­ti­diana. Inol­tre, la dif­fu­sione delle copie digi­tali sem­bra aver esau­rito la sua spinta di cre­scita e si sta­bi­liz­zerà su livelli che non com­pen­sano la per­dita sul fronte del car­ta­ceo. È quindi pro­ba­bile che le curve mostrate in que­sta ana­lisi pro­se­guano nella loro ten­denza nei pros­simi due o tre anni.

Investimenti Adv Radio
Posted on 11 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Stefano Chiarazzo

Tutto Quello che Volevate Sapere sulla Radio

Inda­gine Radio­com­pass. Aziende ita­liane, tor­nate ad inve­stire in pub­bli­cità radiofonica

Set­ti­mana scorsa sono stati pre­sen­tati i dati della ricerca Radio­com­pass 2015, pro­mossa da Mind­share e FCP-Assoradio con la col­la­bo­ra­zione di GFK e delle con­ces­sio­na­rie radio Gruppo Finelco, A.Manzoni & C., Media­mond, Open­space Pub­bli­cità, Rai Pub­bli­cità, Rds Adver­ti­sing, System 24.

La Con­trad­di­zione — I fon­da­men­tali delle radio sono buoni. Il trend posi­tivo dall’11,3% del 2012 all’attuale 11,8% dell’ascolto nel quarto d’ora medio, dato su cui si basano prin­ci­pal­mente le pia­ni­fi­ca­zioni pub­bli­ci­ta­rie; la reach % oggi supe­riore a TV e inter­net sul tar­get 18–34 e con un testa a testa con la TV su 35–44.

Reach Radio

Nono­stante que­sto, e nono­stante in ter­mini di ore set­ti­ma­nali fruite siamo in linea con i prin­ci­pali Paesi euro­pei, la radio è fana­lino di coda per inve­sti­menti ADV sia in ter­mini asso­luti che di inve­sti­menti pro-capite e di rap­porto inve­sti­menti ADV/tempo speso sul mezzo. Pri­mato nega­tivo gui­dato ad una quota della radio nel media mix sceso dal 6,6% del 2007 al 5,6% del 2015.

Investimenti Adv Radio

Investimenti Adv & Tempo

Il Poten­ziale per gli Inve­sti­tori – Il con­fronto tra i mezzi a livello nazio­nale e lo sce­na­rio inter­na­zio­nale sve­lano oppor­tu­nità con­crete per gli inve­sti­tori legate ad un uti­lizzo intel­li­gente della radio. Ad esem­pio divi­dendo la popo­la­zione ita­liana 25–64 anni in ter­zili emerge come i Light Tv Viewers — il terzo che guarda meno la tele­vi­sione — tra­scorra 1 ora e 21minuti davanti al video men­tre il terzo che la guarda di più addi­rit­tura 7h 29minuti.

Light Viewers

Light Viewers Profilo

Ovvia­mente sui Light TV Viewers la TV ha una bassa effi­ca­cia: anche ad alte soglie di pres­sione pub­bli­ci­ta­ria la coper­tura fatica a rag­giun­gere livelli sod­di­sfa­centi. In casi come que­sti la com­ple­men­ta­rietà con la TV e con il web farebbe della radio un media sul quale tor­nare ad investire.

Radio Vs TV

Chi naviga su inter­net tutti i giorni, in par­ti­co­lare, sem­bra mostrare una spic­cata pro­pen­sione ad abbi­nare la frui­zione del mezzo radio [52,3%].

Radio Offline

Radio & Web

Le rile­va­zioni GFK Euri­sko appli­cati a casi con­creti dimo­strano come un media mix allar­gato a radio e web, mezzi mag­gior­mente fruiti dai Light TV Viewers, abbia un mag­giore impatto sia in ter­mini di aware­ness che di ven­dite, soprat­tutto nei mer­cati direct (es. siti web delle aziende).

Dopo i primi buoni segnali del 2014 que­ste evi­denze aiu­te­ranno il com­parto radio­fo­nico a con­fer­mare o addi­rit­tura miglio­rare il +6,4% nella rac­colta pub­bli­ci­ta­ria regi­strati nei primi tre mesi del 2015?

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