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Pubblicato il 20 febbraio 2013 by Pier Luca Santoro

Agende e Analfabetismi Digitali

Si parla, poco, dav­vero troppo poco, dell’agenda digi­tale per l’Italia, ma forse non tutti sanno che la que­stione è da inse­rire nella più ampia agenda digi­tale Euro­pea, pro­gramma di ampio respiro con obiet­tivi spe­ci­fici alle quali ogni stato mem­bro dell’Unione Euro­pea deve adem­piere entro il 2020 ed una serie di sotto-obiettivi con avan­za­menti biennali.

Per quanto riguarda il bien­nio 2013–2014 l’UE ha sta­bi­lito una lista di prio­rità, di obiet­tivi da rag­giun­gere in que­sti due anni, con  7 aree di inter­vento e 101 azioni che i governi di cia­scun Paese devono intra­pren­dere allo scopo. Le 7 macroa­ree sono:

  1. Mer­cato unico digitale
  2. Inte­ro­pe­ra­bi­lità e standard
  3. Fidu­cia e sicurezza
  4. Accesso a Inter­net veloce e ultra-veloce
  5. La ricerca e l’innovazione
  6. Miglio­rare l’alfabetizzazione digi­tale, le com­pe­tenze e l’inclusione
  7. Abi­li­ta­zione dei bene­fici deri­vanti dall’ICT per la società dell’UE

Nell’area dedi­cata all’agenda digi­tale euro­pea viene visua­liz­zata una sco­re­board, un cru­scotto gra­fico che indica il livello di avan­za­mento rela­ti­va­mente agli obiet­tivi definiti.

Ne esi­ste una gene­rale della media di tutte le nazioni ed una per cia­scun Paese. Sot­to­ri­por­tate quella gene­rale e quella rela­tiva all’Italia così da mostrare a colpo d’occhio quale e quanta sia la distanza del nostro Paese rispetto alla media del totale delle nazioni dell’Unione Europea.

- Digital Agenda EU -

- Digi­tal Agenda EU -

- Digital Agenda Italy -

- Digi­tal Agenda Italy -

Sem­pre nell’area dedi­cata all’agenda digi­tale euro­pea è pos­si­bile visua­liz­zare gra­fi­ca­mente una mole impor­tanti di dati sul tema ed effet­tuare com­pa­ra­zioni al riguardo. Dati tutti di grande inte­resse la cui let­tura vale asso­lu­ta­mente il tempo speso. Anche in que­sto caso, come d’abitudine non posso che con­si­gliare di farlo.

Per­so­nal­mente ne ho sele­zio­nati, anche per sin­tesi, tre.

Il primo è rela­tivo al livello di alfa­be­tiz­za­zione infor­ma­tica della popo­la­zione ita­liana rispetto alla media dei 27 stati mem­bri ed indica con chia­rezza l’analfabetismo dila­gante nel nostro Paese, anche, sotto il pro­filo della capa­cità di uti­lizzo dell’ICT. Si noti come la scuola sia com­ple­ta­mente assente nel pro­cesso di for­ma­zione in tal senso.

Analfabeti Digitali

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Gli altri due gra­fici sot­to­stanti sono ine­renti alla pene­tra­zione della let­tura di fonti d’informazione online, con il primo che mostra la ten­denza nel corso degli anni ed il con­fronto con la media UE, ed il secondo che foto­grafa la situa­zione nel 2011 [ultimo dato dispo­ni­bile] per cia­scuno stato membro.

In entrambi i casi balza all’occhio, ancora una volta, la distanza del nostro Paese dalla mag­gior parte delle altre nazioni ed ovvia­mente rispetto alla media degli stessi.

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Agende e anal­fa­be­ti­smo digi­tali. Com­ment is free.

Pubblicato il 20 aprile 2011 by Pier Luca Santoro

The Global Information Technology Report 2010–2011

L’impatto dell’information com­mu­ni­ca­tion tech­no­logy nella tra­sfor­ma­zione della società con­tem­po­ra­nea in ter­mini di moder­niz­za­zione ed inno­va­zione, ed i riflessi posi­tivi sulle eco­no­mie nazio­nali, sono un dato di fatto incontrovertibile.

The Glo­bal Infor­ma­tion Tech­no­logy Report 2010–2011 ana­lizza la “tra­sfor­ma­zione 2.0″ di 138 nazioni del mondo, Ita­lia inclusa, trac­ciando il pro­filo più com­pleto attual­mente dispo­ni­bile sul pro­cesso di svi­luppo e com­pe­ti­ti­vità di cia­scun paese.

The Net­wor­ked Rea­di­ness Index, clas­si­fica cia­scuno stato in rela­zione agli altri presi in con­si­de­ra­zione, sulla base di tre para­me­tri principali:

- Ambiente di rife­ri­mento in ter­mini legi­sla­tivi e di infra­strut­ture disponibili

- La dispo­ni­bi­lità di governi, imprese e indi­vi­dui all’utilizzo dell’ICT

- L’effettivo uti­lizzo dell’ICT da parte dei tre attori dello sce­na­rio di riferimento

Lo stu­dio in ben 435 pagine trac­cia un pano­rama dav­vero com­pleto dello sce­na­rio attuale e delle sue evo­lu­zioni nel pros­simo quin­quen­nio. L’Italia, ahimè, ancora una volta non ne esce bene, clas­si­fi­can­dosi nelle ultime posi­zioni delle eco­no­mie avanzate.

Pubblicato il 11 gennaio 2011 by Pier Luca Santoro

Redazioni, Notizie & L’Impatto della Tecnologia

E’ opi­nione comune che le tec­no­lo­gie, ed in par­ti­co­lare ovvia­mente tutta l’area dell’information com­mu­ni­ca­tion tech­no­logy, abbiano una forte influenza sull’ecosistema dell’informazione.

Edi­zioni on line dei quo­ti­diani, ver­sioni più o meno adat­tate per tablets, aggre­ga­tori di noti­zie, pro­du­zione e con­di­vi­sione sociale dell’informazione, sono argo­menti al cen­tro del dibat­tito sulle evo­lu­zioni del com­parto editoriale.

L’ Ame­ri­can Society of News Edi­tors, tra otto­bre e novem­bre del 2010, ha con­dotto una inda­gine che ha coin­volto oltre 150 quo­ti­diani [e orga­niz­za­zioni di noti­zie online] per veri­fi­care quale fosse la per­ce­zione da parte dei suoi asso­ciati dell’impatto delle “nuove tec­no­lo­gie” sul pro­prio lavoro.

I risul­tati inte­grali della ricerca , indi­cano che i respon­sa­bili delle reda­zioni in circa un terzo dei casi spen­dono tra  4 ed 8 ore alla set­ti­mana su temi legati alle tec­no­lo­gie e quasi un quarto dei rispon­denti afferma di tra­scor­rerne da 9 ad oltre 15.  Non pare che que­sto abbia un impatto posi­tivo sul lavoro poi­ché si tra­duce in allun­ga­mento della gior­nata lavo­ra­tiva con un mag­gior numero di ore lavo­rate com­ples­si­va­mente e in un minor con­fronto pro­fes­sio­nale. Non a caso il 33% dei respon­sa­bili dei quo­ti­diani inter­vi­stati ritiene che le nuove tec­no­lo­gie abbiano un impatto nega­tivo sulla qua­lità del pro­dotto edi­to­riale poi­ché, appunto, sot­trag­gono tempo alle atti­vità chiave delle redazioni.

Sono con­fer­mati i risul­tati emersi in pre­ce­denza nelle diverse edi­zioni del Digi­tal Jour­na­lism Study, di cauto otti­mi­smo sulla por­tata delle tec­no­lo­gie rispetto ai ricavi com­ples­si­va­mente gene­rati e asso­luta carenza di for­ma­zione e soste­gno pro­fes­sio­nale delle imprese edi­to­riali al pro­prio per­so­nale che nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi è auto­di­datta, con tutti i limiti che ne conseguono.

In sin­tesi insomma, le spe­ri­men­ta­zioni, le reali inno­va­zioni, i casi di eccel­lenza con­ti­nuano ad essere la mino­ranza men­tre pre­vale una visione di breve all’interno delle imprese edi­to­riali che in que­sto modo rischiano seria­mente di allar­gare ulte­rior­mente la for­bice, di ampliare il diva­rio con l’utenza.

Pubblicato il 26 febbraio 2010 by Pier Luca Santoro

La resa dei conti

In tempi di crisi qua­lun­que buon gestore di una impresa sa che il rispar­mio sui costi è la leva fon­da­men­tale per reg­gere l’impatto del periodo con­giun­tu­rale sfavorevole.

Come si sente spesso dire, in una bat­tuta, ogni cen­te­simo rispar­miato è un cen­te­simo guadagnato.

Nel pro­cesso di distri­bu­zione della stampa uno dei costi di mag­gior rile­vanza è rap­pre­sen­tato dall’ìncidenza della resa, la quan­tità di pro­dotto inven­duto che i punti ven­dita resti­tui­scono al chan­nel lea­der [l’editore] che si è fatto carico del rischio commerciale.

Secondo quanto ripor­tato, l’Italia è una delle nazioni mag­gior­mente sog­getta a que­sto feno­meno.  Sulla base dei dati dif­fusi dalla Fede­ra­ción de Aso­cia­cio­nes Nacio­na­les de Distri­bui­do­res de Edi­cio­nes, sola­mente Fran­cia e Spa­gna avreb­bero un’ inci­denza supe­riore a quella regi­strata per il nostro paese [38,2%]; best per­for­mer il Regno Unito con “sola­mente” il 23,7% di pro­dotti edi­to­riali resi.

Ovvia­mente, come in tutte le sta­ti­sti­che, la media nasce da una mol­te­pli­cità di casi­sti­che che hanno con­no­ta­zione e pecu­lia­rità ben distinte tra loro.

Che da un lato le edi­cole siano molto fre­quen­te­mente in rot­tura di stock delle pub­bli­ca­zioni “alto ven­denti” ed al tempo stesso stra­boc­chino di pro­dotti edi­to­riali di scarso suc­cesso è un feno­meno che per­sino la sem­plice visita presso un qual­siasi gior­na­laio evi­den­zia a chiunque.

Ciò non toglie che ogget­ti­va­mente per gli edi­tori in gene­rale, ed ovvia­mente a mag­gior ragione nel caso dei quo­ti­diani, le rese del pro­dotto rap­pre­sen­tino un  grave pro­blema in ter­mini di disef­fi­cienza e rela­tivi costi.

Le dif­fi­coltà di pre­ve­dere con un buon livello di appros­si­ma­zione il numero di copie ven­dute, per  con­sen­tire, dun­que, impor­tanti saving in quest’area di costo,  avreb­bero sicu­ra­mente un bene­fi­cio impor­tante dall’ infor­ma­tion com­mu­ni­ca­tion tech­no­logy, anche, attra­verso l’infor­ma­tiz­za­zione delle edi­cole.

In tempi in cui le mar­gi­na­lità lo con­sen­ti­vano,  que­sto non è avve­nuto. Si è pre­fe­rito con­cen­trare la spesa in ambito pro­dut­tivo, ricer­cando mag­giore effi­cienza nel pro­cesso di stampa e con­cen­tran­dosi sulle esi­genze delle inser­zio­ni­sti con il colore.

Oggi que­sto tema viene, ancora una volta, tra­la­sciato per far fronte a con­tin­genze e non tur­bare i deli­cati equi­li­bri sui quali si basa la rela­zione tra edi­tori e distri­bu­tori locali.

Super­fluo ricor­dare che la resa dei conti è, ahimè, sem­pre più prossima.