google

circa
Posted on 26 giugno 2015 by Donata Columbro

Una settimana nel futuro del giornalismo — Bbc, Cir.ca, Storyful e molto altro

La rubrica dove rac­co­gliamo i link per non per­dere le novità nel mondo dell’informazione.

Rimo­zione for­zata. La Bbc pub­blica una lista di tutti gli arti­coli che sono stati rimossi dalle ricer­che di Goo­gle dopo la deci­sione della corte di giu­sti­zia dell’Unione Euro­pea, gra­zie alla quale i cit­ta­dini pos­sono chie­dere ai motori di ricerca di eli­mi­nare i link verso con­te­nuti che li riguar­dano, se con­si­de­rati “ina­de­guati, irri­le­vanti o non più rile­vanti, o ecces­sivi in rela­zione agli scopi per cui sono stati pubblicati”.

L’alternativa a GitHub. L’ha lan­ciata Goo­gle, men­tre ci sta­vamo occu­pando dei nuovi Trends e del suo News Lab. Si chiama Cloud Source Repo­si­to­ries, di cui Goo­gle ha comin­ciato a offrire accesso gra­tuito in beta agli svi­lup­pa­tori. Uno spa­zio per con­ser­vare codice come nuova fun­zione dei suoi ser­vizi in cloud.

Mark Lit­tle lascia Sto­ry­ful. E rac­conta la sto­ria della star­tup irlan­dese, nata nel 2010, come agen­zia di veri­fica delle infor­ma­zioni con­di­vise sui social net­work, con una let­tera in cui riper­corre i tempi dalla fon­da­zione fino all’acquisto da parte di News Corp nel 2013.

Wired Ita­lia a metà. Con un comu­ni­cato sin­da­cale la reda­zione comu­nica che Condé Nast Ita­lia, l’editore del men­sile dedi­cato a inno­va­zione e tec­no­lo­gia, ha deciso di ridurre gli inve­sti­menti, nono­stante le pro­messe del deputy mana­ger Fedele Usai. Wired uscirà con due numeri l’anno invece di dieci e sei dei dei gior­na­li­sti della reda­zione pas­se­ranno in mobilità.

La mela al polso. Esce oggi in Ita­lia l’Apple Watch, l’orologio smart abbi­na­bile agli ultimi modelli di iPhone, dispo­ni­bile sullo store online e nei negozi sparsi sul ter­ri­to­rio. Cosa puoi farci? Leg­gere noti­zie, cal­co­lare le tue atti­vità spor­tive, misu­rare il tuo bat­tito car­diaco (ma non se hai un tat­too sul polso!), rice­vere noti­fi­che dai mes­saggi e dalla posta elet­tro­nica che ricevi sul telefono.

Un archi­vio di dati e gra­fici. Gra­tis, facil­mente navi­ga­bile, per temi. Lo ha rea­liz­zato Quartz con Atlas: un ottimo esem­pio di come le reda­zioni pos­sano sfrut­tare i pro­pri con­te­nuti, anche per pub­bli­ca­zioni diverse da quelle ori­gi­nali, ripor­tan­doli alla vita. I gra­fici pos­sono essere sca­ri­cati come imma­gini, incor­po­rati online oppure ripro­du­ci­bili sca­ri­cando i dati già puliti dai gior­na­li­sti di Qz. Tip: si potrebbe repli­care la stessa strut­tura con foto, video e altri mate­riali multimediali.

Almeno otto inno­va­zioni. Sono quelle che Vale­rio Bas­san pre­scrive alle reda­zioni per vivere (soprav­vi­vere?) nell’era del digi­tale. Dall’homepage per­so­na­liz­zata agli arti­coli embed­da­bili, come già spe­ri­menta Vox, alle noti­fi­che push e alla pos­si­bi­lità di evi­den­ziare e com­men­tare con­te­nuti, come ad esem­pio sulla piat­ta­forma Medium. Chi avrà il corag­gio di osare per primo in Italia?

Cir.ca chiude. L’app di noti­zie pen­sata per mobile gui­data dall’ex edi­tor di Reu­ters Anthony De Rosa saluta i let­tori, dopo essere rima­sta senza finan­zia­tori. “Avremmo potuto far pagare il pub­blico, ma abbiamo pre­fe­rito di no”. Non abbiamo mai inse­guito “i mil­len­nials” o le noti­zie “acchiappa audience” scrive De Rosa su Twit­ter. La stra­te­gia del ‘just the facts’, però non è bastata.

Gensummit15 - Screenshot da Tweet Beam
Posted on 22 giugno 2015 by Andrea Nelson Mauro

Il futuro dei giornali scritto da Google, non da personaggi in cerca d’autore / Idee da #GENsummit

Sono stato a Bar­ce­lona al #GEN­sum­mit, il sum­mit di Glo­bal Edi­tors Net­work, per­ché Data­ni­nja è stato invi­tato come media part­ner. È una mani­fe­sta­zione molto diversa dalle altre alle quali ho par­te­ci­pato (il Festi­val del Gior­na­li­smo di Peru­gia, il Data­Har­vest+ di Journ­li­sm­Fund a Bru­xel­les, l’European Press Prize a Cope­na­ghen) per­ché è molto busi­ness orien­ted. Ci sono le star­tup che cer­cano di ven­dere ser­vizi agli edi­tori, i giornalisti/capiredattori che cer­cano di chia­rirsi le idee magari com­prando ser­vizi dalle star­tup, e gli spea­kers di pro­ve­nienza molto varia (chi dai gior­nali, chi dalle star­tup, chi da altre e ben più inte­res­santi realtà — c’era ad esem­pio la pro­du­cer di Serial, il pro­getto che ha rilan­ciato enor­mente i pod­cast). Quest’anno, a dif­fe­renza dell’edizione 2014, l’evento era for­te­mente carat­te­riz­zato dalla pre­senza di Goo­gle, che ha man­dato una squa­dra di inviati tra i quali il poten­tis­simo David Drum­mond. Per fare una sin­tesi estrema:

  • Frie­drich Fil­loux ha detto che le reda­zioni devono pro­durre con­te­nuti machine rea­da­ble, forse la più grande ovvietà che ho sen­tito negli ultimi tempi. I con­te­nuti online lo sono per defi­ni­zione, tant’è che la syn­da­ca­tion è pos­si­bile da oltre un decen­nio (pen­siamo ai feed rss — info qui e qui). Che il con­te­nuto sia machine rea­da­ble è cosa peral­tro arci­nota agli editori/giornalisti, per­ché è pro­prio da que­sta sua carat­te­ri­stica che si deter­mina il posi­zio­na­mente sui motori di ricerca.
  • Dan Gill­mor ha ripro­po­sto il suo speech “Per­ché i gior­na­li­sti devono essere (almeno qual­che volta) atti­vi­sti”, che ave­vamo già visto a #ijf15. Vec­chia anche que­sta idea: basti pen­sare a Ryot.org, pro­getto lan­ciato nel 2012 da un atti­vi­sta che aveva fatto una lunga espe­rienza dopo il ter­re­moto di Haiti. Ma poi, voglio dire, per fare un esem­pio: i gior­na­li­sti anti­ma­fia non sono anche atti­vi­sti anti­ma­fia? Ai miei occhi sì, non credo che esi­stano da poco tempo. È così in tutto il mondo, da sem­pre, per tema­fi­che ambien­tali, paci­fi­ste, etc.etc.

Entrambi — chiedo venia se posso appa­rire sac­cente, ma non credo di essere l’unico a pen­sarla così, anzi! — mi sem­brano degni rap­pre­sen­tanti di que­sta cate­go­ria di per­so­naggi in cerca di autore che vagano di que­sti tempi, facendo della futu­ro­lo­gia sul gior­na­li­smo un mestiere vero e pro­prio. Quando sento speech di que­sto tipo mi domando sem­pre: ma chi è real­mente il tar­get? I gior­na­li­sti? Gli edi­tori? Gli orga­niz­za­tori di eventi?

Andando invece alle cose di sostanza:

  • Il Vice pre­si­dent Senior di Goo­gle David Drum­mond ha spie­gato un po’ i det­ta­gli del loro pro­getto per l’assegnazione di 150 milioni di euro a un gruppo di gior­nali euro­pei (in Ita­lia c’è La Stampa — su LSDI c’è un’apposito appro­fon­di­mento sul pro­getto): pare che molta di que­sta spe­ri­men­ta­zione sarà orien­tata sul mobile. In pra­tica Goo­gle orien­terà gli inve­sti­menti e userà i gior­nali come satel­liti per fare open inno­va­tion. Drum­mond ha anche detto: «Quello che inte­ressa a noi è l’informazione di qua­lità». La bat­ta­glia quindi pare essere da qui: vin­cerà Goo­gle che indi­cizza e (ri)pubblica sul pro­prio motore di ricerca qual­siasi cosa esi­sta sul web, o Face­book che pub­blica quello che pub­bli­chiamo noi? Comun­que la si veda, è tutta con­tent cura­tion, of course! Rispetto a que­sto sce­na­rio, glo­bale, cosa conta se c’è un gior­nale un più o uno in meno con i rela­tivi contenuti?
  • Il sem­pre­verde Simon Rogers, che dopo avere lasciato il Guar­dian per pas­sare a Twit­ter, ha lasciato Twit­ter per pas­sare a Goo­gle come Data Edi­tor. Rogers ha intro­dotto il nuovo Goo­gle Trends — e ripro­po­sto i tool Goo­gle News Lab — uno stru­mento che ci mostra insieme quali sono i trend prin­ci­pali delle noti­zie e al con­tempo delle ricer­che degli utenti. Il suo cur­sus hono­rum è esem­plare: in meno di due anni è pas­sato da uno dei gior­nali più quo­tati del mondo (il Guar­dian) a quello che oggi è real­mente il più grande edi­tore del mondo (Goo­gle). Quando si invia il cur­ri­cu­lum a un’azienda, credo che si debba tenere conto del per­corso che ha fatto lui.
  • Il Reu­ters Insti­tute for Study of Jour­na­lism ha pre­sen­tato il rap­porto 2015 (anti­ci­pato qui su Data­me­dia­hub da Pier Luca San­toro) che dice tante cose inte­res­santi, tra le quali a mio avviso: l’Italia è tra i Paesi in Europa e nel mondo in cui c’è mag­giore pro­pen­sione verso le news pagate (12%), ma è anche tra quelli in cui c’è meno fidu­cia nell’informazione. C’è chi sta peg­gio di noi (anzi di voi, edi­tori): ma la gente (noi) si fida poco di quello che legge (screen­shot in basso — SCARICA IL RAPPORTO COMPLETO / PDF).
  • L’ossessione sulle metri­che è cul­mi­nata nella via cru­cis di talk tenuti dagli uomini Goo­gle: ovun­que si è par­lato di Age of Insig­ths. Quindi, posto che sulle metri­che c’è un dibat­tito lun­ghis­simo, ose­rei dire che la favola inse­gna che se quello che fai è misu­ra­bile sei un inter­lo­cu­tore ascol­tato. Se non è misu­ra­bile, non resta che augu­rarti buona for­tuna, ma altrove. 😉

Interactive - Reuters Institute Digital News Report

real internet
Posted on 29 maggio 2015 by Donata Columbro

Una settimana nel futuro del giornalismo — Quartz, GigaOm, AdBlock e molto altro

La rubrica dove rac­co­gliamo i link per non per­dere le novità tec­no­lo­gi­che nel mondo dell’informazione.

Goo­gle mani­pola inter­net. Lo fa per favo­rire l’accesso nei paesi in via di svi­luppo, dove la con­nes­sione dati non è veloce (o eco­no­mica) quanto quella dei paesi indu­stria­liz­zati. Alla con­fe­renza annuale degli svi­lup­pa­tori Goo­gle ha spie­gato che modi­fi­cherà alcuni suoi ser­vizi chiave per garan­tire un accesso migliore ai siti web. In pra­tica adat­terà il suo bro­w­ser Chrome per rile­vare la velo­cità della con­nes­sione inter­net dell’utente e adat­tare il peso di una pagina web al suo device.

La vit­to­ria del blocco. In par­ti­co­lare di AdBlock, che in Ger­ma­nia ha vinto una causa con­tro due media tede­schi, che lo accu­sa­vano aver vio­lato le regole della con­cor­renza, met­tendo in peri­colo il finan­zia­mento dei siti inter­net attra­verso la pub­bli­cità. AdBlock è un’applicazione per bloc­care i ban­ner pub­bli­ci­tari. Ma per il tri­bu­nale di Monaco non è il col­pe­vole della crisi dei gior­nali. Se la usate, pro­vate a navi­gare sul Guar­dian e pre­state atten­zione a una fascetta in basso nella pagina: “abbiamo notato che bloc­chi i ban­ner, allora vuoi soste­nerci in un altro modo?”, pro­pone la reda­zione. Un bel mes­sag­gio per con­di­vi­dere con i let­tori l’esigenza di finan­ziare il lavoro giornalistico.

GigaOm potrebbe tor­nare ad ago­sto. Lo annun­cia Kno­win­gly Corp, una star­tup di Austin, che ha com­prato il sito di news sulla tec­no­lo­gia fon­dato da Om Malick, e pro­mette di rilan­ciarlo nell’estate, secondo un comu­ni­cato stampa. Il sito era stato chiuso la sera del 9 marzo per­ché l’azienda non riu­sciva a pagare i suoi creditori.

C’è posta per te. Da Insta­gram. L’app di con­di­vi­sione di foto­gra­fia si sta pre­pa­rando a creare una new­slet­ter con gli highlights delle foto migliori pub­bli­cate sulla sua piat­ta­forma dalle per­sone che segui, pro­po­ste in ordine cro­no­lo­gico inverso di come appa­iono sull’applicazione. Un modo per ri-coinvolgere gli utenti occa­sio­nali e dire loro “tor­nate da noi, abbiamo tante belle foto da mostrarvi!”.

Video stra­tegy. Il Guar­dian ha fir­mato un con­tratto con AOL On, un por­tale di video, per distri­buire a livello glo­bale con­te­nuti video ori­gi­nali. Intanto, negli Stati Uniti, Quartz ha pub­bli­cato la sua stra­te­gia dei con­te­nuti video. Il sito vuole spe­ri­men­tare con la distri­bu­zione di con­te­nuti in diverse piat­ta­forme: “li pub­bli­chiamo prima dove sono i let­tori, su Face­book e You­Tube”, ha scritto il diret­tore Kevin J. Dela­ney.

Sna­p­chat assume gior­na­li­sti. Ne ha biso­gno per coprire le ele­zioni del 2016 negli Stati Uniti. L’app di mes­sag­gi­stica instan­ta­nea cerca qual­cuno con espe­rienza nella crea­zione, cura o edi­ting di con­te­nuto mul­ti­me­diale, ma anche di sto­ry­tel­ling in tutte le sue forme.

Photo cre­dit: Char­le­sFred / Foter / CC BY-NC-SA

future
Posted on 24 aprile 2015 by Donata Columbro

Una settimana nel futuro del giornalismo


La rubrica dove rac­co­gliamo i link per non per­dere le novità tec­no­lo­gi­che nel mondo dell’informazione.

Face­book cam­bia l’algoritmo. Di nuovo. Que­sta volta i con­te­nuti degli amici con cui si inte­ra­gi­sce di più saranno pri­vi­le­giati rispetto a quelli delle pagine. Jay Rosen, pro­fes­sore della New York Uni­ver­sity e con­su­lente di First Look Media, si pone il pro­blema dell’ambiguità di Face­book nello spie­gare che il con­trollo del new­sfeed è in mano all’utente, men­tre il mec­ca­ni­smo che regola la visi­bi­lità dei post che appa­iono sulle nostre bache­che rimane oscuro. Soprat­tutto per il ruolo che il social net­work vuole comin­ciare a coprire come piat­ta­forma edi­to­riale.

I video ver­ti­cali sono sem­pre più dif­fi­cili da igno­rare. Non importa quanto le barre nere a fianco dell’immagine diano a fasti­dio a tutti gli amanti del land­scape, il for­mato ver­ti­cale — tra l’altro impo­sto da appli­ca­zioni come Peri­scope — sarà quello da pri­vi­le­giare se pen­siamo che negli Stati Uniti i let­tori dei gior­nali online via mobile-only, dal gen­naio 2014 al gen­naio 2015, sono aumen­tati del 73%.

Mobile is the new black. Come annun­ciato a feb­braio, dal 21 aprile il motore di ricerca di Goo­gle pri­vi­le­gia i siti inter­net otti­miz­zati per mobile a sca­pito di quelli che hanno solo la ver­sione desk­top. Paura, eh? Con il test di com­pa­ti­bi­lità puoi con­trol­lare se “piaci” a Goo­gle e se hai qual­che pos­si­bi­lità di salire nei risul­tati delle ricerche.

Dif­fe­ren­ziare gli account Twit­ter e le pagine Face­book dei pro­pri account, fun­ziona? A Peru­gia l’ho chie­sto al diret­tore dei social media per Bbc News, Chris Hamil­ton, e secondo lui è meglio con­cen­trare gli forzi sul pro­durre nuovi con­te­nuti piut­to­sto che creare nuovi account. Però la mol­ti­pli­ca­zione di pro­fili e pagine ha senso quando c’è una forte divi­sione tema­tica. Lo ha fatto il New York Times con la nuova pagina Face­book “Poli­tics and Washing­ton”.

L’homepage è il volto del brand (e della sua mis­sion). Lo scrive Joshua Ben­ton ana­liz­zando il nuovo design del sito di The Atlan­tic, che ha una home­page con rullo di noti­zie, grandi foto e grande personalità.

Va bene la tec­no­lo­gia, ma anche la sin­tassi non è da but­tare. Roy Peter Clark ha fatto un bel lavoro di ana­lisi delle prime righe dei repor­tage che hanno vinto il Puli­tzer, segna­lato su Twit­ter da Luisa Car­rada.

Photo cour­tesy: Ryan McGuire

Newspapers revenue2013
Posted on 1 settembre 2014 by Pier Luca Santoro

La Crisi dei Media Tradizionali in 6 Grafici

Fre­de­ric Fil­loux, dalle colonne dell’osservatorio set­ti­ma­nale sul mondo dei media: Mon­day Note, rac­co­glie in 6 gra­fici la crisi dei media tra­di­zio­nali negli ultimi 10 anni.

Il primo gra­fico mostra l’andamento del titolo di Goo­gle ver­sus quello di alcuni degli edi­tori tra­di­zio­nali, NYTi­mes compreso.

Newspapers stocks

Men­tre nel 2003 i ricavi di Goo­gle erano infi­ni­te­si­mali rispetto a quelli degli edi­tori tra­di­zio­nali e, all’epoca, anche i ricavi dal digi­tale erano para­go­na­bili, come noto la situa­zione si ribalta com­ple­ta­mente dieci anni dopo.

Newspapers revenue2003

Newspapers revenue2013

Tra il 2003 ed il 2013 i ricavi di Goo­gle sono cre­sciuti di 60 volte men­tre, secondo la NAA - New­spa­pers Asso­cia­tion of Ame­rica -, i ricavi dell’industria dell’informazione sta­tu­ni­tense si sono con­tratti del 34%. In que­sto decen­nio il rap­porto tra quanto gua­da­gnato dall’adv digi­tale è quanto perso da quello car­ta­ceo è di 1 a 12.

Que­sto, ine­vi­ta­bil­mente, si riflette sulla valu­ta­zione, e sugli inve­sti­menti, per le diverse testate.

Newspapers funding_valuation

Ciò nono­stante il valore di cia­scun sin­golo let­tore resta net­ta­mente favo­re­vole ai media tra­di­zio­nali, soprat­tutto a causa della dif­fe­renza di ARPU deri­vante dai ricavi pubblicitari.

Newspapers readrs_value

Newspapers print_adyld

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