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Pubblicato il 28 gennaio 2013 by Pier Luca Santoro

Il Passaggio dal Business Tradizionale a quello Digitale per l’ Industria dell’ Informazione

Nella mia rubrica per l’European Jour­na­lism Obser­va­tory, par­tendo da uno stu­dio sul pas­sag­gio dal busi­ness tra­di­zio­nale a quello digi­tale per l’industria dell’Informazione pub­bli­cato da Boston Con­sul­ting Group, viene fatto il punto su come le imprese edi­to­riali che nascono dalla carta stam­pata pos­sano soprav­vi­vere alla tran­si­zione dando uno sguardo a quali siano i KPI, gli indi­ca­tori di pre­sta­zione, in  que­sto percorso.

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Sem­pre in tema, per gli amici di LSDI, la mia recen­sione di “News(paper) Revo­lu­tion” libro su ‘’l’ infor­ma­zione online al tempo dei social net­work’’, come recita il sot­to­ti­tolo, in ven­dita da pochi giorni. Sag­gio sulle moda­lità di approc­cio dei quo­ti­diani alla Rete, di cui ne riper­corre le evo­lu­zioni dalle pri­mis­sime spe­ri­men­ta­zioni degli anni novanta ad oggi, su alcuni dei tratti distin­tivi del Web, a comin­ciare ovvia­mente da mul­ti­me­dia­lità ed inte­rat­ti­vità, e sul modo con il quale ven­gono uti­liz­zati i social net­work da i feed RSS a Twit­ter e Face­book pas­sando per Insta­gram e Reddit.

Buona let­tura.

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Pubblicato il 14 aprile 2012 by Pier Luca Santoro

Anche per “La Repubblica” il Social Media Marketing Comincia dall’Interno

“Repor­ter”, ini­zia­tiva di gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo lan­ciata da «La Repub­blica» ha sca­te­nato sin da subito un putiferio.

Non c’è rap­pre­sen­tanza dei gior­na­li­sti che non si sia schie­rata con­tro l’iniziativa. Il sin­da­cato dei gior­na­li­sti [FNSI] con­te­sta dura­mente l’iniziativa par­lando di nuove forme di sfrut­ta­mento e riman­dando il con­fronto al pros­simo Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Peru­gia che si annun­cia dav­vero “caldo” anche sotto que­sto pro­filo. L’Asr e il Coor­di­na­mento lavoro auto­nomo ati­pico e pre­ca­rio dell’Associazione Stampa Romana, tra gli altri, insi­nuano il dub­bio che si tratti di un’operazione di mar­ke­ting da parte della testata, aspetto che comun­que non cam­bia l’orientamento nei con­fronti dell’iniziativa.

Se com­ples­si­va­mente con­di­vido la posi­zione espressa sul tema da Luca Conti è leg­gendo la posi­zione del cdr di «La Repub­blica» che si capi­sce la natura del pro­blema. Nel comu­ni­cato, pub­bli­cato a pagina 25 del gior­nale di ieri, infatti si legge:

Il Cdr prende atto della ret­ti­fica apparsa sul sito con­cer­nente gli aspetti retri­bu­tivi e delle scuse da parte di uno dei respon­sa­bili dell’iniziativa. Si augura che l’azienda com­pleti il per­corso di revi­sione cri­tica dell’iniziativa e richiama la stessa alla cor­ret­tezza nelle rela­zioni sin­da­cali, evi­tando in futuro di ripe­tere il lan­cio di simili ini­zia­tive (come la stessa “Blu” per il pub­blico di Face­book) senza la pre­via infor­ma­zione al Cdr stesso come pre­vi­sto dal Con­tratto nazio­nale di lavoro giornalistico.

Si tratta di un pas­sag­gio fon­da­men­tale poi­chè evi­den­zia la carenza di con­cer­ta­zione e l’accostamento con “Blu” altre ini­zia­tiva di social media mar­ke­ting lan­ciata in que­sti giorni dal quo­ti­diano. Evi­den­ziando di riflesso come ci sia stata una parte dell’organizzazione azien­dale che non si è rac­cor­data, non ha coin­volto, nè infor­mato, pare, altre aree azien­dali a comin­ciare dalla redazione.

Che si tratti di open jour­na­lism che impatta sulle rela­zioni interne da gestire con atten­zione in una fase deli­cata quale quella attuale, o che sia un’operazione di social media mar­ke­ting, per­so­nal­mente pro­pendo per la seconda ipo­tesi viste anche le dina­mi­che, l’armonizzazione, il coin­vol­gi­mento di tutte le diverse anime, i diversi com­parti dell’impresa resta fondamentale.

Dimen­ti­car­sene, o peg­gio rimuo­vere que­sto aspetto, non può che cau­sare una crisi di comu­ni­ca­zione. Repor­ter e din­torni ne sono, nella mia inter­pre­ta­zione, l’ennesima conferma.

Update: Da leg­gere anche la discus­sione sul tema su Facebook.

Pubblicato il 31 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Alla Fame per la Fama

Come molti ricor­de­ranno, dopo la ces­sione dell’«Huffington Post» ad AOL per la straor­di­na­ria cifra di 315 milioni di dol­lari, una parte dei blog­ger che scri­ve­vano gra­tui­ta­mente per la testata all digi­tal più famosa al mondo inten­ta­rono una class action pre­ten­dendo una parte dei ricavi otte­nuti dalla ces­sione d’azienda soste­nendo che aveva rag­giunto quel valore, anche, gra­zie al loro lavoro mai pagato, e recla­man­done un terzo.

Il «The New York Times» all’epoca aveva pro­dotto un’analisi esau­stiva che quan­ti­fi­cava con­cre­ta­mente il valore eco­no­mico dei blog dell’«Huffington Post». Nell’arti­colo, pro­dotto allora, viene iden­ti­fi­cato spe­ci­fi­ca­ta­mente il peso dei blog, ana­liz­zando il numero di pagine viste sul totale ed i com­menti [e dun­que la par­te­ci­pa­zione dei let­tori] per arri­vare a quello che potrebbe essere il valore in ter­mini di ricavi pub­bli­ci­tari. Ne emerge un rap­porto di 1 a 20 tra gli arti­coli retri­buiti e quelli gra­tuiti di blog­ger che dareb­bero luogo a reve­nues pub­bli­ci­ta­rie nell’ordine di poco più di 6 US $ ogni mille pagine viste. Un  rap­porto deci­sa­mente infe­riore alla quota di reve­nues pre­tesa dalla class action.

A meno di un anno di distanza è arri­vata ieri la sen­tenza, favo­re­vole ad AOL.

Nelle moti­va­zioni il giu­dice afferma che nulla è dovuto poi­chè non è mai stato sti­pu­lato un con­tratto one­roso tra «Huf­fing­ton Post» ed i blog­ger che sin dall’inizio sape­vano che il loro lavoro non sarebbe stato remu­ne­rato ed avendo accet­tato ugual­mente nulla è loro dovuto. Il caso è stato licen­ziato con “pre­ju­dice”, dun­que non potrà essere impu­gnata la sen­tenza o ripro­po­sta la causa in altra forma.

Ovvia­mente posi­tiva la rea­zione della testata sta­tu­ni­tense che esprime sod­di­sfa­zione per la sen­tenza e rin­no­vato impe­gno nella col­la­bo­ra­zione futura con tutti i blogger.

Con lo sbarco in Europa, appog­gian­dosi ai quo­ti­diani nazio­nali, dell’HuffPo, già attiva, con buoni risul­tati, per quanto riguarda la Fran­cia, e attesa immi­nente per le ver­sioni spa­gnole, ini­zial­mente pre­vi­sto a marzo e poi riviato a giu­gno, ed ita­liane, per le quali sono già stati scelti i diret­tori, sarà inte­res­sante veri­fi­care il peso di blog e blog­ger nell’impostazione edi­to­riale. Se infatti, a parità di man­te­ni­mento della mede­sima gab­bia gra­fica in entrambe le ver­sioni euro­pee, nell’edizione bri­tan­nica si nota un largo impiego di blog­ger, men­tre in quella fran­cese pare di gran lunga infe­riore. Una dif­fe­renza pro­ba­bil­mente dovuta sia alla cul­tura, alla men­ta­lità delle per­sone che alle dif­fe­renze nella legi­sla­zione nazionale.

Con la legge sull’equo com­penso per i gior­na­li­sti in dirit­tura d’arrivo nel nostro Paese, la defi­ni­zione di blog­ger, altra “parola sca­to­lone” senza signi­fi­cato che, come noto, non apprezzo a pre­scin­dere dal caso spe­ci­fico,  potrebbe dive­nire sino­nimo di pro­dut­tore di con­te­nuti non pagato. Un bel tema da affron­tare insieme al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo il mese prossimo.

Pubblicato il 27 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Come Coinvolgere i Giornalisti Attraverso i Social Media

L’influenza dei social media e delle reti sociali non attiene solo a nuove forme di comu­ni­ca­zione e di rela­zione ma è ormai parte inte­grante dell’ecosistema dell’informazione. I Blog, Face­book e Twit­ter, per citare solo i più noti, sono mezzi di ampis­sima dif­fu­sione che sele­zio­nano, rie­la­bo­rano e aggre­gano noti­zie, infor­ma­zioni, costi­tuendo così ele­mento di inte­gra­zione ormai impre­scin­di­bile del sistema infor­ma­tivo pur con tutte le distor­sioni del caso. Dina­mica che vede i gior­na­li­sti nel com­plesso zig­za­gare tra divieti e socia­lità della notizia.

Cosa avviene invece quando si ribalta la pro­spet­tiva cer­cando di coin­vol­gere i pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione, sfrut­tando la loro pre­senza all’interno dei social media per fina­liz­zare azioni di comu­ni­ca­zione d’impresa tipi­che delle public relations?

E’ que­sta la domanda di fondo alla quale ha cer­cato di dare una rispo­sta la ricerca svi­lup­pata nel corso di que­sto mese da Text100, agen­zia inter­na­zio­nale di pub­bli­che rela­zioni, che ha inter­vi­stato 72 gior­na­li­sti inglesi con l’obiettivo di com­pren­dere appunto come e con quali mezzi sia pos­si­bile uti­liz­zare i social media in tal senso.

I risul­tati, pub­bli­cati ieri, evi­den­ziano la ten­denza a pri­vi­le­giare ancora oggi canali più tra­di­zio­nali con e-mail, comu­ni­cati stampa e con­sul­ta­zione del sito azien­dale in testa alle pre­fe­renze. Tra i social media i cor­po­rate blog sono il mezzo pre­fe­rito come fonte dalla quale attin­gere infor­ma­zioni, ele­mento che con­ferma la neces­sità di inve­stire nella prou­zione, rac­colta e siste­ma­tiz­za­zione di con­te­nuti anche sotto que­sto profilo.

Nono­stante tutti gli sforzi com­piuti nel tempo da Face­book resta a Twit­ter il pri­mato di gior­na­li­sti con un account atti­vato. E’ sem­pre Twit­ter, seguito da Lin­ke­din, il media attra­verso il quale si pre­fe­ri­sce essere con­tat­tati, con­fer­mando, pur con livelli diversi di matu­rità e con­sa­pe­vo­lezza, il ruolo prio­ri­ta­rio assunto dalla piat­ta­forma dei 140 carat­teri in ambito informativo.

Come scri­vono nelle con­clu­sioni gli autori della ricerca, il fatto che i gior­na­li­sti non rico­no­scano nei social media la stessa uti­lità attri­buita a comu­ni­cati stampa ed al sito azien­dale [che ovvia­mente dovrà avere un’area dedi­cata], sug­ge­ri­sce di veri­fi­care l’efficacia di uti­lizzo di tali mezzi da parte delle imprese che forse anche da que­sto punto di vista dimo­strano la loro social media ina­bi­lity.

Pubblicato il 5 aprile 2011 by Pier Luca Santoro

Giornalisti & Blogger

Il rap­porto tra gior­na­li­sti e blog­ger è segnato già dalla ter­mi­no­lo­gia che ne iden­ti­fica dif­fe­renze di status.

Si tratta una rela­zione che in più di un’occasione ho defi­nito di con­tro­di­pen­denza, ter­mine che sug­ge­ri­sce come vi sia dipen­denza gli uni dagli altri ma al tempo stesso conflittualità.

Con­flit­tua­lità che Paul Brad­shaw spiega, come illu­stra la gra­fica di sin­tesi sot­to­stante, in uno scon­tro di cul­ture, forse per­sino di ideo­lo­gie.  Una distin­zione di mezzi e fini che  fini­rebbe ine­vi­ta­bil­mente, pare, per gene­rare contrapposizione.

Il tema è ricor­rente da tempo, a ondate ritorna, così come l’ipotesi che i blog, al pari dei quo­ti­diani di carta, siano morti sepolti, tanto da spin­gere per­sino Jay Rosen ad occu­par­sene in occa­sione del recente SXSW 2011.

Se cer­ta­mente esi­tono delle distin­zioni, all’interno del “nuovo” eco­si­stema infor­ma­tivo i con­fini si assot­ti­gliano, si fanno sem­pre più labili, ren­dendo dav­vero dif­fi­cile trac­ciare una linea netta di demar­ca­zione tra cosa sia un post e cosa un arti­colo, tra cosa sia un blog e cosa un web maga­zine, un quo­ti­diano on line.

Se per­sino il NYT lascia ampi var­chi nei pro­pri recinti, rico­no­scendo impli­ci­ta­mente l’importanza dei “blog­ger”, e al tempo stesso  inau­gura, come molti altri quo­ti­diani, uno spa­zio su Tum­blr,  diviene impos­si­bile non cogliere i segnali ine­qui­vo­ca­bili di come nel tempo la con­ta­mi­na­zione abbia lavo­rato su entrambi i fronti, tra­sfe­rendo il valore dalla noti­zia al com­mento, all’analisi della stessa e ren­dendo com­ple­men­tari invece che alter­na­tivi e con­trap­po­sti que­sti due mezzi.

Il futuro dell’informazione si gioca, anche, sull’abbattimento delle bar­riere ormai insen­sate dei gior­na­li­sti con­tro i blogger.

Ben arri­vati nell’era dei gior­na­li­sti e dei blog­ger, anche se per­so­nal­mente non mi ritrovo in nes­suna delle due classificazioni.

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