giornalismo

Notizie che non lo erano Sofri
Posted on 13 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Notizie che NON lo Erano

27esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a noti­zie false e vere bufale attra­verso la recen­sione del libro di recen­tis­sima uscita “Noti­zie che non lo erano”.

Il libro, scritto da Luca Sofri, prende il titolo dalla rubrica che ormai da anni il diret­tore de Il Post dedica ad un tema che è per­niante per gior­nali e gior­na­li­smo. In cin­que capi­toli, che par­tono da come e per­ché si gene­rano le noti­zie false per con­clu­dersi con come se ne esce, nel libro  oltre a rive­lare i pic­coli e grandi mec­ca­ni­smi del gior­na­li­smo, il let­tore è invi­tato a riflet­tere sullo stato della nostra infor­ma­zione e a costruirsi una bus­sola per distin­guere il vero dal falso.

Viene affron­tato il tema cru­ciale della rapi­dità ver­sus l’accuratezza con una ric­chezza di esempi sia inter­na­zio­nali che nazio­nali quali il caso del Ceni­spes, Cen­tro Ita­liano di Studi Poli­tici Sociali ed Eco­no­mici, del quale non vi è asso­lu­ta­mente trac­cia in Rete ma che però viene citato da molti dei nostri quo­ti­diani come fonte sulle spese degli ita­liani per San Valen­tino ed in diverse altre sedi­centi ricer­che sui com­por­ta­menti della popolazione.

Notizie che non lo erano Sofri

Illu­mi­nante sullo stato gene­rale dell’editoria la cita­zione di un pas­sag­gio di un arti­colo di Michele Serra su Repub­blica nel set­tem­bre 2012, che all’epoca scri­veva: “Non è la gente che fab­brica le noti­zie, sono i media. Anche il più scal­ci­nato dei ban­ca­rel­lai ha facoltà di deci­dere quali merci esporre. I media sono gli unici com­mer­cianti che danno sem­pre al cliente la colpa della loro merce avariata”.

Inci­pit che offre più di uno spunto di rifles­sione anche sulla annosa que­stione rela­ti­va­mente alla quale da anni si pro­clama che il gior­na­li­smo di qua­lità costa e va pagato.

Ele­mento sul quale si chiude il libro con: “Il plu­ra­li­smo che serve non è quello per cui accanto a mol­tis­sima infor­ma­zione sciatta, irri­le­vante ed ego­cen­trica ci sia anche un’offerta dif­fe­rente, in cui allar­mi­smo, tito­li­smo e ricerca di un posto in clas­si­fica non siano i cri­teri prio­ri­tari con cui rivol­gersi ai lettori”.

Insomma, il libro vale asso­lu­ta­mente sia il tempo della let­tura che l’esborso eco­no­mico. Da leggere.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno ed è ancora pos­si­bile offrire sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account  @pedroelrey / @radiofujiko.

Offerta Vs Domanda Informazione
Posted on 7 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Meno Gattini, Più Tecnologia

Con­ti­nuiamo ad appro­fon­dire, come pro­messo, aspetti spe­ci­fici emer­genti dal rap­porto AGCOM su “Infor­ma­zione e Inter­net in Ita­lia. Modelli di busi­ness, con­sumi, professioni”.

In un sistema che tende allo spac­chet­ta­mento e alla disin­ter­me­dia­zione l’interesse dei let­tori per i vari argo­menti diventa ancor più cruciale.

Dai risul­tati dell’indagine emerge come l’attuale pro­po­sta infor­ma­tiva appare ade­guata nell’offerta di con­te­nuti tra­di­zio­nali, quali eco­no­mia, arte e poli­tica, men­tre su argo­menti di nuovo inte­resse, come tec­no­lo­gia e salute, l’attuale offerta risulta impre­pa­rata, ina­de­guata rispetto alla richiesta.

In par­ti­co­lare si evi­den­zia come nell’area dell’intrattenimento, quella della terza colonna dei “boxini mor­bosi” di mol­tis­sime testate, via sia un eccesso di offerta [ce ne era­vamo accorti anche “a naso”] rispetto all’effettiva domanda, all’effettivo inte­resse per que­sta tipologia.

Meno gat­tini [o peg­gio], più tec­no­lo­gia. Grazie!

Offerta Vs Domanda Informazione

DataJournalism
Posted on 6 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Visual Marketing

Che i con­te­nuti visivi abbiano un’efficacia supe­riore a quelli testuali, sia in ter­mini di atten­zione che di con­di­vi­sione, e dun­que di gene­ra­zione di vira­lità, è un dato di fatto asso­dato. Si tratta di un ele­mento fon­da­men­tale all’interno di una stra­te­gia di con­tent mar­ke­ting troppo spesso tra­la­sciato, o comun­que sot­to­va­lu­tato, sia in gene­rale in Rete che ancor più sui social dove troppo spesso ci si lamenta di algo­ritmi ed altre tec­ni­cità dimen­ti­cando che forse sarebbe meglio inve­stire due euro in tal senso invece che affi­darsi ai social ads per otte­nere reach e visibilità.

Visual Mktg

Il rap­porto AGCOM su “Infor­ma­zione e inter­net in Ita­lia. Modelli di busi­ness, con­sumi, pro­fes­sioni” evi­den­zia come le atti­vità di info­gra­fica e data jour­na­lism siano appan­nag­gio di una asso­luta mino­ranza di per­sone all’interno delle reda­zioni dei gior­nali nono­stante Alberto Cairo, una delle mas­sime auto­rità in quest’area, auspi­chi da tempo che in un pros­simo futuro que­sti stru­menti diven­tino main­stream nel giornalismo.

Un evi­dente limi­ta­zione in ter­mini di appeal dei con­te­nuti che potrebbe egre­gia­mente sosti­tuire gat­tini, o peg­gio, all’interno delle testate online resti­tuendo la giu­sta dignità invece di appan­nare l’immagine del new­sbrand con con­te­nuti che pur essendo comu­ne­mente defi­niti “leg­geri” hanno invece nel tempo un impatto for­te­mente nega­tivo sul valore per­ce­pito dalle persone.

DataJournalism

È la man­canza di tempo e/o di risorse qua­li­fi­cate allo scopo ad essere la mag­gior limi­ta­zione allo svi­luppo di quest’ambito come con­fer­mano anche i dati emer­genti da una recente ricerca sul tema sin­te­tiz­zati dal gra­fico sotto riportato.

Per col­mare que­sto gap CommunicationFactor[Y] offre sia il ser­vi­zio di rea­liz­za­zione di info­gra­fi­che sta­ti­che e dina­mi­che che quello di for­ma­zione del per­so­nale affin­ché acqui­si­sca que­sti skill. Con­tat­taci per saperne di più.

Visual Marketing

Ricavi Editori Tradizionali Vs All Digital
Posted on 5 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Informazione in Italia. Modelli di Business, Consumi, Professioni

L’Autorità per le Garan­zie nelle Comu­ni­ca­zioni — AGCOM — ha dif­fuso i risul­tati dell’indagine su “Infor­ma­zione e inter­net in Ita­lia. Modelli di busi­ness, con­sumi, pro­fes­sioni”. Tre, in gene­rale, i temi ana­liz­zati: pro­fes­sione gior­na­li­stica, carat­te­ri­sti­che eco­no­mi­che dell’offerta e pecu­lia­rità della domanda di informazione.

Dal punto di vista meto­do­lo­gico, l’Autorità, data la com­ples­sità dell’analisi, ha pro­ce­duto ad ana­liz­zare una mol­te­pli­cità di fonti ai fini dell’analisi del set­tore infor­ma­tivo. In primo luogo, l’Indagine esa­mina il mondo gior­na­li­stico attra­verso una spe­ci­fica rile­va­zione su un cam­pione di oltre 2.300 pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione. In que­sto qua­dro, l’Autorità ha anche pro­ce­duto alla rac­colta, all’elaborazione, e alla pre­sen­ta­zione dei dati resi dispo­ni­bili dalle più impor­tanti e com­plete fonti sulla pro­fes­sione gior­na­li­stica [OdG, Inpgi e Fnsi]. In secondo luogo, per pro­ce­dere all’esame dell’offerta edi­to­riale, sono state for­mu­late spe­ci­fi­che richie­ste di infor­ma­zioni, sotto il pro­filo sia reda­zio­nale sia eco­no­mico, ad un cam­pione di circa 400 edi­tori, nazio­nali e locali, rap­pre­sen­ta­tivo dell’universo di tutti i sog­getti che pro­du­cono infor­ma­zione in Ita­lia. Per ana­liz­zare le abi­tu­dini di con­sumo infor­ma­tivo da parte dei cit­ta­dini ita­liani, ci si è avvalsi dei dati for­niti dal Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism della Oxford Uni­ver­sity. Un para­grafo meto­do­lo­gico, posto all’inizio di ogni capi­tolo, chia­ri­sce in det­ta­glio le fonti e i dati uti­liz­zati per l’analisi dei rela­tivi ambiti eco­no­mici di riferimento.

Caratteristiche Informazione

Il rap­porto, ancora una volta, merita asso­lu­ta­mente una attenta let­tura inte­grale al di là della mia per­so­nale sin­tesi ed interpretazione.

La pos­si­bi­lità di valu­tare il bene solo dopo averlo “con­su­mato” include l’informazione e i pro­dotti media­tici sicu­ra­mente anche tra i beni espe­rienza, intro­du­cendo un ulte­riore aspetto di pro­ble­ma­ti­cità, ossia quello delle asim­me­trie infor­ma­tive tra il con­su­ma­tore e l’editore. In tal senso, la qua­lità dell’informazione è spesso sog­getta a fal­li­menti di mer­cato per­ché non può essere facil­mente deri­vata, se non dopo ripe­tuti atti di con­sumo, dall’utente finale. In que­sto con­te­sto, il con­cetto di repu­ta­zione, e quindi la forza dei mar­chi, assume, spe­cie nell’attuale momento, una rile­vanza cen­trale nel sistema informativo.

Se, come noto, l’online in tutte le sue decli­na­zioni [testate, social net­work, blog, motori di ricerca], per le sue carat­te­ri­sti­che di imme­dia­tezza, coper­tura in tempo reale della noti­zia e gra­tuità, si sta affer­mando sia come mezzo di infor­ma­zione al pub­blico, sia come fonte di infor­ma­zione per gli altri media, un aspetto poten­zial­mente cri­tico, come dimo­stra l’incremento, almeno in ter­mini di atten­zione goduta e dif­fu­sione, delle bufale, è rap­pre­sen­tato dal fatto che que­sto tipo di infor­ma­zione, anche per motivi finan­ziari, è gene­ral­mente carat­te­riz­zato da un mag­gior ricorso a fonti deri­vate, soprat­tutto di tipo azien­dale ed isti­tu­zio­nale [comu­ni­cati stampa, social net­work, etc.], e da un minor ricorso a fonti dirette sul campo. Il plu­ra­li­smo dell’offerta infor­ma­tiva richiede non solo mol­te­pli­cità di ope­ra­tori nella fase di rac­colta delle fonti e pro­du­zione delle noti­zie, ma anche indi­pen­denza nella loro ela­bo­ra­zione
e auto­no­mia edi­to­riale nella loro diffusione.

Informazione Digitale

In quat­tor­dici anni è note­vol­mente cam­biato, inol­tre, l’assorbimento dei lavo­ra­tori da parte delle imprese edi­to­riali ope­ranti nel Paese. Il peso per­cen­tuale dei quo­ti­diani è, infatti, dram­ma­ti­ca­mente sceso dal 50% del totale rap­porti di lavoro nel 1990 al 34,4% del 2014, a fronte di una cre­scita del ruolo delle tele­vi­sioni nazio­nali [oggi al 5,7%] e locali [11,9%] ma soprat­tutto degli uffici stampa e comu­ni­ca­zione azien­dali [8,4%] e pub­blici [7,6%, appena all’1% nel 1990].

Inter­net è una miniera di infor­ma­zioni che rende ancora più impre­scin­di­bile, per i gior­na­li­sti, sta­bi­lire un rap­porto di fidu­cia con il pub­blico, vista l’ampia pos­si­bi­lità a dispo­si­zione dei let­tori di poter cam­biare in breve tempo una fonte infor­ma­tiva. Tale rap­porto fidu­cia­rio si costrui­sce pre­va­len­te­mente tra­mite la tra­spa­renza; i let­tori, cioè, sono inte­res­sati a cono­scere come si arriva alla reda­zione di un “sto­ria”, quali sono le fonti, e a rice­vere spie­ga­zioni nel caso di errori. Que­sta meta­mor­fosi, rispetto ad un modello tra­di­zio­nale di tipo gerar­chico in cui la noti­zia calava dall’alto sul let­tore, neces­sita anche di mag­giori com­pe­tenze spe­ci­fi­che visto che in alcuni casi sono pro­prio i let­tori ad avere mag­giori infor­ma­zioni su di una spe­ci­fica noti­zia o argomento.

A parte lo “Svi­luppo di Web con­tent”, atti­vità svolta da circa il 28% del cam­pione dei gior­na­li­sti rispon­denti al que­stio­na­rio online ed in parte col­le­gata alle ver­sioni online delle testate tra­di­zio­nali, le altre atti­vità tipi­che del Web, come “Infografica/Data Jour­na­lism”, “Social media mana­ge­ment” e “Blog­ger”, sono poco dif­fuse. Tra le altre cose, tali atti­vità sem­brano essere una pre­ro­ga­tiva dei gior­na­li­sti gio­vani visto che media­mente circa l’80% ha un’età infe­riore ai 40 anni.

Cambio Giornalismo

Per miglio­rare la pro­pria pro­fit­ta­bi­lità, più che sul fronte dei ricavi, gli edi­tori hanno pro­ce­duto in que­sti anni su quello dei costi dell’informazione, cer­cando mar­gini di effi­cien­ta­mento. Ne è con­se­guita una con­tra­zione degli inve­sti­menti nell’informazione, in tutte le sue componenti.

Oltre all’andamento decre­scente della strut­tura dei ricavi di tutti i gruppi [tranne Sky], un’analisi disag­gre­gata, a livello di sin­goli sog­getti, evi­den­zia come i diversi gruppi pre­sen­tino una com­po­si­zione dei ricavi assai dif­fe­ren­ziata. Alcuni sono più legati alla com­po­nente pub­bli­ci­ta­ria, altri dipen­dono deci­sa­mente dai ricavi dagli utenti, men­tre i gruppi mag­gior­mente legati alla stampa quo­ti­diana vedono una strut­tura dei ricavi più bilan­ciata; discorso a parte è quello di RAI i cui ricavi deri­vano prin­ci­pal­mente dal canone radio­te­le­vi­sivo pagato dai contribuenti.

Ricavi Editori

La ver­sione online del pro­dotto car­ta­ceo, per l’85% delle testate, è con­si­de­rata parte inte­grante dell’offerta edi­to­riale del quo­ti­diano ma, di regola, carta e web hanno pecu­lia­rità distinte. Il quo­ti­diano car­ta­ceo assolve sem­pre meno alla fun­zione di aggior­na­mento che lo con­trad­di­stin­gueva, rap­pre­sen­tando piut­to­sto una fonte infor­ma­tiva di appro­fon­di­mento. Se con rife­ri­mento al quo­ti­diano car­ta­ceo il pro­dotto edi­to­riale offerto al let­tore è costi­tuito dall’intera testata, il pro­dotto online si iden­ti­fica più che altro nel sin­golo arti­colo, pre­sup­po­nendo uno spac­chet­ta­mento del prodotto.

Circa un terzo degli edi­tori attivi dal lato dell’offerta di quo­ti­diani è pre­sente nel com­parto da almeno trenta anni, men­tre le società in atti­vità da meno di dieci anni sono poco più del 20%. Insomma il nuovo non avanza o comun­que avanza con grande fatica.

Esa­mi­nando nel det­ta­glio l’andamento dei ricavi edi­to­riali del com­parto dei quo­ti­diani, è pos­si­bile osser­vare come gli stessi abbiano perso circa un terzo del loro valore negli ultimi cin­que anni, pas­sando da più di 3 miliardi di euro nel 2010 a poco più di 2 miliardi nel 2014. La pro­gres­siva cre­scita dei ricavi deri­vanti dalla com­po­nente digi­tale, infatti, è tut­tora del tutto insuf­fi­ciente a com­pen­sare la netta con­tra­zione della com­po­nente car­ta­cea tra­di­zio­nale. Di fatto non è ancora chiaro quale sia il modello di busi­ness in grado di garan­tire ade­guati ritorni eco­no­mici. Ad oggi, in effetti, la sus­si­stenza degli edi­tori con­ti­nua a dipen­dere in maniera pre­pon­de­rante dall’entità dei ricavi con­se­guiti gra­zie alle testate car­ta­cee. In tal senso, la figura suc­ces­siva evi­den­zia pale­se­mente che l’incidenza delle entrate gene­rate dal pro­dotto car­ta­ceo è di gran lunga mag­giore [pari nel 2014 ancora al 90%] rispetto al pro­dotto digi­tale, seb­bene quest’ultimo abbia visto rad­dop­piare il suo peso negli ultimi cin­que anni. L’attività tra­di­zio­nale, sul mezzo car­ta­ceo, rimane il core busi­ness di gran parte delle società edi­trici, le quali, al di là delle dichia­ra­zioni d’intenti, di fatto ten­tano di met­tere in atto stra­te­gie di difesa dei ricavi deri­vanti dalla carta stam­pata, sep­pure molto spesso que­sto avvenga in maniera scom­po­sta e dun­que poco efficace.

Struttura Ricavi Quotidiani AGCOM

Gli edi­tori online nativi digi­tali pre­sen­tano nel com­plesso una strut­tura dei ricavi piut­to­sto sbi­lan­ciata sul ver­sante pub­bli­ci­ta­rio, essendo le offerte infor­ma­tive a paga­mento limi­tate per lo più alla pro­po­si­zione di con­te­nuti con un ele­vato livello di spe­cia­liz­za­zione in deter­mi­nati set­tori e rivolti a nic­chie spe­ci­fi­che di utenti molto ristrette. È que­sto allo stato attuale il mag­gior limite alla soste­ni­bi­lità della mag­gior parte delle testate sia per quanto riguarda il pre­sente che, ancor più, se pos­si­bile, in prospettiva.

Il con­fronto con la strut­tura dei ricavi con­se­guiti dagli edi­tori tra­di­zio­nali [quo­ti­diani online] per l’attività svolta sul web, anch’essa for­te­mente dipen­dente dalla com­po­nente pub­bli­ci­ta­ria, rivela come il valore com­ples­sivo dei ricavi degli edi­tori digi­tali sia pari a meno della metà delle risorse eco­no­mi­che per­ce­pite dagli edi­tori tra­di­zio­nali. Que­sti ultimi, infatti, da un lato, in virtù delle mag­giori audience rag­giunte, rac­col­gono quote più ele­vate di introiti pub­bli­ci­tari. Dall’altro, rie­scono a rica­vare dalla ven­dita di copie digi­tali e di altri pro­dotti e ser­vizi online 64 milioni di euro [che rap­pre­sen­tano il 31% dei ricavi com­ples­sivi del digi­tale], sia per­ché dispon­gono di un pro­dotto infor­ma­tivo digi­ta­liz­za­bile e quindi ven­di­bile al pub­blico, sia per­ché godono della repu­ta­zione e della noto­rietà acqui­sita dai pro­pri mar­chi edi­to­riali, che con­sente di estrarre la dispo­ni­bi­lità a pagare di almeno una parte, sep­pur ristretta del loro pubblico.

Il limi­tato livello di affer­ma­zione del pro­prio mar­chio edi­to­riale per gli edi­tori nativi digi­tali, che rende di fatto impra­ti­ca­bile l’introduzione di forme di paga­mento per l’accesso ai con­te­nuti infor­ma­tivi pre­senti nei rela­tivi siti, è testi­mo­niato anche dai dati sul traf­fico dei prin­ci­pali siti delle testate online.

Ricavi Editori Tradizionali Vs All Digital

Per quanto riguarda la frui­zione d’informazione e la dispo­ni­bi­lità ten­den­ziale a pagare il rap­porto AGCOM riprende, come sopra ripor­tato, sostan­zial­mente i dati del Digi­tal News Report 2014 del Reu­ters Insti­tute for the Study of Journalism.

D’interesse la sin­tesi della frui­zione gior­na­liera di infor­ma­zione per fasce di età e fasce ora­rie. La curva di domanda di infor­ma­zione ha delle impli­ca­zioni note­voli: la pre­senza di “pic­chi” di domanda, infatti, può orien­tare gli edi­tori nel for­nire una quan­tità di noti­zie in eccesso nel ten­ta­tivo di con­ser­vare la pro­pria parte di utenti/consumatori. Ciò porta a due con­si­de­ra­zioni di rilievo riguar­danti la qua­lità dell’informazione, intesa sia dal punto di vista del pro­cesso pro­dut­tivo, e dun­que dell’organizzazione del lavoro che ne dovrebbe deri­vare, sia per ciò che riguarda le moda­lità di dif­fu­sione della notizia.

Altri aspetti spe­ci­fici, al di là della sin­tesi attuale, saranno ripresi pun­tual­mente nei pros­simi giorni.Nel frat­tempo, leg­ge­tevi, e dige­ri­tevi, la ricerca inte­gral­mente. Insisto.

Fruizione Informazione per Fasce Orarie_Età

automated robot journalism
Posted on 1 maggio 2015 by Donata Columbro, Pier Luca Santoro

Una settimana nel futuro del giornalismo

La rubrica dove rac­co­gliamo i link per non per­dere le novità tec­no­lo­gi­che nel mondo dell’informazione.

L’orologio che ti pre­para il caffè. Forse non ancora, ma l’arrivo sul mer­cato dell’Apple Watch, uscito il 24 aprile in otto paesi ma non ancora in Ita­lia, cam­bierà le abi­tu­dini degli utenti e dei let­tori. Così come hanno fatto smart­phone e tablet. Il Washing­ton Post e il New York Times sono già pronti con con­te­nuti spe­ci­fici per il nuovo device. Li chia­mano arti­coli su una riga. (Ma una volta non erano “titoli”?)

Buz­z­feed vuole metri­che migliori. Non solo per con­tare click e visite, ma per ana­liz­zare il com­por­ta­mento dei let­tori e capire cosa suc­cede ai link quando ven­gono con­di­visi da social net­work a social net­work. Quindi ha lan­ciato Pound, Pro­cess for Opti­mi­zing and Under­stan­ding Net­work Dif­fu­sion, un sistema che espande “a grafo” i click e le con­di­vi­sioni degli arti­coli via email, social net­work, mes­sag­gi­stica instantanea.

Più smart­phone, più pod­cast, più atten­zione su mobile. Sono le carat­te­ri­sti­che più impor­tanti del mer­cato nelle news negli Stati Uniti, emerse dai dati di State of the News Media 2015, da studiare.

Che noia alla Cnn! È quello che deve aver pen­sato il gior­na­li­sta poli­tico Peter Hamby quando ha lasciato l’emittente sta­tu­ni­tense per appro­dare a Sna­p­chat, appli­ca­zione mobile per con­ver­sa­zioni istan­ta­nee e tem­po­ra­nee che sta facendo una virata verso le news, con la fea­ture “Disco­ver”, già sfrut­tata da Vice, Cosmo­po­li­tan, Mtv e altri big.

Nemi­cia­mici. È il rap­porto tra Face­book, Twit­ter, Goo­gle e le testate inter­na­zio­nali. Dopo mesi (anni) a soste­nere che non si sareb­bero mai occu­pate di con­te­nuti e non ave­vano inten­zione di diven­tare edi­tori, l’atteggiamento delle aziende tec­no­lo­gi­che sta cam­biando rapi­da­mente. Emily Bell, docente di pra­tica pro­fes­sio­nale al Tow Cen­ter for Digi­tal Jour­na­lism di New York, già autrice di Post-industrial jour­na­lism. Adap­ting to the pre­sent, rias­sume le novità degli ultimi mesi in que­sta rela­zione com­pli­cata.

Par­zial­mente liberi. Secondo il rap­porto di Glo­bal Jour­na­lism Inve­sti­ga­tive Net­work l’Italia è l’unico Paese dell’Europa Occi­den­tale par­zial­mente libero. Ma esi­ste una libertà di stampa parziale?

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