giornalismo

Data
Pubblicato il 2 marzo 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro, Mara Cinquepalmi, Giacomo Fusina, Andrea Nelson Mauro, Alessio Cimarelli, Francesca Clementoni

Hackathon su Media e Giornalismo in Italia

Leg­gere l’informazione in Ita­lia attra­verso i dati

Peru­gia, 16 aprile 2015 — hotel La Rosetta (ore 9.30 — 20.00)

Evento di data-journalism pro­mosso dal Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Peru­gia e curato da Data­Me­dia­Hub

Hash­tag: #hackmedia15

DESCRIZIONE E FINALITÀ

Data­Me­dia­Hub in occa­sione dell’edizione 2015 del Festi­val Inter­na­zio­nale del Gio­na­li­smo sta orga­niz­zando il primo hac­ka­thon dedi­cato al mondo dei media ita­liani (in par­ti­co­lare quelli legati all’informazione gior­na­li­stica). L’evento si svol­gerà il 16 aprile a Peru­gia con il prin­ci­pale obiet­tivo di costruire assieme a gior­na­li­sti, edi­tori, svi­lup­pa­tori, ricer­ca­tori e tutti coloro che sono inte­res­sati a que­sto tema, due giorni di discus­sione e con­fronto dove pro­muo­vere un nuovo modo di rac­co­gliere, leg­gere ed ela­bo­rare i dati rela­tivi ai media italiani.

PARTECIPA E PROPONI IDEE (O SEGNALA UN SET DATI)

L’evento è arti­co­lato in un’intera gior­nata che si svol­gerà il 16 aprile dalle 9.30 alle 20.00 all’hotel La Rosetta (Piazza Ita­lia, 19). L’evento è aperto al pub­blico e gra­tuito: per par­te­ci­pare basta ade­rire a uno dei “Track” (i gruppi tema­tici) elen­cati qui sotto.

Il loro numero non è chiuso, oltre ai primi quat­tro abbiamo pre­vi­sto la pos­si­bi­lità di rea­liz­zarne un quinto scelto tra le pro­po­ste che è pos­si­bile fare (con un pro­prio set dati e un pro­prio staff) uti­liz­zando l’apposito form che tro­vate qui sotto. I diversi track sono pen­sati come trac­cie per svi­lup­pare un lavoro di gruppo quindi se hai delle pro­po­ste idee all’interno dei temi trac­ciati o hai un set dati da pro­porre puoi scri­verci uti­liz­zando il form qui sotto.

TRACK 1 – «FOLLOW THE MONEY»: I BILANCI DEI GRUPPI EDITORIALI

Ricavi pub­bli­ci­tari, spese del per­so­nale, ricavi da digi­tale: cosa ci “rac­con­tano” i bilanci dei mag­giori gruppi edi­to­riali ita­liani? Quali dati far emer­gere dai reso­conti di bilan­cio pub­bli­cati, come aggre­gare e con­fron­tare tra di loro que­sti dati per capire meglio la reale dimen­sione della crisi dell’editoria ita­liana in que­sti anni di pas­sag­gio da un unico modello di busi­ness a “qualcos’altro”?

Il gruppo sarà gui­dato da Lelio Simi, gior­na­li­sta e co-fondatore di DataMediaHub.

Per appro­fon­dire: Gruppi Edi­to­riali: La Crisi della Pub­bli­cità in 3 Gra­fici / Gruppi Edi­to­riali: il crollo dei bilanci in sei grafici

TRACK 2 – AUDIENCE, READERSHIP E DIFFUSIONE DELLE TESTATE ITALIANE

Anda­mento della rea­der­ship online dei quo­ti­diani ita­liani, i dati Audi­web e quelli sulla dif­fu­sione delle testate pro­vin­cia per pro­vin­cia. Come stanno cam­biando le abi­tu­dini di let­tura degli ita­liani? Cosa rap­pre­sen­tano dav­vero oggi le nuove piat­ta­forme e i social net­work per le testate ita­liane? Come leg­gere que­sti diversi dati per capire la tra­sfor­ma­zione verso il digi­tale dei gior­nali italiani?

Il gruppo sarà coor­di­nato da Pier Luca San­toro, esperto di mar­ke­ting e comu­ni­ca­zione e pro­ject mana­ger di DataMediaHub.

Per appron­dire: Audience quo­ti­diani online

TRACK 3 – PER UN IDENTIKIT DELLA PROFESSIONE GIORNALISTICA

Iscritti all’Odg, età media diret­tori testate ita­liane, gen­der gap nella pro­fes­sione, dati Inpgi e Casa­git: quali numeri e dati pos­sono (ten­tare di) descri­vere la tra­sfor­ma­zione radi­cale di una pro­fes­sione che subi­sce una crisi di iden­tità mai pro­vata prima?

Il gruppo di lavoro sarà coor­di­nato da Mara Cin­que­palmi gior­na­li­sta e data jour­na­list a Data­Me­dia­Hub e da Fran­ce­sca Cle­men­toni gior­na­li­sta di Radio Città Fujiko e videomaker.

Per appro­fon­dire: Quo­ti­diani e diret­tori: quante donne? / Set­ti­ma­nali e diret­tori: quante donne?

TRACK 4 – SOCIAL E INFORMAZIONE: GIORNALISTI, INFLUENCER E BLOGGER IN RETE

Quanto “pesano” dav­vero gli influen­cer in rete, quanto i gior­na­li­sti che utliz­zano assi­dua­mente Twit­ter? Come misu­rare la loro atti­vità e il reale grado di inte­ra­zione? Come ana­liz­zare i dati che ci for­ni­scono i social net­work per capire meglio le dina­mi­che di enga­ge­ment di chi fa informazione?

Il gruppo di lavoro sarà coor­di­nato da Gia­como Fusina ammi­ni­stra­tore dele­gato Human Highway

Per appro­fon­dire: Clas­si­fica dei Media Spe­cia­list su Twitter

TRACK 5 – HAI UN PROGETTO? PROPONILO E PARTECIPA!

Hai un pro­getto di data­jour­na­lism ine­rente ai media e gior­na­li­smo in Ita­lia? Pro­po­nilo con un set dati e il tuo team e svi­lup­palo insieme al team di Data­Me­dia­Hub. Se riu­sci­rai a fina­liz­zarlo, potrai pre­sen­tarlo l’indomani durante l’evento dedi­cato ai risul­tati dell’hackathon.

Il gruppo di lavoro sarà coor­di­nato da Andrea Nel­son Mauro e Ales­sio Cima­relli.

ISCRIVITI ALL’HACKATHON

1. «FOLLOW THE MONEY»: I BILANCI DEI GRUPPI EDITORIALI

2. AUDIENCE, READERSHIP E DIFFUSIONE DELLE TESTATE ITALIANE

3. PER UN IDENTIKIT DELLA PROFESSIONE GIORNALISTICA

4. SOCIAL E INFORMAZIONE: GIORNALISTI, INFLUENCER E BLOGGER IN RETE

5. HAI UN PROGETTO? PROPONILO E PARTECIPA!

Indica il titolo di una delle cin­que Track a cui vuoi par­te­ci­pare! (richie­sto)

Il tuo nome e cognome (richie­sto)

La tua email (richie­sto)

Il tuo indi­rizzo web (facol­ta­tivo)

professione(facoltativo)

Il tuo mes­sag­gio

Allega un file (facol­ta­tivo)

[imma­gine in alto di Mas­simo Gentile]

Hack Future

desi chart
Pubblicato il 26 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Digital Economy & Society Index

Dopo la recente pub­bli­ca­zione da parte dell’Istat della set­tima edi­zione di “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo”, che trac­cia un qua­dro impie­toso dello stato del “bel­paese” rela­ti­va­mente a media, inno­va­zione e for­ma­zione, la Com­mis­sione euro­pea ha rila­sciato un nuovo indice: DESI — Digi­tal Eco­nomy and Society Index — che clas­si­fica tutti i 28 Stati mem­bri dell’UE in base al loro ren­di­mento digitale.

DESI com­bina più di 30 indi­ca­tori e uti­lizza un sistema di pon­de­ra­zione per clas­si­fi­care cia­scun paese in base al suo ren­di­mento digi­tale. Per cal­co­lare il pun­teg­gio com­ples­sivo di uno Stato mem­bro ad ogni insieme e sot­toin­sieme di indi­ca­tori è stato dato un coef­fi­ciente di cor­re­zione spe­ci­fico da parte degli esperti della Com­mis­sione euro­pea. Con­net­ti­vità e com­pe­tenze digi­tali con­tri­bui­scono al 25% per il pun­teg­gio totale. L’integrazione della tec­no­lo­gia digi­tale rap­pre­senta il 20%, men­tre le atti­vità online [l’uso di Inter­net] e dei ser­vizi pub­blici digi­tali con­tri­bui­scono rispet­ti­va­mente per il 15%.

I dati sono per lo più a par­tire dal 2013 e il 2014, dun­que asso­lu­ta­mente attuali. Il gra­fico di sin­tesi sotto ripor­tato mostra la situa­zione per cia­scuna nazione. La posi­zione dell’Italia rispetto alla media della UE28 e rela­ti­va­mente agli altri Paesi.

desi chart

L’analfabetismo digi­tale del nostro Paese è, ahimè, evi­dente su tutti i fronti. Se, come scrive Luca De Biase, l’analfabetismo digi­tale va affron­tato più in nome della cul­tura che della tec­no­lo­gia, i dati [di]mostrano come l’ampiezza del pro­blema sia su tutti i fronti, dalla con­net­ti­vità, in ter­mini di dispo­ni­bi­lità e qua­lità della tec­no­lo­gia neces­sa­ria, al capi­tale umano, a livello di skill basici e avan­zati, pas­sando per i ser­vizi pub­blici digi­ta­liz­zati a livello di  eGo­vern­ment  ed  eHealth.

Su que­sto fronte anche l’utilizzo di Inter­net non può essere con­fi­nato alla sola frui­zione ma è neces­sa­rio affron­tarne tutti gli aspetti di comu­ni­ca­zione, intesa come uso di video chia­mate e social network/media, di tran­sa­zioni, dall’ eban­king all’ ecom­merce, senza dimen­ti­care il valore dei con­te­nuti sia di intrat­te­ni­mento, quali musica, video e gio­chi, che di news e con­te­nuti on demand. Area sulla quale la posi­zione del nostro Paese peg­giora ulte­rior­mente con sola­mente la Roma­nia ad essere in una con­di­zione peg­giore rispetto a quella dell’Italia.

Uso di Internet chart

I tre gra­fici sot­to­stanti evi­den­ziano il det­ta­glio per quanto riguarda le news, l’utilizzo dei social net­work da parte delle per­sone e l’uso dei social media da parte delle imprese. L’intero data­set è libe­ra­mente sca­ri­ca­bile per ulte­riori ela­bo­ra­zioni ed approfondimenti.

Indi­vi­duals who used the Inter­net to read online news sites, new­spa­pers or news magazines

News chart

Indi­vi­duals used the Inter­net to par­ti­ci­pate in social net­works [create user pro­file, post mes­sa­ges or other con­tri­bu­tions to face­book, twit­ter, etc.]

Social Network chart

Enter­pri­ses that use two or more types of social media

Social Media chart

Underwood
Pubblicato il 24 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Slow News

Nell’epoca del nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dic­tio­nary, dedi­carsi allo slow jour­na­lism è un atto di grande corag­gio o, in alter­na­tiva, di scon­si­de­rata avven­ta­tezza. Per que­sto ho voluto appro­fon­dire le moti­va­zioni alla base della nascita di Slow News, ini­zia­tiva edi­to­riale tutta ita­liana, a dispetto del nome, online da poco più di un mese in una breve inter­vi­sta ai fon­da­tori del progetto.

1) Per­ché, in un eco­si­stema dell’informazione che, per dirla come Twit­ter, corre più veloce di un ter­re­moto avete deciso di dedi­carvi alle “slow news”?

Il flusso dell’informazione ha rag­giunto un’intensità e una velo­cità dif­fi­cil­mente soste­ni­bili, per­sino per chi all’interno del mondo dell’informazione vive e lavora. Meglio non pen­sare — oppure, meglio pen­sarci! — a chi è fuori da que­sta bolla: pro­ba­bil­mente trova tutto solo incom­pren­si­bile, diso­rien­tante. Pen­siamo ci sia biso­gno di un lavoro di sot­tra­zione, non di addi­zione: e poi tutti e cin­que, da anni e per motivi pro­fes­sio­nali, viviamo ogni giorno il famoso infor­ma­tion over­load.

Non aman­dolo par­ti­co­lar­mente, abbiamo pen­sato a un modello radi­cal­mente oppo­sto. Ed ecco Slow News.  Che è anche una spe­cie di filo­so­fia di vita e di lavoro alter­na­tivo. Un “pre­si­dio”. Un po’ come Slow Food, alle sue ori­gini, lo fu per il cibo di qua­lità e “local”.

2) Da subito avete deciso di andare a paga­mento. Qual è il modello di busi­ness di Slow News?

Gabriele Fer­ra­resi: Cre­diamo che il lavoro vada pagato, sem­pre. Slow News, per quanto per noi sia pia­ce­vole da rea­liz­zare, è un pic­colo lavoro. Il nostro modello di busi­ness è basato su micro­pa­ga­menti: pagare pochis­simo, in tanti, spe­riamo sem­pre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, val­gono 2 euro, cin­quanta cen­te­simi a set­ti­mana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, nean­che 2 cen­te­simi a numero.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: Il modello di busi­ness di Slow News si basa, poi, su un di rap­porto di fidu­cia tra noi e gli abbo­nati per­ché pen­siamo che il gior­na­li­smo, in tutte le sue decli­na­zioni, sia un ser­vi­zio: se chi lo fa ha un dovere di cor­ret­tezza verso i let­tori que­sti ultimi hanno il dovere di pagare per il ser­vi­zio che rice­vono. Allo stesso modo, il let­tore ha il diritto di non essere sod­di­sfatto. E infatti abbiamo scelto di rim­bor­sare l’ultimo mese pagato a un even­tuale let­tore insod­di­sfatto [chi altri lo fa, in Italia?].

Alberto Pulia­fito: E per ora nes­suno ha chie­sto indie­tro i soldi! L’altra cosa impor­tante è che, essendo per noi un lavoro resi­duale [abbiamo tutti altre col­la­bo­ra­zioni, for­tu­na­ta­mente], la for­mula dei micro­pa­ga­menti ci con­sente di inve­stire piano piano in pic­cole miglio­rie che appor­te­remo. È chiaro che sia un modello desti­nato a una cre­scita lenta, anche per­ché gli dedi­chiamo una pic­cola fetta del nostro tempo libero. Non potrebbe essere altri­menti. Non è pen­sato, oggi, per gene­rare un pro­fitto ma per darci i mezzi per coprire pic­coli inve­sti­menti per miglio­rare. Troppe volte noi stessi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo pen­sato che ci voles­sero troppi soldi e troppo tempo come inve­sti­mento di par­tenza per fare qual­cosa di nostro. Poi un giorno, in un con­ve­gno, ho sen­tito par­lare Robin Good. Ha insi­stito molto sul con­cetto di gior­na­li­sta come impren­di­tore per­so­nale  - come start up, se vogliamo usare un ter­mine alla moda — . Da lì ho comin­ciato a pen­sare a que­sto, ispi­ran­domi anche ad altre realtà esi­stenti [oltreo­ceano, però]. E ad un’attività “resi­duale”, “lenta”, che si con­trap­ponga in maniera radi­cale – non solo come con­te­nuti ma anche come modello di busi­ness – a tutto quel che viene fatto oggi nell’informazione online. Anche a quello che fac­ciamo noi stessi. Detto ciò, sono con­vinto che prima o poi lo slow jour­na­lism sia desti­nato a cre­scere e a rita­gliarsi una sua nic­chia di mer­cato. Meglio ini­ziare per tempo a posizionarsi. 

3) Pen­sando alla con­tent cura­tion in Ita­lia viene subito in mente Good Mor­ning Ita­lia, quali le dif­fe­renze tra il vostro pro­getto ed il loro? 

Gabriele Fer­ra­resi: Quello di Good Mor­ning Ita­lia è un bel­lis­simo pro­getto. È per­fetto come risorsa nel quo­ti­diano: noi però siamo diversi, pro­po­niamo un approc­cio alla let­tura e all’informazione più lento e legato sì all’attualità, ma non bloc­cato sulla stessa.

Il nostro lavoro di cura­tion e sele­zione poi cerca di anche di andare indie­tro nel tempo: e a volte pos­sono bastare pochi mesi. Uno dei pro­blemi dell’infor­ma­tion over­load è pro­prio il tempo di vita dei con­te­nuti, spesso anche di quelli validi: scom­pa­iono. Noi, quando ha una sua logica farlo, cer­chiamo di ripor­tarli alla luce e di farli tor­nare d’attualità.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: A dif­fe­renza da Good­Mor­ning Ita­lia, Slow News è svin­co­lata dall’attualità, anche se la tiene sem­pre sott’occhio. È vero, ci si potrebbe chie­dere per­ché un let­tore dovrebbe essere inte­res­sato a quel che sug­ge­riamo: non vogliamo sem­brare arro­ganti che propongono/impongono al let­tore que­sto o quel con­te­nuto, ma con­di­vi­dere espe­rienze [le nostre e quelle degli autori che pro­po­niamo] che ven­gono messe a dispo­si­zione degli abbo­nati. E, prima di tutto Slow News è un rap­porto umano, un rap­porto tra i let­tori e Slow News: men­tre molti siti all news gene­ra­li­sti disat­ti­vano i com­menti agli arti­coli, noi chie­diamo ai let­tori di farci sapere che ne pen­sano, di darci il più pos­si­bile feed­back, spe­cial­mente nega­tivi. Fino ad oggi è andata bene.

Alberto Pulia­fito: È pro­prio il modo in cui creiamo i numeri della new­slet­ter che è diverso. Si parte da una sug­ge­stione, che può venire dall’attualità o da altro, magari anche solo da un buon pezzo, e si va spesso per libere asso­cia­zioni di idee. Si parla di San­remo e si fini­sce a uno spet­ta­colo di stand up comedy. Si parla del Char­lie Hebdo e si arriva a un libro sul nazio­na­li­smo fran­cese. Si parla di wre­stling, di porno, di mondo del lavoro: qua­lun­que sia l’argomento, i sug­ge­ri­menti che lasciamo ai nostri let­tori riguar­dano solo quello che per noi è “eccel­lenza”. Ci offriamo come cura­tori per­so­nali, ma vogliamo anche par­lare con i nostri abbo­nati. E vogliamo offrire loro il pia­cere della sco­perta di con­te­nuti che altri­menti non avreb­bero tro­vato. La linea edi­to­riale spa­zia dal serio al faceto, dal con­te­nuto recen­tis­simo a quello più datato. L’obiettivo è quello di offrire plu­ra­lità di sguardi su un tema, pezzi o video o fram­menti audio che si abbia dav­vero voglia di leg­gere, vedere, ascol­tare, una volta sco­perti. Con­te­nuti che avrebbe un senso tenere in un’antologia o nei pre­fe­riti. Qual­cosa di cui si possa godere iso­lan­dosi dal flusso infi­nito di ras­se­gne stampa, tito­loni, dichia­ra­zioni, aggior­na­menti, brea­king, click bai­ting, gat­tini, shock e via dicendo. 

4) Per il momento Slow News è una new­slet­ter, quali saranno gli svi­luppi futuri?

Le idee sulle quali stiamo lavo­rando ora come ora sono: una pro­fi­la­zione per inte­ressi degli abbo­nati; un’applicazione iOS e Android; numeri mono­gra­fia dedi­cati a un sin­golo tema; un’evoluzione natu­rale con pro­du­zione di long form jour­na­lism.

Poi c’è un’altra idea, molto slow, che è quella di orga­niz­zare eventi dal vivo con una moda­lità par­ti­co­lare e molto coe­rente con il pro­getto: la lan­ce­remo a breve.

Ovvia­mente siamo aper­tis­simi a col­la­bo­ra­zioni di ogni tipo con chiun­que sposi la filo­so­fia alla base di Slow News

5) Pro­viamo a trac­ciare un qua­drante dell’informazione ita­liana. Slow News si col­loca come alter­na­tivo o com­ple­men­tare rispetto alle testate online?

È diret­ta­mente un altro modo di infor­marsi, un modo per sele­zio­nare solo quello che serve dav­vero. Le testate online sono la nostra fonte. Come i blog, i social net­work, gli archivi di video e audio, tutto ciò che esi­ste sul web. Poi, sic­come siamo dei gio­che­rel­loni e goliardi, diremmo che Slow News è un’alternativa com­ple­men­tare alle testate online [qua­lun­que cosa que­sto voglia dire].

Underwood

Come In We are Open
Pubblicato il 17 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Open Data, Call to Action

In col­la­bo­ra­zione con Human High­way abbiamo deciso di aprire, di for­nire a tutti, i dati delle con­di­vi­sioni degli arti­coli delle diverse testate.

Ogni arti­colo con­te­nuto nel data­set è descritto dall’URL, dal titolo e dai tag [even­tual­mente] ad esso asso­ciati. Alla data dell’osservazione, ripor­tata nell’omonimo campo, le API di quat­tro social net­work con­se­gnano a UAC Meter il numero di con­di­vi­sioni dell’articolo:

  • Like e share su Facebook
  • Tweet e ret­weet su Twitter
  • +1 su Goo­gle Plus
  • Like e con­di­vi­sioni su LinkedIn

Diamo il data­base men­sile open e avremmo pia­cere di vedere quali ela­bo­ra­zioni ed inte­gra­zioni si pos­sono fare rispetto a quelle che abbiamo già effet­tuato. Potre­ste avere delle idee che noi non abbiamo mai avuto, sia nell’analisi che nel modo di visua­liz­zare i risul­tati. Potre­sti arric­chirli con altre infor­ma­zioni, clas­si­fi­carli in base al con­te­nuto — molto utile ma molto dif­fi­cile — o appro­fon­dire le ragioni alla base della condivisione.

Avete tempo sino al 7 di marzo per fare la vostra ana­lisi e/o visua­liz­za­zione gra­fica ed inviarle a a info@humanhighway.it o a info@datamediahub.it. Le migliore ana­lisi o le migliori visua­liz­za­zioni gra­fi­che dei risul­tati saranno pub­bli­cate con un arti­colo e un’intervista su Data­Me­dia­Hub nella seconda set­ti­mana di marzo 2015. Non fate i timidi.

Come In We are Open 

Home Page Data
Pubblicato il 16 febbraio 2015 by Massimo Gentile, Pier Luca Santoro

I 64 Modi di Concepire la Home Page

Par­tendo dai 64 modi di con­ce­pire la home­page di un sito di news, illu­strati da Melody Joy Kra­mer, abbiamo [*] voluto riflet­tere su quanto è impor­tante la home­page per un sito di news?  Ovvia­mente, messa così, la domanda è un para­dosso. Eppure a leg­gere con atten­zione gli esempi dell’articolo “I 64 modi di con­ce­pire la home­page” l’interrogativo appare pertinente.

In Ita­lia ci siamo abi­tuati a pen­sare alla home di un sito di news col mede­simo approc­cio con cui con­si­de­riamo la prima pagina di un gior­nale: ossia una “vetrina” di tutti i migliori con­te­nuti pre­senti nel sito. Non che sia sba­gliato ma forse si tratta di una visione limi­tata o che per­lo­meno più legata alla cul­tura car­ta­cea che a quella digi­tale. Alcuni tra i 64 esempi sono illu­mi­nanti al pro­po­sito. Pren­diamo Goo­gle, per esem­pio. Si può dire che è un sito senza home poi­ché oggi la ricerca tra­mite motore la si può effet­tuare diret­ta­mente dal bro­w­ser pre­fe­rito e con la pro­fon­dità di una sola pagina, quella dei risultati.

La “fun­zione” di Goo­gle — motore di ricerca — deter­mina la strut­tura e l’organizzazione delle loro pagine. Niente orpelli e imme­dia­ta­mente una lista [se vogliamo anche lun­ghis­sima] di risul­tati, ma con cer­ta­mente tra i primi cin­que, al mas­simo dieci, quello che si stava cercando.

L’esempio di Goo­gle, che potrebbe sem­brare non per­ti­nente se si pensa a siti di quo­ti­diani, ha una “fun­zione” chiara e svolge effi­ca­ce­mente il pro­prio com­pito nel far tro­vare quello che si cerca. E’ essen­ziale e non tenta di strap­parti click aggiun­tivi con cose che nulla hanno a che vedere con la richie­sta ini­ziale. In maniera ana­loga sono gli schemi di Twit­ter e di Red­dit che però, invece di pre­sen­tare una lista di risul­tati, mostrano le noti­zie aggior­nate [e pre­fe­rite e votate nel caso di Red­dit] dalla comu­nità degli utenti.Ossia, nei tre casi che cono­sciamo benis­simo, la fun­zione del sito deter­mina prima ancora che la home (pra­ti­ca­mente irri­le­vante o ine­si­stente) la strut­tura stessa del sito.

Cer­ta­mente i siti di gior­nali non pos­sono avere la mede­sima sem­pli­cità della pagina Goo­gle, eppure la vera sfida, anche per i quo­ti­diani online, è quella di defi­nire quale sia la pro­pria “fun­zione”. Com­pito com­plesso, non c’è dub­bio. Come si diceva in pre­ce­denza, in Ita­lia la home­page è imma­gi­nata un poco come la prima pagina di un quo­ti­diano, ma con la visione di qual­che decen­nio addie­tro quando in coper­tina si cer­cava di infi­larci il più alto numero di richiami possibile [#].

La sen­sa­zione, nello scor­rere il rullo di moti siti di quo­ti­diani ita­liani, è di una certa con­fu­sione in qual­che modo voluta. Si cerca di accon­ten­tare poten­zial­mente un numero il più ele­vato pos­si­bile di poten­ziali utenti offrendo il ven­ta­glio più ampio di noti­zie e let­ture in sus­se­guirsi in cui poli­tica, esteri, cro­naca e cul­tura si rin­cor­rono e si sovrap­pongo. In media solo lo sport, il cal­cio a dire il vero, nor­mal­mente man­tiene spazi fissi e riconoscibili.

Il senso della con­fu­sione poi aumenta gra­zie a due fattori:

- l’impaginazione a tre colonne, in cui fatta salva la parte ini­ziale della home dove il ter­mo­me­tro delle news è sem­pre molto chiaro, poi si perde com­ple­ta­mente il senso e la rile­vanza di uno “strillo”;
– l’estrema, ecces­siva lun­ghezza delle home, difetto pre­sente un po’ tutti i siti di infor­ma­zione nostrani.

Il risul­tato finale è troppo spesso una sorta di mine­strone di oggetti gra­fici tutti uguali. Insomma, i gior­nali ita­liani nella loro ver­sione online sem­brano aver scelto di mostrarsi più gene­ra­li­sti di quanto non lo siano nelle ver­sioni car­ta­cee. Non aiuta poi la ten­ta­zione in cui si cade troppo spesso di sci­vo­lare nell’appeal di foto più o meno sexy dell’attrice o della can­tante di turno.

Evi­den­ziati dai cer­chi, i richiami su San­remo sui siti di diverse testate di rile­vanza nazio­nale.
Imma­gini cat­tu­rate alle ore 06 di oggi, due giorni dopo la chiu­sura del Festival

Immagini delle ore 6 del 16 febbraio, due gironi dopo la chiusura del festival

Defi­nire la pro­pria fun­zione per un quo­ti­diano potrebbe anche e sem­pli­ce­mente tra­dursi nel sele­zio­nare i fatti rile­vanti e far ordine nella rile­vanza delle noti­zie. Orga­niz­zare il grande flusso di fatti, ana­lisi, com­menti e magari con­tri­buti dei let­tori in qual­cosa di facil­mente con­sul­ta­bile e com­pren­si­bile potrebbe essere un buon ini­zio per una rifles­sione. Di esempi ben riu­sciti ai quali guar­dare con atten­zione ne esi­stono parecchi.

La home del New York Times è un ottimo esem­pio di equi­li­brio tra orga­niz­za­zione e numero ade­guato di richiami. Gli spazi sono spesso divisi in mini sezioni [opi­nions, sun­day review, wee­kend reads] che razio­na­liz­zano l’offerta e age­vo­lano la ricerca.

HP www-nytimes-com
Usa Today, col suo “look and feel” visual­mente più moderno, ha un approc­cio diverso, ma non meno inte­res­sante. Il sito ha una home e è sud­di­viso in otto sezioni, dalle News al Tempo, cia­scuna con­trad­di­stinta da un codice colore. La home­page [su cin­que colonne] è un com­pen­dio delle sezioni interne, lad­dove ogni sin­gola noti­zia, oltre a una foto, riporta anche il tim­bro colore della sezione di appar­te­nenza. L’ultima colonna della home­page è desti­nata alla clas­si­fica delle Top Sto­ries, seguite dalle “Most Popu­lar”, “Tren­ding on Social” e chiude con “Right Now”, una sorta di pan­nello di strilli sugli aggior­na­menti “live” più impor­tanti in cui evi­den­te­mente il gol del Bar­cel­lona può venire subito dopo l’ultima noti­zia sui fatti da Copenhagen.

Dopo la home, si entra diret­ta­mente nelle sezioni che non sono mai ecces­sive nel numero di richiami. La pagina delle News conta una tren­tina di noti­zie nel colon­none por­tante che è affian­cato da un colon­nino di richiami minori impa­gi­nati a lista. La navi­ga­zione tra una sezione e l’altra è in oriz­zon­tale, a scor­ri­mento come quando si sfo­glia una pagina, e avviene tra­mite l’immancabile frec­cia — a destra e a sini­stra — a metà schermo, sulle due estremità.

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L’altro esem­pio da citare potrebbe essere quello del Guar­dian. Di come sia stato il recente resty­ling ne abbiamo par­lato qui. Ecco, quello del Guar­dian è l’esempio più recente di come ridi­se­gnare la ver­sione online di un gior­nale. E nel loro caso il pro­cesso è avve­nuto dal basso. La strut­tura di in sito di infor­ma­zione è ine­vi­ta­bil­mente a albero, con le varie sezioni e sot­to­se­zioni che par­tono come rami. Al Guar­dian sono par­titi dise­gnando i rami per arri­vare al tronco, la home. Non il contrario.

Può sem­brare un con­cetto sem­plice, ma se si con­si­dera che una pagina può svol­gere infi­nite fun­zioni, si capi­sce quanto sia impor­tante ragio­nare su come indi­vi­duare la fun­zione da affi­dare a quella par­ti­co­lare pagina che chia­miamo home­page.

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In linea gene­rale, per capire quali fun­zioni far svol­gere a un par­ti­co­lare sito, e per “pesare” ognuna di esse, è neces­sa­rio par­tire dai biso­gni degli utenti ai quali il sito è desti­nato, leg­gendo que­sti biso­gni alla luce degli obiet­tivi di busi­ness e i valori iden­ti­tari della testata. Que­sto pro­cesso di defi­ni­zione “pro­fondo” è l’ambito in cui lavora con le sue tec­ni­che l’Architetto dell’Informazione, di con­certo con gli stakeholders.

Variare il modo in cui si misce­lano que­sti tre ele­menti cam­bia il risul­tato finale. Pen­siamo ad esem­pio a quanto i valori iden­ti­tari di Ikea con­cor­rono a defi­nire i suoi spazi fisici e digi­tali rispetto a quanto avviene per Leroy Merlin.

Quando si pro­getta un sito di news, o un pro­dotto gior­na­li­stico in genere, i valori iden­ti­tari ten­dono a essere pro­mi­nenti, in par­ti­co­lar modo quando le stra­te­gie di busi­ness sono orien­tate a trarre pro­fitto dalle pos­si­bili forme di affe­zione e dun­que di affi­lia­zione degli utenti al brand.

Come sap­piamo, prima di Goo­gle le home­page erano le uni­che pagine indi­ciz­zate dai motori di ricerca [gli indici si face­vano a mano e costava fatica]. Era quindi natu­rale che la fun­zione prin­ci­pale di una home­page fosse quella di fun­gere da “por­tale” verso il resto del sito. Oggi però il primo con­tatto con un un sito avviene attra­verso le pagine in cui leg­giamo un’articolo che ci inte­ressa, un video, o la scheda tec­nica di un pro­dotto. Arri­viamo a que­ste pagine attra­verso Goo­gle (che indi­cizza i siti per intero) oppure gra­zie alle segna­la­zioni dei nostri amici sui social net­work. Per que­sta ragione oggi la fun­zione di “por­tale” deve essere pre­sente in ognuna di que­ste pagine, ma in subor­dine rispetto alla fun­zione nar­ra­tiva prin­ci­pale di ognuna di esse [chi vuole può appro­fon­dire il tema qui].

In quest’ottica, la home­page è la pagina dove vuoi che i tuoi utenti vadano dopo aver sco­perto il tuo sito in un social net­work, come ha sug­ge­rito Wol­fgang Blau, diret­tore delle stra­te­gie digi­tali del Guar­dian. Ma per­ché dovreb­bero farlo? Se rispondi a que­sta domanda, sai come deve essere fatta la tua homepage.

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Un buon punto di par­tenza è con­si­de­rare l’homepage come la pagina che dovrà comu­ni­care al meglio l’identità del brand. Per farlo, essa ospita al suo interno un grap­polo di “fun­zioni stan­dard” [uguali per tutti i siti] e una macro-funzione che va invece tro­vata di volta in volta. Il grap­polo di fun­zioni stan­dard risponde agli utenti che si doman­dano: per chi stai facendo il tuo lavoro? per­ché lo stai facendo? come si usa que­sto ambiente?  da quanto tempo lavori a que­sto pro­dotto? per quanto tempo ancora lo farai? chi sei tu? come fare per con­tat­tarti? Per rispon­dere, a volte può ser­vire un’intera sotto-pagina, penso ad esem­pio alla gerenza di una testata gior­na­li­stica, in altri casi basta un’etichetta, come quella che recita “24 ore su 24″ pre­sente nella testata di Repubblica.it.

La macro-funzione che com­pleta la pagina è quella che, fra tutte quelle iden­ti­fi­cate nel corso della pro­get­ta­zione per rispon­dere ai biso­gni degli utenti, viene con­si­de­rata più coin­ci­dente con l’identità stessa del brand o della testata.

Repubblica.it, come molti siti di testate gior­na­li­sti­che, ha scelto di attri­buire alla pro­pria home­page la macro-funzione di “mostrare le noti­zie più impor­tanti in que­sto momento”, giu­di­cando di con­si­de­rare le real time news ciò che meglio defi­ni­sce il pro­prio ruolo digi­tale. I numeri di Repubblica.it dimo­strano che que­sta fun­zione oggi cor­ri­sponde bene a un biso­gno dif­fuso e sen­tito dagli utenti, tut­ta­via que­sto non signi­fica che non sia pos­si­bile indi­vi­duare fun­zioni gior­na­li­sti­che diverse, con un forte poten­ziale iden­ti­ta­rio, che cor­ri­spon­dano a biso­gni altret­tanto mar­cati. Cre­diamo che la par­tita del gior­na­li­smo digi­tale dell’immediato futuro, si gio­cherà pro­prio su que­sto ter­reno. Le tec­ni­che e le tec­no­lo­gie segui­ranno, non gui­de­ranno que­sto processo.

Insomma, per i quo­ti­diani defi­nire la pro­pria fun­zione è molto più com­plesso che per Goo­gle per­ché i gior­nali sono o dovreb­bero essere spazi dove le noti­zie sono aggre­gate in base a scelte e ragio­na­mento, non sulla base di algo­ritmi. Anche il caos può essere orga­niz­zato in maniera da ren­derlo intellegibile.

Consumption of content

Ma, se come si è detto dopo la pub­bli­ca­zione dell’internal report del NYTi­mes, l’home page è morta, ha senso con­ti­nuare a dedi­carle così tanta atten­zione?  Per pro­vare a dare una rispo­sta al que­sito abbiamo ela­bo­rato i dati più recenti dispo­ni­bili sulla frui­zione di alcune tra le prin­ci­pali testate del nostro Paese.

Par­tendo dai dati Audi­web del dicem­bre 2014, abbiamo sele­zio­nato le testate per i quali era dispo­ni­bile sia il dato del totale traf­fico che quello rela­tivo invece alla sola home page. I dati delle 17 fonti d’informazione mostrano come sol­tanto per 3 di que­ste l’home page abbia un peso supe­riore al 50% del totale degli utenti unici nel giorno medio.

Pur esclu­dendo Blogo.it, per il quale l’home page pesa meno dell’1%, sono diverse le testate per le quali il numero di utenti unici che arri­vano, e leg­gono, l’home page oscilla tra un terzo ed un quarto del totale degli utenti unici. Si tratta di un dato che si acui­sce ulte­rior­mente per quanto riguarda l’audience da mobile che per ben sette testate non supera il 10% del totale.

L’elaborazione dimo­stra insomma come siano sem­pre più i sin­goli arti­coli, in fun­zione delle ricer­che e delle con­di­vi­sioni sui social net­work, e non la home page, il primo punto di accesso. L’ approc­cio di Reu­ters al riguardo è emble­ma­tico in tal senso.

Come emer­geva da uno stu­dio di Char­beat, i let­tori che vanno diret­ta­mente all’home page di un sito di noti­zie sono i più pro­pensi a tor­nare. Emerge infatti che circa l’80% di coloro che visi­tano un sito diret­ta­mente tor­nerà entro una set­ti­mana, rispetto a un tasso medio di circa il 30% com­ples­sivo. Con­vin­cere le per­sone a visi­tare diret­ta­mente l’edizione online di un quo­ti­diano è un forte segno di con­te­nuti di suc­cesso del brand del gior­nale per­chè que­sto tipo di pub­blico non solo torna più spesso ma passa anche più tempo sul sito.

Le noti­zie però sono sem­pre più unbran­ded, come già emer­geva dal Digi­tal News Report 2014 del Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism, e come con­ferma la nostra ela­bo­ra­zione. Com­mo­dity in cui il valore dei sin­goli brand, delle sin­gole testate, è costan­te­mente in calo. Un decen­nio di tat­ti­ci­smi, di rin­corse all’ultimo click hanno gene­rato: una per­dita di fidu­cia e di valore del brand delle testate distrutte, tra le altre cose, nella dico­to­mia delle loro ver­sioni online rispetto a quelle cartacee.

Il pro­blema da risol­vere è dun­que a monte. Non si tratta di lay­out, design gra­fico e user expe­rience, che cer­ta­mente aiu­tano a parità di con­di­zione, ma di lavo­rare sulla rela­zione con i let­tori, con le per­sone, e, appunto, sul bran­ding, sulla costru­zione di valore del mar­chio della testata. Si chiama mar­ke­ting, pare.

[*] NB: Oltre a Mas­simo Gen­tile e Pier Luca San­toro alla reda­zione di que­sto arti­colo ha for­nito il suo pre­zioso con­tri­buto Fede­rico Badaloni

[#] Nota: Essendo il testo multi autore alcuni pas­saggi non neces­sa­ria­mente rifletto l’opinione di tutti coloro che hanno col­la­bo­rato alla reda­zione del pezzo

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