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MIX Fonti Informazione
Pubblicato il 30 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Consumi Mediatici Italia 2015

Sono stati pre­sen­tati i risul­tati del 12° rap­porto Censis/Ucsi sulla comu­ni­ca­zione, moni­to­rag­gio dei con­sumi dei media, misu­rati nella loro evo­lu­zione dall’inizio degli anni 2000 e ana­lisi delle tra­sfor­ma­zioni avve­nute nelle diete media­ti­che degli italiani.

Morte quo­ti­diana avrebbe potuto tran­quil­la­mente essere il sot­to­ti­tolo del rap­porto poi­chè il press divide è, in ter­mini di dieta media­tica degli ita­liani, l’elemento più dirom­pente nell’evoluzione misu­rata dal Cen­sis. Press divide che non si limita alla carta stam­pata ma riguarda anche l’online.

Se nel medio periodo i let­tori dei quo­ti­diani sono dimi­nuiti del 25,1% e quelli della free press si sono pra­ti­ca­mente estinti, anche a causa della man­canza di offerta fal­ci­diata dal crollo della rac­colta pub­bli­ci­ta­ria, i quo­ti­diani online cer­ta­mente non sem­brano aver inter­cet­tato la plu­ra­lità di biso­gni degli utenti, delle per­sone. I media digi­tali hanno assunto, in effetti, una fun­zione anti­ci­clica durante la crisi ma di que­sto i quo­ti­diani hanno bene­fi­ciato poco e nulla nel complesso.

Il gra­fico sot­to­stante illu­stra l’evoluzione del con­sumo dei media dal 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi, ad oggi.

La tele­vi­sione si è man­te­nuta sta­bile nel tempo, sostan­zial­mente sugli stessi livelli di utenza, pra­ti­ca­mente il totale della popo­la­zione, per­ché il calo dei tele­spet­ta­tori della TV tra­di­zio­nale è stato com­pen­sato dal suc­cesso delle sue nuove forme di frui­zione, visto che la web tv è pas­sata da una utenza del 4.6% nel 2007 al 23.7% del 2015, la mobile tv dall’1% all’11.6%, e oggi un ita­liano su dieci guarda la smart tv con­nessa a internet.

Stesse dina­mi­che anche per la radio la cui frui­zione nel com­plesso è addi­rit­tura in cre­scita gra­zie, anche, alla radio da tele­fono cel­lu­lare che passa dal 3.6% del 2007 al 17.2% del 2015, e la radio da Inter­net, online, pas­sata dal 7.6% del 2007 all’attuale 14.3%.

Il secondo gra­fico for­ni­sce il det­ta­glio per cia­scun medium.

Hanno suc­cesso i media che com­por­tano un basso costo e per­met­tono di occu­pare gli spazi vuoti di tempo, come la tele­vi­sione e la radio; oppure quelli che, pur pre­ve­dendo un certo costo, ren­dono più pro­dut­tivo l’impiego, per­ché fanno rispar­miare tempo o lo riem­piono di qual­cosa di pre­zioso, come i tele­foni cel­lu­lari e inter­net. Invece, i mezzi che costano [per quanto anche rela­ti­va­mente poco] e che richie­dono un inve­sti­mento par­ti­co­lare di tempo, nel quale risulta deci­siva la com­po­nente dell’impegno per­so­nale e della con­cen­tra­zione, come i mezzi a stampa, scon­tano mag­giori dif­fi­coltà a rita­gliarsi un loro spa­zio. Ciò a causa della con­cor­renza di altri media più smart e per la mag­giore ocu­la­tezza che spinge gli utenti a spen­dere il loro denaro nella crisi.

Ana­liz­zando il det­ta­glio per fasce di età spic­cano le distanze tra i con­sumi media­tici dei gio­vani e quelli degli anziani, con i primi mas­sic­cia­mente posi­zio­nati sulla linea di fron­tiera dei new media. Tra i più gio­vani al primo posto si col­loca Face­book come stru­mento per infor­marsi [71,1%], al secondo posto i motori di ricerca —  aka Goo­gle — [68,7%] e solo al terzo posto com­pa­iono i tele­gior­nali [68,5%], con You­Tube che non si posi­ziona a una grande distanza [53,6%]. Fana­lino di coda i legacy media, siano essi i siti web dei quo­ti­diani o dei TG.

Per non essere tra­volti dall’onda digi­tale, un ele­mento che tutti i media devono col­ti­vare è la fidu­cia del pub­blico nei loro con­fronti. Se gli utenti pos­sono tro­vare quello che cer­cano navi­gando libe­ra­mente nel web, non segui­ranno ogni volta rotte mai per­corse prima: si ser­vono di bus­sole, dispon­gono di mappe per rag­giun­gere approdi sicuri, rico­no­scono i marosi da evi­tare. Chi saprà favo­rire que­sta navi­ga­zione man­terrà la fidu­cia del pubblico.

Il gra­fico delle prime dieci fonti d’informazione uti­liz­zate rende ancora più evi­dente il pro­blema dei quo­ti­diani che non com­pa­iono nella top ten sia per la popo­la­zione in gene­rale che ancor meno per gli under 30. Come ho avuto modo di dire in pre­ce­denza, il pro­blema non è se e quando mori­ranno i quo­ti­diani di carta ma la pro­po­sta, in ter­mini di for­mat e di rela­zione con il pub­blico, da parte di que­sti indi­pen­den­te­mente dal sup­porto con buona pace per geek e tecno-entusiasti pour cause. Amen.

Mutter
Pubblicato il 27 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Misurare il Giornalismo

Misu­rare il Gior­na­li­smo — Metri­che e soste­ni­bi­lità del gior­na­li­smo. Le slide [*] della mia lezione di oggi sul tema al Master in Gior­na­li­smo Scien­ti­fico della Scuola Inter­na­zio­nale Supe­riore di Studi Avan­zati di Trie­ste.

[*] Come sem­pre le slide sono un “appog­gio”, un sup­porto al ragio­na­mento, al lavoro d’aula.

QN-Resto-del-Carlino
Pubblicato il 26 marzo 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Informazione & Disinformazione

21esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata all’insostenibile leg­ge­rezza dei luo­ghi comuni tra infor­ma­zione e disinformazione.

Lo spunto per trat­tare il tema, che cer­ta­mente meri­te­rebbe ben più di mezz’ora di tra­smis­sione radio­fo­nica, è offerto da Il Resto del Car­lino che lunedì 23 marzo tra tutto quello che suc­cede nel mondo ed in Ita­lia sce­glie di dedi­care la prima pagina — ed anche la seconda e terza — a quello che defi­ni­sce l’allarme dro­gati del web.

QN-Resto-del-Carlino

Arti­coli dai toni deli­ranti che fanno un pol­pet­tone, un fritto misto di uti­lizzo della rete, video­ga­mes e social senza nè capo nè coda. Appro­fon­dendo si sco­pre infatti che il grande allarme sociale sulla que­stione sarebbe giu­sti­fi­cato da uno stu­dio del 2012 — che non si capi­sce come mai diviene meri­te­vole di cotanta atten­zione a tre anni di distanza — che iden­ti­fi­che­rebbe per il 4.4% dei ragazzi euro­pei, una asso­luta mino­ranza, un uti­lizzo pato­lo­gico di Internet.

Men­tre il nostro Paese ha asso­lu­ta­mente biso­gno di fare cul­tura, di favo­rire l’alfabetizzazione digi­tale, quella che è la prin­ci­pale testate dell’Emilia-Romagna non trova nulla di meglio da fare se non quello di gene­rare allar­mi­smi sul tema per con­clu­dere, al di là dei sen­sa­zio­na­li­smi dei titoli, che “In ogni caso, la ricerca in que­sto campo è solo all’inizio”.

Quale che sia il livello di infor­ma­zione e disin­for­ma­zione lo si desume, anche, dall’abbinamento che mostra lo screen­shot dell’home page del quo­ti­diano in que­stione che affianca la “noti­zia” [rigo­ro­sa­mente vir­go­let­tata] ad un altro tema di asso­luta prio­rità infor­ma­tiva e gior­na­li­stica: la vita di un orango chiuso in una gab­bia di polli.

Carlino Drogati Web

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag   #imsv14  e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

Facebook Dog
Pubblicato il 25 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Facebook, Famo a Capisse

Sono tra­pe­late in que­sti giorni delle indi­scre­zioni secondo le quali Face­book sta­rebbe strin­gendo accordi con alcune testate per la pro­du­zione e la pub­bli­ca­zione di con­te­nuti esclu­si­va­mente all’interno del social net­work più popo­loso del pianeta.

Secondo quanto viene ripor­tato, se sinora il rap­porto tra Face­book e le diverse testate era basato esclu­si­va­mente sullo scam­bio con­te­nuti — traf­fico, adesso, pare, che vi sia l’ipotesi di una ripar­ti­zione anche dei ricavi.

Se sotto il pro­filo eco­no­mico potrebbe rap­pre­sen­tare effet­ti­va­mente un’opportunità, credo però che sia una strada da non per­cor­rere, in par­ti­co­lare per i legacy media quali il NYTi­mes [che sem­bre­rebbe essere una delle testate coin­volte sin dall’inizio] ma anche per molti altri.

Facebook Dog

Vi sono aspetti legati alle con­di­zioni d’uso di Face­book che lasciano più che per­plessi rispetto al con­trollo che le testate hanno ed avreb­bero sulla pub­bli­ca­zione dei loro contenuti.

Resta da chia­rire quale possa essere il pos­sesso dei dati da parte di Face­book sui let­tori dei quo­ti­diani, aspetto già oggi con­tro­verso che ovvia­mente si accre­sce­rebbe in maniera espo­nen­ziale. Dati sui quali, altret­tanto, testate per­de­reb­bero poten­zial­mente il con­trollo ed il pos­sesso. Dati che val­gono, forse, più di ogni altra cosa e che se “fil­trati” da Face­book prima di essere for­niti agli edi­tori rap­pre­sen­te­reb­bero una per­dita poten­zial­mente ine­sti­ma­bile, cer­ta­mente supe­riore a qual­si­vo­glia accordo di reve­nue sharing.

Soprat­tutto, al di là di tutta una serie di aspetti di con­torno, è l’idea che Face­book possa essere sem­pli­ce­mente un’altra piat­ta­forma di distri­bu­zione dei con­te­nuti, o peg­gio, come avviene nella mag­gior parte dei casi ora, uno spa­zio dal quale dra­gare traf­fico al sito.

Sta qui, a mio avviso, il mag­gior equi­voco. Face­book è un bar, una piazza, di paese dove incon­trare per­sone, com­pren­derne inte­ressi, moti­va­zioni, aspi­ra­zioni da inter­pre­tare cor­ret­ta­mente per tra­durli e ren­derli dispo­ni­bili a casa pro­pria, nel pro­prio sito, nei ser­vizi forniti.

L’engagement, apo­teosi orga­smica del social media mar­ke­ting, resta una vanity metric se limi­tata ad un nume­rino da inse­rire nei report per riu­nioni tanto fre­quenti quanto prive di signi­fi­cato e valore. L’engagement ha senso se viene siste­ma­tiz­zato come pra­tica il cui scopo e quello di appro­fon­dire la rela­zione con le per­sone così da poterle ser­vire, nel senso posi­tivo del ter­mine, al meglio. L’engagement ha senso se, come dovrebbe essere, i numeri si tra­sfor­mano in com­pren­sione di feno­meni, di ten­denze, di evo­lu­zioni sulle quali costruire il pro­prio rap­porto con il pub­blico di rife­ri­mento, con le persone.

Vale per qua­lun­que brand, credo dav­vero, inclusi i new­sbrand. Tutto il resto è noia.

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Brands Community
Pubblicato il 24 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Altri Mondi Possibili

Se nello sti­vale l’approccio all’utilizzo dei social da parte dei legacy media è for­te­mente spe­cu­la­tivo, con un’ottica di breve incen­trata pre­va­len­te­mente a dra­gare traf­fico senza che di fatto vi sia una visione d’assieme sul tipo di pre­senza sulle diverse piat­ta­forme, Face­book incluso, e sul signi­fi­cato e valore [*] che que­sto impli­chi per cia­scun new­sbrand, pra­ti­cando di fatto social washing, da oltreo­ceano arriva la dimo­stra­zione, la con­ferma, che l’ipotesi che si possa e si debba pro­ce­dere con un cri­te­rio diverso è fondata.

È il caso di Vox, testata all digi­tal la cui mis­sion dichia­rata è “explain the news”, spie­gare le noti­zie, e che rap­pre­senta un caso di suc­cesso a circa un anno dal lancio.

Per inau­gu­rare il blog di Vox­Me­dia dedi­cato al mar­ke­ting viene pub­bli­cato il caso di stu­dio sull’approccio di Vox alla pub­bli­ca­zione su Face­book, perno cen­trale nella cre­scita espo­nen­ziale dall’aprile 2014 ad oggi. Approc­cio che viene così descritto:

Under­stan­ding that there is inhe­rent brand-building value in get­ting in front of audien­ces even if they aren’t always direc­ted back to a web­site has been a key ele­ment of Vox.com’s Face­book gro­wth. By employ­ing this stra­tegy, Vox.com has been able to attract fans quic­kly and grow a strong base on Face­book, which in turn results in more web site refer­rals over the long run.

Altri mondi sono possibili

Brands Community

[*] Davide Desa­rio, respon­sa­bile del sito de Il Mes­sag­gero, attra­verso Twit­ter replica +

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