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Pubblicato il 5 marzo 2015 by Lelio Simi

Quali professionalità cercano i siti che guidano la trasformazione digitale dell’informazione?

Quali pro­fes­sio­na­lità stanno cer­cando siti come Buz­z­Feed, Vox, Quartz o Vice? Per quali set­tori (reda­zione, mar­ke­ting, svi­luppo e ricerca) e per quali pro­fili pro­fes­sio­nali? Molto si è scritto, e si scrive, sulla tra­sfor­ma­zione dei gior­nali, ma al di là delle ana­lisi e delle con­si­de­ra­zioni (posi­tive o nega­tive che pos­siamo fare) su alcune testate al cen­tro di que­sta tra­sfor­ma­zione come quelle citate, può essere dav­vero utile andare a guar­darsi le loro pagine dedi­cate alle “vacan­cies”, le posi­zioni aperte, dove si pub­bli­cano gli annunci per ricer­care le per­sone da assu­mere e da inte­grare nel pro­prio pro­cesso pro­dut­tivo. Giu­sto un’occhiata, niente di scien­ti­fico ma un po’ di dati ed ele­menti da appun­tarsi per fare qual­che con­si­de­ra­zione e magari, sti­mo­lare una discus­sione su que­sto argomento.

Buz­z­Feed

Della pagina “Careers” del cam­pione mon­diale della vira­liz­za­zione dei con­te­nuti (valu­tato 750 milioni di dol­lari e con 150 milioni di utenti mese) quello che col­pi­sce è la quan­tità e la varietà delle posi­zioni aperte (e paic­cia o no anche in que­sto si con­ferma una mac­china da guerra). Al momento di scri­vere que­sto pezzo sono 133 le “vacan­cies” dispo­ni­bili per tre­dici diversi set­tori, sia quelli “clas­sici” come Edi­to­rial, HR, IT, Sales e Admin ma anche Data Science (molto impor­tante in Buz­z­feed), Crea­tive Ser­vice o Busi­ness Operation.

Le sedi dei lavori sono sparse nel mondo: prin­ci­pal­mente per quella di New York (in tutto 70) ma anche per quella di Los Ange­les (28), Lon­dra (15) Syd­ney (11) e poi tutte le altre da Mexico City a San Paolo da Lagos a Hong Kong.

Le posi­zioni aperte sono in mag­gior parte richie­ste per la reda­zione: 54 vacan­cies (ovvero circa il 40% del totale) ma i set­tori “tec­nici” hanno un peso quasi pari­ta­rio, nel solo set­tore “Enge­nee­ring” se ne con­tano ad esem­pio 34, e in quello “Data Science” quattro.

Tra i pro­fili pro­fes­sio­nali ricer­cati per la reda­zione (Edi­to­rial) leg­giamo Enter­tain­ment News Edi­tor, Food Edi­tor, Food Sty­list and Recipe Deve­lo­per, Geeky Staff Wri­ter che non sono esat­ta­mente pro­fili clas­sici ricer­cati nelle reda­zioni dei media tra­di­zio­nali ma che cono­scendo anche solo mini­ma­mente la linea edi­to­riale di Buz­z­Feed sor­pren­dono fino a un certo punto. Più inte­res­sante notare ad esem­pio un Indi­ge­nous Affairs Repor­ter per la sede di Syd­ney «per espan­dere il team che si occupa delle news dall’Australia nella coper­tura dei temi legati agli abo­ri­geni e gli indi­geni delle isole dello Stretto di Tor­res» e un Paren­ting Wri­ter «Siamo alla ricerca di qual­cuno, full time e dispo­ni­bile a ini­ziare subito, per far cre­scere la nostra “paren­ting audience”, il che signi­fica coprire una vasta gamma di argo­menti, tra cui l’adozione, geni­tori sin­gle, omo­ge­ni­to­ria­lità, e altro ancora». Solo due esempi che la dicono lunga però sull’attenzione nello svi­lup­pare inte­ra­zione con comu­nità di inte­resse all’interno e oltre la pro­pria comu­nità dei lettori

Vox Media

Della pagina “careers” di Vox Media (valu­tato a fine 2014 circa 380 milioni di dol­lari) col­pi­sce in prima bat­tuta la cura gra­fica e la facile acces­si­bi­lità dal sito prin­ci­pale, pos­siamo anche con­si­de­rarlo un aspetto secon­da­rio ma è indice che c’è reale e con­creto inte­resse a inte­ra­gire con i poten­ziali can­di­dati (vogliamo sco­mo­dare la parola “rispetto”?), e sin­ce­ra­mente non mi sem­bra poco, ma su que­sto tor­nerò bre­ve­mente nelle con­si­de­ra­zioni finali. In que­sto momento le posi­zioni aperte sono circa 50 divise per i sei por­tali pub­bli­cati (tra cui The Verge, Vox.com, Eater e Sb Nation) e i undici sezioni ope­ra­tive (tra cui Adver­ti­sing, Cor­po­rate, Voc Crea­tive, Sales, Mar­ke­ting & Deve­lo­p­ment) la mag­gior parte per le sedi di New York, Washing­ton (dove ha sede Vox.com il pro­getto molto ambi­zioso di Ezra Klein).

Tra le pro­fes­sio­na­lità ricer­cate un  Data Visua­li­za­tion Repor­ter e un Gro­wth Edi­tor ma col­pi­sce quella ricer­cata pro­prio per la crea­tura di Ezra Klein, Short­form Edi­tor ovvero un edi­tor che dovrà inte­ra­mente dedi­carsi ai testi dalla forma breve per «model­lare e svi­lup­pare la voce di Vox su que­sto tipo di con­te­nuti» per­ché «Vogliamo creare la miglior risorsa per i con­su­ma­tori di noti­zie su qual­siasi piat­ta­forma si tro­vino, e abbiamo biso­gno di qual­cuno che ci aiuti nel curare, impac­chet­tare, e (sì!) aggre­gare il meglio che il web ha da offrire per avan­zare que­sta missione».

Quartz

La strut­tura di Quartz (una ini­zia­tiva edi­to­riale di Atlan­tic edi­tore sto­rico ma che da tempo sta pun­tando molto sul digi­tale) è rela­ti­va­mente pic­cola rispetto alle ini­zia­tive che abbiamo citato, ma essendo uno dei pro­getti più inte­res­santi e inno­va­tivi nel campo dell’informazione online (noi ne abbiamo par­lato qui) è inte­res­sante dare uno sguardo anche alla sua pagina delle posi­zioni aperte: dodici posi­zioni aperte in tutto di cui quat­tro nella reda­zione (il 25%).

Per le pro­fes­sio­na­lità cer­cate per la reda­zione è inte­res­sante leg­gere quello richie­sto alla vaca­cies pe ril Things Repor­ter «”Thing” è sem­pli­ce­mente il nostro ter­mine onni­com­pren­sivo per le sto­rie che spez­zano libe­ra­mente il tra­di­zio­nale for­mato dell’articolo per tra­smet­tere le infor­ma­zioni in moda­lità che fun­zio­nano meglio sul web. Lo svi­lup­pare que­sti nuovi metodi e tec­ni­che nar­ra­tive deve favo­rire tutti gli altri redat­tori ad usarli, è que­sto l’obiettivo di que­sto lavoro. Siamo alla ricerca di qual­cuno con un back­ground in uno o più di que­sti campi: svi­luppo web fron­tend, ammi­ni­stra­zione dei sistemi, sta­ti­sti­che, scienze dei dati, dise­gno, scrit­tura e archi­tet­tura dell’informazione. Non pre­oc­cu­parti se nes­suno copre tutto que­sto ter­reno. Stiamo costruendo una squa­dra a tutto tondo, con una gamma di espe­rienze. Facci sapere che cosa si dovrebbe aggiun­gere, com­prese le com­pe­tenze che non sono men­zio­nati qui».

Una nota: Lo abbiamo già accen­nato ma col­pi­sce come que­ste pagine siano, nella mag­gior parte degli esempi citati, molto curate, pia­ce­voli gra­fi­ca­mente, facil­mente rag­giun­gi­bili e “usa­bili” per il can­di­dato, anche nei det­ta­gli (ad esem­pio nell’accuratezza dei form) insomma è facile capire cosa si richiede e man­dare la pro­pria can­di­da­tura . Alcuni di que­ste testate hanno atti­vato account dedi­cati alla ricerca di per­so­nale come ad esem­pio VIce­Jobs su Twit­ter (quanti altri casi pos­siamo citare nei media tra­di­zio­nali?) . No, non sono aspetti secon­dari, è il segnale che l’interazione inte­ressa real­mente e che l’editore ha tutto l’interesse a met­tere il poten­ziale can­di­dato nella posi­zione migliore per espri­mere le pro­prie potenzialità.

Infine qual­che numero di testate tra­di­zio­nali, giu­sto per dare un ulte­riore raf­fronto: sulla pagina “careers” del New York Times ci sono (sem­pre nel momento in cui scri­viamo) 115 posi­zioni aperte, in quella “work for us” del Guar­dian sono 56 (sono le due testate prese a modello, giu­sta­mente, per le loro stra­te­gie edi­to­riali sul digi­tale). Se guar­diamo in casa nostra (certo, i con­te­sti sono di tutt’altro tipo) nella pagina del Gruppo Espresso o in quella di Rcs di posi­zioni aperte non ce ne sono, in quella di Mon­da­dori sono cin­que (quat­tro sono stage) in tutte e tre le pagine si nota però in bella evi­denza i form per le “can­di­da­ture spon­ta­nee”, una moda­lità di can­di­da­tura che invece non abbiamo tro­vato in molte delle pagine che abbiamo citato sopra di testate stra­niere. Vorrà dire qualcosa?

Ecco qui un elenco delle pagine delle “posi­zioni aperte” in alcune testate all digi­tal, tra­di­zio­nali e italiane:

Quartz

ViceMedia

Huff Post

Vox Media:

Buz­z­feed

Fusion

Digi­day

Upwor­thy

New York Times

Guar­dian

Gruppo Espresso

Gruppo Mon­da­dori

Rcs

 

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Pubblicato il 4 marzo 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Media che si Masturbano

19esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata ai media ed il [soft] porno, di come la stra­grande mag­gio­ranza delle testate online siano sem­pre più alla deriva nell’affannosa ricerca di click, pro­du­cendo quello che Man­tel­lini defi­ni­sce, giu­sta­mente, “Il gior­na­li­smo delle caz­zate“[*]

Il pre­te­sto, l’occasione, per affron­tare ancora una volta il tema è for­nita dalla sapiente ope­ra­zione di con­tent mar­ke­ting con­dotta lo scorso wee­kend da Por­n­hub con Wan­k­band.

Par­tiamo dai “Pig Data” del por­tale di con­te­nuti por­no­gra­fici, sem­pre più azienda di tec­no­lo­gia e data ana­ly­tics, per andare dritti al cuore della que­stione evi­den­ziando come i media di tutto il pia­neta abbiano imme­dia­ta­mente rac­colto l’ipotesi del brac­cia­letto che rica­ri­che­rebbe [il con­di­zio­nale è d’obbligo poi­ché allo stato attuale non si cono­sce se e quando verrà effet­ti­va­mente rea­liz­zato] i pro­pri device tec­no­lo­gici gra­zie all’energia pro­dotta dalla masturbazione.

ilGiornale-posts-wankband

Nume­ro­sis­sime le testate, anche nel nostro Paese, che hanno colto l’occasione “acchiappa click” rilan­cian­dola anche sui social con i risul­tati che l’immagine sopra ripor­tata esem­pli­fica. Da l’Huffington Post, che al lan­cio aveva solen­ne­mente pro­messo che non avrebbe dato spa­zio a gos­sip e din­torni, a La Stampa, pas­sando per Il Gior­nale per chiu­dere in bel­lezza, si fa per dire, con il men­sile di lyfe­style maschile GQ che pro­pone “Wan­k­band, il brac­ciale che vale una sega”.

Deriva dalla quale non è immune pra­ti­ca­mente nes­suna testata con, giu­sto per citare qual­che esem­pio con­creto solo degli ultimi giorni. Il Gaz­zet­tino che si lan­cia in una appas­sio­nante cro­naca minuto per minuto — che mi aveva fatto addi­rit­tura pen­sare all’ipotesi che ci voles­sero fare un live blog­ging sulla que­stione stante il numero di arti­coli pro­dotti in 36 ore al riguardo - della “sexy sup­plente” cul­mi­nata con il “per­dono del pre­side” cor­re­dato da una foto­gal­lery degna delle rivi­ste che cir­co­la­vano ai miei tempi nelle caserme. Il Gior­nale che nel suo ricco reper­to­rio pro­pone il video della gior­na­li­sta che sul sito “si tuffa semi­nuda”, men­tre sui social — da leg­gere i com­menti, ancora una volta — diventa “tutta nuda”, appunto per acchiap­pare click, ed Il Cor­riere della Sera che tran­quil­lizza l’orgoglio maschile sulle dimen­sioni medie dei loro attri­buti più cari otte­nendo anche in que­sto caso le rea­zioni del pro­prio pubblico.

Corriere Pene

È fon­da­men­tal­mente un discorso di new­sbrand, di imma­gine di marca della testata e di coe­renza con la stessa che è fon­da­men­tale. Se per Buz­z­feed, et simi­lia, è un valore aggiunto inse­rire anche con­te­nuti di valore oltre a meme, gat­tini, etc., poi­chè rap­pre­senta un upgra­ding, così non è per gior­nali che invece inse­rendo con­te­nuti “fri­voli”, o peg­gio, svi­li­sce la pro­pria imma­gine di marca rispetto al pro­prio pubblico.

Il sen­sa­zio­na­li­smo, le coper­tine “hot” [e din­torni] non sono una novità del gior­na­li­smo online, la dif­fe­renza però è che adesso non si tratta più di un esclu­siva dei maga­zine popo­lari di gos­sip ma il cer­chio si è allar­gato a dismi­sura a fonti d’informazione “serie”.

Qual­che giorno fa è stato pub­bli­cato un inte­res­sante arti­colo: “Porn Can Save the News Indu­stry, and Not in the Way That You Think” che sostiene quanto avevo pro­vato ad espli­ci­tare anni fa su come il porno sia da sem­pre pre­cur­sore dei tempi e la costante ricerca di inno­va­zione com­ples­siva del set­tore pos­sono [al di là di gusti e mora­li­smi indi­vi­duali] essere d’insegnamento per molti altri set­tori e seg­menti di mer­cato. Se ne con­si­glia asso­lu­ta­mente la let­tura ai capo redat­tori dei web desk delle testate che è evi­dente abbiano sinora ampia­mente frain­teso il concetto.

Ad oggi, la com­pe­ti­zione si è asse­stata sul minimo comun deno­mi­na­tore per un modello che ricerca volume e non valore, non è cer­ta­mente que­sta la strada da percorrere.

Digital Revenues

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

Fatturato Editoria
Pubblicato il 27 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

I Media in Italia in 4 Grafici

Si è tenuto ieri “Senza let­tura non c’è cre­scita. Quo­ti­diani, perio­dici e libri come leva per lo svi­luppo del Paese”, appun­ta­mento annuale per fare il punto sulla filiera della carta pro­mosso dalle otto asso­cia­zioni che la costi­tui­scono: Aci­mga, Aie, Anes, Argi, Asig, Asso­carta, Asso­gra­fici e Fieg.

Gli inter­venti del Prof. Ales­san­dro Nova dell’Università Boc­coni e di Giu­seppe Roma del Cen­sis fanno un’analisi macro dell’intera filiera e con­ten­gono alcuni dati spe­ci­fi­ca­ta­mente rife­riti all’industria dell’informazione che vale la pena di ripren­dere poi­ché a colpo d’occhio con­sen­tono di foto­gra­fare il pano­rama attuale.

1) Il Fat­tu­rato dell’Editoria 2004–2014

2) Con­sumi in libri e gior­nali / con­sumi totali delle famiglie

Consumi in libri e giornali

3) Le distanze tra gio­vani e anziani nel con­sumo mediatico

Le distanze tra giovani e anziani

4) L’evoluzione del con­sumo dei media

L’evoluzione del consumo dei media

Come solu­zione arriva la pro­po­sta del “bonus let­tura”, un buono spesa che con­sen­ti­rebbe ai gio­vani di età com­presa tra i 18 e 25 anni di acqui­stare libri e abbo­na­menti a quo­ti­diani e perio­dici, pagando solo il 25% del prezzo [il restante 75% ver­rebbe pagato con il bonus fino ad un mas­simo del con­tri­buto pub­blico di 100 € a per­sona] per incen­ti­vare i gio­vani alla let­tura e al con­sumo di pro­dotti cul­tu­rali, ovvia­mente esclu­si­va­mente car­ta­cei. Siamo al deli­rio, non credo pos­sano esi­stere altri ter­mini per defi­nire l’ipotesi di lavoro.

Com­ment is free…

Oscars2015
Pubblicato il 25 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Il Flop degli #Oscars2015 su Twitter

18esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata a media e i recen­tis­simi Oscar cinematografici.

Dav­vero inte­res­sante la sin­tesi gra­fica dei vestiti indos­sati da chi è stato pre­miato come miglior attrice dal 1929 ad oggi. Un viag­gio nel tempo nella moda e nel costume della nostra società.

oscar-dresses

In mezz’ora, inter­val­lata da musica tratta dai film pre­miati, incluso il brano pre­miato come miglior colonna sonora, pro­viamo a fare il punto sul trat­ta­mento infor­ma­tivo da parte dei media e sui social degli #Oscars2015.

È inte­res­sante rile­vare come, per quanto riguarda la carta stam­pata, men­tre i quo­ti­diani ita­liani ed euro­pei “buca­vano” la noti­zia nelle edi­zioni di lunedì quelli sta­tu­ni­tensi a poche ore dalla pro­cla­ma­zione dei vin­ci­tori erano già in ven­dita con le edi­zioni aggior­nate con il Miami Herald che veniva distri­buito a meno di due ore dal ter­mine della ceri­mo­nia. Non si tratta sola­mente di fuso ora­rio, che ovvia­mente ha influito, ma anche di sistemi di stampa e di distri­bu­zione diversi. Se quello USA in circa 4 ore si è dimo­strato di por­tare ai let­tori tutti i prin­ci­pali quo­ti­diani  con i risul­tati delle pre­mia­zioni var­rebbe la pena di osser­varne con mag­gior atten­zione le pecu­lia­rità del sistema di stampa e distri­bu­zione per car­pirne l’efficienza.

Sui social in Ita­lia sono circa 100mila i com­menti postati durante la notte degli Oscar con #Sky­Ci­ne­maO­scar a farla da padrone cata­liz­zando la mag­gior parte delle con­ver­sa­zioni e bat­tendo l’hashtag uffi­ciale della mani­fe­sta­zione. Un numero tutto som­mato non tra­scu­ra­bile se si con­si­dera che l’evento era tra le 2 e le 6 della mat­tina del lunedì 23.

Diverso per quanto riguarda gli USA dove, sep­pure restino numeri impor­tan­tis­simi, i numeri for­niti da Niel­sen per quanto riguarda Twit­ter mostrano un calo di oltre il 65% rispetto ai 17.1 milioni di tweet dell’edizione 2014 domi­nati dal sel­fie più famoso degli ultimi 12 mesi. Molto diversa invece la situa­zione per quanto riguarda Face­book dove a livello glo­bale sono state 21 milioni le per­sone che hanno dibat­tuto sugli Oscar, tota­liz­zando 58 milioni di inte­ra­zioni con un incre­mento dav­vero note­vole rispetto all’edi­zione pre­ce­dente.

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera puntata.

Si ricorda che “In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. Sul ter­razzo di Radio Fujiko abbiamo alle­stito appo­si­ta­mente una pic­cio­naia allo scopo. In alter­na­tiva è pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

Underwood
Pubblicato il 24 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Slow News

Nell’epoca del nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dic­tio­nary, dedi­carsi allo slow jour­na­lism è un atto di grande corag­gio o, in alter­na­tiva, di scon­si­de­rata avven­ta­tezza. Per que­sto ho voluto appro­fon­dire le moti­va­zioni alla base della nascita di Slow News, ini­zia­tiva edi­to­riale tutta ita­liana, a dispetto del nome, online da poco più di un mese in una breve inter­vi­sta ai fon­da­tori del progetto.

1) Per­ché, in un eco­si­stema dell’informazione che, per dirla come Twit­ter, corre più veloce di un ter­re­moto avete deciso di dedi­carvi alle “slow news”?

Il flusso dell’informazione ha rag­giunto un’intensità e una velo­cità dif­fi­cil­mente soste­ni­bili, per­sino per chi all’interno del mondo dell’informazione vive e lavora. Meglio non pen­sare — oppure, meglio pen­sarci! — a chi è fuori da que­sta bolla: pro­ba­bil­mente trova tutto solo incom­pren­si­bile, diso­rien­tante. Pen­siamo ci sia biso­gno di un lavoro di sot­tra­zione, non di addi­zione: e poi tutti e cin­que, da anni e per motivi pro­fes­sio­nali, viviamo ogni giorno il famoso infor­ma­tion over­load.

Non aman­dolo par­ti­co­lar­mente, abbiamo pen­sato a un modello radi­cal­mente oppo­sto. Ed ecco Slow News.  Che è anche una spe­cie di filo­so­fia di vita e di lavoro alter­na­tivo. Un “pre­si­dio”. Un po’ come Slow Food, alle sue ori­gini, lo fu per il cibo di qua­lità e “local”.

2) Da subito avete deciso di andare a paga­mento. Qual è il modello di busi­ness di Slow News?

Gabriele Fer­ra­resi: Cre­diamo che il lavoro vada pagato, sem­pre. Slow News, per quanto per noi sia pia­ce­vole da rea­liz­zare, è un pic­colo lavoro. Il nostro modello di busi­ness è basato su micro­pa­ga­menti: pagare pochis­simo, in tanti, spe­riamo sem­pre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, val­gono 2 euro, cin­quanta cen­te­simi a set­ti­mana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, nean­che 2 cen­te­simi a numero.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: Il modello di busi­ness di Slow News si basa, poi, su un di rap­porto di fidu­cia tra noi e gli abbo­nati per­ché pen­siamo che il gior­na­li­smo, in tutte le sue decli­na­zioni, sia un ser­vi­zio: se chi lo fa ha un dovere di cor­ret­tezza verso i let­tori que­sti ultimi hanno il dovere di pagare per il ser­vi­zio che rice­vono. Allo stesso modo, il let­tore ha il diritto di non essere sod­di­sfatto. E infatti abbiamo scelto di rim­bor­sare l’ultimo mese pagato a un even­tuale let­tore insod­di­sfatto [chi altri lo fa, in Italia?].

Alberto Pulia­fito: E per ora nes­suno ha chie­sto indie­tro i soldi! L’altra cosa impor­tante è che, essendo per noi un lavoro resi­duale [abbiamo tutti altre col­la­bo­ra­zioni, for­tu­na­ta­mente], la for­mula dei micro­pa­ga­menti ci con­sente di inve­stire piano piano in pic­cole miglio­rie che appor­te­remo. È chiaro che sia un modello desti­nato a una cre­scita lenta, anche per­ché gli dedi­chiamo una pic­cola fetta del nostro tempo libero. Non potrebbe essere altri­menti. Non è pen­sato, oggi, per gene­rare un pro­fitto ma per darci i mezzi per coprire pic­coli inve­sti­menti per miglio­rare. Troppe volte noi stessi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo pen­sato che ci voles­sero troppi soldi e troppo tempo come inve­sti­mento di par­tenza per fare qual­cosa di nostro. Poi un giorno, in un con­ve­gno, ho sen­tito par­lare Robin Good. Ha insi­stito molto sul con­cetto di gior­na­li­sta come impren­di­tore per­so­nale  - come start up, se vogliamo usare un ter­mine alla moda — . Da lì ho comin­ciato a pen­sare a que­sto, ispi­ran­domi anche ad altre realtà esi­stenti [oltreo­ceano, però]. E ad un’attività “resi­duale”, “lenta”, che si con­trap­ponga in maniera radi­cale – non solo come con­te­nuti ma anche come modello di busi­ness – a tutto quel che viene fatto oggi nell’informazione online. Anche a quello che fac­ciamo noi stessi. Detto ciò, sono con­vinto che prima o poi lo slow jour­na­lism sia desti­nato a cre­scere e a rita­gliarsi una sua nic­chia di mer­cato. Meglio ini­ziare per tempo a posizionarsi. 

3) Pen­sando alla con­tent cura­tion in Ita­lia viene subito in mente Good Mor­ning Ita­lia, quali le dif­fe­renze tra il vostro pro­getto ed il loro? 

Gabriele Fer­ra­resi: Quello di Good Mor­ning Ita­lia è un bel­lis­simo pro­getto. È per­fetto come risorsa nel quo­ti­diano: noi però siamo diversi, pro­po­niamo un approc­cio alla let­tura e all’informazione più lento e legato sì all’attualità, ma non bloc­cato sulla stessa.

Il nostro lavoro di cura­tion e sele­zione poi cerca di anche di andare indie­tro nel tempo: e a volte pos­sono bastare pochi mesi. Uno dei pro­blemi dell’infor­ma­tion over­load è pro­prio il tempo di vita dei con­te­nuti, spesso anche di quelli validi: scom­pa­iono. Noi, quando ha una sua logica farlo, cer­chiamo di ripor­tarli alla luce e di farli tor­nare d’attualità.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: A dif­fe­renza da Good­Mor­ning Ita­lia, Slow News è svin­co­lata dall’attualità, anche se la tiene sem­pre sott’occhio. È vero, ci si potrebbe chie­dere per­ché un let­tore dovrebbe essere inte­res­sato a quel che sug­ge­riamo: non vogliamo sem­brare arro­ganti che propongono/impongono al let­tore que­sto o quel con­te­nuto, ma con­di­vi­dere espe­rienze [le nostre e quelle degli autori che pro­po­niamo] che ven­gono messe a dispo­si­zione degli abbo­nati. E, prima di tutto Slow News è un rap­porto umano, un rap­porto tra i let­tori e Slow News: men­tre molti siti all news gene­ra­li­sti disat­ti­vano i com­menti agli arti­coli, noi chie­diamo ai let­tori di farci sapere che ne pen­sano, di darci il più pos­si­bile feed­back, spe­cial­mente nega­tivi. Fino ad oggi è andata bene.

Alberto Pulia­fito: È pro­prio il modo in cui creiamo i numeri della new­slet­ter che è diverso. Si parte da una sug­ge­stione, che può venire dall’attualità o da altro, magari anche solo da un buon pezzo, e si va spesso per libere asso­cia­zioni di idee. Si parla di San­remo e si fini­sce a uno spet­ta­colo di stand up comedy. Si parla del Char­lie Hebdo e si arriva a un libro sul nazio­na­li­smo fran­cese. Si parla di wre­stling, di porno, di mondo del lavoro: qua­lun­que sia l’argomento, i sug­ge­ri­menti che lasciamo ai nostri let­tori riguar­dano solo quello che per noi è “eccel­lenza”. Ci offriamo come cura­tori per­so­nali, ma vogliamo anche par­lare con i nostri abbo­nati. E vogliamo offrire loro il pia­cere della sco­perta di con­te­nuti che altri­menti non avreb­bero tro­vato. La linea edi­to­riale spa­zia dal serio al faceto, dal con­te­nuto recen­tis­simo a quello più datato. L’obiettivo è quello di offrire plu­ra­lità di sguardi su un tema, pezzi o video o fram­menti audio che si abbia dav­vero voglia di leg­gere, vedere, ascol­tare, una volta sco­perti. Con­te­nuti che avrebbe un senso tenere in un’antologia o nei pre­fe­riti. Qual­cosa di cui si possa godere iso­lan­dosi dal flusso infi­nito di ras­se­gne stampa, tito­loni, dichia­ra­zioni, aggior­na­menti, brea­king, click bai­ting, gat­tini, shock e via dicendo. 

4) Per il momento Slow News è una new­slet­ter, quali saranno gli svi­luppi futuri?

Le idee sulle quali stiamo lavo­rando ora come ora sono: una pro­fi­la­zione per inte­ressi degli abbo­nati; un’applicazione iOS e Android; numeri mono­gra­fia dedi­cati a un sin­golo tema; un’evoluzione natu­rale con pro­du­zione di long form jour­na­lism.

Poi c’è un’altra idea, molto slow, che è quella di orga­niz­zare eventi dal vivo con una moda­lità par­ti­co­lare e molto coe­rente con il pro­getto: la lan­ce­remo a breve.

Ovvia­mente siamo aper­tis­simi a col­la­bo­ra­zioni di ogni tipo con chiun­que sposi la filo­so­fia alla base di Slow News

5) Pro­viamo a trac­ciare un qua­drante dell’informazione ita­liana. Slow News si col­loca come alter­na­tivo o com­ple­men­tare rispetto alle testate online?

È diret­ta­mente un altro modo di infor­marsi, un modo per sele­zio­nare solo quello che serve dav­vero. Le testate online sono la nostra fonte. Come i blog, i social net­work, gli archivi di video e audio, tutto ciò che esi­ste sul web. Poi, sic­come siamo dei gio­che­rel­loni e goliardi, diremmo che Slow News è un’alternativa com­ple­men­tare alle testate online [qua­lun­que cosa que­sto voglia dire].

Underwood

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