gestione editoriale

Underwood
Pubblicato il 24 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro

Slow News

Nell’epoca del nowism: il biso­gno di gra­ti­fi­ca­zioni ed infor­ma­zioni istan­ta­nee e costanti ben sin­te­tiz­zato dalla defi­ni­zione che ne for­ni­sce l’Urban Dic­tio­nary, dedi­carsi allo slow jour­na­lism è un atto di grande corag­gio o, in alter­na­tiva, di scon­si­de­rata avven­ta­tezza. Per que­sto ho voluto appro­fon­dire le moti­va­zioni alla base della nascita di Slow News, ini­zia­tiva edi­to­riale tutta ita­liana, a dispetto del nome, online da poco più di un mese in una breve inter­vi­sta ai fon­da­tori del progetto.

1) Per­ché, in un eco­si­stema dell’informazione che, per dirla come Twit­ter, corre più veloce di un ter­re­moto avete deciso di dedi­carvi alle “slow news”?

Il flusso dell’informazione ha rag­giunto un’intensità e una velo­cità dif­fi­cil­mente soste­ni­bili, per­sino per chi all’interno del mondo dell’informazione vive e lavora. Meglio non pen­sare — oppure, meglio pen­sarci! — a chi è fuori da que­sta bolla: pro­ba­bil­mente trova tutto solo incom­pren­si­bile, diso­rien­tante. Pen­siamo ci sia biso­gno di un lavoro di sot­tra­zione, non di addi­zione: e poi tutti e cin­que, da anni e per motivi pro­fes­sio­nali, viviamo ogni giorno il famoso infor­ma­tion over­load.

Non aman­dolo par­ti­co­lar­mente, abbiamo pen­sato a un modello radi­cal­mente oppo­sto. Ed ecco Slow News.  Che è anche una spe­cie di filo­so­fia di vita e di lavoro alter­na­tivo. Un “pre­si­dio”. Un po’ come Slow Food, alle sue ori­gini, lo fu per il cibo di qua­lità e “local”.

2) Da subito avete deciso di andare a paga­mento. Qual è il modello di busi­ness di Slow News?

Gabriele Fer­ra­resi: Cre­diamo che il lavoro vada pagato, sem­pre. Slow News, per quanto per noi sia pia­ce­vole da rea­liz­zare, è un pic­colo lavoro. Il nostro modello di busi­ness è basato su micro­pa­ga­menti: pagare pochis­simo, in tanti, spe­riamo sem­pre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, val­gono 2 euro, cin­quanta cen­te­simi a set­ti­mana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, nean­che 2 cen­te­simi a numero.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: Il modello di busi­ness di Slow News si basa, poi, su un di rap­porto di fidu­cia tra noi e gli abbo­nati per­ché pen­siamo che il gior­na­li­smo, in tutte le sue decli­na­zioni, sia un ser­vi­zio: se chi lo fa ha un dovere di cor­ret­tezza verso i let­tori que­sti ultimi hanno il dovere di pagare per il ser­vi­zio che rice­vono. Allo stesso modo, il let­tore ha il diritto di non essere sod­di­sfatto. E infatti abbiamo scelto di rim­bor­sare l’ultimo mese pagato a un even­tuale let­tore insod­di­sfatto [chi altri lo fa, in Italia?].

Alberto Pulia­fito: E per ora nes­suno ha chie­sto indie­tro i soldi! L’altra cosa impor­tante è che, essendo per noi un lavoro resi­duale [abbiamo tutti altre col­la­bo­ra­zioni, for­tu­na­ta­mente], la for­mula dei micro­pa­ga­menti ci con­sente di inve­stire piano piano in pic­cole miglio­rie che appor­te­remo. È chiaro che sia un modello desti­nato a una cre­scita lenta, anche per­ché gli dedi­chiamo una pic­cola fetta del nostro tempo libero. Non potrebbe essere altri­menti. Non è pen­sato, oggi, per gene­rare un pro­fitto ma per darci i mezzi per coprire pic­coli inve­sti­menti per miglio­rare. Troppe volte noi stessi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo pen­sato che ci voles­sero troppi soldi e troppo tempo come inve­sti­mento di par­tenza per fare qual­cosa di nostro. Poi un giorno, in un con­ve­gno, ho sen­tito par­lare Robin Good. Ha insi­stito molto sul con­cetto di gior­na­li­sta come impren­di­tore per­so­nale  - come start up, se vogliamo usare un ter­mine alla moda — . Da lì ho comin­ciato a pen­sare a que­sto, ispi­ran­domi anche ad altre realtà esi­stenti [oltreo­ceano, però]. E ad un’attività “resi­duale”, “lenta”, che si con­trap­ponga in maniera radi­cale – non solo come con­te­nuti ma anche come modello di busi­ness – a tutto quel che viene fatto oggi nell’informazione online. Anche a quello che fac­ciamo noi stessi. Detto ciò, sono con­vinto che prima o poi lo slow jour­na­lism sia desti­nato a cre­scere e a rita­gliarsi una sua nic­chia di mer­cato. Meglio ini­ziare per tempo a posizionarsi. 

3) Pen­sando alla con­tent cura­tion in Ita­lia viene subito in mente Good Mor­ning Ita­lia, quali le dif­fe­renze tra il vostro pro­getto ed il loro? 

Gabriele Fer­ra­resi: Quello di Good Mor­ning Ita­lia è un bel­lis­simo pro­getto. È per­fetto come risorsa nel quo­ti­diano: noi però siamo diversi, pro­po­niamo un approc­cio alla let­tura e all’informazione più lento e legato sì all’attualità, ma non bloc­cato sulla stessa.

Il nostro lavoro di cura­tion e sele­zione poi cerca di anche di andare indie­tro nel tempo: e a volte pos­sono bastare pochi mesi. Uno dei pro­blemi dell’infor­ma­tion over­load è pro­prio il tempo di vita dei con­te­nuti, spesso anche di quelli validi: scom­pa­iono. Noi, quando ha una sua logica farlo, cer­chiamo di ripor­tarli alla luce e di farli tor­nare d’attualità.

Andrea Spi­nelli Bar­rile: A dif­fe­renza da Good­Mor­ning Ita­lia, Slow News è svin­co­lata dall’attualità, anche se la tiene sem­pre sott’occhio. È vero, ci si potrebbe chie­dere per­ché un let­tore dovrebbe essere inte­res­sato a quel che sug­ge­riamo: non vogliamo sem­brare arro­ganti che propongono/impongono al let­tore que­sto o quel con­te­nuto, ma con­di­vi­dere espe­rienze [le nostre e quelle degli autori che pro­po­niamo] che ven­gono messe a dispo­si­zione degli abbo­nati. E, prima di tutto Slow News è un rap­porto umano, un rap­porto tra i let­tori e Slow News: men­tre molti siti all news gene­ra­li­sti disat­ti­vano i com­menti agli arti­coli, noi chie­diamo ai let­tori di farci sapere che ne pen­sano, di darci il più pos­si­bile feed­back, spe­cial­mente nega­tivi. Fino ad oggi è andata bene.

Alberto Pulia­fito: È pro­prio il modo in cui creiamo i numeri della new­slet­ter che è diverso. Si parte da una sug­ge­stione, che può venire dall’attualità o da altro, magari anche solo da un buon pezzo, e si va spesso per libere asso­cia­zioni di idee. Si parla di San­remo e si fini­sce a uno spet­ta­colo di stand up comedy. Si parla del Char­lie Hebdo e si arriva a un libro sul nazio­na­li­smo fran­cese. Si parla di wre­stling, di porno, di mondo del lavoro: qua­lun­que sia l’argomento, i sug­ge­ri­menti che lasciamo ai nostri let­tori riguar­dano solo quello che per noi è “eccel­lenza”. Ci offriamo come cura­tori per­so­nali, ma vogliamo anche par­lare con i nostri abbo­nati. E vogliamo offrire loro il pia­cere della sco­perta di con­te­nuti che altri­menti non avreb­bero tro­vato. La linea edi­to­riale spa­zia dal serio al faceto, dal con­te­nuto recen­tis­simo a quello più datato. L’obiettivo è quello di offrire plu­ra­lità di sguardi su un tema, pezzi o video o fram­menti audio che si abbia dav­vero voglia di leg­gere, vedere, ascol­tare, una volta sco­perti. Con­te­nuti che avrebbe un senso tenere in un’antologia o nei pre­fe­riti. Qual­cosa di cui si possa godere iso­lan­dosi dal flusso infi­nito di ras­se­gne stampa, tito­loni, dichia­ra­zioni, aggior­na­menti, brea­king, click bai­ting, gat­tini, shock e via dicendo. 

4) Per il momento Slow News è una new­slet­ter, quali saranno gli svi­luppi futuri?

Le idee sulle quali stiamo lavo­rando ora come ora sono: una pro­fi­la­zione per inte­ressi degli abbo­nati; un’applicazione iOS e Android; numeri mono­gra­fia dedi­cati a un sin­golo tema; un’evoluzione natu­rale con pro­du­zione di long form jour­na­lism.

Poi c’è un’altra idea, molto slow, che è quella di orga­niz­zare eventi dal vivo con una moda­lità par­ti­co­lare e molto coe­rente con il pro­getto: la lan­ce­remo a breve.

Ovvia­mente siamo aper­tis­simi a col­la­bo­ra­zioni di ogni tipo con chiun­que sposi la filo­so­fia alla base di Slow News

5) Pro­viamo a trac­ciare un qua­drante dell’informazione ita­liana. Slow News si col­loca come alter­na­tivo o com­ple­men­tare rispetto alle testate online?

È diret­ta­mente un altro modo di infor­marsi, un modo per sele­zio­nare solo quello che serve dav­vero. Le testate online sono la nostra fonte. Come i blog, i social net­work, gli archivi di video e audio, tutto ciò che esi­ste sul web. Poi, sic­come siamo dei gio­che­rel­loni e goliardi, diremmo che Slow News è un’alternativa com­ple­men­tare alle testate online [qua­lun­que cosa que­sto voglia dire].

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RadioMonitor
Pubblicato il 19 febbraio 2015 by Stefano Chiarazzo, Pier Luca Santoro

RadioMonitor. La radio è viva, ma tanto bene non sta

Sono stati rila­sciati da Euri­sko i dati rela­tivi a 60mila inter­vi­ste dell’indagine Radio­Mo­ni­tor Cati con­dotte nel secondo seme­stre 2014. Il gra­fico sot­to­stante sin­te­tizza gli ascolti delle prin­ci­pali radio nazio­nali [pas­sando il mouse si visua­liz­zano i dati].

Il totale degli ascol­ta­tori radio­fo­nici in Ita­lia resta alto ma è dimi­nuto di 533.000 unità, dai 34.416.000 del 2° seme­stre 2013 ai 33.883.000 del 2° seme­stre 2014. Dove sono finiti? Pro­ba­bil­mente tra ripo­si­zio­na­menti dei grandi net­work – vedi l’operazione “svec­chia­mento” di Radio RAI – le offerte delle web radio e, soprat­tutto, feno­meni come Spo­tify pos­sono avere optato per una mag­gior per­so­na­liz­za­zione. La radio si ascolta sem­pre più dalla TV e da dispo­si­tivi mobili come smart­phone e tablet dove è in com­pe­ti­zione con altri ser­vizi “ruba-tempo”. Per quanto si possa essere, o meno, grandi sup­por­ter del mezzo radio­fo­nico non stu­pi­rebbe per­tanto una reale per­dita secca.

Se limi­tiamo la somma alle sole radio nazio­nali [al netto delle dupli­ca­zioni] vediamo che dal 2013 al 2014 hanno subito una per­dita totale di più di due milioni di ascol­ta­tori. Qui una pos­si­bile spie­ga­zione è che tale delta si sia river­sato sulle radio locali.

Leg­gendo i dati del secondo seme­stre, oltre al calo gene­ra­liz­zato di tutte le radio nazio­nali, ci hanno col­pito in par­ti­co­lare due risultati:

- Radio Ita­lia solo­mu­si­cai­ta­liana ha perso meno di RDS e Radio Dee­jay salendo così dal 4° al 2°. Mario Volanti, Edi­tore e Pre­si­dente Radio Ita­lia, ha sot­to­li­neato come “solo due anni fa il nostro distacco dalla seconda radio era di 1.150.000 ascol­ta­tori ed era­vamo in quinta posizione”;

- Radio 105 si con­ferma la seconda radio ita­liana per ascolto nel quarto d’ora medio – con­si­de­rato come misura della fedeltà dell’audience – dimez­zando il diva­rio con RTL 102.5 e aumen­tando il distacco dalla terza, la rivale Radio Deejay.

Insomma qual­cuno che fa un po’ meglio c’è. Cosa fare per inver­tire il trend? Pro­ba­bil­mente serve mag­gior corag­gio nella dif­fe­ren­zia­zione e spe­ri­men­ta­zione sia in ter­mini di palin­se­sti, con­te­nuti e talent scou­ting che nell’offrire ser­vizi rile­vanti e custo­miz­za­bili tra­mite web e mobile.

Visto il trend degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari nel 2014 che evi­den­zia una fles­sione infe­riore alla media, ed a molti altri medium, gli spazi di una ripresa non sono poi così imma­gi­ni­fici. Che la radio viva, ma torni in salute.

Mercato ADV 2014

Home Page Data
Pubblicato il 16 febbraio 2015 by Massimo Gentile, Pier Luca Santoro

I 64 Modi di Concepire la Home Page

Par­tendo dai 64 modi di con­ce­pire la home­page di un sito di news, illu­strati da Melody Joy Kra­mer, abbiamo [*] voluto riflet­tere su quanto è impor­tante la home­page per un sito di news?  Ovvia­mente, messa così, la domanda è un para­dosso. Eppure a leg­gere con atten­zione gli esempi dell’articolo “I 64 modi di con­ce­pire la home­page” l’interrogativo appare pertinente.

In Ita­lia ci siamo abi­tuati a pen­sare alla home di un sito di news col mede­simo approc­cio con cui con­si­de­riamo la prima pagina di un gior­nale: ossia una “vetrina” di tutti i migliori con­te­nuti pre­senti nel sito. Non che sia sba­gliato ma forse si tratta di una visione limi­tata o che per­lo­meno più legata alla cul­tura car­ta­cea che a quella digi­tale. Alcuni tra i 64 esempi sono illu­mi­nanti al pro­po­sito. Pren­diamo Goo­gle, per esem­pio. Si può dire che è un sito senza home poi­ché oggi la ricerca tra­mite motore la si può effet­tuare diret­ta­mente dal bro­w­ser pre­fe­rito e con la pro­fon­dità di una sola pagina, quella dei risultati.

La “fun­zione” di Goo­gle — motore di ricerca — deter­mina la strut­tura e l’organizzazione delle loro pagine. Niente orpelli e imme­dia­ta­mente una lista [se vogliamo anche lun­ghis­sima] di risul­tati, ma con cer­ta­mente tra i primi cin­que, al mas­simo dieci, quello che si stava cercando.

L’esempio di Goo­gle, che potrebbe sem­brare non per­ti­nente se si pensa a siti di quo­ti­diani, ha una “fun­zione” chiara e svolge effi­ca­ce­mente il pro­prio com­pito nel far tro­vare quello che si cerca. E’ essen­ziale e non tenta di strap­parti click aggiun­tivi con cose che nulla hanno a che vedere con la richie­sta ini­ziale. In maniera ana­loga sono gli schemi di Twit­ter e di Red­dit che però, invece di pre­sen­tare una lista di risul­tati, mostrano le noti­zie aggior­nate [e pre­fe­rite e votate nel caso di Red­dit] dalla comu­nità degli utenti.Ossia, nei tre casi che cono­sciamo benis­simo, la fun­zione del sito deter­mina prima ancora che la home (pra­ti­ca­mente irri­le­vante o ine­si­stente) la strut­tura stessa del sito.

Cer­ta­mente i siti di gior­nali non pos­sono avere la mede­sima sem­pli­cità della pagina Goo­gle, eppure la vera sfida, anche per i quo­ti­diani online, è quella di defi­nire quale sia la pro­pria “fun­zione”. Com­pito com­plesso, non c’è dub­bio. Come si diceva in pre­ce­denza, in Ita­lia la home­page è imma­gi­nata un poco come la prima pagina di un quo­ti­diano, ma con la visione di qual­che decen­nio addie­tro quando in coper­tina si cer­cava di infi­larci il più alto numero di richiami possibile [#].

La sen­sa­zione, nello scor­rere il rullo di moti siti di quo­ti­diani ita­liani, è di una certa con­fu­sione in qual­che modo voluta. Si cerca di accon­ten­tare poten­zial­mente un numero il più ele­vato pos­si­bile di poten­ziali utenti offrendo il ven­ta­glio più ampio di noti­zie e let­ture in sus­se­guirsi in cui poli­tica, esteri, cro­naca e cul­tura si rin­cor­rono e si sovrap­pongo. In media solo lo sport, il cal­cio a dire il vero, nor­mal­mente man­tiene spazi fissi e riconoscibili.

Il senso della con­fu­sione poi aumenta gra­zie a due fattori:

- l’impaginazione a tre colonne, in cui fatta salva la parte ini­ziale della home dove il ter­mo­me­tro delle news è sem­pre molto chiaro, poi si perde com­ple­ta­mente il senso e la rile­vanza di uno “strillo”;
– l’estrema, ecces­siva lun­ghezza delle home, difetto pre­sente un po’ tutti i siti di infor­ma­zione nostrani.

Il risul­tato finale è troppo spesso una sorta di mine­strone di oggetti gra­fici tutti uguali. Insomma, i gior­nali ita­liani nella loro ver­sione online sem­brano aver scelto di mostrarsi più gene­ra­li­sti di quanto non lo siano nelle ver­sioni car­ta­cee. Non aiuta poi la ten­ta­zione in cui si cade troppo spesso di sci­vo­lare nell’appeal di foto più o meno sexy dell’attrice o della can­tante di turno.

Evi­den­ziati dai cer­chi, i richiami su San­remo sui siti di diverse testate di rile­vanza nazio­nale.
Imma­gini cat­tu­rate alle ore 06 di oggi, due giorni dopo la chiu­sura del Festival

Immagini delle ore 6 del 16 febbraio, due gironi dopo la chiusura del festival

Defi­nire la pro­pria fun­zione per un quo­ti­diano potrebbe anche e sem­pli­ce­mente tra­dursi nel sele­zio­nare i fatti rile­vanti e far ordine nella rile­vanza delle noti­zie. Orga­niz­zare il grande flusso di fatti, ana­lisi, com­menti e magari con­tri­buti dei let­tori in qual­cosa di facil­mente con­sul­ta­bile e com­pren­si­bile potrebbe essere un buon ini­zio per una rifles­sione. Di esempi ben riu­sciti ai quali guar­dare con atten­zione ne esi­stono parecchi.

La home del New York Times è un ottimo esem­pio di equi­li­brio tra orga­niz­za­zione e numero ade­guato di richiami. Gli spazi sono spesso divisi in mini sezioni [opi­nions, sun­day review, wee­kend reads] che razio­na­liz­zano l’offerta e age­vo­lano la ricerca.

HP www-nytimes-com
Usa Today, col suo “look and feel” visual­mente più moderno, ha un approc­cio diverso, ma non meno inte­res­sante. Il sito ha una home e è sud­di­viso in otto sezioni, dalle News al Tempo, cia­scuna con­trad­di­stinta da un codice colore. La home­page [su cin­que colonne] è un com­pen­dio delle sezioni interne, lad­dove ogni sin­gola noti­zia, oltre a una foto, riporta anche il tim­bro colore della sezione di appar­te­nenza. L’ultima colonna della home­page è desti­nata alla clas­si­fica delle Top Sto­ries, seguite dalle “Most Popu­lar”, “Tren­ding on Social” e chiude con “Right Now”, una sorta di pan­nello di strilli sugli aggior­na­menti “live” più impor­tanti in cui evi­den­te­mente il gol del Bar­cel­lona può venire subito dopo l’ultima noti­zia sui fatti da Copenhagen.

Dopo la home, si entra diret­ta­mente nelle sezioni che non sono mai ecces­sive nel numero di richiami. La pagina delle News conta una tren­tina di noti­zie nel colon­none por­tante che è affian­cato da un colon­nino di richiami minori impa­gi­nati a lista. La navi­ga­zione tra una sezione e l’altra è in oriz­zon­tale, a scor­ri­mento come quando si sfo­glia una pagina, e avviene tra­mite l’immancabile frec­cia — a destra e a sini­stra — a metà schermo, sulle due estremità.

HP www-usatoday-com

L’altro esem­pio da citare potrebbe essere quello del Guar­dian. Di come sia stato il recente resty­ling ne abbiamo par­lato qui. Ecco, quello del Guar­dian è l’esempio più recente di come ridi­se­gnare la ver­sione online di un gior­nale. E nel loro caso il pro­cesso è avve­nuto dal basso. La strut­tura di in sito di infor­ma­zione è ine­vi­ta­bil­mente a albero, con le varie sezioni e sot­to­se­zioni che par­tono come rami. Al Guar­dian sono par­titi dise­gnando i rami per arri­vare al tronco, la home. Non il contrario.

Può sem­brare un con­cetto sem­plice, ma se si con­si­dera che una pagina può svol­gere infi­nite fun­zioni, si capi­sce quanto sia impor­tante ragio­nare su come indi­vi­duare la fun­zione da affi­dare a quella par­ti­co­lare pagina che chia­miamo home­page.

news-as-treasure-map

In linea gene­rale, per capire quali fun­zioni far svol­gere a un par­ti­co­lare sito, e per “pesare” ognuna di esse, è neces­sa­rio par­tire dai biso­gni degli utenti ai quali il sito è desti­nato, leg­gendo que­sti biso­gni alla luce degli obiet­tivi di busi­ness e i valori iden­ti­tari della testata. Que­sto pro­cesso di defi­ni­zione “pro­fondo” è l’ambito in cui lavora con le sue tec­ni­che l’Architetto dell’Informazione, di con­certo con gli stakeholders.

Variare il modo in cui si misce­lano que­sti tre ele­menti cam­bia il risul­tato finale. Pen­siamo ad esem­pio a quanto i valori iden­ti­tari di Ikea con­cor­rono a defi­nire i suoi spazi fisici e digi­tali rispetto a quanto avviene per Leroy Merlin.

Quando si pro­getta un sito di news, o un pro­dotto gior­na­li­stico in genere, i valori iden­ti­tari ten­dono a essere pro­mi­nenti, in par­ti­co­lar modo quando le stra­te­gie di busi­ness sono orien­tate a trarre pro­fitto dalle pos­si­bili forme di affe­zione e dun­que di affi­lia­zione degli utenti al brand.

Come sap­piamo, prima di Goo­gle le home­page erano le uni­che pagine indi­ciz­zate dai motori di ricerca [gli indici si face­vano a mano e costava fatica]. Era quindi natu­rale che la fun­zione prin­ci­pale di una home­page fosse quella di fun­gere da “por­tale” verso il resto del sito. Oggi però il primo con­tatto con un un sito avviene attra­verso le pagine in cui leg­giamo un’articolo che ci inte­ressa, un video, o la scheda tec­nica di un pro­dotto. Arri­viamo a que­ste pagine attra­verso Goo­gle (che indi­cizza i siti per intero) oppure gra­zie alle segna­la­zioni dei nostri amici sui social net­work. Per que­sta ragione oggi la fun­zione di “por­tale” deve essere pre­sente in ognuna di que­ste pagine, ma in subor­dine rispetto alla fun­zione nar­ra­tiva prin­ci­pale di ognuna di esse [chi vuole può appro­fon­dire il tema qui].

In quest’ottica, la home­page è la pagina dove vuoi che i tuoi utenti vadano dopo aver sco­perto il tuo sito in un social net­work, come ha sug­ge­rito Wol­fgang Blau, diret­tore delle stra­te­gie digi­tali del Guar­dian. Ma per­ché dovreb­bero farlo? Se rispondi a que­sta domanda, sai come deve essere fatta la tua homepage.

HP www-theguardian-com-uk

Un buon punto di par­tenza è con­si­de­rare l’homepage come la pagina che dovrà comu­ni­care al meglio l’identità del brand. Per farlo, essa ospita al suo interno un grap­polo di “fun­zioni stan­dard” [uguali per tutti i siti] e una macro-funzione che va invece tro­vata di volta in volta. Il grap­polo di fun­zioni stan­dard risponde agli utenti che si doman­dano: per chi stai facendo il tuo lavoro? per­ché lo stai facendo? come si usa que­sto ambiente?  da quanto tempo lavori a que­sto pro­dotto? per quanto tempo ancora lo farai? chi sei tu? come fare per con­tat­tarti? Per rispon­dere, a volte può ser­vire un’intera sotto-pagina, penso ad esem­pio alla gerenza di una testata gior­na­li­stica, in altri casi basta un’etichetta, come quella che recita “24 ore su 24″ pre­sente nella testata di Repubblica.it.

La macro-funzione che com­pleta la pagina è quella che, fra tutte quelle iden­ti­fi­cate nel corso della pro­get­ta­zione per rispon­dere ai biso­gni degli utenti, viene con­si­de­rata più coin­ci­dente con l’identità stessa del brand o della testata.

Repubblica.it, come molti siti di testate gior­na­li­sti­che, ha scelto di attri­buire alla pro­pria home­page la macro-funzione di “mostrare le noti­zie più impor­tanti in que­sto momento”, giu­di­cando di con­si­de­rare le real time news ciò che meglio defi­ni­sce il pro­prio ruolo digi­tale. I numeri di Repubblica.it dimo­strano che que­sta fun­zione oggi cor­ri­sponde bene a un biso­gno dif­fuso e sen­tito dagli utenti, tut­ta­via que­sto non signi­fica che non sia pos­si­bile indi­vi­duare fun­zioni gior­na­li­sti­che diverse, con un forte poten­ziale iden­ti­ta­rio, che cor­ri­spon­dano a biso­gni altret­tanto mar­cati. Cre­diamo che la par­tita del gior­na­li­smo digi­tale dell’immediato futuro, si gio­cherà pro­prio su que­sto ter­reno. Le tec­ni­che e le tec­no­lo­gie segui­ranno, non gui­de­ranno que­sto processo.

Insomma, per i quo­ti­diani defi­nire la pro­pria fun­zione è molto più com­plesso che per Goo­gle per­ché i gior­nali sono o dovreb­bero essere spazi dove le noti­zie sono aggre­gate in base a scelte e ragio­na­mento, non sulla base di algo­ritmi. Anche il caos può essere orga­niz­zato in maniera da ren­derlo intellegibile.

Consumption of content

Ma, se come si è detto dopo la pub­bli­ca­zione dell’internal report del NYTi­mes, l’home page è morta, ha senso con­ti­nuare a dedi­carle così tanta atten­zione?  Per pro­vare a dare una rispo­sta al que­sito abbiamo ela­bo­rato i dati più recenti dispo­ni­bili sulla frui­zione di alcune tra le prin­ci­pali testate del nostro Paese.

Par­tendo dai dati Audi­web del dicem­bre 2014, abbiamo sele­zio­nato le testate per i quali era dispo­ni­bile sia il dato del totale traf­fico che quello rela­tivo invece alla sola home page. I dati delle 17 fonti d’informazione mostrano come sol­tanto per 3 di que­ste l’home page abbia un peso supe­riore al 50% del totale degli utenti unici nel giorno medio.

Pur esclu­dendo Blogo.it, per il quale l’home page pesa meno dell’1%, sono diverse le testate per le quali il numero di utenti unici che arri­vano, e leg­gono, l’home page oscilla tra un terzo ed un quarto del totale degli utenti unici. Si tratta di un dato che si acui­sce ulte­rior­mente per quanto riguarda l’audience da mobile che per ben sette testate non supera il 10% del totale.

L’elaborazione dimo­stra insomma come siano sem­pre più i sin­goli arti­coli, in fun­zione delle ricer­che e delle con­di­vi­sioni sui social net­work, e non la home page, il primo punto di accesso. L’ approc­cio di Reu­ters al riguardo è emble­ma­tico in tal senso.

Come emer­geva da uno stu­dio di Char­beat, i let­tori che vanno diret­ta­mente all’home page di un sito di noti­zie sono i più pro­pensi a tor­nare. Emerge infatti che circa l’80% di coloro che visi­tano un sito diret­ta­mente tor­nerà entro una set­ti­mana, rispetto a un tasso medio di circa il 30% com­ples­sivo. Con­vin­cere le per­sone a visi­tare diret­ta­mente l’edizione online di un quo­ti­diano è un forte segno di con­te­nuti di suc­cesso del brand del gior­nale per­chè que­sto tipo di pub­blico non solo torna più spesso ma passa anche più tempo sul sito.

Le noti­zie però sono sem­pre più unbran­ded, come già emer­geva dal Digi­tal News Report 2014 del Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism, e come con­ferma la nostra ela­bo­ra­zione. Com­mo­dity in cui il valore dei sin­goli brand, delle sin­gole testate, è costan­te­mente in calo. Un decen­nio di tat­ti­ci­smi, di rin­corse all’ultimo click hanno gene­rato: una per­dita di fidu­cia e di valore del brand delle testate distrutte, tra le altre cose, nella dico­to­mia delle loro ver­sioni online rispetto a quelle cartacee.

Il pro­blema da risol­vere è dun­que a monte. Non si tratta di lay­out, design gra­fico e user expe­rience, che cer­ta­mente aiu­tano a parità di con­di­zione, ma di lavo­rare sulla rela­zione con i let­tori, con le per­sone, e, appunto, sul bran­ding, sulla costru­zione di valore del mar­chio della testata. Si chiama mar­ke­ting, pare.

[*] NB: Oltre a Mas­simo Gen­tile e Pier Luca San­toro alla reda­zione di que­sto arti­colo ha for­nito il suo pre­zioso con­tri­buto Fede­rico Badaloni

[#] Nota: Essendo il testo multi autore alcuni pas­saggi non neces­sa­ria­mente rifletto l’opinione di tutti coloro che hanno col­la­bo­rato alla reda­zione del pezzo

Maltempo Audiweb
Pubblicato il 11 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Il Maltempo dei Media

16esima pun­tata di “In Media Stat Virus: I Media nell’Era di Twit­ter” dedi­cata alla coper­tura ed al trat­ta­mento infor­ma­tivo da parte dei media del mal­tempo dei giorni scorsi.

Come ormai d’abitudine quando si veri­fi­cano feno­meni meteo­ro­lo­gici di una certa  rile­vanza anche in que­sta occa­sione i main­stream media, a comin­ciare dalla tele­vi­sione, si affi­dano in larga parte agli user gene­ra­ted con­tent ed alla piat­ta­forma di video-citizen jour­na­lism: You­Re­por­ter, per i fil­mati e le imma­gini su nevi­cate, mareg­giate e vento che hanno fla­gel­lato il nostro paese.

Visto che ormai que­sta pra­tica è con­sue­tu­dine sono due gli aspetti che è oppor­tuno con­si­de­rare. Da un lato si impone una rifles­sione su come rico­no­scere alle per­sone i bene­fici, in ter­mini sia di saving che di ricavi, gene­rati dai con­te­nuti pro­dotti. Dall’altro lato impos­si­bile non rile­vare come la logica sia sem­pre “top-down” con video ed imma­gini pre­le­vati tout court dalla Rete senza un flusso orga­niz­zato, senza una rela­zione tra le reda­zioni e coloro che pro­du­cono que­sti contenuti.

Rela­ti­va­mente mode­sta nel com­plesso l’attenzione nei con­fronti del feno­meno, se si esclu­dono le foto su Insta­gram che però non ha la pene­tra­zione di altri social nel nostro Paese, con circa 35mila tweet dedi­cati con l’account @WebcamForSki in testa per numero di tweet e @3BMeteo al ver­tice per reach.

 Big Snow

Per quanto riguarda i quo­ti­diani si evi­den­zia una netta frat­tura tra nazio­nali, che hanno dedi­cato le prime pagine ad altri temi legati alla poli­tica ed agli esteri, e locali che invece si sono con­cen­trati sul meteo.

Al di là delle dif­fe­renze emerge però come vi sia stato pre­va­len­te­mente un trat­ta­mento descrit­tivo limi­tan­dosi a ripor­tare le noti­zie. Non ci sono stati appro­fon­di­menti sul per­chè, con feno­meni ben distanti dal tanto annun­ciato “big snow”, le per­sone abbiano dovuto subire disagi di note­vole por­tata, su cause e respon­sa­bi­lità. Trat­ta­mento descrit­tivo che rende l’informazione una com­mo­dity, un bene indif­fe­ren­ziato di scarso valore.

Non sono stati creati degli spazi di aggre­ga­zione sui social ed all’interno dei siti web delle testate dove le per­sone potes­sero acqui­sire e scam­biarsi infor­ma­zioni sulla por­tata degli eventi, su quali atten­zioni e cau­tele avere nella vita quo­ti­diana e su come risol­vere i pro­blemi a comin­ciare dalla man­canza di elet­tri­cità [e dun­que di riscal­da­mento] che in alcune zone ancora per­si­ste. Un’opportunità spre­cata ancora una volta.

Oppor­tu­nità spre­cata anche sotto il pro­filo pret­ta­mente spe­cu­la­tivo di atten­zione e mone­tiz­za­zione del feno­meno che, come mostrano i dati Audi­web sotto ripor­tati, evi­den­ziano non esservi stati incre­menti di traf­fico, anzi, in quei giorni.

Maltempo Audiweb

Nel pod­cast sot­to­stante, come d’abitudine, è pos­si­bile ria­scol­tare e, volendo, sca­ri­care l’intera pun­tata inter­val­lata da musica scelta ad hoc, in tema.

“In Media Stat Virus: I Media nell’era di Twit­ter” con­ti­nuerà la pro­gram­ma­zione sino a giu­gno e sono asso­lu­ta­mente gra­diti sug­ge­ri­menti sui temi da affron­tare da qui ad allora. È pos­si­bile inte­ra­gire, anche, via Twit­ter uti­liz­zando l’hashtag  #imsv14 e/o men­zio­nando i due account @pedroelrey / @radiofujiko.

cloud mattarella
Pubblicato il 9 febbraio 2015 by Pier Luca Santoro, Massimo Gentile

L’Insostenibile Leggerezza delle WordCloud

Le parole sono impor­tanti. A mag­gior ragione lo sono quelle pro­nun­ciate davanti al Par­la­mento da un nuovo Pre­si­dente della Repub­blica in occa­sione del pro­prio inse­dia­mento. In un momento così solenne il peso sim­bo­lico dei ter­mini espressi chia­ra­mente si moltiplica.

Per veri­fi­care quali siano le parole più ricor­renti in un testo o in un discorso le Wor­d­Cloud sono ottimi stru­menti di con­trollo. Si tratta di appli­ca­zioni che gene­rano delle “forme” gra­fi­che nelle quali i ter­mini chiave sono rap­pre­sen­tati con un corpo che aumenta in fun­zione della fre­quenza con le quali si sono ripe­tuti. Esat­ta­mente come le parole comun­que rile­vanti ma apparse meno ven­gono rap­pre­sen­tante in corpo più pic­colo. L’effetto finale è inte­res­sante: una “nuvola” com­po­sta in media di una cin­quan­tina di parole con gran­dezze diverse e che ruota intorno a alcune chiavi prin­ci­pali in corpo mag­giore. Quell’immagine in qual­che modo dovrebbe rap­pre­sen­tare l’essenza, l’anima di un testo.

In rete è facile tro­vare le appli­ca­zioni gra­tuite capaci di gene­rare un Wor­d­Cloud. Le più cono­sciute sono Wordle e Tag­xedo. A seconda del pro­gramma scelto, si pos­sono con­trol­lare le pro­por­zioni, il carat­tere da sce­gliere, impo­stare fil­tri di esclu­sione per alcuni ter­mini, si può deci­dere l’inclinazione delle sin­gole parole nella nuvola finale, il rela­tivo colore e per­sino defi­nire la forma della nuvola [rotonda, a forma di cuore, qua­drata e via dicendo]. Il risul­tato è sem­pre un “oggetto” visuale che cat­tura l’attenzione.

Nel caso di Mat­ta­rella, i media ita­liani [quo­ti­diani, tv, Ansa, siti di infor­ma­zione online] hanno mostrato un certo entu­sia­smo verso le Wor­d­Co­lud, come se fosse una novità straor­di­na­ria. Ne sono uscite “nuvole” in cui la parola più in evi­denza è stata quasi sem­pre “significa”.

info mattarella

Però quello è un ter­mine che iso­lato vuol dire ben poco. In realtà “signi­fica” faceva parte di una costru­zione incal­zante gio­cata dal neo Pre­si­dente per descri­vere l’idea che “Difen­dere la Costi­tu­zione” si deve tra­durre nel garan­tire il diritto allo stu­dio, nella difesa di quello al lavoro, nel soste­gno alla fami­glia e via dicendo fino al rifiuto di ogni forma di mafia e di ille­ga­lità. Per que­sto motivo “signi­fica” è stato ripe­tuto ben 18 volte nel discorso pro­nun­ciato in Par­la­mento. Nel dire “Signi­fica” Mat­ta­rella richia­mava diret­ta­mente i valori della Costituzione.

Le Wor­d­Coud sono stru­menti effi­caci per­ché veloci ma in un certo senso appros­si­ma­tivi pro­prio per­ché è com­plesso valu­tare il peso di una parola estra­po­lan­dola dal con­te­sto. Non solo, ma i pro­grammi che gene­rano i Clouds ten­dono a esclu­dere alcuni ter­mini, le con­giun­zioni giu­sta­mente, o a pena­liz­zarne altri, gli agget­tivi per esempio.

Eppure a rileg­gere il testo del Pre­si­dente si nota che la parola più fre­quente (26 volte) in realtà è stata pro­prio un agget­tivo, “nostro” [nostro, nostra, nostri, nostre]. E non si tratta di un det­ta­glio da poco. Il Pre­si­dente, nei suoi rife­ri­menti al Paese, ha volu­ta­mente evi­tato ter­mini for­mali — solo 2 volte la parola “Patria” — per dare invece enfasi a un con­cetto di appar­te­nenza, di comu­nità. E que­sto spiega l’uso di “nostro” che appare come:

- nostro paese — nostro popolo — nostro essere comu­nità — nostra Costi­tu­zione — nostra demo­cra­zia — nostra gente — nostra poli­tica — nostra con­vi­venza — nostri con­cit­ta­dini — nostri ragazzi — nostri tesori

Ora, nes­sun Wor­d­Cloud è capace di rico­no­scere e leg­gere così in pro­fon­dità la strut­tura di un discorso. E’ bene ricor­dar­selo ogni volta che si passa al setac­cio di un gene­ra­tore di nuvole un testo da esa­mi­nare. I Clouds restano comun­que validi stru­menti per una prima veri­fica a caldo, ma per un appro­fon­di­mento, anche di natura pura­mente visuale, sareb­bero neces­sari altri interventi.

Per restare all’esempio del discorso di Mat­ta­rella nes­sun gior­nale, digi­tale e/ car­ta­ceo, è riu­scito a andar oltre le “nuvole”. Pur­troppo. Eppure di mate­riale da rap­pre­sen­tare in ter­mini visuali, a par­tire pro­prio dai vari Clouds, non mancava.

Tanto per fare un esem­pio, quale è stato il peso dei rife­ri­menti alle Isti­tu­zioni o quelli ai valori etici rispetto al totale? Poi è man­cata la com­pa­ra­zione coi ter­mini più ricor­renti nei discorsi dei pre­de­ces­sori. Quante volte Napo­li­tano ha citato l’Europa pre­sen­tando il suo primo man­dato e quante volte lo ha fatto Mat­ta­rella? Sarebbe stato inte­res­sante sco­prire certi tipi di differenze.

La rin­corsa gene­rale ai Wor­d­Cloud non è stato un errore. Al con­tra­rio. Nean­che l’aver evi­den­ziato la parola “signi­fica”. Infatti nel totale del discorso di Mat­ta­rella com­po­sto da 2.274 parole, ben 351 sono state spese nel pas­sag­gio sulla difesa della Costi­tu­zione. Non poco.

Però le Wor­d­Cloud, come spie­gato in pre­ce­denza, vanno comun­que usati con cau­tela. Pro­prio Mat­ta­rella par­lando in Par­la­mento ha accen­nato, novità asso­luta, alla neces­sità di abbat­tere in Ita­lia il “digi­tal divide”. Lo ha fatto una volta sola, quindi nes­sun Cloud lo ha regi­strato. E’ un buon motivo per con­si­de­rarla una cita­zione irrilevante?

Ogni medium ha un suo ruolo e signi­fi­cato, come noto. Un conto è un tweet, o un post su Face­book, ed un altro è invece un arti­colo di gior­nale, sia esso digi­tale o car­ta­ceo poco importa. Le Wor­d­Cloud, lo riba­diamo ancora, vanno benis­simo ci pia­ce­rebbe però che non fos­sero con­si­de­rate solo uno dei tanti ele­menti visivi di con­torno, come è avve­nuto nel caso di Mat­ta­rella che abbiamo usato come esem­pio, ma che vi sia data la giu­sta atten­zione ed accu­ra­tezza che si riserva ad ogni ele­mento infor­ma­tivo, magari cor­re­dan­dolo con una cor­retta ana­lisi del discorso.

È que­sto, anche, il valore aggiunto che gior­nali e gior­na­li­sti pos­sono por­tare al let­tore che altri­menti, stante l’ampiezza di tool a dispo­si­zione, è asso­lu­ta­mente in grado di far­sela da solo la Wor­d­Cloud. L’insostenibile leg­ge­rezza delle Wor­d­Cloud cre­diamo sia un buon esem­pio del gior­na­li­smo fret­to­loso, raf­faz­zo­nato [o peg­gio], da evi­tare se si vuole ridare cen­tra­lità all’informazione — di qua­lità — ormai sem­pre più tra­bal­lante, unbran­ded e domi­nata dai social. Dove sta il ruolo del gior­na­li­sta se non nella capa­cità di gui­dare il let­tore attra­verso una nar­ra­zione che in que­sto caso sarà di tipo grafico?

cloud mattarella

Nota meto­do­lo­gica: per il con­teg­gio esatto delle parole, è stato preso il testo ori­gi­nale della tra­scri­zione. Poi gli spazi bian­chi tra parole sono stati sosti­tuiti con un a capo. A quel punto il testo, com­po­sto da una parola per riga, è stato messo in Excel. Ne è risul­tata una lista a tabella da una colonna con le parole in ordine alfa­be­tico. A quel punto il con­teg­gio delle ripe­ti­zioni è stato facile.

LA CLASSIFICA DELLE PAROLE PIÙ RICORRENTI PRONUNCIATE DAL PRESIDENTE

26 nostri 18 signi­fica 13 tutti 12 spe­ranza 12 volti 11 par­la­mento 11 nuovo 10 Paese 9 sociale 9 libertà 9 rap­pre­sen­tanza 9 libertà 9 ita­liano 8 poli­tica 7 repub­blica 7 gio­vani 6 Ita­lia 6 vita 6 nazio­nale 6 Europa 5 lotta 5 società 5 sfida 5 reli­gione 5 ter­ro­ri­smo 4 sovra­nità 4 pace 4 valori 4 risorse 4 rischio 4 mafia 4 ragazzi 4 stato 4 lavoro 4 isti­tu­zioni 4 grave 4 guerra 4 glo­bali 3 par­te­ci­pa­zione 3 ostaggi 3 sicu­rezza 3 ser­vi­zio 3 rispo­ste 3 regole 3 magi­stra­tura 3 ingiu­sti­zia 2 Patria 2 paura 2 riforme 2 tec­no­lo­gia 2 nazi­fa­sci­smo 2 mez­zo­giorno 2 povertà 2 prin­cipi 2 one­sto 2 imprese 2 governo 2 giu­sti­zia 2 indi­gna­zione 1 Nord 1 occupazione

Bonus track: Da leg­gere, “8 Great Exam­ples of Data Visualization”

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