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Forrester Previsioni Mercato Contenuti Online
Pubblicato il 5 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Cattive Notizie per le Notizie Online

Il tema di come recu­pe­rare parte dei ricavi persi sia dal declino delle ven­dite dei quo­ti­diani car­ta­cei che dal calo degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari sugli stessi è cen­trale nell’analisi della soste­ni­bi­lità dell’evoluzione verso il digi­tale per l’industria dell’informazione.

Fra le diverse opzioni, le distinte spe­ri­men­ta­zioni in atto, l’adozione del pay­wall, di un muro, più o meno pene­tra­bile, è un ten­ta­tivo che dopo l’introduzione da parte del NYTi­mes a marzo 2011 in molti, soprat­tutto negli Stati Uniti ma anche in Europa, hanno adot­tato o stanno pen­sando di adot­tare. Sul tema l’infografica pub­bli­cata da Masha­ble fa una buona sin­tesi dello stato dell’arte per quanto riguarda gli USA e la ricerca, con­dotta da Jona­than E. Cook, della Colum­bia Uni­ver­sity di New York, e Sha­h­zeen Z. Atta, della Indiana Uni­ver­sity, su atti­tu­dini e com­por­ta­menti dei let­tori del «The New York Times», aiu­tano a chiarsi le idee.

Argo­mento “caldo” anche in Ita­lia dove i rumor, le indi­scre­zioni, sul pos­si­bile pas­sag­gio a paga­mento nel 2013 da parte dei due prin­ci­pali quo­ti­diani online nazio­nali, e forse anche di altri, hanno ripreso corpo. Al riguardo è oppor­tuno sot­to­li­neare come in molti casi, se si esclude il «Finan­cial Times», primo tra tutti i gior­nali inter­na­zio­nali a pas­sare anche nell’edizione digi­tale esclu­si­va­mente a paga­mento già nel 2010, che rap­pre­senta uno dei raris­simi casi di suc­cesso in ambito edi­to­riale nella  valo­riz­za­zione dei con­te­nuti online, si vede come, allo stato attuale, l’adozione di un pay­wall, “mete­red” [con un numero men­sile di arti­coli frui­bili gra­tui­ta­mente] o meno, abbia spesso rilan­ciato le ven­dite, o comun­que i ricavi deri­vanti dalla ver­sione cartacea.

A metà otto­bre For­re­ster ha pub­bli­cato le sue pre­vi­sioni per il quin­quen­nio 2012 — 2017 pro­prio sulle ten­denze per il pros­simo lustro per quanto riguarda i con­te­nuti a paga­mento online rela­ti­va­mente all’ Europa dei sette: Fran­cia, Ger­ma­nia, Olanda, Spa­gna, Sve­zia, Regno Unito e Ita­lia, i cui con­te­nuti sono stati inte­grati da un suc­ces­sivo rap­porto sul tema reso dispo­ni­bile [i entrambi i casi solo a paga­mento] il 31 ottobre.

Pre­vi­sioni che sono state accolte con entu­sia­smo poi­chè, per quanto riguarda spe­ci­fi­ca­ta­mente le noti­zie online, si pas­se­rebbe — il con­di­zio­nale è d’obbigo trat­tan­dosi di pre­vi­sioni, per quanto accu­rate pos­sano essere — da 158 milioni di euro del 2012 ai 279 del 2017, Sem­pre secondo For­re­ster il numero di per­sone dispo­ni­bili a pagare per noti­zie e infor­ma­zioni, anche se non viene spe­ci­fi­cato di quale tipo­lo­gia [se spe­cia­li­stica, spe­cia­liz­zata, o meno] pas­se­reb­bero da 4,8 milioni del 2012 a 8,1 milioni nel 2017 con il 20% dei pos­ses­sori di tablet che entro i pros­simi 5 anni si dichia­rano dispo­ni­bili a pagare.

Se una ten­denza posi­tiva è cer­ta­mente una buona noti­zia, vi sono degli aspetti che richie­dono una rifles­sione e credo ridu­cano signi­fi­ca­ti­va­mente entu­sia­smi e speranze.

In pri­mis 8,1 milioni di per­sone dispo­ste ad acqui­stare infor­ma­zione, noti­zie in for­mato digi­tale rap­pre­sen­tano comun­que una fra­zione molto ridotta rispetto  a coloro che invece com­prano un quo­ti­diano di carta. Per l’esattezza la pro­ie­zione di For­re­ster per il 2015 parla di 235 milioni di euro per le noti­zie in for­mato di digi­tale men­tre le pro­ie­zioni per lo stesso anno pub­bli­cate a giu­gno dal «The Eco­no­mist» dei ricavi per i gior­nali di carta in Europa sono di 58,9 miliardi di euro.

Inol­tre, come viene sot­to­li­neato sia da For­re­ster che da Paid Con­tent l’evoluzione della dispo­ni­bi­lità a pagare pone serie minacce ai già ridotti ricavi deri­vanti dalla ven­dita di pub­bli­cità online per le testate che dovranno neces­sa­ria­mente rive­dere la loro offerta anche sotto que­sto pro­filo pena la per­dita di ricavi anche su que­sto fronte come già avviene, ad esem­pio, al NYTi­mes da 6 mesi a que­sta parte. Appro­fon­dirò quest’area nei pros­simi giorni, promesso.

Come mostra la tavola di sin­tesi sot­to­ri­por­tata, che solo «El Pais» ha reso dispo­ni­bile, sep­pure tra i diversi seg­menti ana­liz­zati il mag­gior tasso di cre­scita sia quello che riguarda le news, le dimen­sioni del mer­cato reste­ranno infi­ni­te­si­mali rispetto a musica, gio­chi e video. E’ l’evidenza più con­creta di quanto poco nel com­plesso l’industria dell’informazione sia in grado di coin­vol­gere e di con­vin­cere le persone.

Le stra­te­gie sin qui adot­tate per far pagare alle per­sone i con­te­nuti online non paiono ade­guate. La foca­liz­za­zione sul paga­mento prima che sulle per­sone, sui loro inte­ressi, sul busi­ness prima che sulla cre­di­bi­lità e la qua­lità dell’informazione dif­fusa, non con­sen­ti­ranno una soste­ni­bi­lità dell’informazione online/digitale. Le strade da seguire sono altre.

In tema, ad inte­gra­zione, si legga anche “Print Media in Times of Change — a key con­tri­bu­tor to EU 2020″ dell’ENPA — Euro­pean New­spa­per Publi­shers Association.

Pubblicato il 22 dicembre 2010 by Pier Luca Santoro

I Media Sociali sono Media di Massa

Anche se forse non era neces­sa­ria una con­ferma visti i numeri in gioco,  For­re­ster pub­blica l’estratto di una ricerca recen­te­mente con­dotta dal quale emerge  come l’insieme dei mezzi di comu­ni­ca­zione e di rela­zione che ven­gono comu­ne­mente rag­grup­pati sotto la deno­mi­na­zione di social media siano ormai un media di massa.

I dati, rife­riti all’Europa nel suo insieme, oltre a for­nire una dimen­sione del feno­meno, con­fer­mano la teo­ria di Pareto con circa l’11% dell’utenza che crea, genera l’80% dell’influenza sui con­te­nuti ed addi­rit­tura solo il 4% che pro­duce l’80%  di tutte le impres­sions.

Sono dina­mi­che che il coun­ter rea­liz­zato da Gary Hayes docu­menta in tempo reale.

Attual­mente que­sta defi­ni­zione di social media mi appare troppo gene­rale e rischia di diven­tare una delle tante “parole sca­to­lone”, ritengo possa essere di gran lunga più cor­retto ed inte­res­sante ragio­nare in ter­mini di ear­ned, owned e paid media.