Financial Times

Growth
Posted on 28 ottobre 2014 by Pier Luca Santoro

La Creazione di Valore Aggiunto per l’Industria dell’Informazione

Non più tardi di ieri, a con­clu­sione della sin­tesi dell’ana­lisi di Medio­banca sui bilanci dei 7 mag­giori gruppi edi­to­riali del nostro Paese, tra gli ele­menti che citavo, par­lavo della neces­sità di un pro­fondo ripen­sa­mento del pro­dotto sin qui sot­to­po­sto, sia nella ver­sione car­ta­cea che in quella digi­tale, a rivi­si­ta­zioni più o meno azzec­cate che ne hanno di fatto lasciata intatta la strut­tura di base.

Sem­pre ieri il Finan­cial Times ha annun­ciato il lan­cio di  FirstFT, nuovo pro­dotto edi­to­riale del pre­sti­gioso quo­ti­diano economico-finanziario che il new head of aggre­ga­tion  del gior­nale [figura pro­fes­sio­nale che al pari di molte altre non  mi pare attual­mente pre­sente nelle reda­zioni dei nostri gior­nali] descrive così:

In an age of infor­ma­tion over­load where rea­ders are shy­ing away from the per­pe­tual social media stream, tru­sted edi­to­rial judg­ment and aggre­ga­tion is an increa­sin­gly valua­ble con­ve­nience for busy rea­ders. FirstFT is care­fully craf­ted, ana­ly­sed and illu­stra­ted by our world-class jour­na­lists and pro­vi­des a new way for rea­ders to get the FT’s take on the essen­tial news of the day.

Allo stesso tempo, Blendle, iTu­nes del gior­na­li­smo che pro­pone la ven­dita di sin­goli arti­coli  a prezzi varia­bili tra tra € 0,10 e € 0,80 al pezzo, annun­ciava di aver rice­vuto la non tra­scu­ra­bile somma di 3.8 milioni di dol­lari da The New York Times Com­pany e da Axel Sprin­ger per favo­rire l’espansione di que­sta start-up Olan­dese in tutta Europa.

Anche nel nostro Paese è recente il pas­sag­gio a paga­mento di Good Mor­ning Ita­lia, ser­vi­zio di accu­rata sele­zione delle noti­zie nazio­nali ed inter­na­zio­nali tanto apprez­zatonato da gior­na­li­sti impie­gati nelle reda­zioni di diverse testate che evi­den­te­mente hanno avuto poco spa­zio e ascolto “costrin­gen­doli” ad un’iniziativa auto­noma al di fuori del loro prin­ci­pale ambito lavorativo.

Win Win

Da qual­che mese, come molti cer­ta­mente sapranno, esi­ste già l’iTunes del gior­na­li­smo ita­liano: Eta­lia [*], piat­ta­forma che offre ai sin­goli gior­na­li­sti, e ad altre cate­go­rie di pro­fes­sio­nals, ma anche agli edi­tori, la pos­si­bi­lità di ven­dere i sin­goli con­te­nuti con diverse opzioni che vanno dal sin­golo pezzo sino all’abbonamento al gior­nale e/o alla rivi­sta.

I gior­nali sono morti, come si pro­clama ormai da almeno un lustro, ma la que­stione non è se siano morti quelli di carta e quante spe­ranze, quante pos­si­bi­lità abbiano quelli digitali/online, è l’idea di gior­nale come pac­chetto mono­li­tico ad essere defunta e con essa i modelli di busi­ness che l’hanno carat­te­riz­zato negli ultimi 100 anni.

La crea­zione di valore aggiunto per l’industria dell’informazione passa, anche, dalla sot­tra­zione, dal non imporre con­te­nuti che non inte­res­sano, dal sele­zio­nare per il let­tore quel che è è rile­vante per lui e sola­mente per lui e per il quale dun­que cre­scerà la pro­pen­sione a pagare per la fruizione.

Growth

[*] Disclai­mer: Il sot­to­scritto ha ope­rato come con­su­lente, anche, per Etalia.

FT Media Consumption
Posted on 23 ottobre 2013 by Pier Luca Santoro

La Carta NON è Morta, le Pagine Viste SI

Sono stati stati pre­sen­tati in que­sti giorni i risul­tati della ricerca “BE Europe 2013″, stu­dio che ana­lizza in 17 Paesi l’esposizione ai media e il pro­filo dei diri­genti di medie e grandi aziende appar­te­nenti a tutti i set­tori economici.

La ricerca svolta per conto del «The Finan­cial Times» viene effet­tuata su un cam­pione di oltre 7mila diri­genti d’azienda ed è lo stu­dio di mag­gior durata sul seg­mento spe­ci­fico di popo­la­zione essendo ormai dal 1973 che viene effettuato.

I risul­tati sono di estremo inte­resse e la sin­tesi degli stessi pub­bli­cata sul sito de «Il Sole24Ore» è libe­ra­mente sca­ri­ca­bile e vale asso­lu­ta­mente una let­tura approfondita.

Sono in par­ti­co­lare due gli aspetti che vale la pena di sot­to­li­neare da quanto emerge dall’indagine.

Per quanto riguarda la dieta media­tica della busi­ness elite inter­na­zio­nale i quo­ti­diani nella ver­sione car­ta­cea sono ancora sta­bil­mente in testa al con­sumo di media sia in ter­mini asso­luti che a livello di fidu­cia asse­gnata a cia­scun mezzo.

FT Media Consumption

Per quanto riguarda il digi­tale, Rob Grim­shaw, diret­tore di Ft.com, spiega che “In un mese abbiamo oltre 12 milioni di per­sone che visi­tano il nostro sito. Altri siti per motivi pub­bli­ci­tari annun­ce­reb­bero in modo trion­fale di avere avuto 12 milioni di visi­ta­tori. Noi no. Per noi il modello è simile al com­mer­cio al det­ta­glio dove quei 12 milioni non sono altro che pas­santi davanti alle vetrine. Solo una parte entra nel nego­zio, si guarda in giro per vedere quello che c’è. Poi un numero ancora più pic­colo fa un acqui­sto. I nostri sforzi sono sem­pre rivolti a otti­miz­zare quell’imbuto”.

La carta NON è morta, le pagine viste SI.

FT Clicks

Prezzo Vs Vendite Quotidiani inglesi
Posted on 19 febbraio 2013 by Pier Luca Santoro

Aumento dei Ricavi dal Cartaceo

Men­tre il mondo della carta stam­pata si inter­roga su come recu­pe­rare dal digi­tale i ricavi calanti della ver­sione tra­di­zio­nale di gior­nali e rivi­ste, la rispo­sta par­rebbe essere molto più a por­tata di mano di quanto si possa cre­dere: alzare il prezzo di copertina.

Già nel 2012 uno stu­dio di Simon-Kucher & Part­ners, società di con­su­lenza inter­na­zio­nale spe­cia­liz­zata in stra­te­gie, mar­ke­ting, pri­cing e ven­dite, sui 25 prin­ci­pali quo­ti­diani sta­tu­ni­tensi  dimo­strava come la domanda di gior­nali fosse rela­ti­va­mente ine­la­stica e ad un aumento di prezzo non vi fosse cor­ri­spon­dente calo delle ven­dite por­tando com­ples­si­va­mente ad una cre­scita dei ricavi. Ele­mento con­for­tato da un’analisi equi­va­lente effet­tuata rela­ti­va­mente ai quo­ti­diani inglesi [non tabloid] che mostrava gli stessi risul­tati per il periodo 2007–2010.

A ulte­riore con­forto arri­vano ora i dati pub­bli­cati da The Media Brie­fing che ha ela­bo­rato i dati di ven­dita dei quo­ti­diani inglesi dal 2001 al 2012 e gli aumenti di prezzo degli stessi nel mede­simo arco temporale.

Emerge come a fronte di un aumento del prezzo medio dei gior­nali del 208% negli ultimi 11 anni le ven­dite siano calate “solo” del 36% nello stesso periodo.

Prezzo Vs Vendite Quotidiani inglesi

Prezzo medio che è influen­zato dal basso costo dei tabloid e che con­si­de­rando esclu­si­va­mente i quo­ti­diani “di qua­lità” anglo­sas­soni cre­sce con­si­de­re­vol­mente con una for­chetta che va da 1,40£ del «The Guar­dian» [1,60€] —  che però il sabato viene ven­duto a 2,30£ [2,67€] — sino alle 2,50£ del «The Finan­cial Times».

Come mostra il gra­fico di sin­tesi sot­to­stante tutti i quo­ti­diani, ad esclu­sione dell’Indipendent, hanno avuto una cre­scita dei ricavi dalle ven­dite della ver­sione car­ta­cea, ed è pro­prio il quo­ti­diano economico-finanziario lon­di­nese che a dispetto di ven­dite calanti ottiene la mag­gior cre­scita di ricavi con aumenti di prezzo anche due volte l’anno dal 2005 in poi.

A fronte del trend, che pare inar­re­sta­bile, di fles­sione delle ven­dite par­rebbe dav­vero che aumen­tare il prezzo non debba inti­mo­rire, anzi sia una pos­si­bi­lità da con­si­de­rare con atten­zione per aumen­tare i ricavi di quest’area.

Circulation Revenues

Evoluzione Ricavi Industria Informazione
Posted on 17 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Domande Senza Risposta

Gan­net, media com­pany che con­trolla tra gli altri «Usa Today», ha annun­ciato, non senza orgo­glio, la bontà dei pro­pri risul­tati eco­no­mici nel pro­gres­sivo a fine set­tem­bre.  Ana­liz­zando il det­ta­glio si vede come la cre­scita mag­giore sia rela­tiva alla ven­dita di copie car­ta­cee dei diversi quo­ti­diani con­trol­lati dal gruppo e il digi­tale pesi “sola­mente” il 13,9% del totale ricavi.

Anche il Pre­si­dente di Prisa, gruppo che con­trolla «El Pais», quo­ti­diano spa­gnolo che ha accu­mu­lato per­dite per 200 milioni di euro tra il 2007 ed il 2012, difende la scelta di essere “digi­tal first” ma poi afferma che morirà facendo gior­nali di carta e che per il digi­tale nes­suno ha un modello di busi­ness defi­nito, che per quanto riguarda la red­di­ti­vità della Rete, del digi­tale, nes­suno ha ancora una risposta.

Mede­sima situa­zione al «The Guar­dian» con Andrew Mil­ler, CEO del Gruppo, che altret­tanto afferma quanto siano fan­ta­sti­che le oppor­tu­nità offerte dal digi­tale per poi ricor­dare che la ver­sione car­ta­cea pesa ancora il 70% dei ricavi e che con l’attuale mix è estre­ma­mente dif­fi­cile soste­nere un gior­na­li­smo di qua­lità e che è neces­sa­rio che i gior­nali tro­vino fonti di red­dito diverse dalle attuali.

The Media Brie­fing ha pub­bli­cato recen­te­mente una inte­res­sante rac­colta sulle tariffe alle quali i quo­ti­diani inglesi ven­dono la loro pub­bli­cità sia su carta che online che evi­den­zia come sia pro­fondo il gap tra il valore attri­buito ai let­tori tra la ver­sione tra­di­zio­nale e quella online con, ad esem­pio, il «Finan­cial Times» che a listino vende una pagina pub­bli­ci­ta­ria a colori a £58,600 [47,557 €] e £86 CPM [69,7 €] per la pro­pria ver­sione online, men­tre il «Mail Online», gior­nale con il mag­gior traf­fico al mondo vende i ban­ner a £20 CPM, con­fer­mando l’insostenibile leg­ge­rezza dell’audience inesitabile.

Sul tema Juan Varela, gior­na­li­sta e con­su­lente in ambito edi­to­riale, azzarda una pre­vi­sione dell’evoluzione a medio ter­mine delle attuali fonti di ricavo per l’industria dell’informazione nel suo com­plesso. Emerge come il 60% dei ricavi, anche nel medio periodo, il 60% dei ricavi sarà gene­rato dalla carta stam­pata. Anno­ve­ria­mola come la sesta ver­sione sul futuro dei gior­nali.

2012 Ipsos Media Report
Posted on 27 settembre 2012 by Pier Luca Santoro

Informazione e Reti Sociali

Il «Finan­cial Times» ha pub­bli­cato due info­gra­fi­che che sin­te­tiz­zano l’utilizzo delle reti sociali da parte del cele­bre quo­ti­diano economico-finanziario, risul­tato di un’indagine con­dotta tra giu­gno e luglio di quest’anno.

Emerge come il 20% del traf­fico all’edizione online del gior­nale, nono­stante il robu­sto pay­wall, pro­venga dai social net­work ed un 91% dei suoi let­tori uti­lizzi uno o più di questi.

Ben il 76% del pub­blico del FT segue le noti­zie pub­bli­cate dal gior­nale su una rete sociale; spe­ci­fi­ca­ta­mente è Twit­ter ad avere il mag­gior peso con il 39% del pub­blico [2,2 milioni di fol­lo­wers] che uti­lizza la piat­ta­forma di micro­blog­ging per avere le infor­ma­zioni dif­fuse, segue Face­book con il 35% e Lin­ke­din al 22%. A sor­presa, nono­stante sia per­lo­più rite­nuta una “ghost town”, una città [vir­tuale] fan­ta­sma, sono ben 1,3 milioni gli utenti che seguono il quo­ti­diano lon­di­nese su Goo­gle Plus.

Come per il resto della stampa, il traf­fico pro­ve­niente dalle reti sociali è in forte aumento e un 68% degli utenti legge il FT attra­verso la distri­bu­zione dei con­te­nuti fatta dai pro­pri con­tatti sui social net­work. Quasi la metà dell’audience [il 44%] con­di­vide i con­te­nuti nel pro­prio profilo.

I dati del «Finan­cial Times» con­fer­mano il potere del flusso sociale nella defi­ni­zione dell’agenda infor­ma­tiva del pub­blico ed anche come l’audience si vada sepa­rando nelle diverse reti sociali con Face­book che assume il ruolo di dif­fu­sione di massa e Twit­ter sem­pre più con­cen­trato sull’informazione.

Una realtà che viene ulte­rior­mente con­fer­mata dall’indagine annuale di Ipsos Media: “2012 Ipsos Media Report”, che ana­lizza il con­sumo media­tico della busi­ness elite nel mondo, che evi­den­zia come sia Twit­ter ad essere con­sul­tato più fre­quen­te­mente dai top mana­ger rispetto a testate quali «The Eco­no­mist», il «The New York Times», il «The Wall Str­ret Jour­nal» e lo stesso FT, come rias­sume la tabella sottostante.

Ele­mento che, guar­dando l’analisi sul livello di inte­ra­zione su Twit­ter di «La Repub­blica», «Il Cor­riere della Sera» e «La Stampa» con­dotta da tweetpolitico.it, pare non essere ancora chiaro ai quo­ti­diani del nostro Paese che sono pres­so­ché com­ple­ta­mente assenti dall’ascolto e dalla con­ver­sa­zione con i pro­pri fol­lo­wers con­ti­nuando ad uti­liz­zare la piat­ta­forma di micro­blog­ging come main­stream media, come canale ad una via di comu­ni­ca­zione. Un’occasione, sin ora, sprecata.

Older Posts
Vai alla barra degli strumenti