fact checking

Chi si loda s'imbroda
Pubblicato il 3 ottobre 2014 by Pier Luca Santoro

Chi si Loda s’Imbroda?

L’articolo di fact chec­king, di revi­sione cri­tica, rela­ti­va­mente alle dichia­ra­zioni di “straor­di­na­rio suc­cesso” di «L’Huffington Post Ita­lia»  ha avuto un’incredibile atten­zione in ter­mini di visite a que­sto spa­zio e di ampli­fi­ca­zione sociale, di con­di­vi­sione sui social [GRAZIE!].

Così è stato, com’era natu­rale che fosse, anche da parte dei diretti inte­res­sati che, a firma del Vice Diret­tore della testata in que­stione, hanno repli­cato con: “Una rispo­sta a chi dubita dei nostri dati”.

Tweet HuffPost

Pre­messo che, ovvia­mente, non vi sono que­stioni per­so­nali ma si tratta di altro tipo di que­stioni, di inte­resse a capire il vero anda­mento dei “new players” dell’informazione. Ana­liz­ziamo la “risposta”.

Gianni Del Vec­chio cita una ricerca che cono­sco molto bene aven­dola sin­te­tiz­zata nella prima metà di set­tem­bre, anche per­chè Human Hig­way, la società di ricer­che che ha rea­liz­zato per conto di Ban­zai lo stu­dio, tra l’altro, è stata in diverse occa­sioni part­ner in alcuni dei nostri lavori.

Citando i dati emer­genti dalla pre­ci­tata ricerca, si scrive che:

• Nel primo seme­stre del 2014 gli arti­coli di Huf­fing­ton Post hanno gene­rato quasi 20mila con­di­vi­sioni ogni giorno, risul­tati che lo col­lo­cano al set­timo posto nel pano­rama ita­liano, subito die­tro a Corriere.it e prima di Gaz­zetta, La Stampa, Sole 24 Ore, Libero, Leggo, Il Post;

• Si tratta di un incre­mento del 154% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (a scopo di para­gone, nello stesso periodo, Repub­blica è cre­sciuta del 54%, Il Fatto dell’86%, il Cor­riere del 7%);

• A livello medio, ogni arti­colo pub­bli­cato da Huf­fing­ton genera 350 con­di­vi­sioni, meglio di Cor­riere, Gaz­zetta, Lin­kie­sta, Il Post;

• Anche in que­sto caso, la cre­scita rispetto al primo seme­stre 2013 è del 131%;

• In que­sto momento gli utenti attivi dell’Huffington Post su Face­book sono il 43% della base fan, indice di un coin­vol­gi­mento della comu­nità che pochi in Ita­lia pos­sono vantare;

Si tratta di dati che solo par­zial­mente hanno a che vedere con l’engagement — che comun­que la Annun­ziata col­lo­cava al 50% circa e non al 43% — essendo le con­di­vi­sioni solo uno dei para­me­tri attra­verso i quali si moni­tora lo stesso, come mostra l’immagine sot­to­stante in caso di dubbi al riguardo.

Fan­page Karma mostra, come è stato scritto, che l’engagement è dello 0,1% e che il 74% dei fan della pagina Face­book inte­ra­gi­sce solo una volta. Che Huf­f­Post Ita­lia mostri, e dimo­stri, i pro­pri dati pub­bli­ca­mente così che pos­sano essere veri­fi­cati come lo sono que­sti. Sarebbe comun­que, a pre­scin­dere dalla que­stione spe­ci­fica, una dimo­stra­zione di aper­tura al con­fronto, alla socia­lità di cui stiamo parlando.

Engagement Rate Facebook

Più in gene­rale, pro­ba­bil­mente c’è biso­gno di una “ripas­sa­tina” ai basic delle metri­che dei social.

Infatti si pro­se­gue — e si con­clude — con:

• Sul fronte Twit­ter, si con­te­sta l’attività dell’account (“ha ret­wit­tato 26 volte [1% del totale dei tweet], ha rispo­sto — reply — 10 volte ed ha men­zio­nato 91 volte un account che non fosse il pro­prio”) ma l’engagement è un’altra cosa: è il numero di ret­weet, e men­zioni rice­vute, non quelle effettuate

Quella è la reach, gen­ti­lis­simo Del Vec­chio, non l’engagement. Non lo dico io ma Twit­ter, mi spiace.

Nes­suna rispo­sta viene invece sul fronte dei ricavi, che era il terzo punto del mio arti­colo di lunedì 29 set­tem­bre scorso, e sulla rile­vanza dell’home page di Repubblica.it sul totale degli utenti unici nel giorno medio.

Come, altret­tanto, nes­sun cenno viene fatto alla pro­messa effet­tuata all’esordio di non dare spa­zio a gos­sip nella terza colonna [quella dei “boxini mor­bosi” per inten­derci] che invece guar­dando quali sono gli arti­coli più clic­cati non par­rebbe essere stata man­te­nuta. Giu­di­cate voi.

Da anni lo scri­vente, ed i suoi incauti com­pa­gni di viag­gio, pro­vano ad instil­lare, per­lo­meno, il dub­bio che nell’online non è più pos­si­bile pren­dere le metri­che solo dal punto di vista quan­ti­ta­tivo ma che sia neces­sa­rio, forse indi­spen­sa­bile, anche quello qua­li­ta­tivo e che su que­sto serve un salto di qua­lità nelle ana­lisi dei dati. Il “celo­lun­ghi­smo”, i toni trion­fali, basati esclu­si­va­mente su ele­menti quan­ti­ta­tivi, ser­vono a poco a tutti.

Il mio, il nostro, fact chec­king va in que­sta dire­zione e pace se facendo que­sto si toc­cano alcune sen­si­bi­lità se ciò può con­tri­buire a riflet­tere meglio su come ana­liz­zare i dati. Que­sto è uno spa­zio aperto per tutti quelli che su que­sti temi [senza pre­giu­dizi o motivi auto­pro­mo­zio­nali] vogliano discu­terne, non a caso, fati­co­sa­mente, con le nostre sole forze, stiamo aprendo un’area com­mu­nity al suo interno.

Chi si loda s’imbroda?

Chi si loda s'imbroda

“Bonus track”: Defi­ning the Right Mea­su­re­ment for Your Digi­tal Strategy

HUFF-POST22
Pubblicato il 29 settembre 2014 by Pier Luca Santoro, Massimo Gentile

Batti, Batti le Manine

Lucia Annun­ziata, uno dei pochi diret­tori di un gior­nale che con­ti­nua osti­na­ta­mente a non avere nep­pure un account Twit­ter, a due anni dalla nascita di Huf­f­Post Ita­lia ha pub­bli­cato un arti­colo auto-celebrativo in cui parla degli stra­bi­lianti suc­cessi della testata da lei diretta dall’esordio ad oggi.

Mi sono preso il tempo per fare un minimo di fact chec­king rispetto a quanto dichiara l’Annunziata.

Abbiamo 250mila fan su Face­book e 180mila fol­lo­wer su Twit­ter, con un enga­ge­ment della com­mu­nity che sfiora il 50% della base fan, uno dei più alti del settore.

Uti­liz­zando Fan­page Karma [se non lo cono­scete è l’occasione buona per] ho veri­fi­cato che il tasso di enga­ge­ment della pagina Face­book del quo­ti­diano si atte­sta al 5.9% ed il livello medio di inte­ra­zione sui post [la “bel­lezza” di 40/die] è dello 0.1%. Attra­verso Twi­to­nomy ho veri­fi­cato che dal 19 luglio al 27 set­tem­bre l’account Twit­ter ha ret­wit­tato 26 volte [1% del totale dei tweet], ha rispo­sto — reply — 10 volte ed ha men­zio­nato 91 volte un account che non fosse il pro­prio [21 delle quali per Mat­teo Renzi] su un totale di 3200 tweet effet­tuati nel periodo preso in considerazione.

Non mi appa­iono esat­ta­mente livelli di inte­ra­zione, di enga­ge­ment, stra­to­sfe­rici come dichia­rato. In caso di dubbi al riguardo basta con­sul­tare la ricerca di «Innova et Bella» su i Face­book Top New­spa­pers 2014 che infatti nep­pure nomina Huf­f­Post Ita­lia, anche se pro­ba­bil­mente, cer­cando di deco­di­fi­care, l’Annunziata in realtà si rife­ri­sce alla reach, alla por­tata della pagina Face­book, quando parla del “50% della base fan”. Come si dice a Milano, Offe­lee, fa el tò mestee [Pastic­ciere, fa’ il tuo mestiere].

2 Grande il suc­cesso del traf­fico da mobile che ormai è pari al 51% del totale.

E sono in effetti pro­prio I social net­work, i motori di ricerca e la cre­scita sul mobile ad aver cam­biato le fonti del nostro traf­fico. La fine­stra su Repubblica.it, che è stata fon­da­men­tale nel lan­cio di que­sta nostra testata, for­ni­sce oggi solo un terzo dei nostri accessi. 

Un terzo degli accessi — pari a circa 60mila utenti unici nel giorno medio — non sono esat­ta­mente bru­sco­lini. Anzi sono per l’esattezza la seconda fonte di traf­fico dopo i social [97% Face­book]. Un peso, quello di Repubblica.it, che va ben oltre le visite dirette e le visite da motori dei ricerca come mostra il gra­fico sottostante.

Gli accesi da mobile, secondo Audi­web, sono il 32%. Com­ples­si­va­mente la for­tis­sima dipen­denza da Repubblica.it e dai social indi­cano un basso tasso di fedeltà alla testata.

3 Que­sta ten­denza posi­tiva si riflette anche sui conti eco­no­mici. Chiu­de­remo il 2014 con un incre­mento dei ricavi del 19 per cento.

«L’Huffington Post Ita­lia» nel suo primo anno di vita ha rea­liz­zato meno di un milione di euro di ricavi ed altret­tanti di per­dite. Per l’esattezza 815mila euro di ricavi e 847mila euro di per­dite. Il 19% di cre­scita dei ricavi è pari a 154mila euro. A pre­scin­dere dal non tra­scu­ra­bile fatto che se le per­dite hanno seguito lo stesso anda­mento i conti della testata restano in rosso, sin­ce­ra­mente 154mila euro di fat­tu­rato pub­bli­ci­ta­rio in più non mi sem­brano un risul­tato stra­bi­liante per una testata con le ambi­zioni [ed il soste­gno] di cui gode — di Huf­f­Post Italia.

Batti, batti le manine…

HUFF-POST22

Content Mktg
Pubblicato il 24 ottobre 2013 by Pier Luca Santoro

Content Marketing “De Noartri”

Alti­me­ter ha pub­bli­cato recen­te­mente “The State of Social Busi­ness 2013: The Matu­ring of Social Media into Social Busi­ness”. La ricerca porta la firma di cele­brati esperti inter­na­zio­nali del cali­bro di Brian Solis e Char­lene Li.

Tra i diversi risul­tati emer­genti si sco­pre, o meglio viene con­fer­mato, che il con­tent mar­ke­ting è in cima alla lista delle prio­rità della comu­ni­ca­zione d’impresa per il 2013.

Una super­fi­ciale ricerca su Goo­gle, effet­tuata uti­liz­zando il nome dello stu­dio, for­ni­sce cen­ti­naia e cen­ti­naia di risul­tati di “blog­ger” che hanno scritto arti­coli e com­menti al riguardo. Lo stesso avviene su Twit­ter e gli altri social media, social network.

Sic­come è ormai noto che la pub­bli­ca­zione di uno stu­dio, di una ricerca sia uno dei modi migliori, e più dif­fusi, per far par­lare di se, mi sono abi­tuato da tempo a guar­dare prima dei risul­tati la meto­do­lo­gia così da poterne veri­fi­care atten­di­bi­lità ed effet­tivo valore [ed even­tual­mente par­larne in que­sti spazi].

Nel caso spe­ci­fico NON viene indi­cata la meto­do­lo­gia e la ricerca si basa su 65 casi. E’ chiaro dun­que che con un cam­pione tanto ridotto di aziende giun­gere a delle con­clu­sioni affi­da­bili è una chi­mera, ed è anche, a mio modo di vedere,  in asso­luto con­tra­sto con le policy dichiarate.

Il con­tent mar­ke­ting “de noartri”.

Content Mktg

PS: Pren­de­tela, se vi pare, come una — minima — lezione di fact checking.

Pubblicato il 30 gennaio 2013 by Pier Luca Santoro

La Bocca della Verità in Tempo Reale

Al «The Washing­ton Post» tira aria di cam­bia­mento e inno­va­zione. Dopo “Live Grid”, for­mato di live blog­ging mul­ti­me­diale, e “Post Pulse”, segna­lati e com­men­tati il 22 gen­naio scorso, adesso viene lan­ciata la bocca della verità in tempo reale.

“Truth Tel­ler”, ancora in fase di pro­to­tipo, è un’applicazione rea­liz­zata da quo­ti­diano sta­tu­ni­tense con il finan­zia­mento della Knight Foun­da­tion che veri­fica le affer­ma­zioni dei poli­tici in tempo reale.

Secondo quanto spiega il gior­nale viene uti­liz­zata la tec­no­lo­gia di Micro­soft Audio Video Inde­xing Ser­vice [MAVIS] per estrarre i file audio dai video dei discorsi dei poli­tici e tra­sfor­marli in testo com­bi­nan­doli al data­base di infor­ma­zioni del quo­ti­diano o a fonti esterne per il fact chec­king, la veri­fica delle affer­ma­zioni in tempo reale.

Guar­dando le prime rea­liz­za­zioni pub­bli­cate il risul­tato è dav­vero inte­res­sante. In un unico spa­zio vi è il video del discorso, la tra­scri­zione dello stesso al cui interno sono evi­den­ziate le por­zioni di testo che sono state veri­fi­cate alle quali si ha accesso come mostra lo screen­shot sottostante.

Ottima ini­zia­tiva sia per­chè riporta, final­mente, il gior­na­li­smo ed i gior­nali al loro ruolo di wat­ch­dog che per la pre­ge­vole rea­liz­za­zione gra­fica, oltre che tec­no­lo­gica, con lo splash a tutta pagina di grande impatto per la sto­ria principale.

Truthteller

Pubblicato il 24 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Aperture Responsabili

Sem­pre meno diamo per scon­tato che le infor­ma­zioni che ci arri­vano dalle “fonti uffi­ciali” siano cor­rette sia sotto il pro­filo dell’imparzialità che ancor­più della veri­di­cità. L’era del “l’ha detto la tele­vi­sione”, come sino­mimo di fat­tua­lità ogget­tiva è sem­pre meno valida per una quota cre­scente degli italiani.

Se ven­gono dun­que a man­care i gate­kee­pers chi sta­bi­li­sce cosa sia “la verità”? Secondo molti que­sto obiet­tivo può essere rag­giunto con una mag­giore aper­tura, in ter­mini di coin­vol­gi­mento e con­tri­bu­zione delle per­sone, di quelli che ci si ostina a chia­mare audience, da parte di gior­na­li­sti e giornali.

E’ pro­prio quello che hanno deciso di fare al «Cor­riere della Sera» che da ieri ha annun­ciato di voler aprirsi ai con­tri­buti dei let­tori, dei cit­ta­dini, per la veri­fica dei fatti. Scelta di corag­gio ed, appunto, di grande aper­tura quella della ver­sione online del quo­ti­diano mila­nese che ha scelto di uti­liz­zare la piat­ta­forma di fact chec­king rea­liz­zata dalla Fon­da­zione Ahref ed attiva da mag­gio di quest’anno dopo la pre­sen­ta­zione al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Perugia.

Ini­zia­tiva che, come spiega, Ales­san­dro Sala, gior­na­li­sta del Cor­sera, non sosti­tui­sce il dovere dei gior­na­li­sti di veri­fi­care fonti e fatti prima della pub­bli­ca­zione [ele­mento che by the way non mi pare sia entrato nel dibattito-scontro in corso sul DDL dif­fa­ma­zione] ma arri­chi­sce, inte­gra l’informazione ren­den­dola più veri­tiera anche solo, banal­mente, gra­zie all’inserimento di fonti che pro­pon­gano la noti­zia da una pro­spet­tiva diversa ed ovvia­mente mediante con­trolli incro­ciati di docu­menti e fonti non citate originariamente.

[tweet https://twitter.com/lex_sala/status/260754381266366466 align=‘center’ lang=‘it’]

Online nel mondo ci sono alcuni esempi di piat­ta­forme di fact chec­king ma tutte, o quasi, con una reda­zione alle spalle. Civic links invece  è la prima che prova a far col­la­bo­rare la comu­nità per veri­fi­care un fatto. Alla base di tutto stanno i media civici di Ahref, luo­ghi che stanno emer­gendo dopo i social net­work e che pro­vano a aiu­tare e abi­li­tare i cit­ta­dini a fare civi­smo attra­verso la pro­du­zione di con­te­nuti fatti con responsabilità.

Attra­verso Fact chec­king, dopo averne giu­sta­mente con­di­viso i prin­cipi di lega­lità, accu­ra­tezza, indi­pen­denza e l’imparzialità, che ven­gono spie­gati al momento dell’iscrizione della regi­stra­zione alla piat­ta­forma, ogni utente può veri­fi­care un fatto con­te­nuto in un arti­colo, in un video, in una tra­smis­sione tv. Può veri­fi­carne l’attendibilità por­tando delle fonti che aumen­tino l’attendibilità della sua verifica.

Die­tro a tutto que­sto sta il mec­ca­ni­smo della repu­ta­zione. Ogni iscritto ha un pro­filo e un livello di repu­ta­zione, gestita da pro­fondi algo­ritmi, che aumenta con la pro­du­zione di con­te­nuti, di com­menti, di veri­fica, di fact checking.

Per avere ulte­riori chia­ri­menti sulla col­la­bo­ra­zione tra «Cor­riere della Sera» e Fact chec­king ho con­tat­tato Michele Kett­ma­ier, Diret­tore Gene­rale della Fon­da­zione Ahref.

Il primo dub­bio, che ho visto cir­co­lare anche su Twit­ter, è che potesse essere almeno in parte un’operazione che masche­rasse col­la­bo­ra­zioni senza che vi fosse il giu­sto rico­no­sci­mento eco­no­mico. Per­ples­sità alla quale Kett­ma­ier mi risponde “qui alla base non c’è busi­ness nè per RCS e tan­to­meno per Ahref che è no profit”

Rimossi dun­que pos­si­bili pre­giu­dizi il Diret­tore Gene­rale della Fon­da­zione Ahref mi spiega che la piat­ta­forma non ha un accordo di esclu­siva con il quo­ti­diano di Via Sol­fe­rino e che “la piat­ta­forma è a dispo­si­zione e per­so­na­liz­za­bile a tutti quelli che desi­de­rano usarla” aggiun­gendo che “ti dico che un altro paio di quo­ti­diani nazio­nali oggi ci hanno chia­mato per chie­derci se pote­vano averla anche loro, quindi è aperta e dispo­ni­bile per tutti, nes­suna esclu­siva per il Corsera”.

Un ulte­riore aspetto che mi inte­res­sava appro­fon­dire era rela­tivo alla pos­si­bi­lità di incen­ti­vare, di moti­vare la par­te­ci­pa­zione all’iniziativa. Al riguardo mi si risponde che “per ora non è pre­vi­sto nes­sun incen­tivo ma stiamo lavo­rando per poter offrire pic­coli modelli di star­tup per gio­vani che ci vogliono pro­vare” come ad esem­pio “un ragazzo che vuole met­ter in piedi una pic­cola reda­zione di fact chec­king può usu­fruire della piat­ta­forma, per­so­na­liz­zarla con il suo mar­chio e ven­dere i fact chek che fa”, pro­se­guendo “tutto da stu­diare, pic­coli modelli di soste­ni­bi­lità da pro­vare e incen­ti­vare, non per diven­tare ric­chi ma soste­ni­bili un po alla volta; io credo di si, che sia giu­sto almeno pro­varci”. Se posso dirlo asso­lu­ta­mente anche io.

Al momento della reda­zione di que­sto arti­colo sono due i temi lan­ciati da Corriere.it ai quali è pos­si­bile for­nire il pro­prio con­tri­buto di que­sta impor­tante ini­zia­tiva nella quale il gior­nale pare dav­vero cre­dere, al punto da met­terci la fac­cia del suo Vice­di­ret­tore. Al momento però, pur­troppo, i con­tri­buti rice­vuti sulle pro­po­ste sono scarsi, anzi nulli, e sarebbe dav­vero un pec­cato se il corag­gio e la bontà dell’iniziativa doves­sero essere fru­strati sul nascere.

A mio avviso è neces­sa­rio lavo­rare sulla moti­va­zione [non in ter­mini eco­no­mici] delle per­sone incen­ti­van­dole, spin­gen­dole a dare il pro­prio con­tri­buto. A monte, da quello che si ascolta dalle inter­vi­ste fatte in occa­sione del Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Peru­gia su come veri­fi­cano l’informazione e le noti­zie che leg­gono, è evi­dente che c’è un dif­fuso pro­blema culturale.

Enne­sima evi­denza di come la mag­gior quan­tità di infor­ma­zioni dispo­ni­bili non cor­ri­sponda neces­sa­ria­mente una popo­la­zione mag­gior­mente infor­mata, al quale si aggiunge il fatto che se la Rete disin­ter­me­dia al tempo stesso spinge su un senso di respon­sa­bi­lità che in prima bat­tuta pochi sono dispo­sti ad accet­tare.  Fat­tori dei quali è neces­sa­rio tenere conto da più di un punto di vista per inter­ve­nire ade­gua­ta­mente al rispetto.

Scheda Italia Rapporto sulla Competitività -
Fonte: The Global Competitiveness Report 2012 - 2013
Pubblicato il 7 settembre 2012 by Pier Luca Santoro

Le Notizie che i Giornali NON Danno

Il 5 Set­tem­bre e stato pub­bli­cato dal World Eco­no­mic Forum il Glo­bal Com­pe­ti­ti­ve­ness Report 2012–2013, rap­porto con cadenza annuale che ana­lizza, sulla base di 12 fat­tori di com­pe­ti­ti­vità e un son­dag­gio d’opinione tra gli impren­di­tori, il livello di com­pe­ti­ti­vità di 144 nazioni del mondo.

L’Italia si posi­ziona al 42° posto a livello mon­diale e, ancora una volta fana­lino di coda in Europa, dopo Spa­gna, Repub­blica Ceca e Polo­nia. A pesare, come mostra l’immagine sot­to­stante, sono soprattutto:

  • Rigi­dità del mer­cato del lavoro [127° posto] mal­grado l’approvazione della recente riforma
  • Arre­tra­tezza del mer­cato finan­zia­rio [111° posto]
  • Dif­fusa cor­ru­zione, scarsa fidu­cia nell’indipendenza del sistema giu­di­zia­rio e con­te­sto isti­tu­zio­nale che fa cre­scere i costi per le imprese e gli inve­sti­tori [97° posto]

Scheda Ita­lia Rap­porto sulla Com­pe­ti­ti­vità
- Fonte: The Glo­bal Com­pe­ti­ti­ve­ness Report 2012 — 2013 -

Men­tre la coper­tura infor­ma­tiva inter­na­zio­nale è stata suf­fi­cien­te­mente ampia, nes­suno dei dei prin­ci­pali quo­ti­diani nazio­nali, ad esclu­sione del «Il Sole24Ore», che comun­que gli dedica uno spa­zio dav­vero ridotto per una testata spe­cia­liz­zata su que­sti temi, ha dedi­cato spa­zio alla noti­zia e, di con­se­guenza, anche blog e social media nel nostro Paese, dimo­strando quanto i “new media” siano anco­rati ai main­stream media [ma que­sto è un altro discorso], hanno dif­fuso e com­men­tato l’informazione.

Sul per­chè que­sto sia avve­nuto sono lecite tutte le ipo­tesi, dal non voler tur­bare l’opinione pub­blica, ele­mento che però non mi pare pre­oc­cupi i media su altri temi, al soste­gno [quasi] bipar­ti­san e incon­di­zio­nato all’attuale governo, pas­sando per i pos­si­bili riflessi sullo spread ed altro ancora.

Sta di fatto che la vicenda non può che tur­bare chi, come il sot­to­scritto tra gli altri, ha a cuore un’informazione libera e indi­pen­dente, e dimo­stra il totale alli­nea­mento del sistema media­tico sulla dif­fu­sione, o meno, di infor­ma­zioni con­si­de­rate “sensibili”.

Un silen­zio assor­dante che si era veri­fi­cato già in altre occa­sioni e che con­ferma un sistema di con­trollo infor­ma­tivo ai limiti della cen­sura, enne­sima evi­denza del ser­vi­li­smo strut­tu­rale del gior­na­li­smo ita­liano che più che un “wat­ch­dog” appare essere una escort. Un pano­rama dell’informazione ita­liana fatta di silenzi infor­mati e dei rumori disin­for­mati che non può che lasciare l’amaro in bocca.

Diceva Luigi Einaudi che “la libertà eco­no­mica è la con­di­zione neces­sa­ria per la libertà poli­tica”, sia i risul­tati del rap­porto del World Eco­no­mic Forum che il silen­zio sotto il quale è pas­sato, mani­fe­stano in maniera evi­dente come non sia que­sto il caso per l’Italia.

Com­pe­ti­ti­vità per Nazione nella UE
- Fonte: The Glo­bal Com­pe­ti­ti­ve­ness Report 2012 — 2013 -

A mar­gine, sem­pre in tema ovvia­mente, si segnala que­sta inte­res­sante discus­sione su Social Media, infor­ma­zione e fact checking.

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Pubblicato il 6 giugno 2012 by Pier Luca Santoro

Il Terremoto delle Notizie

I due ter­re­moti, per par­lare delle scosse prin­ci­pali del 20 e 29 mag­gio, che hanno scosso l’Emilia e coin­volto emo­ti­va­mente l’Italia intera, hanno avuto una gran­dis­simi coper­tura media­tica sia dalle fonti tra­di­zio­nali, gior­nali e tele­vi­sioni, che in Rete con Twit­ter sem­pre più mezzo di dif­fu­sione di noti­zie anche nel nostro paese.

Su entrambi i fronti non sono man­cate le pole­mi­che e gli errori, con da un lato il richiamo dell’ordine dei Gior­na­li­sti ad evi­tare allar­mi­smo nella rin­corsa allo scoop ad ogni costo da parte dei pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione e la bufala della RAI, e dall’altro lato l’ingorgo di Twit­ter che ha creato la neces­sità di scri­vere un deca­logo sul suo uti­lizzo negli eventi di crisi anche a causa di spe­cu­la­zioni tanto dan­nose quanto inu­tili che sono state create da alcune imprese.

Sono aspetti dei quali ho avuto modo di par­lare più volte nel tempo, anche di recente. Se cer­ta­mente la tem­pe­sti­vità dell’informazione non è sem­pre neces­sa­ria­mente un valore, ancor meno se fini­sce per essere ele­mento di disturbo alla sele­zione qua­li­fi­cata ed all’affidabilità, pre­fe­ri­sco guar­dare al lato posi­tivo, alla soli­da­rietà, ai volon­tari digi­tali [e ovvia­mente a quelli sul campo] ed agli esempi vir­tuosi di col­la­bo­ra­zione che si sono sviluppati.

E’ indub­bio che vi siamo ancora degli anelli man­canti per sfrut­tare al meglio le poten­zia­lità infor­ma­tive e di col­la­bo­ra­zione, ma se  la “con­tent cura­tion” è la sfida da vin­cere sui social net­work, come giu­sta­mente scrive Serena Danna nel suo arti­colo sul tema, esi­stono gli stru­menti per farlo, forse il pro­blema è di cono­scerli e saperli utilizzare.

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Sarà inte­res­sante cono­scere, quando saranno dispo­ni­bili, i dati Audi­web con gli accessi durante il mese di mag­gio ai siti d’informazion e online e i dati ADS sulle dif­fu­sioni dei quo­ti­diani in edi­cola, anche se da una mia inda­gine pare che per le ven­dite dei quo­ti­diani il ter­re­moto ha avuto un impatto scarso o nullo. Ele­mento che, se con­fer­mato, fa riflet­tere sul posi­zio­na­mento dei gior­nali gene­ra­li­sti nell’attuale eco­si­stema dell’informazione.

Come nel caso dell’attentato di Brin­disi, sono state  ana­liz­zate in det­ta­glio le con­di­vi­sioni delle 30 testate moni­to­rate da UAC Meter in rife­ri­mento al ter­re­moto [che non smette].

I risul­tati evi­den­ziano, come già emer­geva dal gra­fico sopra ripor­tato rela­tivo solo a Twit­ter,  che la seconda scossa del 29 mag­gio ha otte­nuto un numero di con­di­vi­sioni su Face­book, Twit­ter e Goo­gle Plus, di gran lunga supe­riore a quella pre­ce­dente del 20.

Com­ples­si­va­mente, nel per­diodo com­preso tra il 20 mag­gio ed il 03 giu­gno, sono state circa 350mila [347,743] le con­di­vi­sioni di arti­coli sulla notizia.

Oltre ai tre “soliti noti”: «La Repub­blica», «Il Cor­riere della Sera» ed «Il Fatto Quo­ti­diano», emerge l’ «Ansa», fonte d’informazione che ottiene il mag­gior numero di arti­coli con­di­visi [183] con­fer­mando il valore attri­buito alla tem­pe­sti­vità dell’informazione in que­sti casi, anche se il pri­mato del totale con­di­vi­sioni resta a «La Repub­blica» con 64,872 men­tion totali.

Anche «TGcom24» ha ben 157 arti­coli con­di­visi con un arti­colo: “Sisma le ban­che fanno cassa sulle disgra­zie. Com­mis­sioni sui boni­fici di soli­da­rietà” che da solo ottiene oltre 7mila con­di­vi­sioni. Rispunta la voca­zione social [in par­ti­co­lare su Face­book — vd 12 & 3] di «Gior­na­let­ti­smo», testata all digi­tal di recente entrata nel gruppo Ban­zai, che ha 83 arti­coli con­di­visi per un totale di più di 15mila mention.

La quota delle prime sei testate sopra men­zio­nate arriva al 63%. I  tre “soliti noti”, così come li ho con­ven­zio­nal­mente defi­niti, pesano il 43,3%.

L’informazione in Rete con­ti­nua a mostrare una mag­gior con­cen­tra­zione rispetto a quella omo­loga su carta anche sui social media, è un aspetto non tra­scu­ra­bile sia in ter­mini di pro­spet­tive di busi­ness che a livello di moni­to­rag­gio della plu­ra­lità informativa.

Anche que­sta volta, clic­cando sull’immagine sot­to­stante avrete accesso ad altre infor­ma­zioni sup­ple­men­tari, che per sin­tesi ho tra­la­sciato, non­chè alla ver­sione inte­rat­tiva e per­so­na­liz­za­bile dell’elaborazione realizzata.

- Clicca per Acce­dere alla Ver­sione Interattiva -

Pubblicato il 13 aprile 2012 by Pier Luca Santoro

Il Crocevia dell’Informazione

Pome­rig­gio di oggi, venerdì 13, dedi­cato all’informazione al Vene­zia Camp 2012, come spiega, anche, «Il Cor­riere della Sera».

Un pro­gramma dav­vero ricco, con inter­venti, tra gli altri, di Vit­to­rio Paste­ris, che forte dell’esperienza in corso con «Quo­ti­diano Pie­mon­tese» pro­verà a rispon­dere alla domanda se la rina­scita dell’informazione in Ita­lia cominci vicino a casa, e Carlo Felice Dalla Pasqua, edi­tor dell’edizione online del «Gazzettino».

Il con­tri­buto di Ric­cardo Pole­sel e del sot­to­scritto si con­cen­trerà sul “tema caldo” del con­tro­verso rap­porto tra social media ed infor­ma­zione, gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo e fact chec­king. Una chiac­chie­rata di un’ora a tutto campo dal cherry pic­king al nowism pas­sando per ham­ste­ri­za­tion e response-ability, con diverse case study per dare con­cre­tezza al dibat­tito sul tema. Aspetti che ver­ranno poi inte­grati da Gal­dino Var­da­nega con il suo speech sul con­sumo delle noti­zie nell’era dei social media.

In attesa del Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo, ormai pros­simo, il Vene­zia Camp diviene il cro­ce­via dell’informazione.

Sè venite ci vediamo lì, in caso con­tra­rio potete seguire su Twit­ter con l’hashtag #vene­zia­camp e leg­gere la pre­sen­ta­zione sottostante.

Pubblicato il 21 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Fact Checking: Il Caso Mohammed Merah

In breve, quasi fosse un flash d’agenzia, l’esperienza dell’ultima ora.

Il live blog­ging del Guar­dian sull’assedio al pre­sunto ter­ro­ri­sta riporta di una “tweet sospetto” da parte del Media & Infor­ma­tion Cen­ter del Kandahar.

[tweet https://twitter.com/KandaharMediaOf/status/182453137511161857 align=‘center’ lang=‘it’]

Mando una mail di richie­sta di chia­ri­mento alla fonte e nel frat­tempo a ritroso veri­fico, in attesa di rispo­sta, il per­corso della noti­zia arri­vando a risa­lire a cosa [e chi] ha gene­rato l’affermazione.

[tweet https://twitter.com/MaryFitzgerldIT/status/182423083724976130 align=‘center’ lang=‘it’]

Nel frat­tempo arriva la mail di rispo­sta pun­tua­lis­sima e sol­le­cita della fonte gover­na­tiva del Kan­da­har che con­ferma omo­ni­mia ma nes­suna atti­nenza. Si chiude in que­sto modo il cer­chio dimo­strando la pos­si­bi­lità di fare fact chec­king, di non con­tri­buire alla dif­fu­sione di noti­zie false o  equi­vo­che con poco sforzo e senso di respon­sa­bi­lità delle persone.

Mi resta solo una domanda, un dub­bio, se invece del Kan­da­har fosse stata l’Italia avrei avuto una rispo­sta in meno di un’ora?

Pubblicato il 13 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Autodisciplinato

Poyn­ter segnala i dati sulla velo­cità di dif­fu­sione di infor­ma­zioni errate  attra­verso Twit­ter pre­sen­tati durante la recente con­fe­renza pro­prio sulla fidu­cia nei media digitali.

Si tratta di ele­menti che for­ni­scono un con­tri­buto impor­tante al dibat­tito su fact chec­king ed affi­da­bi­lità dell’informazione digi­tale, ed in par­ti­co­lare pro­prio sulle bufale che ven­gono dif­fuse attra­verso Twit­ter. Aspetti ai quali avevo aggiunto la nozione di nowism come ele­mento di qua­li­fi­ca­zione, rifles­sione e con­fronto rispetto alle dina­mi­che di dif­fu­sione di infor­ma­zioni inac­cu­rate attra­verso la piat­ta­forma di microblogging.

Anche se nel lungo periodo vi è una sorta di annul­la­mento, di cor­re­zione dell’effetto bufala, che è indice di una com­ples­siva auto­di­sci­plina del sistema, il gra­fico di sin­tesi dei risul­tati emer­genti sot­to­ri­por­tato evi­den­zia come l’informazione scor­retta abbia una velo­cità ed una por­tata di dif­fu­sione in fase ini­ziale più che dop­pia rispetto a quella corretta.

Gilad Lotan, autore dell’analisi e Vice-Presidente della R&S di Social­Flow, star­tup dedi­cata allo svi­luppo di tech­no­lo­gia tesa ad otti­miz­zare pro­prio i con­te­nuti dispo­ni­bili nei social media, spiega che a suo avviso le moti­va­zioni sono da ricer­carsi, da un lato, nella ten­denza a dif­fon­dere noti­zie ed infor­ma­zioni che ci rap­pre­sen­tano, alle quali vogliamo cre­dere, e dall’altro lato, a causa della bassa pro­pen­sione ad auto­cor­reg­gersi, a twee­tare la cor­re­zione di quanto erro­nea­mente diffuso.

Non si tratta di atti­vare gli sce­riffi dellla Rete, già dif­fusi a suf­fi­cienza ahimè, come testi­mo­nia dal lungo elenco di nemici di inter­net sti­lato da RSF, ma di dare un senso a con­di­vi­sione, fidu­cia e respon­sa­bi­lità  rea­liz­zando un codice di auto­di­sci­plina al quale sia pos­si­bile ade­rire volon­ta­ria­mente per assu­mersi la giu­sta respon­sa­bi­lità per­so­nale che la con­ces­sione di fidu­cia da sem­pre implica faci­li­tando e gui­dando il pro­cesso di auto­di­sci­plina natu­rale che, come emerge dai dati, anche Twit­ter pare avere.

Al primo punto met­te­rei: prima di clic­care, twet­tare o [re]tweetare, leggo e veri­fico l’informazione che sto segna­lando, condividendo.

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