facebook

Facebook Dog
Pubblicato il 25 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Facebook, Famo a Capisse

Sono tra­pe­late in que­sti giorni delle indi­scre­zioni secondo le quali Face­book sta­rebbe strin­gendo accordi con alcune testate per la pro­du­zione e la pub­bli­ca­zione di con­te­nuti esclu­si­va­mente all’interno del social net­work più popo­loso del pianeta.

Secondo quanto viene ripor­tato, se sinora il rap­porto tra Face­book e le diverse testate era basato esclu­si­va­mente sullo scam­bio con­te­nuti — traf­fico, adesso, pare, che vi sia l’ipotesi di una ripar­ti­zione anche dei ricavi.

Se sotto il pro­filo eco­no­mico potrebbe rap­pre­sen­tare effet­ti­va­mente un’opportunità, credo però che sia una strada da non per­cor­rere, in par­ti­co­lare per i legacy media quali il NYTi­mes [che sem­bre­rebbe essere una delle testate coin­volte sin dall’inizio] ma anche per molti altri.

Facebook Dog

Vi sono aspetti legati alle con­di­zioni d’uso di Face­book che lasciano più che per­plessi rispetto al con­trollo che le testate hanno ed avreb­bero sulla pub­bli­ca­zione dei loro contenuti.

Resta da chia­rire quale possa essere il pos­sesso dei dati da parte di Face­book sui let­tori dei quo­ti­diani, aspetto già oggi con­tro­verso che ovvia­mente si accre­sce­rebbe in maniera espo­nen­ziale. Dati sui quali, altret­tanto, testate per­de­reb­bero poten­zial­mente il con­trollo ed il pos­sesso. Dati che val­gono, forse, più di ogni altra cosa e che se “fil­trati” da Face­book prima di essere for­niti agli edi­tori rap­pre­sen­te­reb­bero una per­dita poten­zial­mente ine­sti­ma­bile, cer­ta­mente supe­riore a qual­si­vo­glia accordo di reve­nue sharing.

Soprat­tutto, al di là di tutta una serie di aspetti di con­torno, è l’idea che Face­book possa essere sem­pli­ce­mente un’altra piat­ta­forma di distri­bu­zione dei con­te­nuti, o peg­gio, come avviene nella mag­gior parte dei casi ora, uno spa­zio dal quale dra­gare traf­fico al sito.

Sta qui, a mio avviso, il mag­gior equi­voco. Face­book è un bar, una piazza, di paese dove incon­trare per­sone, com­pren­derne inte­ressi, moti­va­zioni, aspi­ra­zioni da inter­pre­tare cor­ret­ta­mente per tra­durli e ren­derli dispo­ni­bili a casa pro­pria, nel pro­prio sito, nei ser­vizi forniti.

L’engagement, apo­teosi orga­smica del social media mar­ke­ting, resta una vanity metric se limi­tata ad un nume­rino da inse­rire nei report per riu­nioni tanto fre­quenti quanto prive di signi­fi­cato e valore. L’engagement ha senso se viene siste­ma­tiz­zato come pra­tica il cui scopo e quello di appro­fon­dire la rela­zione con le per­sone così da poterle ser­vire, nel senso posi­tivo del ter­mine, al meglio. L’engagement ha senso se, come dovrebbe essere, i numeri si tra­sfor­mano in com­pren­sione di feno­meni, di ten­denze, di evo­lu­zioni sulle quali costruire il pro­prio rap­porto con il pub­blico di rife­ri­mento, con le persone.

Vale per qua­lun­que brand, credo dav­vero, inclusi i new­sbrand. Tutto il resto è noia.

Numbers Actions

Brands Community
Pubblicato il 24 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Altri Mondi Possibili

Se nello sti­vale l’approccio all’utilizzo dei social da parte dei legacy media è for­te­mente spe­cu­la­tivo, con un’ottica di breve incen­trata pre­va­len­te­mente a dra­gare traf­fico senza che di fatto vi sia una visione d’assieme sul tipo di pre­senza sulle diverse piat­ta­forme, Face­book incluso, e sul signi­fi­cato e valore [*] che que­sto impli­chi per cia­scun new­sbrand, pra­ti­cando di fatto social washing, da oltreo­ceano arriva la dimo­stra­zione, la con­ferma, che l’ipotesi che si possa e si debba pro­ce­dere con un cri­te­rio diverso è fondata.

È il caso di Vox, testata all digi­tal la cui mis­sion dichia­rata è “explain the news”, spie­gare le noti­zie, e che rap­pre­senta un caso di suc­cesso a circa un anno dal lancio.

Per inau­gu­rare il blog di Vox­Me­dia dedi­cato al mar­ke­ting viene pub­bli­cato il caso di stu­dio sull’approccio di Vox alla pub­bli­ca­zione su Face­book, perno cen­trale nella cre­scita espo­nen­ziale dall’aprile 2014 ad oggi. Approc­cio che viene così descritto:

Under­stan­ding that there is inhe­rent brand-building value in get­ting in front of audien­ces even if they aren’t always direc­ted back to a web­site has been a key ele­ment of Vox.com’s Face­book gro­wth. By employ­ing this stra­tegy, Vox.com has been able to attract fans quic­kly and grow a strong base on Face­book, which in turn results in more web site refer­rals over the long run.

Altri mondi sono possibili

Brands Community

[*] Davide Desa­rio, respon­sa­bile del sito de Il Mes­sag­gero, attra­verso Twit­ter replica +

Messaggero Belen
Pubblicato il 23 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Newsbrand

Un mar­chio esi­ste dav­vero solo se ha un rap­porto vivo con i pro­pri con­su­ma­tori, con le per­sone. Se cer­ta­mente gli attri­buti fun­zio­nali di pro­dotto e i bene­fici sono ele­menti distin­tivi, ciò che crea valore aggiunto è la riso­nanza emo­tiva che ha con i suoi con­su­ma­tori. In altre parole, sem­pli­fi­cando per sin­tesi, un mar­chio non è un vero e pro­prio mar­chio fino a che non è amato da qualcuno.

love-respect-axis

Si tratta di un aspetto che oggi è asso­lu­ta­mente vero e valido anche per l’industria dell’informazione, per i quo­ti­diani che si evol­vono sem­pre più in newsbrand.

Quindi il valore di un gior­nale online è, e sarà sem­pre più, diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla sua capa­cità di dimo­strare di avere, oltre ai soliti “numeri”, anche quelli rela­tivi ad una comu­nità di let­tori real­mente coin­volti e attenti, ovvero che abbiano voglia di con­di­vi­dere idee, con­te­nuti, che desi­de­rano dia­lo­gare con gli autori degli arti­coli, che par­te­ci­pino agli eventi orga­niz­zati da quel gior­nale, che si sen­tano insomma coin­volti con­cre­ta­mente nel pro­getto edi­to­riale, lo amino e quindi lo per­ce­pi­scano come un valore.

Spie­gava tempo fa Katha­rine Viner, di recen­tis­sima nomina come diret­trice del Guar­dian, che “Il web ha cam­biato, in maniera molto chiara, il modo in cui orga­niz­ziamo le infor­ma­zioni: dal for­mato fisso e solido di libri e gior­nali si è pas­sati a qual­cosa di liquido e con un flusso libero, dalle pos­si­bi­lità illi­mi­tate”. Pos­si­bi­lità di cui i social, con Face­book in prima fila, fanno parte a tutti gli effetti.

Diversi miei con­tatti attra­verso i social mi hanno segna­lato [qui, qui, qui e qui. GRAZIE!] il caso del Mes­sag­gero che sulla pro­pria pagina Face­book, rispon­dendo alle obie­zioni poste da più per­sone rela­ti­va­mente alla scelta di pub­bli­care un post sui rumors di un’eventuale sepa­ra­zione tra Belen e Di Mar­tino, scrive a più riprese, sep­pure in modo diverso, “Que­sto non è il Mes­sag­gero. Que­sta è la pagina Face­book del Messaggero”.

Messaggero Belen

Si tratta di una rispo­sta, riba­dita ahimè anche su Twit­ter da Davide Desa­rio, respon­sa­bile del sito del quo­ti­diano in que­stione, che evi­den­te­mente pre­senta più di un vizio di forma.

È la mio­pia che si dimo­stra del volere dal let­tore sola­mente un click su un titolo. Niente, asso­lu­ta­mente niente di più.

È la dimo­stra­zione di quanto scarsa sia la com­pren­sione della Rete come eco­si­stema. Dove il limite, o il van­tag­gio, non sta ovvia­mente nella dispo­ni­bi­lità illi­mi­tata di spa­zio, come viene affer­mato, ma nella dispo­ni­bi­lità ad avere atten­zione da parte dei let­tori, delle persone.

Soprat­tutto, è l’evidenza di non aver capito che la pagina Face­book è a tutti gli effetti parte della testata. La gestione, in ter­mini di dia­logo ma anche a livello di pro­po­ste di con­te­nuti, è asso­lu­ta­mente una parte, sem­pre più rile­vante, della repu­ta­zione, dell’immagine di marca, di un giornale.

La gestione di un brand, anche quello dei gior­nali, appunto defi­niti new­sbrand, passa sem­pre più dalla rela­zione, dalla con­ver­sa­zione, come si suol dire. Imma­gi­nare che la pre­senza social di una testata non sia ele­mento inte­grante della stessa, molto spesso senza gestirla, signi­fica accom­pa­gnarne il deca­di­mento, la per­dita di valore. Tor­ne­remo a par­larne al pros­simo Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo di Peru­gia, pare ce ne sia dav­vero un grande bisogno…

Digital Economy

Medium Used US
Pubblicato il 19 marzo 2015 by Pier Luca Santoro

Spacchettare o Morire

Che i gior­nali siano morti è un’affermazione che abbiamo sen­tito fino alla noia negli ultimi 5 anni. La ricerca di “death of new­spa­pers” for­ni­sce 157milioni di risul­tati in 42 secondi.

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L’affermazione sull’inevitabilità dell’estinzione dei gior­nali si rife­ri­sce impli­ci­ta­mente alla ver­sione car­ta­cea degli stessi pre­ve­den­done invece un futuro sicuro, anche se con un per­corso acci­den­tato, per l’online/digitale. Futuro che, come noto, pra­ti­ca­mente nes­suno degli edi­tori ha capito a fondo come ren­dere soste­ni­bile economicamente.

Arri­vano ora, pres­so­ché con­tem­po­ra­nea­mente, due ricer­che dagli Stati Uniti che aiu­tano a fare chia­rezza sulle pro­spet­tive dei giornali.

Il primo: “The Infi­nite Dial 2015″, con­dotto da  Edi­son Research e Tri­ton Digi­tal tra gen­naio e feb­braio di quest’anno, ana­lizza il rap­porto degli Ame­ri­cani con le tec­no­lo­gie digi­tali ed i “new media”.  Alla domanda “Tra Inter­net, gior­nali, radio e tele­vi­sione, qual’è quello essen­ziale per la tua vita?” solo il 4% degli inter­vi­stati risponde posi­ti­va­mente per i gior­nali. Per­cen­tuale che cala ulte­rior­mente al 3% in caso della ricerca di infor­ma­zioni su eventi di par­ti­co­lare rile­vanza come mostra il gra­fico di sin­tesi dei risul­tati sotto riportato.

Medium Used US

Il secondo: “How Mil­len­nials Get News: Inside the habits of America’s first digi­tal gene­ra­tion”, con­dotto da the Ame­ri­can Press Insti­tute e the Asso­cia­ted Press-NORC Cen­ter for Public Affairs Research, ana­lizza il com­por­ta­mento di con­sumo dei con­te­nuti sul web da parte della gene­ra­zione dei millennials.

La ricerca con­tiene nume­rose infor­ma­zioni e vale asso­lu­ta­mente il tempo della let­tura [e della rifles­sione].  Dello stu­dio mi hanno col­pito in par­ti­co­lare due aspetti. In pri­mis quale sia l’idea di noti­zia ed infor­ma­zione secondo gli inter­vi­stati, con le “hard news”, le noti­zie di cro­naca sola­mente al set­timo posto tra quelle seguite con rego­la­rità, la poli­tica nazio­nale in nona posi­zione e l’informazione economico-finanziaria terzultima.

L’altro aspetto, che si inte­gra con i dati di Edi­son, riguarda le fonti uti­liz­zate per appro­fon­dire un argo­mento, una noti­zia. In que­sto caso i gior­nali, siano essi di carta o meno, ottengo una pre­fe­renza risi­ca­tis­sima nell’ordine del 3% degli intervistati.

Millennials Topics

È evi­dente che una parte degli appro­fon­di­menti ricer­cati attra­verso i motori di ricerca e Face­book approdi nuo­va­mente alle testate online ma è l’idea di fonte d’informazione ad essere com­ple­ta­mente mutata.

Ora gra­zie ai motori di ricerca, ed ai con­tatti in Rete, sui social, di cui ci fidiamo, cer­chiamo l’argomento che ci inte­ressa prima che la fonte, ed ovvia­mente non è dif­fi­cile imma­gi­nare che a fronte di una pre­fe­renza tal­mente ridotta la dispo­ni­bi­lità a pagare sia ten­den­zial­mente nulla.

I gior­nali sono morti, come si pro­clama ormai da almeno un lustro, ma la que­stione non è se siano morti quelli di carta e quante spe­ranze, quante pos­si­bi­lità abbiano quelli digitali/online, è l’idea di gior­nale come pac­chetto mono­li­tico ad essere defunta e con essa i modelli di busi­ness che l’hanno carat­te­riz­zato negli ultimi 100 anni.

Non a caso David Carr [RIP], da fine ana­li­sta quale era, già nel 2009 esor­tava ad inven­tare l’iTunes delle noti­zie. Invito che Blendle pare aver rac­colto con suc­cesso ed al quale infatti si sono inte­res­sati alcuni tra i prin­ci­pali player inter­na­zio­nali quali il The New York Times Com­pany e Axel Springer.

Spac­chet­tare o morire.

newspapers death

Human Highway
Pubblicato il 16 marzo 2015 by Giacomo Fusina

Open Data: i vincitori del concorso

Lo scorso 17 feb­braio, Data­Me­dia­Hub e Human High­way hanno indetto un con­corso infor­male sull’analisi dei dati pro­dotti da UAC Meter nel mese di gen­naio 2015. Il data­set è stato reso dispo­ni­bile sul sito di Human High­way ed è stato sca­ri­cato 81 volte fino al 7 marzo, giorno di chiu­sura del con­corso. I dati in esso con­te­nuti si rife­ri­scono a oltre 80mila arti­coli com­parsi su 73 testate d’informazione online e per ogni arti­colo pre­sen­tano URL, titolo e tag, data di pub­bli­ca­zione e numero di con­di­vi­sioni su quat­tro social net­work (Face­book, Twit­ter, Goo­gle Plus e LinkedIn).

Il lavoro più inte­res­sante è stato pro­dotto da Ste­fano Perna e da Pier­luigi Vitale di Data Fac­tory: il loro wid­get — pro­dotto con Tableau — si basa sull’idea della social sphere e mette in evi­denza tutte le dimen­sioni pre­senti nel data­set, evi­den­ziando in modo effi­cace gli arti­coli con il mag­gior numero di con­di­vi­sioni. Inol­tre, l’interattività del wid­get con­sente di indi­vi­duare alcuni seg­menti di noti­zie fil­trando i risul­tati per parola chiave, testata, data di pub­bli­ca­zione, social net­work e sin­golo articolo.

Si nota, tut­ta­via, un po’ ridon­danza tra il ruolo social sphere com­ples­siva e quelle dei sin­goli social e non è facile rico­no­scere molti degli ele­menti nelle sfere a causa della loro dimen­sione con­te­nuta. Un note­vole miglio­ra­mento dell’analisi sarebbe pos­si­bile se gli arti­coli fos­sero clas­si­fi­cati in base al tema trat­tato, un arric­chi­mento dei dati che Human High­way sta pro­get­tando di intro­durre nelle pros­sime settimane.

Abbiamo chie­sto a Ste­fano e Pier­luigi di rac­con­tarci l’approccio con il quale hanno pro­dotto il loro lavoro con tre domande.

[1] Quanto tempo avete impie­gato per svi­lup­pare il wid­get e quali dif­fi­coltà avete incon­trato?
Il tempo impie­gato nella pro­du­zione della visua­liz­za­zione è stato rela­ti­va­mente breve. Un paio di mat­ti­nate intense.
La dif­fi­coltà mag­giore non è stata di tipo tec­nico ma idea­tivo: tro­vare la forma visuale più adatta a sem­pli­fi­care l’accesso  e l’esplorazione di un numero così ele­vato di dati pur rispet­tan­done la com­ples­sità e la pro­fon­dità. Il ten­ta­tivo era quello di pro­durre un out­put che risul­tasse allo stesso tempo leg­gi­bile, esplo­ra­bile ed anche accat­ti­vante e che inol­tre lasciasse al frui­tore un’ampia gamma di per­corsi di lettura.

[2] Il risul­tato finale di un lavoro di que­sto tipo è frutto di un’idea ini­ziale o emerge man mano che metti “la testa e le mani” sui dati?
In que­sto caso spe­ci­fico hanno fun­zio­nato entrambi gli approcci. Da un lato que­sta visua­liz­za­zione con­tiene un’idea di design dei dati su cui era­vamo già al lavoro, una moda­lità in grado di rispec­chiare visi­va­mente la con­ce­zione dei social media come eco­si­stemi. Dall’altro, lavo­rando con­cre­ta­mente sui dati e ini­ziando a pren­derci con­fi­denza, la forma ha ini­ziato a emer­gere attra­verso una serie di ite­ra­zioni. Diciamo che si è trat­tato di una sin­tesi tra le due moda­lità: un’idea/guida visiva e una tipo­lo­gia di dati che si pre­sta­vano par­ti­co­lar­mente bene per far emer­gere forme di quel tipo.

[3] Su quali temi e quali dati vi pia­ce­rebbe lavo­rare?
Lavo­riamo quo­ti­dia­na­mente su tutto quanto è pos­si­bile estrarre dai social media e dal Web in gene­rale. E’ un’inesauribile fonte di ispi­ra­zione e di spunti di ricerca. Senza esclu­dere l’universo dischiuso dagli Open­Data, un vero e pro­prio big bang. Da appas­sio­nati ana­li­sti e desi­gner dei dati, ci piace acco­gliere nuove sfide che ci con­sen­tano di “car­to­gra­fare” la complessità.

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