el pais

Community vs. Facebook Infographic
Pubblicato il 14 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

Creare delle Community NEL Sito del Giornale

Il tempo speso sul sito del gior­nale è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indi­ca­tore impor­tante del livello di coin­vol­gi­mento effet­tivo del let­tore. Indi­ca­tore che, per essere spe­cu­la­tivo viste le dif­fi­coltà com­ples­sive di mone­tiz­za­zione, che può essere speso per aumen­tare il valore di ven­dita per CPM.

Uno dei modi per aumen­tare la per­ma­nenza sul sito è quella di coin­vol­gere il let­tore rispetto ad atti­vità, ad inte­ressi che fac­ciano appunto sì che abbia voglia di pas­sare una parte cre­scente del tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera cre­scente, all’interno dei diversi social net­work a comin­ciare da Face­book ovvia­mente che ormai è un eco­si­stema a parte, a se stante.

Da que­sto punto di vista nella mag­gior parte dei casi la stra­te­gia delle testate di corsa a fol­lo­wer e fan è spesso inda­guata sia per­chè “gio­care” in casa d’altri con regole arbi­tra­rie altrui è sem­pre rischioso che per­chè ci si è limi­tati ad uti­liz­zare que­sti mezzi pre­va­len­te­mente in una logica, estre­ma­mente par­ziale e ridut­tiva, di cross pro­mo­tion.

Rare le ecce­zioni a que­sto modo di pro­ce­dere se si esclu­dono Eskup di «El Pais» e «The Guar­dian» con la filo­so­fia open con l’ennesimo passo verso l’apertura ai con­tri­buti dei let­tori gra­zie a #smart­ta­kes, stru­mento di aggre­ga­zione, di cura­tion dei con­te­nuti per rac­co­gliere ana­lisi e com­menti dei let­tori in un unico spa­zio e Notice, bacheca vir­tuale iper­lo­cale in con­ti­nua evoluzione.

Ovvia­mente in fun­zione del posi­zio­na­mento della testata e delle rela­tive carat­te­ri­sti­che del let­to­rato le scelte di come pro­ce­dere pos­sono essere distinte. E’ il caso del «The Wall Street Jour­nal», da un lato pro­tetto da un pay­wall dal 1997, chiu­sura tesa alla valo­riz­za­zione dei con­te­nuti, oltre che a gene­rare ricavi anche da online/digitale, e dall’altro lato aper­tura attra­verso i social media hanno creato invece di un muro una sorta di cap­pio di vel­luto che stringe dol­ce­mente il let­tore coin­vol­gen­dolo senza soffocarlo.

Il pre­sti­gioso, e di suc­cesso, quo­ti­diano economico-finanziaro sta­tu­ni­stense ha lan­ciato in que­sti giorni due ini­zia­tive dedi­cate all’area della tec­no­lo­gia e delle start up: Star­tup Jour­nal e The Accel­le­ra­tors. E’ in par­ti­co­lare il secondo ad essere dise­gnato, con­ce­pito come un forum di discus­sione di con­fronto con esperti del set­tore che ogni set­ti­mana pro­pon­gono un tema ciascuno.

Bril­lante ini­zia­tiva ver­ti­cale, spe­cia­li­stica, che mostra come creare una comu­nità, come aggre­gare let­tori su temi di loro inte­resse all’interno del sito della testata. Da pren­dere ad esem­pio, adat­tan­done le carat­te­ri­sti­che e le tematiche.

Ricavi Stampa Prisa
Pubblicato il 11 novembre 2012 by Pier Luca Santoro

#NoalEredelPais

Il licen­zia­mento di 129 gior­na­li­sti, su un totale di 44o, ad «El Pais» è una pagina tri­ste, dolo­rosa e dan­nosa, per il quo­ti­diano spa­gnolo e più in gene­rale per il gior­na­li­smo, non tanto per le discu­ti­bili moda­lità di inviare comu­ni­ca­zione agli inte­res­sati un sabato per posta elet­tro­nica quanto per le moti­va­zioni e le impli­ca­zioni che que­sta deci­sione comporta.

Il gruppo Prisa, che nella carta stam­pata con­trolla «El Pais», il quo­ti­diano spor­tivo «AS» e quello eco­no­mico «Cinco Dias», secondo il rap­porto annuale, ha chiuso il 2011, nel suo com­plesso , assom­mando tutte le atti­vità che non riguar­dano solo la stampa, come mostra il gra­fico sot­to­stante, con un EBIT posi­tivo per 273 milioni di euro [-18.7% vs 2010] e i dati del primo seme­stre 2012 pre­sen­tano un EBIT di 109,5 milioni di euro [-25.8% vs stesso periodo 2011].

L’area della carta stam­pata, le cui ven­dite pesano il 6% dei ricavi com­ples­sivi del gruppo, nel primo seme­stre di quest’anno genera 169 milioni di euro di ricavi [-20.6% vs stesso periodo 2011], ai quali si aggiun­gono 25 milioni di ricavi dell’area digi­tale prin­ci­pal­mente ricon­du­ci­bili alla rac­colta pub­bli­ci­ta­ria per l’edizione online di  «El Pais» e «AS», ed un EBIT di 6,5 mil­liuoni di euro [-75.5 vs stesso periodo 2011].

Se dun­que la situa­zione è cer­ta­mente pre­oc­cu­pante vista la forte ten­denza nega­tiva gene­rale ed anche della stampa, sia il gruppo che l’area della carta stam­pata con­ti­nuano ad essere pro­fit­te­voli. Una situa­zione rara di que­sti tempi che cer­ta­mente non giu­sti­fica le dichia­ra­zioni del Diret­tore del «El Pais», Javier Moreno, che parla di una situa­zione nella quale il gruppo Prisa è alla rovina nel ten­ta­tivo di moti­vare la richie­sta di ERE, di licenziamento.

La crisi del gior­nale spa­gnolo non è tanto, o sola­mente, un pro­blema di busi­ness, di ricavi, di audience e di irru­zione dei [ex] nuovi media sul mer­cato, ma è una crisi gior­na­li­stica e morale. Una brec­cia tra impresa, dire­zione, reda­zione e pubbblico.

I gior­na­li­sti da giorni hanno atti­vato tutti i canali pos­si­bili per mani­fe­stare le loro ragioni, aprendo un blog, un canale su You­Tube e, in ultimo uno spa­zio su Change.org dove invi­tano le per­sone a fir­mare una peti­zione ed a inviarla al Diret­tore del quo­ti­diano, cosa che, al momento della reda­zione di que­sto arti­colo, è già stata fatta da quasi 8mila per­sone. Ieri, dopo la dif­fu­sione della noti­zia della comu­ni­ca­zione dei licen­zia­menti, su Twit­ter l’hashtag #Noa­lE­re­del­Pais ha otte­nuto 4500 men­tion molte delle quali con­ten­gono anche l’invito “unfol­low” @elpais.

Adesso il futuro di «El Pais» sarà ancora più dif­fi­cile. Non per colpa di Inter­net o del calo delle ven­dite ma per la rot­tura della con­ver­sa­zione con i gior­na­li­sti e con il pub­blico, che assi­ste e par­te­cipa. Con­ver­sa­zione senza la quale qua­lun­que pro­dotto, qua­lun­que gior­nale non ha i pre­sup­po­sti per proseguire.

Come diceva Wal­ter Lip­p­mann ” la qua­lità delle noti­zie nella società moderna è un indice della sua orga­niz­za­zione sociale”. Quando il con­tratto sociale con i lavo­ra­tori, si tratti di gior­na­li­sti o altro, con le per­sone, con il pub­blico viene rotto que­sto diviene un peri­co­loso segnale di deca­denza che va al di là degli aspetti eco­no­mici ma com­porta un impatto anche economico-finanziario.

Che la vicenda del gior­nale ibe­rico sia, spe­riamo, di monito, d’insegnamento a quanti stanno rischiando di seguire lo stesso percorso.

Evoluzione Ricavi Industria Informazione
Pubblicato il 17 ottobre 2012 by Pier Luca Santoro

Domande Senza Risposta

Gan­net, media com­pany che con­trolla tra gli altri «Usa Today», ha annun­ciato, non senza orgo­glio, la bontà dei pro­pri risul­tati eco­no­mici nel pro­gres­sivo a fine set­tem­bre.  Ana­liz­zando il det­ta­glio si vede come la cre­scita mag­giore sia rela­tiva alla ven­dita di copie car­ta­cee dei diversi quo­ti­diani con­trol­lati dal gruppo e il digi­tale pesi “sola­mente” il 13,9% del totale ricavi.

Anche il Pre­si­dente di Prisa, gruppo che con­trolla «El Pais», quo­ti­diano spa­gnolo che ha accu­mu­lato per­dite per 200 milioni di euro tra il 2007 ed il 2012, difende la scelta di essere “digi­tal first” ma poi afferma che morirà facendo gior­nali di carta e che per il digi­tale nes­suno ha un modello di busi­ness defi­nito, che per quanto riguarda la red­di­ti­vità della Rete, del digi­tale, nes­suno ha ancora una risposta.

Mede­sima situa­zione al «The Guar­dian» con Andrew Mil­ler, CEO del Gruppo, che altret­tanto afferma quanto siano fan­ta­sti­che le oppor­tu­nità offerte dal digi­tale per poi ricor­dare che la ver­sione car­ta­cea pesa ancora il 70% dei ricavi e che con l’attuale mix è estre­ma­mente dif­fi­cile soste­nere un gior­na­li­smo di qua­lità e che è neces­sa­rio che i gior­nali tro­vino fonti di red­dito diverse dalle attuali.

The Media Brie­fing ha pub­bli­cato recen­te­mente una inte­res­sante rac­colta sulle tariffe alle quali i quo­ti­diani inglesi ven­dono la loro pub­bli­cità sia su carta che online che evi­den­zia come sia pro­fondo il gap tra il valore attri­buito ai let­tori tra la ver­sione tra­di­zio­nale e quella online con, ad esem­pio, il «Finan­cial Times» che a listino vende una pagina pub­bli­ci­ta­ria a colori a £58,600 [47,557 €] e £86 CPM [69,7 €] per la pro­pria ver­sione online, men­tre il «Mail Online», gior­nale con il mag­gior traf­fico al mondo vende i ban­ner a £20 CPM, con­fer­mando l’insostenibile leg­ge­rezza dell’audience inesitabile.

Sul tema Juan Varela, gior­na­li­sta e con­su­lente in ambito edi­to­riale, azzarda una pre­vi­sione dell’evoluzione a medio ter­mine delle attuali fonti di ricavo per l’industria dell’informazione nel suo com­plesso. Emerge come il 60% dei ricavi, anche nel medio periodo, il 60% dei ricavi sarà gene­rato dalla carta stam­pata. Anno­ve­ria­mola come la sesta ver­sione sul futuro dei gior­nali.

Pubblicato il 7 giugno 2012 by Pier Luca Santoro

Nasce El Huffington Post

Come dove­roso per una testata all digi­tal è stato annun­ciato attra­verso Twit­ter che «El Huf­fing­ton Post» è online dalle 00.42 di oggi.

[tweet https://twitter.com/ElHuffPost/status/210504098129260544 align=‘center’ lang=‘it’]

La ver­sione spa­gnola dell’ «Huf­fing­ton Post», al 50% con Prisa, società che con­trolla canali tele­vi­sivi, radio e quo­ti­diani in 22 Paesi nel mondo, con un paio di mesi di ritardo, vede dun­que la luce. Ovvia­mente ampia coper­tura su «El Pais», quo­ti­diano del gruppo.

Stesso “family fee­ling”, stessa impo­sta­zione gra­fica delle altre ver­sioni con lo splash foto­gra­fico della noti­zia prin­ci­pale a tutta pagina e la dispo­si­zione su tre colonne ideal­mente sud­di­vise in informazioni/notizie, curiosità/gossip e blog, sono le carat­te­ri­sti­che del visual del sito anche per la ver­sione in castel­lano dell’HuffPost.

Strutt­tura edi­to­riale snella con 8 gior­na­li­sti, oltre alla Diret­trice Mon­tser­rat Domín­guez, e 130 blog/blogger [anche se al momento sono solo 4] per i con­te­nuti delle attuali 5 sezioni.

Leg­gendo gli edi­to­riali di aper­tura rea­liz­zati da Mon­ser­rat Domin­guez e da Arianna Huf­fing­ton non è dif­fi­cile capire come ad una sia affi­data la gestione ope­ra­tiva ed all’altra quella stra­te­gica.

Un lan­cio pre­ce­duto da molte pole­mi­che pro­prio a causa dei blog e della scelta di non remu­ne­rare chi li scrive ono­rato, secondo quanto dichia­rava a chiare let­tere la Diret­trice già un mese fa, da visi­bi­lità e pre­sti­gio  offerte dalla piat­ta­forma infor­ma­tiva. Con­ti­nuità ahimè dun­que anche da que­sto pro­filo del modello che mette alla fame per la fama chi scrive.

Oltre alle con­si­de­ra­zioni sull’eticità di intra­pren­dere un’attività a fini di lucro basan­dosi ampia­mente sul lavoro non retri­buito, vi sono anche altre ombre all’orizzonte per la ver­sione spa­gnola e per le altre previste.

Se infatti i numeri dell’«Huffington Post» sta­tu­ni­tense sono da capo­giro in Europa, sin ora le cose sono andate deci­sa­mente meno bene.

La ver­sione per la Gran Bre­ta­gna, dopo un ini­zio delu­dente che ha por­tato ad una stra­te­gia di ulte­riore espan­sione attra­verso la part­ner­ship con edi­tori locali, non fa numeri straor­di­nari e il 31% del traf­fico, delle visite al sito, arriva dagli USA.

Anche la ver­sione fran­cese, rea­liz­zata in par­te­ci­pa­zione con Le Monde e LNEI [Les Nou­vel­les Edi­tions Indé­pen­dan­tes], anche se è pre­sto per dirlo a soli 4 mesi dal lan­cio, dopo una buona par­tenza ha un trend nega­tivo  e non man­cano le pole­mi­che sui van­taggi otte­nuti gra­zie al fatto di essere sorto sulle ceneri di «LePost» e sulla bassa capa­cità di attra­zione che paiono avere gli arti­coli pro­dotti dai blog­ger d’oltralpe che attrag­gono sola­mente l’8% del totale delle visite mensili.

Pare insomma che il modello d’importazione fun­zioni meno bene nel vec­chio continente.

In Ita­lia, come noto, in accordo con il Gruppo Espresso-Repubblica, dovrebbe arri­vare a set­tem­bre la ver­sione per il nostro Paese diretta, anche in que­sto caso da una donna, da Lucia Annunziata.

Per­so­nal­mente non posso che riba­dire che non abbiamo biso­gno di altri modelli di sfrut­ta­mento né di solu­zioni “pret a por­ter”, ma di un pro­getto che possa por­tare a un cam­bia­mento cul­tu­rale e orga­niz­za­tivo, che sin ora stenta a pren­dere piede, del tutto ita­liano, non impor­ta­bile sia in ter­mini di pro­cesso che a livello di carat­te­ri­sti­che del mer­cato dell’informazione online nel nostro Paese.

Pubblicato il 24 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, ammi­ni­stra­tore dele­gato di Digi­tal First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fat­tu­rato di 1.400 milioni di dol­lari e 57 milioni di clienti svi­lup­pato con 800 pro­dotti edi­to­riali tra carta e online, inter­vi­stato dal «El Pais» spiega i suc­cessi del modello di busi­ness adot­tato dall’azienda da lui diretta.

Un approc­cio che, come dice già il nome, si fonda sulla prio­rità data al digi­tale rea­liz­zato sulla revi­sione com­pleta, ini­ziata tre anni fa, demo­lendo com­ple­ta­mente il pre­e­si­stente per rico­struire tutto di nuovo par­tendo da zero.

Rac­conta Paton che più un con­te­nuto è con­di­viso in Rete mag­giore è il valore che genera, creando mag­gior traf­fico, mag­giori visite e con­sen­tendo così di mone­tiz­zare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivo­lu­zione che passa ine­vi­ta­bil­mente per l’organizzazione e per le com­pe­tenze delle per­sone inpie­gate, che coe­ren­te­mente con la stra­te­gia defi­nita sono tutte con espe­rienza in ambito digi­tale, e che si tra­sforma in valore, in ricavi, con lo svi­luppo di una pro­pria piat­ta­forma per la ven­dita della pub­bli­cità che dopo aver gene­rato il primo anno sola­mente 800mila dol­lari rea­lizza ora 1,5 milioni di dol­lari ogni tre set­ti­mane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digi­tal First media con­clude con elogi ad Alan Rusbrid­ger e al «The Guar­dian» per la voca­zione all’open jour­na­lism e la man­canza di timore nello spe­ri­men­tare.

Spe­ri­men­ta­zioni e crea­zione di comu­nità del quo­ti­diano anglo­sas­sone che sono parte inte­grante, a mio avviso essen­ziale, anche di Digi­tal First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testi­mo­nia la rea­liz­za­zione dei new­sroom cafè.

L’evoluzione è quella dai new­spa­per ai new­sbrand come testi­mo­niato dall’inglese New­spa­per Mar­ke­ting Agency, ora rino­mi­nata in New­sworks, asso­cia­zione che mira a valo­riz­zare i gior­nali presso agen­zie pub­bli­ci­ta­rie ed inve­sti­tori pub­bli­ci­tari, che prende atto del cam­bia­mento, del pas­sag­gio ad un ambiente mul­ti­piat­ta­forma e, appunto, intro­duce il con­cetto di new­sbrand, di imprese, di mar­chi edi­to­riali che offrono infor­ma­zione, e solu­zioni di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di sup­porti infor­ma­tivi disponibili.

Un pas­sag­gio tanto inne­ga­bile quanto non tra­scu­ra­bile che dovrebbe essere visto in un’ottica di inte­gra­zione, di con­ver­genza anzi­chè di con­trap­po­si­zione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Diret­tore Com­mer­ciale, del «The Lon­don Eve­ning Stan­dard» che effet­tua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rile­vanza, per il pub­blico e per gli inve­sti­tori, la chiave dell’era digi­tale. La qua­lità del discorso defi­ni­sce ine­vi­ta­bil­mente la qua­lità della con­ver­sa­zione, ripor­tando così l’industria dell’informazione al cen­tro degli inte­ressi delle persone.

Pubblicato il 22 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Digital & Open

Anche que­sta set­ti­mana all’interno della mia colonna per l’ Euro­pean Jour­na­lism Obser­va­tory pro­se­gue la serie di case stu­dies sulle prin­ci­pali testate gior­na­li­sti­che del vec­chio continente.

Dopo aver ana­liz­zato, in ordine cro­no­lo­gico di pub­bli­ca­zione, «Il Sole24Ore», «Le Monde», «El Pais» ed in ultimo il «Finan­cial Times», que­sta set­ti­mana ven­gono esa­mi­nati i risul­tati, e le moti­va­zioni degli stessi, di uno dei quo­ti­diani gene­ra­li­sti più auto­re­voli a livello inter­na­zio­nale: il «The Guardian».

Ad un anno dall’annuncio dell’adozione di una stra­te­gia “digi­tal first” il punto della situa­zione del quo­ti­diano anglosassone.

Stiamo così creando all’interno dell’Osservatorio Euro­peo di Gior­na­li­smo, credo di poter dire, un archi­vio libe­ra­mente con­sul­ta­bile di diverse posi­zioni ed approcci al “dilemma del pri­gio­niero”, in modo da for­nire a chi lo desi­deri gli ele­menti di base per il ben­ch­mar­king rispetto alla pro­pria realtà edi­to­riale. Ci man­te­niamo anche noi, così come il «The Guar­dian», digi­tal e open.

Buona let­tura e buon lavoro.

Pubblicato il 13 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Il Futuro delle Notizie Secondo Google

Richard Gin­gras, respon­sa­bile di Goo­gle News, in un suo recente speech ad Har­vard a tutto campo sul futuro delle noti­zie, dell’informazione. Da leg­gere con grande attenzione.

Per­so­nal­mente mi ha par­ti­co­lar­mente col­pito la parte sul ruolo asso­lu­ta­mente decre­scente, in ter­mini di impor­tanza nella strut­tu­ra­zione, nel design del sito web dei quo­ti­diani online, della home page ed, ovvia­mente, la parte di ana­lisi sul cam­bia­mento delle moda­lità di distri­bu­zione dei con­te­nuti non­chè dell’advertsing.

Magi­strale l’analisi di come i tablet NON sal­ve­ranno l’industria dell’informazione:

[The iPad is] a fatal distrac­tion for media com­pa­nies. Too many publi­shers loo­ked at the tablet as the road home to their maga­zine for­mat, sub­scrip­tion model, and expen­sive full-page ads. The for­mat of a sin­gle device does not change the fun­da­men­tal eco­sy­stem under­neath it, and this shiny tablet has taken media com­pa­nies’ eyes off of the ball..

Sem­pre Gin­gras, inter­vi­stato da «El Pais», parla della neces­sità dei cam­bia­menti orga­niz­za­tivi, del muta­mento del ruolo dei gior­na­li­sti e di come [ri]costruire un rap­porto di fidu­cia tra infor­ma­zione e persone.

Emerge, o meglio si con­ferma, come sia neces­sa­rio con­ver­sare di più e pon­ti­fi­care di meno.

Vale per l’industria dell’informazione ma non solo.

Ne parla, anche, Gigaom.

Pubblicato il 10 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

Giornali con le Pile

All’interno della mia colonna set­ti­ma­nale negli spazi dell’European Jour­na­lism Obser­va­tory pro­se­gue la disa­mina delle stra­te­gie di alcune delle prin­ci­pali testate gior­na­li­sti­che del vec­chio continente.

Dopo l’analisi del «Sole24Ore», il con­tri­buto di grande valore for­nito dalla pub­bli­ca­zione dello stu­dio del Reu­ters Insti­tute for Jour­na­lism e la case study del fran­cese «Le Monde», que­sta volta si ana­liz­zano le stra­te­gie di  «El Pais», gior­nale tra i primi 15 online a livello mon­diale con 14,1 milioni di let­tori dei quali ben 5,9 milioni, pari ad oltre il 40% del totale pro­ven­gono da Sud Ame­rica e Stati Uniti.

Buona let­tura.

Pubblicato il 28 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

Il Decalogo del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Come scri­vevo lunedì, «The Guar­dian», sulla fal­sa­riga di quanto già adot­tato da «El Pais», da un lato, pro­se­gue con coe­renza straor­di­na­ria, senza esi­ta­zioni, il pro­prio per­corso di aper­tura e tra­spa­renza nei con­fronti dei let­tori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quo­ti­diano la cen­tra­lità di “luogo” che favo­ri­sce il con­tatto e la rela­zione  con e tra le per­sone sulla base dei loro distinti inte­ressi, dimo­strando con­cre­ta­mente la fon­da­men­tale dif­fe­renza tra essere online ed essere parte della Rete.

I gior­nali devono tor­nare ad essere  perno cen­trale degli inte­ressi delle per­sone, delle loro con­ver­sa­zioni e dei diversi gruppi, delle distinte comu­nità, sia in Rete che fisi­ca­mente come il caso dif­fuso dei cafè come punto d’incontro con le reda­zioni esem­pli­fica e come l’open wee­kend rea­liz­zato pro­prio dal «The Guar­dian», che ha visto la par­te­ci­pa­zione di ben 5mila per­sone, con­cre­tizza ulte­rior­mente e magnifica.

Wee­kend a porte aperte, come direb­bero i ladri di cavalli, i con­ces­sio­nari d’auto, al quale è stato imme­dia­ta­mente dato seguito in ambiente digi­tale con Alan Rusbrid­ger, editor-in-chief del quo­ti­diano anglo­sas­sone, che, ancora una volta, sul sito del gior­nale e su Twit­ter, dia­lo­gava con i let­tori, con le per­sone inte­res­sate a con­fron­tarsi rela­ti­va­mente al gior­na­li­smo partecipativo.

Tra le diverse rispo­ste for­nite, tutte da leg­gere con atten­zione,  Rusbrid­ger ha dif­fuso il deca­logo del gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo così come defi­nito, dice, un anno fa dallo staff, dal gruppo di lavoro del gior­nale.  Deca­logo, che poi ha ulte­rior­mente dif­fuso su Twit­ter nella gior­nata di ieri, che per faci­li­tare la let­tura ho tradotto:

  1. Sti­mola la par­te­ci­pa­zione. Invita a for­nire e/o per­mette una rispo­sta [#]
  2. Non è una forma inerte di pub­bli­ca­zione da noi a loro [#]
  3. Sti­mola gli altri alla par­te­ci­pa­zione al dibat­tito. Pos­siamo essere fol­lo­wers o lea­ders. Coin­volge l’altro nella pre-pubblicazione [#]
  4. Aiuta a costruire comu­nità d’interesse su temi comuni, istante o per­sone [#]
  5. E’ aperto al Web. Linka e col­la­bora con altri mate­riali e fonti in Rete [#]
  6. Aggrega e/o edita [“cura”] il lavoro di altri [#]
  7. Rico­no­sce che i gior­na­li­sti non sono l’unica voce auto­re­vole, esperta e rile­vante [#]
  8. Aspira ad otte­nere ed a riflet­tere la diver­sità, così come a pro­muo­vere valori con­di­visi [#]
  9. Rico­no­sce che la pub­bli­ca­zione può essere l’inizio e non la fine del pro­cesso giornalistico/informativo [#]
  10. E’ tra­spa­rente e aperto alle sfide. Include la cor­re­zione, il chia­ri­mento e l’integrazione, l’aggiunta [#]

C’è un undi­ce­simo punto che Rusbrid­ger omette e che invece deve entrare a far parte del dibat­tito: per­mette un saving eco­no­mico gra­zie alla col­la­bo­ra­zione gra­tuita, non remu­ne­rata, del “reporter-lettore”.

Se non prima, ne par­le­remo sicu­ra­mente al Festi­val Inter­na­zio­nale del Gior­na­li­smo il mese prossimo.

Pubblicato il 26 marzo 2012 by Pier Luca Santoro

SociAbile

Dalle colonne di «Mon­day Note» Fré­dé­ric Fil­loux prende spunto dal suc­cesso nei numeri dell’applicazione del «The Guar­dian» su Face­book per soste­nere il peri­colo di essere dipen­denti da altri e parla di sha­ring mirage.

Aspetto che, par­tendo dalla part­ner­ship con le prin­ci­pali orga­niz­za­zioni ed isti­tu­zioni del mondo dell’arte bri­tan­nico annun­ciata dal quo­ti­diano anglo­sas­sone, è al cen­tro quest’oggi della mia colonna set­ti­ma­nale per conto dell’ Osser­va­to­rio euro­peo di gior­na­li­smo – Euro­pean Jour­na­lism Obser­va­tory [EJO].

«The Guar­dian» infatti, sulla fal­sa­riga di quanto già adot­tato da «El Pais», riporta all’edizione online, al sito web del quo­ti­diano, la cen­tra­lità di “luogo” che favo­ri­sce il con­tatto e la rela­zione  con e tra le per­sone sulla base dei loro distinti inte­ressi dimo­strando con­cre­ta­mente la sot­tile ma fon­da­men­tale dif­fe­renza tra essere online ed essere parte della Rete, la capa­cità di vedere oltre.

Buona let­tura.

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