editoria

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Posted on 25 maggio 2015 by Pier Luca Santoro

Post-it

Le noti­zie di oggi su media e comu­ni­ca­zione che, secondo noi, non potete perdervi.

  • Diret­tori Omo­fobi - Paolo Madron, attuale diret­tore di Lettera43, quo­ti­diano da lui fon­dato, a com­mento dei risul­tati del refe­ren­dum irlan­dese, spiega che “l’Irlanda è diven­tata un ricet­ta­colo di culat­toni”. Cha­peau! Update: Madron afferma che si tratti di anti­frasi. Felici di aver male inter­pre­tato [anche se non siamo stati gli unici].
  • Spam — Le con­fes­sioni di uno spam­mer. Da 50mila $ di gua­da­gno men­sile lavo­rando 10 ore a set­ti­mana, alla fine del “mestiere”, gra­zie al dein­de­xing di Goo­gle, Panda e Penguin.
  • Algo­ritmo Face­book — Uno stu­dio su 3500 fan page misura gli effetti dei recenti cam­bia­menti dell’algoritmo di Facebook.
  • Gior­na­li­sti 2.0 - Quali sono le sfide che un gior­na­li­sta oggi si trova ad affron­tare? Quali sono gli stru­menti e le oppor­tu­nità che il digi­tale offre a que­sta pro­fes­sione, che oggi è indi­spen­sa­bile cono­scere? Le slide del work­shop tenuto da Ales­san­dro Gen­nari, Digi­tal Mana­ger Gruppo Cal­ta­gi­rone, per OdG Veneto.
  • Insta­gram — L’account Insta­gram del Natio­nal Geo­gra­phic con poco meno di 7mila foto, bel­lis­sime, ha quasi 20 milioni di fol­lo­wers ed un miliardo di like. A gestirlo sono la bel­lezza di 110 foto-giornalisti che col­la­bo­rano con il magazine.
  • Carta Vs Digi­tale — Il Diret­tore di USA Today dice che l’edizione car­ta­cea del pro­prio gior­nale potrebbe chiu­dere nei pros­simi 5 — 6 anni. Jim Gath, co-fondatore del gior­nale ed ex head dell’advertising sales depart­ment, dice che sarebbe una stu­pi­dag­gine farlo.
  • Gio­vani Edi­tori — “Spe­ciale” su la nona edi­zione del con­ve­gno Cre­scere tra le righe tenu­tosi a La Bagnaia in que­sti giorni. Una rac­colta delle cose che sono state detti nella due giorni orga­niz­zata dall’Osservatorio per­ma­nente giovani-editori. Giu­di­cate voi.

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Hitler Giornali
Posted on 22 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Francesca Clementoni

Hitler & Il Futuro dei Giornali

Abbiamo rea­liz­zato que­sto video, uno dei ser­vizi che offriamo come Com­mu­ni­ca­tion Factor[Y], per descri­vere, con iro­nia, vita di reda­zione e busi­ness model.

Para­fra­sando il Guar­dian, com­ment is free.

 

radio
Posted on 22 maggio 2015 by Donata Columbro

Una settimana nel futuro del giornalismo — Spotify, Slack, Financial Times e molto altro

La rubrica dove rac­co­gliamo i link per non per­dere le novità tec­no­lo­gi­che nel mondo dell’informazione.

Musica, play­list e…notizie. Spo­tify annun­cia una nuova ver­sione della sua appli­ca­zione mobile, a cui aggiunge una fun­zione per creare play­list basate sul ritmo dei passi, ma soprat­tutto, la pos­si­bi­lità di sca­ri­care pod­cast nella nuova fun­zione disco­very. Un’opportunità in più per le reda­zioni che hanno già comin­ciato a pro­durre news in que­sto for­mato. Per ora la nuova ver­sione di Spo­tify è dispo­ni­bile in Ger­ma­nia, Stati Uniti, Regno Unito e Sve­zia. Altra novità in arrivo: l’aggiunta della frui­zione di video ori­gi­nali pro­dotti da Vice, Comedy Cen­tral, Twit.TV, ecc. La rin­corsa folle di You­Tube e Face­book è cominciata.

Misu­rare il tempo, non i click. È la pos­si­bi­lità offerta dal Finan­cial Times ai suoi inve­sti­tori, lavo­rando stret­ta­mente con la piat­ta­forma Chart­beat e cam­biando il modo di misu­rare il suc­cesso dei pro­pri arti­coli. Non più visite mordi e fuggi, ma tempo di qua­lità speso nella let­tura degli articoli.

Il new­sga­ming in reda­zione. Tri­nity Mir­ror ha creato una squa­dra spe­ciale di gior­na­li­sti, gra­fici e pro­gram­ma­tori, la UsVsTh3m, per spe­ri­men­tare nuovi for­mati di noti­zie digi­tali. Il news game Where is Dama­scus è un esem­pio di mappa inte­rat­tiva con gioco e infor­ma­zioni tra­smesse al let­tore, ma soprat­tutto vis­sute in prima per­sona dal suo punto di vista. E se sono den­tro la noti­zia la leggo — la con­sumo — più a lungo. Pec­cato che l’esperimento non abbia fun­zio­nato e il Tri­nity, a dif­fe­renza del Ft, misuri ancora le impres­sions, non la per­ma­nenza sulle pagine. “Certe inno­va­zioni costano troppo rispetto al traf­fico gene­rato”, ha com­men­tato il diret­tore Lloyd Embley annun­ciando la chiu­sura della squa­dra. Sigh.

Bello Wha­tsapp. Impos­si­bile pen­sare di viverci senza. Ma se Face­book per­met­tesse alle aziende di con­tat­tarvi attra­verso que­sto stru­mento? Accet­te­re­ste una simile intru­sione di pri­vacy? Pen­sa­teci in fretta per­ché potrebbe suc­ce­dere pre­sto, dal momento che l’applicazione mobile più sca­ri­cata nel tele­fono degli ita­liani non genera pro­fitto (cioè lo genera, ma ne perde molto di più) e Face­book sta pen­sando come cam­biare le cose. Una novità potrebbe essere aprirsi al busi­ness, come già annun­ciato alla con­fe­renza F8 di marzo, per tra­sfor­mare l’app in uno stru­mento di custo­mer ser­vice. E qui i gio­chi si fanno interessanti.

Col­la­bo­rare meglio su inter­net. Con Slack. Lo usate? È uno stru­mento per­fetto per gestire pro­getti a distanza. Ma da qual­che tempo vuole tra­sfor­marsi in pro­dut­tore di con­te­nuti ori­gi­nali, con una serie di pod­cast a epi­sodi sul tema del lavoro e della vita. Con “poche pre­tese”: vuole essere funny, inspi­ra­tio­nal, serious, inno­va­tive.

Photo cre­dit: alo­sh­ben­nett / Foter / CC BY

espresso
Posted on 21 maggio 2015 by Lelio Simi, Pier Luca Santoro

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere sul Gruppo Espresso

Dopo Rcs con­ti­nuiamo le nostre ana­lisi sui bilanci dei mag­giori gruppi edi­to­riali ita­liani, appro­fon­dendo lo sguardo su Repub­blica per occu­parci del Gruppo Espresso nel suo insieme.

I Ricavi
Lo sto­rico del fat­tu­rato preso in con­si­de­ra­zione, dal 1997 ad oggi, segna una para­bola che ha come ver­tice le annua­lità 2006 e 2007 con ricavi intorno ai 1.100 milioni di euro, poi la discesa costante che ha por­tato il fat­tu­rato nel 2014 per la prima volta sotto il livello del 1997 [quasi tre lustri prima, quando i bilanci si face­vano ancora in lire].

Se per Rcs abbiamo scritto che il “col­pe­vole” prin­ci­pale della fles­sione dei ricavi è il declino dei dif­fu­sio­nali per il gruppo Espresso invece è la crisi degli inve­sti­menti pub­bli­ci­tari [che rap­pre­sen­tano per il gruppo circa il 60% dei ricavi totali] a inci­dere mag­gior­mente sulla dimi­nu­zione dei fat­tu­rati. Se infatti ana­li­ziamo le ultime tre annua­lità il dif­fe­ren­ziale tra 2012 e 2014 regi­strato dai ricavi pub­bli­ci­tari è pari a –107 milioni con­tro il –169 milioni segnato dal fat­tu­rato totale. Fatta 100 la fles­sione ricavi del gruppo quindi la crisi della pub­bli­cità incide per il 65% men­tre i dif­fu­sio­nali inci­dono – nel mede­simo periodo – solo per il 17%. Poco cam­bia se si ana­liz­zano le ultime cin­que annua­lità con una respon­sa­bi­lità sulla fles­sione del fat­tu­rato pari al 67% per la pub­bli­cità e del 14% per i diffusionali.

C’è da dire che anche la fles­sione dei “ricavi diversi”, che com­pren­dono i col­la­te­rali [in netto declino dal 2010 al 2014 sono dimez­zati: da 66 a 33 milioni] pesa per un 18% sia con­si­de­rando le ultime cin­que annua­lità sia con­si­de­rando le ultime tre. Pro­ba­bi­lemte in que­sta voce dovreb­bero essere inse­rite con più deci­sione, ma que­sto vale per tutti i gruppi ita­liani, atti­vità come quelle di con­tent mar­ke­ting e ser­vizi ad aziende e spon­sor come stanno facendo, con pro­fitto, molte altre grandi testate stra­niere come New York Times e Guar­dian con l’attivazione di dipar­ti­menti appo­si­ta­mente dedicati.

[nota a mar­gine: Una neces­sità, quella di diver­si­fi­care mag­gior­mente le atti­vità e le voci di ricavo, che si avverte anche dai numeri dei bilanci — certo non solo quelli del gruppo Espresso — con un sistema dei ricavi basato tutto sulla cop­pia diffusione/pubblicità che segnala evi­denti limiti anche per il futuro e un digi­tale che, in Ita­lia, stenta a pren­dere il volo].

Repub­blica e le altre divi­sioni
Guar­dando ai bilanci delle sin­gole divi­sioni nel periodo dal 2010 al 2014 col­pi­sce il rap­porto tra ricavi e costi di Repub­blica: se la curva dei costi cala gra­dual­mente quella dei ricavi dell’ammiraglia del gruppo — che nel 2010 si tro­vava sopra a quella dei costi di 43 milioni — ha una fles­sione deci­sa­mente più mar­cata e repen­tina tanto che nel 2013 il mar­gine ope­ra­tivo lordo è nega­tivo per 1,4 milioni per poi rive­dere la “luce” nell’ultimo anno di bilan­cio tor­nando posi­tivo per 5,1 milioni.
La divi­sione Perio­dici [quella che gesti­sce le atti­vità dell’Espresso oltre che di Natio­nal Geo­gra­phic, Limes, Micro­mega e le Guide dell’Espresso] è invece in perenne “apnea” con la linea dei ricavi costan­te­mente al di sotto di quella dei costi e un risul­tato ope­ra­tivo nega­tivo in tutte le ultime cin­que annua­lità. Molto meglio Quo­ti­diani Locali e Digi­tale: le due divi­sioni man­ten­gono un equi­li­brio costi/ricavi più o meno costante nel tempo con risul­tato ope­ra­tivo, anche se ine­vi­ta­bil­mente in fles­sione [la crisi c’è e si vede], comun­que posi­tivo nell’arco di tempo preso in considerazione.

Posi­ti­vità di bilan­cio che però va ben inter­pre­tata. Infatti il gruppo Espresso-Repubblica, come emerge anche dalla tri­me­strale 2015, tra gli intan­gi­ble assets, tra le capi­ta­liz­za­zioni, mette a bilan­cio 480 milioni di euro come valore dei mar­chi delle testate di pro­prietà del gruppo. Immo­bi­liz­za­zioni imma­te­riali che, siamo certi che valga altret­tanto per gli altri edi­tori, dif­fi­cil­mente all’ora della even­tuale messa in ven­dita sareb­bero effet­ti­va­mente rico­no­sciuto come, banal­mente, testi­mo­nia la ven­dita  a Bezos del The Washing­ton Post, e le testate “minori” diret­ta­mente con­trol­late dal quo­ti­diano, pagate 187 milioni di euro.

Sulla divi­sione Digi­tale c’è da pre­ci­sare che nell’organizzazione del gruppo le è stata affi­data in toto la gestione, per la pro­pria area di atti­vità, di tutti i brand del gruppo. A dif­fe­renza dei valori for­niti ad esem­pio da Rcs quindi i ricavi delle divi­sioni del gruppo Espresso sono scor­po­rati dai ricavi da digi­tale [e se aggre­gati ne beni­fe­ce­reb­bero soprat­tutto i conti di Repub­blica]. Il digi­tale rad­dop­pia il suo peso sul totale del fat­tu­rato: dal 4,2% del 2010 all’8,2% del 2014, ma una quota sotto il 10% per un gruppo come l”Espresso è comun­que, ci per­met­tiamo di notare, al di sotto delle aspet­ta­tive. Su que­sto punto se guar­diamo solo a Repub­blica invece le cose miglio­rano con un, buon, con­tri­buto dell’online sui ricavi pub­bli­ci­tari — pari al 25% — e un [meno buono] 10% sulle reve­nue del dif­fu­sio­nale, come evi­den­zia anche la chart nella pre­sen­ta­zione dei risul­tati e delle stra­te­gie del gruppo.

I tagli ai costi
A quanto ammon­tano i tagli ope­rati dal gruppo? I costi ope­ra­tivi [non abbiamo tro­vato nei bilanci una voce che li indi­casse espli­ci­ta­mente quindi li abbiamo cal­co­lati sot­traendo al fat­tu­rato totale il mar­gine ope­ra­tivo lordo] sono scesi dai 738 milioni del 2010 ai 584 del 2014 per un taglio com­ples­sivo nelle ultime cin­que annua­lità di 154 milioni. Dati alla mano i tagli più con­si­stenti sono stati ope­rati negli ultimi due anni [62 milioni nel 2013 e 64 milioni nel 2014, ovvero quasi tre volte rispetto al taglio di 23 milioni del 2012].

Per quanto riguarda gli orga­nici, il costo del lavoro del gruppo, nel periodo 2010–2014, ha subito un taglio com­ples­sivo di 35 milioni. I dipen­denti a fine eser­ci­zio nel 2010 erano 2.789 quelli a fine 2014 sono 2.310 un taglio com­ples­sivo nei cin­que anni di 479 dipen­denti [siamo vicino a un taglio medio annuale di 100 dipen­denti]. Sor­prende però vedere che, nono­stante i costanti e rego­lari tagli, il valore medio del costo per dipen­dente non segua una dimu­nu­zione altret­tanto costante e rego­lare ma anzi cre­sca dai 99.800 euro del 2010 ai 102.000 del 2012 e 2013, e solo nell’ultima annua­lità subi­sca una fles­sione tor­nando sostan­zial­mente ai livelli di cin­que anni prima; insomma, come si suol dire, tanto rumore per nulla.

Una situa­zione che riguarda tutto il com­parto, come emer­geva già dal rap­porto rea­liz­zato dalla FIEG, in cui gli inve­sti­menti per il futuro lan­guono peri­co­lo­sa­mente. Basti pen­sare che nel primo tri­me­stre del 2015 gli inve­sti­menti netti del periodo sono stati pari a 0,3 milioni di euro.

È chiaro che il futuro offre grandi oppor­tu­nità. È anche dis­se­mi­nato di tra­boc­chetti. Il trucco con­si­ste nell’evitare i tra­boc­chetti, pren­dere al balzo le oppor­tu­nità e rien­trare a casa per l’ora di cena, diceva Woody Allen in Effetti col­la­te­rali. Forse è pro­prio quello che si tratta di fare.

[Nota meto­do­lo­gica: i valori delle sin­gole voci, dove non spe­ci­fi­cato, sono quelli pun­tuali indi­cati anno per anno nei rela­tivi bilanci e non quelli ride­ter­mi­nati su base omo­ge­nea o riclas­si­fi­cati nei bilanci suc­ces­sivi (per essere più chiari: ad esem­pio, la voce ricavi del 2012 è quella indi­cata nel bilan­cio 2012 non quella even­tual­mente ride­ter­mi­nata suvc­ces­si­va­mente nel bilan­cio 2013)].

Media Companies Priorities
Posted on 19 maggio 2015 by Pier Luca Santoro, Andrea Spinosi Picotti, Lelio Simi

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Le noti­zie su media e comu­ni­ca­zione che, secondo noi, non potete perdervi.

  • Ham­bur­ger foto­ge­nici — Quale impatto Insta­gram sta avendo nella “vita” e con­se­guen­te­mente nel busi­ness delle aziende
  • Chiu­dere i siti web per la con­di­vi­sione dei file NON serve a com­bat­tere la pira­te­ria — Lo dice uno stu­dio della Com­mis­sione Europea
  • Digi­tal media plan­ner - Area Media­Web, Inter­net Com­pany appar­te­nente al Gruppo Bipielle [ex Banca Popo­lare Ita­liana oggi Gruppo Banco Popo­lare] cerca un digi­tal media planner
  • Con­tro il dogma digi­tale — Aumen­tano le cri­ti­che verso “l’utopismo cibernetico”
  • Data­Har­vest 2015 — Le Monde pub­blica un’interessante ras­se­gna dei pro­getti di data­jour­na­lism pre­sen­tati a Data­Har­vest 2015
  • Life smart­phone - Quanto tempo pas­siamo davanti a uno schermo del tele­fono e come que­sto gesto ha cam­biato le nostre gior­nate. Video.
  • Il Finan­cial Times lan­cia la ven­dita degli ads “a tempo” - È, final­mente, la fine delle impres­sion. Il Finan­cial Times passa dal CPM al CPH [cost per hour].

Altre noti­zie e segna­la­zioni su media e comu­ni­ca­zione nella nostra pagina Face­book e, ovvia­mente, su Twit­ter. Buona lettura.

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