economia

Pubblicato il 22 novembre 2011 by Pier Luca Santoro

Giochi da Draghi

Enne­simo lunedì nero ieri per le borse euro­pee e cre­scita dello spread, ter­mine pres­so­chè sco­no­sciuto ai più sino a pochi mesi fa, tra i titoli di Stato di Fran­cia, Spa­gna e Ita­lia e quelli tede­schi. Una noti­zia che si ripete quasi quo­ti­dia­na­mente men­tre pare che la poli­tica mon­diale sia pri­gio­niera del sistema ban­ca­rio che deve sal­vare dando luogo alla  sin­drome di Stoc­colma.

Se vole­ste cimen­tarvi nel ten­ta­tivo di gestire la poli­tica mone­ta­ria e di riflesso eco­no­mica del Paese  non avete che da acce­dere all’area didat­tico — infor­ma­tiva della Banca Cen­trale Euro­pea e spe­ri­men­tare le vostre opi­nioni e le vostre abi­lità con “€CONOMIA: il gioco della poli­tica monetaria”.

Il gioco di simu­la­zione a turni, par­tendo dalla gestione del tasso di inte­resse uffi­ciale, mette il gio­ca­tore nella con­di­zione di influen­zare il tasso d’inflazione, cre­scita del PIL, incre­mento della liqui­dità e tasso di disoc­cu­pa­zione. Aree d’intervento tutte di grande attualità.

Ogni man­che è equi­va­lente ad un tri­me­stre dell’anno e dopo aver scelto il tasso d’interesse per il periodo si rice­vono i feed­back di un gruppo di advi­sor oltre ai titoli dei prin­ci­pali gior­nali che rias­su­mono il sen­ti­ment sul pro­prio ope­rato. Prima di effet­tuare la gio­cata è pos­si­bile vedere quali sono gli effetti pre­vi­sti della stessa.

Il gioco da otto­bre è dispo­ni­bile, sem­pre gra­tui­ta­mente, anche per iPhone & iPad con le stesse fun­zio­na­lità della ver­sione online. E’ pos­si­bile ripe­tere il gioco quante volte si desi­dera così da spe­ri­men­tare stra­te­gie e risul­tati diversi.

Nono­stante una gra­fica non entu­sia­smante ed una ten­denza all’eccesso di otti­mi­smo dell’intelligenza arti­fi­ciale, soprat­tutto nell’area dell’occupazione,  può essere stru­mento di sup­porto per for­ma­tori e pro­fes­sori non­chè ele­mento di spe­ri­men­ta­zione ed auto apprendimento.

Adat­tan­done alcune carat­te­ri­sti­che, a comin­ciare dalla pos­si­bi­lità di sal­vare i pro­gressi della par­tita, per­so­nal­mente lo vedrei molto bene anche all’interno dell’edizione online di un quo­ti­diano eco­no­mico finan­zia­rio come stru­mento di trat­te­ni­mento e coin­vol­gi­mento di un pub­blico sicu­ra­mente inte­res­sato al tema.

Pubblicato il 1 agosto 2010 by Pier Luca Santoro

Passaggi & Paesaggi [16]

Libe­ria­moci dai prin­cipi meta­fi­sici o gene­rali sui quali, in varie occa­sioni, si è basato il laissez-faire.

Non è vero che gli indi­vi­dui pos­seg­gano una «libertà natu­rale» nelle loro atti­vità eco­no­mi­che. Non vi è alcun patto che con­fe­ri­sca diritti per­pe­tui a coloro che pos­seg­gono o a coloro che acqui­stano. Il mondo non è gover­nato dall’alto in modo che gli inte­ressi pri­vati e sociali coin­ci­dano sem­pre. Esso non è con­dotto quag­giù in modo che in pra­tica essi coin­ci­dano. Non è una dedu­zione cor­retta dai prin­cipi di eco­no­mia che l’interesse egoi­stico illu­mi­nato operi sem­pre nell’interesse pubblico.

Né è vero che l’interesse egoi­stico sia gene­ral­mente illu­mi­nato; più spesso indi­vi­dui che agi­scono sepa­ra­ta­mente per pro­muo­vere i pro­pri fini sono troppo igno­ranti o troppo deboli per­sino per rag­giun­gere que­sti. L’esperienza non mostra che gli indi­vi­dui, quando costi­tui­scono un’unità sociale, siano sem­pre di vista meno acuta di quando agi­scono separatamente.

John May­nard Key­nes — La Fine del Laissez-Faire

Pas­saggi & Pae­saggi 1Pas­saggi & Pae­saggi 2Pas­saggi & Pae­saggi 3Pas­saggi & Pae­saggi 4Pas­saggi & Pae­saggi 5Pas­saggi & Pae­saggi 6Pas­saggi & Pae­saggi 7Pas­saggi & Pae­saggi 8Pas­saggi & Pae­saggi 9Pas­saggi & Pae­saggi 10Pas­saggi & Pae­saggi 11Pas­saggi & Pae­saggi 12Pas­saggi & Pae­saggi 13Pas­saggi & Pae­saggi 14, Pas­saggi e Pae­saggi 15.

Pubblicato il 17 giugno 2010 by Pier Luca Santoro

Nuovi Modelli d’Informazione Giornalistica

Il mer­cato mon­diale dei gior­nali online e offline nel 2009 ha avuto ricavi di ven­dite e pub­bli­cità per 164 miliardi di dol­lari, secondo le stime di PwC. E’ stato un giro d’affari supe­riore a quelli dei libri per un terzo, dei film per il dop­pio, dei video­game per due terzi e delle regi­stra­zioni musi­cali addi­rit­tura per otto volte tanto.

Ma è un mer­cato in declino. Nel trien­nio 2007–2009 si è ridotto del 50% negli USA, del 21% nel Regno Unito, del 18% in Ita­lia e di valori supe­riori al 10% in dodici dei 30 paesi OECD.

Il rap­porto di ricerca dell’OECD «The evo­lu­tion of news and the Inter­net» ha rile­vato le tra­sfor­ma­zioni dell’industria gior­na­li­stica, l’impatto di Inter­net sulla catena del valore, i nuovi modelli di busi­ness e di attori che vanno emer­gendo in que­sto settore.

L’editoria gior­na­li­stica non è sol­tanto un impor­tante fat­tore di cono­scenza e di demo­cra­zia, attra­verso la for­ma­zione dell’opinione pub­blica, è anche un impor­tante attore eco­no­mico, che fa da traino sul mer­cato dei con­sumi e pro­duce occu­pa­zione. La chiu­sura di molti gior­nali in paesi avan­zati, come quelli ricor­dati, ha pro­vo­cato uno spo­sta­mento delle per­sone impie­gate nelle pro­fes­sioni gior­na­li­sti­che o ammi­ni­stra­tive verso la pro­du­zione digi­tale di noti­zie e fuori dell’informazione.

Nel 2008, secondo gli ultimi dati WAN, in 18 paesi OECD eser­ci­ta­vano la pro­fes­sione gior­na­li­stica oltre 120 mila per­sone e lavori col­le­gati altre 750 mila circa.

Il rap­porto di ricerca con­stata che nel trien­nio 2007–2009 non è dimi­nuito il numero dei let­tori di gior­nali. Anzi, si sono veri­fi­cati feno­meni di sosti­tu­zione dell’acquisto: dalla free press, la nuova forma di dif­fu­sione delle noti­zie che adotta il più tra­di­zio­nale sup­porto car­ta­ceo, alle alter­na­tive dei siti online, spesso adot­tati dagli stessi quo­ti­diani su carta, all’esplosione di sup­porti digi­tali, che hanno i van­taggi della velo­cità di cir­co­la­zione e della faci­lità d’accesso e di costru­zione par­te­ci­pata della conoscenza.

Con le nuove tec­no­lo­gie è aumen­tato a dismi­sura il numero dei pro­dut­tori d’informazione e comu­ni­ca­zione in dif­fe­renti formati.

Delle faci­li­ta­zioni tec­no­lo­gi­che ha sof­ferto par­ti­co­lar­mente la stampa locale, sca­val­cata da «buz­z­ma­ga­zine», più infor­mati, primi a dare le noti­zie e molto più numerosi.

La pub­bli­cità ha dirot­tato le sue inser­zioni su altri media più pene­tranti e a minor costo. E’ dovuto cam­biare il modo d’informare, per­chè il con­fronto con la cono­scenza par­te­ci­pata e senza fron­zoli, imme­diata, dell’offerta ondine ha influen­zato la distin­ti­vità, la qua­lità e il costo dell’offerta dei gior­nali su carta, che non si giu­sti­fi­cano se non con mag­giori, diverse e più accat­ti­vanti pro­po­ste, stretti come sono tra la TV, la radio e i nuovi media.

E’ cam­biata la catena del valore al let­tore, da quando il gior­na­li­sta è venuto allo sco­perto o per la com­pe­tenza tec­nica, infe­riore alle attese o per la capa­cità di scrit­tura, che non cor­ri­sponde alla velo­cità di let­tura di chi vuole arri­vare subito al dun­que ed è por­tato a sele­zio­nare secondo mar­ca­tori di sin­tesi e inter­pre­ta­zione dei fatti.

Il sistema gior­na­li­stico nuovo pri­vi­le­gia una gestione dei con­te­nuti in pro­du­zione diretta continua.

Quando si parla di «morte del gior­nale» non si tiene conto però della capa­cità di adat­ta­mento e tra­sfor­ma­zione che stanno avendo certi quo­ti­diani, apparsi e spe­ri­men­tati in Rete e con­ver­titi su carta, come com­ple­mento delle noti­zie veloci e come ripresa dei dibat­titi e delle tema­tiz­za­zioni esplose online.

Il rap­porto pro­pone di dare un ruolo cen­trale alle noti­zie, che sono al cen­tro dell’interesse pub­blico, di col­le­garle online e offline siner­gi­ca­mente e di non gestirle come entità sepa­rate, di dare spa­zio alla par­te­ci­pa­zione e all’intervento del let­tore, non più dispo­sto al vec­chio ruolo pas­sivo di una volta, di ricon­si­de­rare i con­cetti della libertà di stampa, della qua­lità e della gover­nance delle noti­zie, di pun­tare su una diver­si­fi­ca­zione e com­pe­ti­zione dei media a bene­fi­cio della par­te­ci­pa­zione e sod­di­sfa­zione del lettore.

Se que­sta è rag­giunta secondo le regole del mar­ke­ting diretto, della pro­prietà intel­let­tuale e degli stan­dard tec­nici, è facile che il gior­nale si avvii a caval­care con effi­ca­cia le esi­genze rive­late da Internet.

Estratto da: Irio­spark

Pubblicato il 8 giugno 2010 by Pier Luca Santoro

Il Potere della Confindustria

La set­ti­mana scorsa la Con­fin­du­stria ha cele­brato i 100 anni, un’occasione impor­tante per rin­no­vare le richie­ste al pre­si­dente del Con­si­glio, come al solito pre­sente e par­te­cipe, rin­sal­dare il con­senso degli asso­ciati sulla linea d’azione, con­vo­care la grande impren­di­to­ria pri­vata e pub­blica, i sin­da­cati, i più impor­tanti rap­pre­sen­tanti delle isti­tu­zioni e dei par­titi poli­tici. Non è la prima volta che la mas­sima orga­niz­za­zione impren­di­to­riale ita­liana fa esi­bi­zioni simili.

E’ rituale ormai che in tali cir­co­stanze il governo ras­si­curi sul suo soste­gno o addi­rit­tura sull’identità di vedute, che una parte dei sin­da­ca­li­sti si affretti a sim­pa­tiz­zare, che i rap­pre­sen­tanti delle isti­tu­zioni tac­ciano o si distin­guano con altre dichia­ra­zioni in sede pro­pria. Le assem­blee della Con­fin­du­stria sono occa­sioni fatte per ascol­tare e la sin­to­nia totale o par­ziale delle forze di governo è data per scon­tata, pena il dis­senso rumo­roso di una pla­tea che cono­sce il suo peso.

L’influenza della Con­fin­du­stria e dell’imprenditoria sul governo e i par­titi mode­rati è docu­men­tata da Filippo Astone, gior­na­li­sta del set­ti­ma­nale eco­no­mico «Il Mondo», nel libro «Il par­tito dei padroni». Come Con­fi­du­stria e la casta eco­no­mica coman­dano in Ita­lia», Lon­ga­nesi, Milano, 2010.

L’autore ricorda l’anomalia di un’organizzazione, capace di con­di­zio­nare il potere poli­tico, rami­fi­cata sul ter­ri­to­rio con 18 orga­niz­za­zioni regio­nali, 21 fede­ra­zioni di set­tore, 3 di scopo, 97 strut­ture di cate­go­ria, 258 orga­niz­za­zioni asso­ciate, oltre alla sede cen­trale di Roma, gui­data da un pre­si­dente con pieni poteri e da boiardi silen­ziosi, che riceve con­tri­buti per 506 milioni di euro e arriva a un miliardo, som­mando i ricavi delle società con­trol­late, che sono il «Sole24Ore», la LUISS di Roma e una galas­sia di altre aziende, edi­trici di gior­nali come l’«Arena», «Il Gior­nale di Ber­gamo», «Il Gior­nale di Vicenza», società di cer­ti­fi­ca­zione della qua­lità, di soft­ware, della foto­gra­fia, dell’editoria libraria.

Con­fin­du­stria ha circa 4 mila dipen­denti diretti, rap­pre­senta 142 mila imprese, che danno lavoro a poco meno di 5 milioni di per­sone. Dispone di una ric­chezza e un potere, che non ha nes­sun par­tito o sin­da­cato in Europa, tal­chè il suo pre­si­dente è una delle figure di mas­simo rilievo e a livello locale conta più il pre­si­dente della Con­fin­du­stria pro­vin­ciale che il sindaco.

Astone ritiene che la voca­zione ad essere par­tito la Con­fin­du­stria ce l’abbia nel DNA. Cita a soste­gno la deci­sione costi­tu­tiva, dei fon­da­tori, Louis Bon­ne­fon Cra­ponne e Gino Oli­vetti, il primo pre­si­dente e il primo segre­ta­rio, che nel 1910, a Torino e poi radu­nando le fede­ra­zioni di Pie­monte, Ligu­ria, Milano e Monza, vagheg­gia­rono di dar vita a un vero e pro­prio «par­tito degli indu­striali». Ma, nel con­fronto allar­gato, tro­va­rono più con­ve­niente dare il con­tri­buto di mezzi finan­ziari, idee e uomini ai par­titi con­ser­va­tori e rea­zio­nari per favo­rirne l’ascesa al governo.

Hanno avuto così appog­gio Mus­so­lini, Fan­fani, Andreotti, Craxi e Berlusconi.

Come scrisse Erne­sto Rossi nel 1955, «invece di fon­dare un par­tito nuovo, tro­va­vano un cavallo che si pre­stava bene a por­tarli dove desi­de­ra­vano».
La tra­sfor­ma­zione di «Con­fin­du­stria in par­tito» avviene soprat­tutto negli anni di Tan­gen­to­poli e dello sgre­to­la­mento dei par­titi tra­di­zio­nali. Nel bien­nio 1992–94, l’organizzazione impren­di­to­riale diventa un sog­getto poli­tico, che con­tratta diret­ta­mente con i sin­da­cati e i governi tec­nici di Amato, Ciampi e Dini.

Le pri­va­tiz­za­zioni di ENI, ENEL, Fin­mec­ca­nica e Tele­com por­tano allo scio­gli­mento dell’Intersind, la loro orga­niz­za­zione impren­di­to­riale e all’ingresso in Con­fin­du­stria, che in tal modo accre­sce il suo potere già forte. Si dà vita alla con­cer­ta­zione e la pre­si­denza del tempo, di Luigi Abete, sostiene l’azione di «Mani pulite», dando l’ultima spal­lata alla prima Repubblica.

Nel 2000 è il turno del pic­colo impren­di­tore cam­pano Anto­nio D’Amato, che stringe un patto di ferro con Ber­lu­sconi per un pro­gramma libe­ri­sta sul modello tatcheriano.

Il fal­li­mento di que­sta visione e dell’esclusione del mag­giore sin­da­cato ita­liano, com­ple­mento indi­spen­sa­bile di una scelta auto­ri­ta­ria, sono fat­tori di una grave crisi eco­no­mica, poli­tica e sociale. Con­tri­bui­scono a por­tare alla ribalta della Con­fin­du­stria il pre­si­dente più «inno­va­tore», pro­penso al con­fronto con le rap­pre­sen­tanze del mondo del lavoro. Luca Cor­dero di Mon­te­ze­molo chiude la paren­tesi D’Amato e comin­cia a «gio­care di sponda tra cen­tro­de­stra e cen­tro­si­ni­stra, striz­zando l’occhio al secondo».

E’ l’uomo che cumula il mag­gior numero di ruoli impren­di­to­riali, mai pos­se­duti da altri fino ad allora, un pro­ta­go­ni­sta, ampia­mente legit­ti­mato a nego­ziare e a dare indi­ca­zioni a nome del capi­ta­li­smo nostrano. La sua pre­si­denza coin­cide con una breve legi­sla­tura di governo del cen­tro­si­ni­stra, caduto per l’aspra oppo­si­zione del cen­tro­de­stra, che non si fa scru­polo di usare nes­sun mezzo e per l’insoddisfazione delle com­po­nenti interne, più orien­tate a sod­di­sfare le richie­ste imme­diate di rie­qui­li­brio sociale.

La suc­ces­sione di Emma Mar­ce­ga­glia è data quasi per scon­tata. E’ donna, da sem­pre in Con­fin­du­stria, qua­ran­tenne, dotata di un tem­pe­ra­mento, che l’ha fatta sopran­no­mi­nare «Black&Decker». Viene scelta per «rimet­tere al lavoro l’organizzazione». E’ eletta con il 99,2% dei voti, men­tre si svolge la cam­pa­gna per le ele­zioni legi­sla­tive, dopo le dimis­sioni del governo Prodi. Decide di cam­mi­nare mano nella mano con Sil­vio Ber­lu­sconi, uscito vin­ci­tore dalle urne a capo di una coa­li­zione, che ritorna al governo con una legge elet­to­rale mag­gio­ri­ta­ria, «una por­cata», secondo un espo­nente della nuova maggioranza.

La nuova pre­si­dente è eletta men­tre scop­pia la più grave crisi eco­no­mica da sessant’anni, che il nuovo governo tra­scura, men­tre rimanda le costose pro­messe fatte per avere con­senso. Per lo stretto legame gover­na­tivo, Mar­ce­ga­glia è accu­sata d’immobilismo e di sud­di­tanza alle esi­genze del pre­si­dente del Consiglio.

Il libro di Astone si con­clude con un capi­tolo, inti­to­lato «La casta di lor­si­gnori», che ricorda la meri­to­cra­zia made in Italy, le sca­tole cinesi di con­trollo delle aziende, i casi più cla­mo­rosi del fami­li­smo e dell’imprenditoria in un paese, incro­cio di caste.

Sap­piamo che all’assemblea della set­ti­mana scorsa il pre­si­dente del Con­si­glio, in dif­fi­coltà con il suo par­tito, non si è speso più di tanto a soste­nere la sua alleata, anzi ha rive­lato che la sera prima la pre­si­dente Mar­ce­ga­glia era andata a tro­varlo per far­gli leg­gere il discorso pre­pa­rato. Un gesto che potrebbe signi­fi­care la fine di un’alleanza e por­tare a una mag­giore atten­zione della pre­si­dente alle istanze della pic­cola e media impresa.

Il libro di Astone è ricco di infor­ma­zioni e di richiami ad avve­ni­menti e pareri auto­re­voli. L’abilità gior­na­li­stica dell’autore si rivela nel con­ti­nuo col­le­ga­mento delle une e degli altri con un per­corso avvin­cente, che fa riflet­tere il let­tore sulla realtà di un ambiente insta­bile, delle «mille con­fin­du­strie», che soprav­vive tra guerre e intrighi.

Estratto da: Irio­spark