digital media

Time Space
Pubblicato il 3 febbraio 2013 by Pier Luca Santoro

Incubatori

Il «The New York Times» ha annun­ciato pochi giorni fa la crea­zione di Time­Space incu­ba­tore per start-up nel mondo dei media.

Chi ha un’idea o un’impresa nascente nell’ambito dei media e della mul­ti­me­dia­lità, mobile, social, video, tec­no­lo­gia pub­bli­ci­ta­ria, ana­lisi, e-commerce o altro, avrà la pos­si­bi­lità di tra­scor­rere quat­tro mesi negli uffici del quar­tier gene­rale del quo­ti­diano sta­tu­ni­tense lavo­rando a con­tatto con chi si occupa di digi­tale all’interno del gior­nale, mostrando loro la demo di pro­dotto ed impa­rando da quella che la Diret­trice, Jill Abram­son, ha deciso debba essere la miglior reda­zione digi­tale del pianeta

Il per­chè lo spie­gano senza mezzi ter­mini nello spa­zio dedi­cato al pro­getto: “Il New York Times, ed i media in gene­rale, sono nel bel mezzo di cam­bia­menti senza pre­ce­denti. Il nostro obiet­tivo cen­trale rimane quella di miglio­rare la società, creando, rac­co­gliendo e distri­buendo noti­zie di alta qua­lità e di infor­ma­zione. Vogliamo spin­gere noi stessi e spin­gere gli altri a tro­vare il modo migliore per farlo, e siamo con­vinti che Time­Space può essere una parte di que­sto processo”.

Si tratta insomma di un’iniziativa che apporta bene­fici ad entrambi, con il gior­nale che potrà rac­co­gliere e valu­tare idee fre­sche e inno­va­tive ed i neo impren­di­tori che potranno cer­ta­mente avere un ritorno posi­tivo dal con­tatto pro­fes­sio­nale con l’expertise di uno dei più impor­tanti quo­ti­diani al mondo che magari potrebbe deci­dere anche di par­te­ci­pare finan­zia­ria­mente alla loro proposta.

Una moda­lità attra­verso la quale, final­mente, il cro­wd­sour­cing non è più un pro­cesso top down che apporta bene­fici a solo una delle parti, l’impresa. Un’idea che visti i tempi fareb­bero bene ad imi­tare anche i gior­nali italiani.

Time Space

Idea che, oltre alla mode­sta opi­nione del sot­to­scritto, viene spo­sata anche da Anthony De Rosa, Social Media Edi­tor per Reu­ters, che infatti la sug­ge­ri­sce, in poco più di tre minuti, nella video inter­vi­sta sottostante.

Pubblicato il 5 luglio 2012 by Pier Luca Santoro

Dare i Numeri

Dopo la prima gior­nata di “Dig.it”, che è pos­si­bile seguire oltre che in strea­ming sia su Into­scana che su Sesto tv anche attra­verso la nar­ra­zione che i par­te­ci­panti ne fanno su Twit­ter con l’hashtag uffi­ciale #digitfi12, pro­se­guono oggi i lavori con il secondo ed ultimo giorno di que­sta prima edi­zione, defi­nita dagli orga­niz­za­tori “numero 0″ o “beta”, del primo evento nazio­nale inte­ra­mente dedi­cato al gior­na­li­smo digi­tale in Italia.

Gior­nata con­clu­siva impo­stata sulla con­cre­tezza con un incro­ciarsi di incon­tri a cavallo tra gli aspetti rela­tivi ai diritti, al lavoro di chi fa gior­na­li­smo oggi e soste­ni­bi­lità eco­no­mica del gior­na­li­smo digitale.

Pro­prio alla soste­ni­bi­lità del gior­na­li­smo digi­tale è dedi­cato il panel di chi­sura del con­ve­gno: “Il mago dei numeri: lo stato dell’arte dell’editoria digi­tale”, del quale farò il mode­ra­tore. Due ore di dibat­tito su situa­zione attuale e pro­spet­tive eco­no­mi­che dell’informazione online nel nostro Paese con un gruppo tanto varie­gato, così da cogliere la situa­zione da diverse pro­spet­tive, quanto qua­li­fi­cato di pro­fes­sio­nals del set­tore, con la pre­senza di: Nicola Ame­lio [Vice Pre­si­dente ANSO — Asso­cia­zione Nazio­nale Stampa Online], Carola Fre­diani [Gior­na­li­sta e co-fondatrice di Effe­cin­que — Agen­zia Gior­na­li­stica], Gian­Piero Zin­ziani [Respon­sa­bile Com­mer­ciale di Publi­me­dia Ita­lia — Con­ces­sio­na­ria Pub­bli­ci­ta­ria], Ales­sio Jacona [Gior­na­li­sta e Con­su­lente di Comu­ni­ca­zione] e Sal­va­tore Aran­zulla [Colu­mi­nist a Vir­gi­lio Tecnologia].

Per age­vo­lare e ren­dere il più con­creto pos­si­bile il dibat­tito ho rea­liz­zato la pre­sen­ta­zione sot­to­stante che sin­te­tizza i più recenti dati di macro­sce­na­rio dell’editoria in Italia.

Pubblicato il 24 maggio 2012 by Pier Luca Santoro

I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, ammi­ni­stra­tore dele­gato di Digi­tal First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fat­tu­rato di 1.400 milioni di dol­lari e 57 milioni di clienti svi­lup­pato con 800 pro­dotti edi­to­riali tra carta e online, inter­vi­stato dal «El Pais» spiega i suc­cessi del modello di busi­ness adot­tato dall’azienda da lui diretta.

Un approc­cio che, come dice già il nome, si fonda sulla prio­rità data al digi­tale rea­liz­zato sulla revi­sione com­pleta, ini­ziata tre anni fa, demo­lendo com­ple­ta­mente il pre­e­si­stente per rico­struire tutto di nuovo par­tendo da zero.

Rac­conta Paton che più un con­te­nuto è con­di­viso in Rete mag­giore è il valore che genera, creando mag­gior traf­fico, mag­giori visite e con­sen­tendo così di mone­tiz­zare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivo­lu­zione che passa ine­vi­ta­bil­mente per l’organizzazione e per le com­pe­tenze delle per­sone inpie­gate, che coe­ren­te­mente con la stra­te­gia defi­nita sono tutte con espe­rienza in ambito digi­tale, e che si tra­sforma in valore, in ricavi, con lo svi­luppo di una pro­pria piat­ta­forma per la ven­dita della pub­bli­cità che dopo aver gene­rato il primo anno sola­mente 800mila dol­lari rea­lizza ora 1,5 milioni di dol­lari ogni tre set­ti­mane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digi­tal First media con­clude con elogi ad Alan Rusbrid­ger e al «The Guar­dian» per la voca­zione all’open jour­na­lism e la man­canza di timore nello spe­ri­men­tare.

Spe­ri­men­ta­zioni e crea­zione di comu­nità del quo­ti­diano anglo­sas­sone che sono parte inte­grante, a mio avviso essen­ziale, anche di Digi­tal First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testi­mo­nia la rea­liz­za­zione dei new­sroom cafè.

L’evoluzione è quella dai new­spa­per ai new­sbrand come testi­mo­niato dall’inglese New­spa­per Mar­ke­ting Agency, ora rino­mi­nata in New­sworks, asso­cia­zione che mira a valo­riz­zare i gior­nali presso agen­zie pub­bli­ci­ta­rie ed inve­sti­tori pub­bli­ci­tari, che prende atto del cam­bia­mento, del pas­sag­gio ad un ambiente mul­ti­piat­ta­forma e, appunto, intro­duce il con­cetto di new­sbrand, di imprese, di mar­chi edi­to­riali che offrono infor­ma­zione, e solu­zioni di comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di sup­porti infor­ma­tivi disponibili.

Un pas­sag­gio tanto inne­ga­bile quanto non tra­scu­ra­bile che dovrebbe essere visto in un’ottica di inte­gra­zione, di con­ver­genza anzi­chè di con­trap­po­si­zione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Diret­tore Com­mer­ciale, del «The Lon­don Eve­ning Stan­dard» che effet­tua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rile­vanza, per il pub­blico e per gli inve­sti­tori, la chiave dell’era digi­tale. La qua­lità del discorso defi­ni­sce ine­vi­ta­bil­mente la qua­lità della con­ver­sa­zione, ripor­tando così l’industria dell’informazione al cen­tro degli inte­ressi delle persone.

Pubblicato il 21 febbraio 2012 by Pier Luca Santoro

Il Punto di Arrivo o Il Punto di Partenza?

Il futuro dell’informazione è digi­tale. E’ que­sto pro­ba­bil­mente l’unico punto sul quale la stra­grande mag­gio­ranza di gior­na­li­sti ed esperti del set­tore pare essere d’accordo.

Come sap­piamo, non sono noti i con­torni, i tempi e, soprat­tutto, allo stato attuale non è chiaro con quale soste­ni­bi­lità eco­no­mica, ma non passa giorno senza che venga soste­nuta a gran voce la scom­parsa, più o meno pros­sima, della carta ed i van­taggi, le oppor­tu­nità e le pro­spet­tive del digitale.

Approc­cio, ose­rei direi quasi “ideo­lo­gico”, che è spesso sin­te­tiz­zato nel con­cetto di digi­tal first del quale «The Guar­dian» è diven­tato quasi sino­nimo e ban­diera per il corag­gio e la deter­mi­na­zione nell’affrontare tale percorso.

Cer­ta­mente, come recita la frase di Clay Shirky sopra ripor­tata [NB: clic­cando sull’immagine avrete accesso alla pre­sen­ta­zione com­pleta della quale vi con­si­glio la let­tura se vi fosse sfug­gita in pre­ce­denza] , il modello sul quale si è basata la carta stam­pata negli ultimi 100 anni non fun­ziona e non è più fun­zio­nale ad edi­tori, inve­sti­tori pub­bli­ci­tari e per­sone, nel nuovo eco­si­stema dell’informazione.

Altret­tanto cer­ta­mente si è gene­ral­mente ampia­mente tra­vi­sato il signi­fi­cato dell’idea di digi­tal first sia per­chè è stato com­ples­si­va­mente, come spesso avviene, tra­la­sciato l’impatto e le impli­ca­zioni sull’organizzazione del lavoro delle reda­zioni che, soprat­tutto, per la per­si­stente ten­denza a ragio­nare in ter­mini di con­trap­po­si­zione invece che di siner­gia e com­ple­men­ta­rietà tra carta e digi­tale, tra vec­chio e nuovo.

L’equivoco di fondo è però, direi, di mag­gior ampiezza e portata.

Si con­ti­nua fon­da­men­tal­mente a con­cen­trarsi sul mezzo, sulle solu­zioni, tavolta sulle “tro­vate”, che la tec­no­lo­gia offre, dimen­ti­cando troppo spesso, ho l’impressione, che tutto quello di cui si discute, tutto quello che è è fonte di ragio­na­menti più o meno con­di­visi o con­di­vi­si­bili non può pre­scin­dere da un punto: le persone.

Devo ancora riflet­tere, appro­fon­dire, per dirmi se sia il punto di par­tenza o il punto di arrivo, cer­ta­mente l’idea di met­tere al cen­tro i let­tori, le per­sone, il pas­sag­gio dal digi­tal first ad un più fon­da­men­tale audience first, o ancora meglio, appunto, peo­ple first, è impre­scin­di­bile per edi­tori, imprese che inve­stono in comu­ni­ca­zione pub­bli­ci­ta­ria e, ovvia­mente, per le per­sone stesse.

Se, come si va ripe­tendo da tempo, l’ecosistema dell’informazione, e l’equilibrio di gestione delle reda­zioni tra costi e ricavi aggiungo io, non può pre­scin­dere dalla col­la­bo­ra­zione con le per­sone. Se le per­sone, la loro atten­zione ed il loro coin­vol­gi­mento, sono il bene che gli edi­tori da sem­pre [s]vendono agli inve­stori. Se, come credo, senza per­sone inte­res­sate e coin­volte, non esi­stono di fatto notizie.

Allora, che sia il punto di arrivo o quello di par­tenza diviene tra­scu­ra­bile, resta fon­da­men­tale [ri]mettere, anche nel caso del gior­na­li­smo, al cen­tro le per­sone troppo a lungo, nella migliore delle ipo­tesi, trascurate.

Pubblicato il 4 febbraio 2012 by Pier Luca Santoro

Twitter for News

Secondo una ricerca della Car­ne­gie Mel­lon Uni­ver­sity, del Mit e del Geor­gia Insti­tute of Tech­no­logy, solo il 36% dei 200 milioni di tweet che media­mente ogni giorno sono postati sulla piat­ta­forma di micro­blog­ging è apprez­zato dagli utenti. In gene­rale i tweet mag­gior­mente apprez­zati sono quelli a con­te­nuto informativo.

Spie­gano nelle con­clu­sioni gli autori della ricerca che i risul­tati emer­genti pos­sono essere uti­liz­zati sia per ridurre o rita­rare la tra­smis­sione di mes­saggi che non siano apprez­zati che per faci­li­tare la com­pren­sione di cosa sia per­ce­pito di mag­gior valore con l’obiettivo evi­den­te­mente di tra­sfor­marlo in pratica.

Con il mede­simo obiet­tivo di mas­sima Twit­ter ha lan­ciato due giorni fa Twit­ter for News account dedi­cato a rac­co­gliere e segna­lare le best prac­ti­ces e gli uti­lizzi più inno­va­tivi di Twit­ter da parte dei gior­na­li­sti e delle redazioni.

Twit­ter dice che non si foca­liz­zerà sola­mente sulle noti­zie dell’ultima ora, sulle brea­king news, ma si occu­perà più in gene­rale di tutti i modi nuovi di usare la piat­ta­forma in maniera inno­va­tiva per tutti i tipi di noti­zie e di gior­na­li­smo. In paral­lelo Twit­ter for News segna­lerà le risorse per i gior­na­li­sti che da tempo sono già a dispo­si­zione e, ovvia­mente, tutti gli aggiornamenti.

Mossa che arriva un po’ a sor­presa dopo le recenti dichia­ra­zioni di Dick Costolo, ma della quale non c’è dub­bio che vi sia un gran biso­gno come dimo­strano i risul­tati dell’indagine sopra citata e l’analisi di un paio di giorni fa sull’utilizzo di Twit­ter da parte dei prin­ci­pali quo­ti­diani italiani.

Pubblicato il 10 novembre 2011 by Pier Luca Santoro

Storie da Copertina

«The Eco­no­mist», attra­verso le sue coper­tine degli ultimi dieci anni, riper­corre la sto­ria del Pre­si­dente del Con­si­glio, dimis­sio­na­rio in pec­tore, da quella del luglio del 2001 “Why Sil­vio Ber­lu­sconi is unfit to lead Italy” sino al giu­gno 2011 con “The man who screwed an entire country”.

Tra i nume­rosi ricordi di 17 anni di pre­mier­ship, anche il sito d’informazione online «Slate.fr» ha ripub­bli­cato, aggior­nato, l’articolo di Mar­ghe­rita Nasi e Gré­goire Fleu­rot, apparso il 14 aprile scorso, “Les plus bel­les conn­ne­ries de Ber­lu­sconi”, una ras­se­gna delle stu­pi­dag­gini più cla­mo­rose dette dal Pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano, distinte per argo­menti, occa­sioni e quan­tità annua, con­nesse con le pro­nunce uffi­ciali, che il blog “gemello” del «Gior­na­laio»  ha ripreso e tra­dotto in ita­liano per faci­li­tare la lettura.

- Tipi di ber­lu­sco­ne­rie per argo­mento — 44 dichia­ra­zioni in 8 categorie -

Sono sto­rie da coper­tina che, sin­te­tiz­zando per imma­gini men­tali l’operato del [ex?] Pre­mier ita­liano, col­pi­scono la fan­ta­sia, l’immaginario col­let­tivo e, dun­que, fanno audience.

Le coper­tine dell’autorevole set­ti­ma­nale inglese ven­gono riprese da «Repub­blica» che non inse­ri­sce alcun col­le­ga­mento iper­te­stuale, alcun link, alla fonte, così come era avve­nuto non più tardi di ieri con il video rea­liz­zato dalla Sora Cesira “Ber­lu­shka bye bye” remake, come nel suo stile, di “Baboo­shka” di Kate Bush, per cele­brare le dimis­sioni annun­ciate, che addi­rit­tura viene per­so­na­liz­zato, per così dire, con il logo della testata, non è chiaro, let­te­ral­mente, a che titolo.

Ad ini­zio di otto­bre avevo [ri]pubblicato una guida per i gior­na­li­sti per la veri­fica delle imma­gini la cui attua­lità ahimè permane.

Fin­chè le testate ricer­che­ranno esclu­si­va­mente volumi di traf­fico ai loro siti web basan­dosi sull’economia dei bro­ken links anzi­chè su quella del col­le­ga­mento, del coin­vol­gi­mento e della rela­zione, il loro destino è segnato, altret­tanto, dall’essere bro­ken, ter­mine che in inglese, oltre a signi­fi­care rotto, viene uti­liz­zato per fallimento/fallimentare.

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Update: Pare che sia una carat­te­ri­stica, una cat­tiva abi­tu­dine, alla quale non sfug­gono nep­pure alcune delle nuove pro­po­ste edi­to­riali ita­liane, i cosi­detti “super­blog”, come dimo­strano a «Gior­na­let­ti­smo». Pare che lo sti­molo abbia fun­zio­nato come incen­tivo a dare il giu­sto credito.

Pubblicato il 3 novembre 2011 by Pier Luca Santoro

L’impatto di Internet sulla Crescita Economica

McKin­sey ha reso dispo­ni­bile l’estratto dello stu­dio «The great tran­sfor­mer: The impact of the Inter­net on eco­no­mic gro­wth and pro­spe­rity», rap­porto che inve­stiga il ruolo e l’impatto di Inter­net sull’economia.

Il Web nel suo com­plesso pesa il 3,4% del PIL delle eco­no­mie avan­zate del mondo, que­sto signi­fica che se fosse un set­tore eco­no­mico defi­nito avrebbe un peso spe­ci­fico supe­riore all’agricoltura e, quasi, pari a quello dei tra­sporti ed al totale del Pro­dotto Interno Lordo di Spa­gna o Canada.

Lo stu­dio evi­den­zia anche come le imprese che fanno un uti­lizzo intenso delle tec­no­lo­gie web based abbiano tassi di svi­luppo, di cre­scita deci­sa­mente supe­riori alla media, men­tre il sur­plus, il valore aggiunto gene­rato da Inter­net varia, a seconda delle dif­fe­renti nazioni, tra i 18 ed i 28 $ men­sili per cia­scun utente.

Nel rap­porto McKin­sey effet­tua una mappa di cor­re­la­zione tra il tasso di con­tri­bu­zione di Inter­net al PIL di cia­scuna nazione e l’ Inter­net Eco­sy­stem Index, indice creato dalla società di con­su­lenza che misura quat­tro aree chiave dello svi­luppo del digi­tale: capi­tale umano, capi­tale finan­zia­rio, infra­strut­ture e ambiente di business.

L’Italia, già iden­ti­fi­cato pre­ce­den­te­mente come Paese “pigro” in uno stu­dio ana­logo con­dotto da Boston Con­sul­ting Group, si con­ferma essere nazione con un’incidenza del digi­tale rispetto alla pro­pria eco­no­mia infe­riore alla mag­gio­ranza degli stati presi in con­si­de­ra­zione. Ele­mento che, se pos­si­bile, peg­giora ulte­rior­mente in con­si­de­ra­zione della sta­ti­cità rile­vata al riguardo.

Le moti­va­zioni di fondo di que­sta situa­zione sono state iden­ti­fi­cate con chia­rezza dallo stu­dio «Map­ping Digi­tal Media: Italy» pub­bli­cato un paio di set­ti­mane fa.

Enne­sima misura di abuso di cre­di­bi­lità pour cause.

Pubblicato il 21 febbraio 2011 by Pier Luca Santoro

Numerica & Ponderata

L’avvento dei social media, tranne nel caso di raris­sime ecce­zioni, non ha modi­fi­cato com­ples­si­va­mente l’approccio delle imprese alla comu­ni­ca­zione esterna.

Abi­tu­dine con­so­li­data a lavo­rare con la massa alla ricerca di volumi e la rela­tiva pro­pen­sione a spa­rare nel muc­chio andando a cac­cia di uccel­lini con il bazooka, unite alla ancor più ina­de­guata atten­zione alla comu­ni­ca­zione interna ed ai pro­cessi orga­niz­za­tivi, vis­suti pre­va­len­te­mente esclu­si­va­mente in chiave di cost saving, gene­rano una con­trad­di­zione dei ter­mini tra la realtà del web 2.0 e l’inconsistenza nella pra­tica dell’enter­prise 2.0.

Quello che sfugge ai più è l’implicazione che pre­sup­pone que­sto muta­mento in ter­mini di rela­zione con i con­su­ma­tori e, più in gene­rale con l’insieme degli sta­ke­hol­ders, che il nuovo sce­na­rio, egre­gia­mente rias­sunto da Ross Daw­son nello schema sot­to­stante, presuppone.

L’approccio è pres­so­chè esclu­si­va­mente quan­ti­ta­tivo con metri­che spesso non con­di­vise che basano il ten­ta­tivo di misu­ra­zione dell’efficacia su para­digmi che ser­vono a gene­rare report di pro­ba­bi­lità della con­ser­va­zione del posto per l’agenzia che le ha imple­men­tate e per il mana­ger che le ha com­mis­sio­nate. Defi­ni­zioni che danno i numeri ma non il loro valore.

Non a caso le inda­gini sulle inten­zioni di spesa, di inve­sti­mento, danno Face­book come il canale, il mezzo, sul quale agen­zie ed imprese mani­fe­stano mag­gior propensione.

Il con­cetto di nume­rica e pon­de­rata, ovvero del valore effet­tivo dei numeri, del ruolo di cia­scun agente, che coloro che ope­rano in mer­cati legati alla grande distri­bu­zione cono­scono dalla notte dei tempi, non pare tutt’oggi tro­vare rispo­ste con­grue nel mondo dei media e della comunicazione.

La moti­va­zione che spinge un utente ad uti­liz­zare un canale digi­tale invece che un altro è ele­mento di mag­gior rile­vanza rispetto al tempo che vi trascorre.

La qua­lità delle nic­chie di utenti attivi è asso­lu­ta­mente supe­riore a quella della massa dor­miente come già emer­geva con chia­rezza pro­prio in rife­ri­mento ai media nell’ana­lisi com­pa­ra­tiva tra diverse testate e qua­lità vs quan­tità dei fol­lo­wers su Twitter.

Sono que­sti alcuni degli ele­menti che già nel 2007 un gruppo di avven­tu­rosi, tra gli altri, aveva sot­to­li­neato e che nel 2009 veni­vano iden­ti­fi­cati con chia­rezza nel Mani­fe­sto for Social Busi­ness che, con spe­ci­fico rife­ri­mento alla rile­vanza nei [social] media, ovvero alla atten­zione a comu­ni­care alla per­sona cor­retta — cor­ret­ta­mente iden­ti­fi­cata — attra­verso il giu­sto mezzo il con­te­nuto d’interesse al tempo giu­sto, con­sen­tono effi­ca­cia e tra­sfe­ri­scono valore al pro­cesso di comunicazione.

L’epoca della nume­rica è finita, ben­ve­nuti nell’era della ponderata.

Pubblicato il 17 febbraio 2011 by Pier Luca Santoro

Google One Pass

Esat­ta­mente il giorno dopo il lan­cio del nuovo modello di sot­to­scri­zione di Apple, Goo­gle rivela il pro­prio sistema di paga­mento dedi­cato al mondo edi­to­riale con spe­ci­fico rife­ri­mento a gior­nali e pub­bli­ca­zioni periodiche.

Dalle pagine del blog uffi­ciale dell’azienda di Moun­tain View, Lee Shi­rani, direc­tor, busi­ness pro­duct mana­ge­ment, di Goo­gle Com­merce, ne spiega i prin­cipi basici del fun­zio­na­mento stres­sando le dif­fe­renze rispetto alla pro­po­sta di Steve Jobs.

Goo­gle One Pass con­sente agli edi­tori di far pagare i pro­pri con­te­nuti per le distinte ver­sioni sul web, su smat­pho­nes e tablets.  Gli edi­tori trat­ter­ranno per se il 90% dei ricavi lasciando a Goo­gle il 10%, con­tro il rap­prto 70 — 30 pro­po­sto da Apple.

Ancora più impor­tante la fles­si­bi­lità del sistema pro­po­sto che offre nume­rose opzioni con la pos­si­bi­lità di rega­lare i con­te­nuti digi­tali ai sot­to­scrit­tori delle pub­bli­ca­zioni in for­mato car­ta­ceo tra­di­zio­nale e di pro­porre opzioni “freemium”.

One Pass dun­que, si pro­pone fon­da­men­tal­mente come piat­ta­forma di paga­mento lasciando agli edi­tori, ai pro­prie­tari dei con­te­nuti, il con­trollo delle dina­mi­che com­mer­ciali e di ciò che di più pre­zioso esi­ste: la rela­zione con l’utenza.

Dispo­ni­bile in 7 nazioni tra cui l’Italia rap­pre­senta cer­ta­mente una pos­si­bi­lità deci­sa­mente più ade­guata alla esi­genze del com­parto edi­to­riale rispetto a quella pro­po­sta dall’azienda di Cupertino.

Restano irri­solte le pro­ble­ma­ti­che rela­ti­va­mente alla scarsa dispo­ni­bi­lità dell’utenza, salvo rare ecce­zioni, al paga­mento e la piat­tezza com­ples­siva delle pro­po­ste rea­liz­zate sin ora in ambito digitale.

Pubblicato il 16 febbraio 2011 by Pier Luca Santoro

Modelli di Business tra le Nuvole

Apple ha lan­ciato ieri un nuovo sistema, un nuovo modello di sot­to­scri­zione per i con­te­nuti ed i pro­dotti rea­liz­zati in ambito editoriale.

“Our phi­lo­so­phy is simple—when Apple brings a new sub­scri­ber to the app, Apple earns a 30 per­cent share; when the publi­sher brings an exi­sting or new sub­scri­ber to the app, the publi­sher keeps 100 per­cent and Apple earns nothing,” said Steve Jobs, Apple’s CEO. “All we require is that, if a publi­sher is making a sub­scrip­tion offer outside of the app, the same (or bet­ter) offer be made inside the app, so that custo­mers can easily sub­scribe with one-click right in the app. We believe that this inno­va­tive sub­scrip­tion ser­vice will pro­vide publi­shers with a brand new oppor­tu­nity to expand digi­tal access to their con­tent onto the iPad, iPod touch and iPhone, delighting both new and exi­sting subscribers.”

La novità, attesa da tempo, ha sca­te­nato innu­me­re­voli rea­zioni, com­menti e con­si­de­ra­zioni rela­ti­va­mente al senso di que­sta ope­ra­zione da parte della stampa e di blog­ger che hanno dif­fu­sa­mente pro­po­sto la loro visione sul tema.

Le mie per­so­nali con­si­de­ra­zioni su quella che ho defi­nito tablet­ma­nia credo siano suf­fi­cien­te­mente chiare, non posso dun­que che con­cor­dare con la posi­zione espressa da Dan Gill­mor rela­ti­va­mente ad arro­ganza dell’impresa di Cuper­tino ed ai prin­cipi estor­sivi che nes­sun edi­tore dotato di buon senso dovrebbe accettare.

Indi­pen­den­te­mente dalla mia visione, per for­nire un pano­rama infor­ma­tivo il più ampio pos­si­bile, affin­chè cia­scuno possa farsi una pro­pria opi­nione dopo la let­tura delle diverse fonti, uti­liz­zando  Info­mous ho rea­liz­zato una nuvola inte­rat­tiva che sin­te­tizza e for­ni­sce accesso diretto ad oltre 500 arti­coli sul tema.

Se suc­ces­si­va­mente alla let­tura delle infor­ma­zioni sele­zio­nate vole­ste [ri]tornare per pro­porre e discu­tere la vostra visione, non potrà che essere un ulte­riore arric­chi­mento alla disa­mina del caso.

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